ARGOMENTO.
_Ancide l'invincibile AMEDEO
Turacan, e le schiere a lui soggette;
Da Belïàl consolasi Asmodeo,
E van cercando alle a fuggir costrette
Turbe uno scampo; denso turbo e reo
Di polve contro alle Cristiane elette
Genti spingean; ma Dio dall'alto mira,
Ed il turbo infernal già più non spira._
I
Nel fier tumulto Turacan s'accorse
Al gran cimier, che d'ogni intorno alluma
Ove AMEDEO travaglia in armi; e sorse
Tale ira in lui, che da le labbra ei spuma;
E troppo osando colà giù sen corse
Con quel desio, ch'altrui le piante impiuma,
E fra gran gemme egli apparia nel campo
Quale in nubilo ciel fulgido lampo.
II
La pompa e l'ira onde a pugnar si mosse
Ratto al grande AMEDEO fisse in pensiero,
Che pur de i Turchi il gran tiranno ei fosse:
E contra andogli oltra ogni creder fiero.
Turacano da lunge aspro 'l percosse,
Che molto al corso rimanea sentiero
Quando fece volar terribil ferro,
Onde in punta s'armava asta di cerro.
III
L'asta sen vola a voto; ei s'appresenta,
Nè sol l'aspetto d'AMEDEO sostiene,
Anzi assalto gli dà, ma indarno il tenta,
Sì forte con la spada egli il previene;
Piagalo ne la gola, e non s'allenta,
Che dentro il petto gli secò le vene,
Ond'egli traboccò gonfio di rabbia,
E diè di morso a la nemica sabbia.
IV
Infra i seguaci a vendicar lui pronti,
Corsevi squadra di valore altiera,
Usa già fra le selve, usa fra i monti
Orribil farsi ad ogni orribil fera;
In vece d'elmo ad inasprir le fronti
Portano teschio di crudel pantera,
E de la varia spoglia intorno cinti
Fra gli altri risplendean quasi dipinti.
V
Giù dal profondo cor ciascun sospira,
Batte la fronte lagrimoso e geme,
Ma pur dove cader pallido il mira
Infuriato Mustafà ne freme:
Veggia mendici, a lor medesmi in ira,
I figli, e serva di lussurie estreme
La moglie, ei grida, da digiun costretta
Chi del caro signor non fa vendetta.
VI
Cotal dicendo alza la spada, e crudo
AMEDEO strigne; ei che 'l furor discerne
Al ferir, che ne vien porge lo scudo,
Così l'offesa, e la minaccia scherne;
Ma dove quel selvaggio il corpo ha nudo
Caccia l'acciaro entro le parti interne,
E prima il ventre, e poi le reni impiaga;
Quei cade, e 'l campo di suo sangue allaga.
VII
Ma la spada AMEDEO fatta vermiglia
Ver gli altri volse, ed a Rustan percote
L'orrida testa, intra l'irsute ciglia
Cala il tepido ferro oltra le gote;
Lungo singhiozzo e sanguinoso il piglia;
Vassene a terra; ivi le gambe ei scote,
E fatto in sul morir tutto di gelo
Con gli occhi cerca, e non ritrova il cielo.
VIII
Allor per gran dolor quasi rabbioso:
Celebino empio, ah rio Macon, dicea;
Non Dio, ma se pur Dio, Dio neghittoso,
Saziati appien di nostra angoscia rea;
Il ferro intanto di ferir bramoso
Verso la fronte al gran guerrier scendea
Folgoreggiando; ma su l'elmo al fine
Non resse in penetrar tempre divine.
IX
In mille scheggie se ne va qual vetro.
Spigne allora AMEDEO l'armata mano;
E quei dal cor, come ei la trasse indietro,
Rivi di sangue disgorgò lontano;
Freddo a toccarsi, a rimirarsi tetro
Caddeo repente, e fe' sonare il piano
Qual alto pin, ch'al fulminar trabocchi,
E morte oscura gli volò ne gli occhi.
X
In sì forte tumulto oltre si spigne
Sinan da Tarfe già canuto in guerra,
Cresciuto in su le ripe, onde si strigne
Ermo, che ricco d'or sì nobile erra;
AMEDEO con lo scudo il risospigne
Feroce urtando, e quei trabocca in terra;
Ivi AMEDEO l'impiaga, ove è diviso
L'un ciglio e l'altro, e quei rimansi anciso.
XI
Giunge Chendemo; ei già felice albergo
Faceva in Tarso ove pescar solea,
Poscia bramoso d'or vestendo usbergo
In se provò, s'avara voglia è rea;
Ratto per l'alta man trafitto il tergo
Ei ferma il piè, che sì leggier correa;
Ma nol fermava il vincitor, che forte
Caraman fere, e lo conduce a morte.
XII
Allunga il braccio, e la temuta spada
Interna fier ne la sinistra tempia,
E spezza l'osso, e per sanguina strada
Va nel cerebro, e tutto il cranio scempia;
Forza è, che l'infelice a terra cada
E del nemico i desiderj adempia;
Or quì freme Megera, e 'n fier furore
Rugge di rabbia e infellonisce il core.
XIII
Sferza ogni petto infuriando, e fiede
De' Turchi a dentro il cor, fiamma infernale
Sparge e strider che le procelle eccede
Gridando in suono a' fieri tuoni eguale:
Un sol nemico, ognun di voi sel vede,
Una spada soletta oggi v'assale,
Nè s'ardisce per voi, salvo fuggire?
E d'innalzar più gli occhi avrete ardire?
XIV
Mille minacce allor, mille rivolte
Son piaghe incontro al gran guerrier, ma vane
Molte ne fa l'elmo divino, molte
Lo scudo invitto a le percosse umane,
Molte da gli archi e da la mira tolte
L'Angel faceva indi volar lontane,
Molte non manco che per l'aria scerne
Con destri salti il cavalier ne scherne.
XV
Sì da gli strali e da le spade aita
Cercano indarno, e 'n trascorrendo il piano
Col gran ferro divin toglie di vita
Olfan, Zulemo, Beregir, Giorano,
Giaffer, Pirgo, Azamor; quinci smarrita
Fugge la turba la terribil mano,
E fatta al suono de le trombe sorda,
Nè di fè, nè d'onor non si ricorda.
XVI
Qual s'orba tigre a le caucasee sponde
Le gregge affronta, o là vicino al Gange
Empia col morso, empia con l'unghie immonde
Mille gole apre e mille fianchi frange;
Rimugghiano le selve alte e profonde
A l'atro scempio e 'l pastorel ne piange;
Sangue intanto funesta ampio la terra,
Tal feroce AMEDEO s'inaspra in guerra.
XVII
Sparso intorno di lampi e di fulgori
Vibra ne i petti altrui l'arme lucenti,
Crudo a mirar, come leon, che fuori
Dal chiuso vien de i lacerati armenti;
Versa dai torbidi occhi aspri furori,
Divampa, freme, alto dibatte i denti,
E de la vita il don contende e niega,
E tronca le man giunte, onde altri il prega.
XVIII
Quinci di Turacan su quello instante
Mal sommersa in terror fugge ogni schiera;
E quando ad altro oprar non è bastante,
Lor fassi scorta inverso il mar Megera;
Mettesi in mente quella turba errante
Por su le navi, e sì camparla spera;
Ma non per tanto con volubil piede
A non molti AMEDEO fuggir concede.
XIX
Aspro in valore ed in furor s'avanza,
Nè punto allenta la mortal battaglia,
Anzi di tuono ardente a la sembianza
Vince l'anima altrui pria che l'assaglia,
Tal soggiogando in guerra ogni possanza
Fende le lucide armi, i corpi taglia,
Infrange l'ossa, e d'atro sangue involto
Calca de gli atterrati il petto e 'l volto.
XX
Sì dietro a i vinti egli sen corre a volo
Pure a le piaghe, ed a gli strazj intento.
Ivi fra tanti insanguinava il suolo
Usucassano impallidito e spento;
E sovra lui, come sommerso in duolo,
Innalzava un demon strano lamento,
Lamento tal, quale a demon conviene,
E bestemmiando inacerbia sue pene.
XXI
Scorgelo un altro de lo stuolo inferno,
E gridava ver lui con guardi irati:
Asmodeo sì possente, or che discerno?
Ove lasci sepolti i pregi usati?
Fassi in guerra di Turchi aspro governo,
E tu quì piangi neghittoso e guati?
Nè per salute lor svegli l'ingegno?
Ora è ciò prova d'infernal disdegno?
XXII
Io, benchè indarno procurar vittoria
Oggi mai possa d'Ottomano a l'armi,
Vuò tal de l'opre mie lasciar memoria,
Che Lucifero almen deggia lodarmi,
Gli risponde Asmodeo; s'odi l'istoria
Ond'io contristo il cor, non che biasmarmi,
Anzi compiangerai, s'oggi quì piango,
Di sì caro desir privo rimango.
XXIII
Quì tacque, e dicea poi: di gemme e d'ori
Fa ben superba in Caria i suoi soggiorni
Carme, ch'accende co' begli occhi i cori,
Nè men gli accende co' sembianti adorni;
Costei fra le delizie e fra gli amori
Trasse de la sua vita i primi giorni,
E sormontando a la più salda etate,
Sempre fu liberal di sua beltate.
XXIV
Di tutto ciò ch'a medicare il volto
Per arte femminile ha maggior vanti
Ella ebbe il fior ne le sue man raccolto,
Piacevole esca per novelli amanti;
Nè di ciò ben contenta, il pensier volto
Le vidi ad opre de gli occulti incanti,
E quivi io me l'offersi, ed in più modi
Fei serva sua bellezza a le mie frodi.
XXV
Ove ella disiommi, al primo detto
De gli scongiuri suoi pronto volai,
E poi dentro aureo anel quasi costretto
Or le diedi risposta, or le parlai;
Per modo alfin la soggiogai, che 'l petto
Senza incendio d'amor non fu giammai,
Ed invogliata di desir perversi
Entro un mar di lascivia io la sommersi.
XXVI
Volsersi gli anni, ed al natio paese
Un suo figliastro ritornò d'essiglio,
Forte in campo d'amor ne le contese,
Vivace il guardo, il volto avea vermiglio;
Veder d'ambedue lor l'anime accese
A me sembrava non vulgar consiglio;
Lei mossi, ed a lui contra ella s'accinse,
E lusingando finalmente il vinse.
XXVII
Mentre gioconda e consolata appieno
Volgea la vita in dilettevol sorte,
Grave spavento contristolle il seno
Oltraggiando ad ogn'or tanto il consorte;
Ma breve fu, ch'ella temprò veneno,
E glielo porse, e lo condusse a morte;
Femmina al mondo d'ardimenti egregi
E degna che fra noi sempre si pregi.
XXVIII
Posta in sua libertà via più s'accende,
E salvo che diletti, altro non pensa;
Infra giochi, e fra danze il giorno spende,
E fra vin generosi a nobil mensa,
Ma l'ore che nel ciel Febo non splende
Fra delizie più care ella dispensa;
Sì fatte leggi io prescriveva a Carme,
Quando Ottoman sonò la tromba a l'arme.
XXIX
Sotto l'insegne del signor feroce
La fiera gioventù mosse le piante,
Nè fra 'l comune ardor manco veloce
Volle mostrarsi di costei l'amante;
Ella percossa di cordoglio atroce
Sparse caldi sospir, cangiò sembiante,
Stracciò le chiome d'or con dura mano,
Fece preghi e lamenti, e tutto in vano.
XXX
Poichè piegar non valse i rei pensieri
Troppo ostinati a la crudel partita,
Mi scongiurò, che tra' Rodian guerrieri
Prendessi a guardia così nobil vita;
Io gliene diedi fè. Duci, nocchieri
Godono il vento ch'a partire invita;
Giungesi in Rodi, e quì fra tanti ancisi
Vivo lo conservai, come promisi.
XXXI
Ma poco dianzi, quasi ria tempesta,
AMEDEO forte a nostri danni è sorto,
E per entro la strage atra e funesta
Il mio fedel, come tu vedi, è morto.
Non mi dannar s'io fremo; in questa testa
Per me si perde non leggier conforto,
Così pronto e veloce ei trascorrea
Ad ogni atrocità, quando il movea.
XXXII
E forse lei, che di costui fia priva
Incontra me s'infiammerà di sdegno,
E de' consigli miei venuta schiva
Ad opre oneste volgerà l'ingegno:
Ah pera il dì, che su la Rodia riva
Ottoman venne a dilatar suo regno,
Sì dicea con parole aspre e dogliose
A Belial; ma Belial rispose:
XXXIII
E che sento io? che di tua bocca ascolto?
Quale è tuo cor, chè sì trascorre ed erra?
Devesi altri turbar poco, nè molto
Quando un guerreggiator trabocca in guerra?
Il tuo fedel, che da la vita è tolto,
Pur nostro servo ne riman sotterra
Sposto a le fiamme eterne ed a i martiri;
Or non son questi alfin nostri desiri?
XXXIV
Carme tosto saprà torsi ai tormenti,
E nudrendo nel cor novella arsura
Diverrà vaga d'amator viventi
Schernendo di costui la sepoltura;
In van teco vaneggi, in van paventi,
L'impudicizia sua troppo è secura;
Se co' stimoli tuoi punto la desti,
Farai caderla in più malvagi incesti.
XXXV
Or le memorie lor copri d'obblio;
Ed incontro al valor de i campi avversi
Aggiungi i tuoi furori al furor mio
A pro de' Turchi, che sen van dispersi.
Megera di salvarli ebbe disio,
E verso l'Oceano hagli conversi;
Ma per la fuga lor, come si vede,
L'orribile AMEDEO non ferma il piede.
XXXVI
Su, movi, e dispieghiamo ali leggiere
Là 've stan d'Ottoman legni infiniti,
Ed a raccor le fuggitive schiere
Lievi battelli raduniamo a i liti.
Così sen vanno; in tanto aste e bandiere,
Torme di cavalier spenti e feriti
Cadean sul piano, e si vedeano in corso
Molti destrier senza rettor sul dorso.
XXXVII
Più nulla tromba con la voce orrenda
L'aria dintorno altieramente scuote;
E perchè de le turbe il cor s'accenda
Gli aspri tamburi nulla man percote.
Gridano i duci; ma non è ch'attenda
Alcun guerriero a l'animose note;
I cor tremanti, impalliditi i volti,
E son tutti a la fuga i piè rivolti.
XXXVIII
In questo punto, ch'a la turca gente
Di sua salute ogni sentier si toglie,
Scorge Megera, e giù nel cor dolente
Più sdegno cresce, e più furor raccoglie;
Per le spumose labbra un mugghio ardente
Dal petto arrabbiatissimo discioglie,
E da lo sguardo spaventoso e fosco
Schizzano gli occhi immedicabil tosco.
XXXIX
Ponsi le mani in su la testa e forte
Straccia le serpi, che rigonfie ed empie
Fischiano d'ira; ed in più groppi attorte
Armano il crin de l'infocate tempie;
Pensa de' Turchi a divietar la morte,
Ma non ben de' pensieri alcun s'adempie;
Fra tanti rifiutati al fin solo uno
Al fierissimo cor sembra opportuno.
XL
Ella sul campo, ove l'eccelse prove
Son d'AMEDEO, tutto di nebbia involve,
E sveglia vento procelloso e move
In contra il gran Campion nembi di polve;
Qual se per giogo alpin grandina e piove,
E l'aria in neve aspro aquilon risolve,
Vinto per via da la brumal tempesta,
Chiudendo gli occhi, il peregrin s'arresta.
XLI
In tal modo il guerrier ferma le piante
Intenebrato da la sparsa arena,
E da le tante piaghe e da le tante
Morti la destra, ed il fier brando affrena;
Ma la furia infernal cangiò sembiante,
E stretta intorno a se l'aria serena,
Quasi di corpo uman si ricoperse,
E quale è Megapente, altrui s'offerse.
XLII
Costui sul Gange in India ebbe gran pregi,
E di bugiarda santità fu chiaro
E sen fuggì, perch'annunziando a' regi
La lor malvagità, forte l'odiaro;
Quinci trattò di Ponto i duci egregi,
Ed a la fine in Caria ebbe riparo,
Donde movendo le velate antenne
Con gli esserciti a Rodi egli sen venne.
XLIII
Quì fatto singolar d'alto sapere,
Le glorie sue presso ciascun son note;
Costui simiglia il mostro, e tra le schiere
Del morto Turacan trova il nipote;
Giovin superbo, che le chiome ha nere,
E che di negro pelo empie le gote,
E ch'orgoglioso, e che soverchio osando
Non tende l'arco, e non si cinge il brando.
XLIV
Sol fra le turbe e fra l'orror di Marte
Con fulgida bipenne entra in battaglia,
Che parte punge orribilmente, parte
Con sottil filo orribilmente taglia;
Sparso il ferro è di fregi e tale è l'arte
Che d'altre arme il lavor non gli s'agguaglia;
Era il manico avorio, e 'n varj modi
Ben stelleggiato di dorati chiodi.
XLV
A sì fatto guerrier fassi d'appresso
L'atra Megera, e gli dicea: Tirinto,
In questo giorno da l'infamia oppresso
Il nostro pregio rimarrassi estinto.
Io mi credea, che 'l Rodïan concesso
A noi fosse oggi incatenato e vinto,
E con le turbe lor spente e mal vive
Saldare il danno de le patrie rive.
XLVI
Ma noi fuggiamo, e femminil spavento
N'empie le vene, e tutto il cor n'agghiaccia;
Or dove dileguò nostro ardimento?
Non abbiam spirto in sen? non abbiam braccia?
Mira la forza de l'orribil vento,
Ch'al nemico crudel percote in faccia,
È soccorso del ciel; stringiam la spada,
Ed apriamo a vittoria omai la strada.
XLVII
Così gli disse, e rinfrescogli in petto
La rimembranza de l'usato ardire,
Onde il prese di guerra alto diletto,
E d'acerba vendetta ebbe disire.
Già tutto sparso di furor l'aspetto
Dentro le ciglia ha le minacce e l'ire,
Gonfio di lena il fianco, il piè non tardo,
E 'l polso de le man via più gagliardo.
XLVIII
Per cotal guisa indomito, focoso
Verso Tersandro a lui vicin favella,
Tersandro d'Atalanta amato sposo,
Al già fier Turacan sola sorella;
Quel, che da gli occhi nostri or s'è nascoso
L'indiano Megapente in van s'appella;
Egli è messaggio sovrauman, chè tali
Non si movono andando i piè mortali.
XLIX
Ed io repente a le sue voci acceso
Sentomi franco, ed ho guerriero il core,
E l'usato vigor non m'è conteso,
Anzi a la destra mia cresce il valore.
Gli risponde Tersandro: hai ben compreso;
Anch'io di me medesmo or son maggiore,
Ho le piante leggiere, il braccio ho saldo,
E via più che l'usato il petto è caldo.
L
Proviamci a l'armi, e d'acquistar si tenti
L'alta vittoria ad Ottoman dovuta;
Non disperiam, che tra l'armate genti
De la guerra il tenor spesso si muta.
Udendo il cavalier sì fatti accenti,
Nessun periglio di morir rifiuta,
Vago de l'opre e de gli essempi altieri,
Cotanto arde Megera i suoi pensieri.
LI
Ed ella vola, e suoi veneni spande
Fra le turbe oggimai senza possanza,
Che rivolte a fuggir per varie bande,
Solo han posta ne i piè la lor speranza;
Ciascun la spada d'AMEDEO sì grande,
Ciascun volge in pensier l'alta sembianza
De l'orribile Eroe, quando li trova
Il mostro inferno, e rinfrancargli prova.
LII
Parla a Cefiso, a Foroneo ragiona,
Agita Trasimede, agita Eurota;
Gente, che di valor porta corona,
E che del duce morto era devota:
Deh come è, che virtù sì n'abbandona?
Come è, che 'l nostro acciar più non percota?
Squadra di premi e d'ogni onor ben degna,
De le vostre minacce or vi sovvegna.
LIII
Quando di Caria si sciogliean le sarte,
Rodi a le vostre destre era vil guerra,
Per le labbra di voi le voci sparte
Volean d'Europa soggiogar la terra;
Italia, Roma, il popolo di Marte,
Ciò, che da' sette colli entro si serra
Allor si riponeva in fiamme e 'n pianti,
Ed ora in lungo obblio son posti i vanti?
LIV
Perchè non sento quì l'altiere voci,
E non rimiro le sembianze istesse?
Rimembrate quei dì tanto feroci;
Io dimando ora a voi vostre promesse.
Per questi gridi divenute atroci
Le turbe dianzi da viltate oppresse
Stringonsi vivamente a le lor scorte,
Da se sgombrando il vil pensier di morte.
LV
Qual fieri lupi entro selvaggia sponda,
In cui fer scempio di lanoso armento,
Sen vanno addrappellati, ove bella onda
Spande con mormorio fonte d'argento;
Orribil vista! d'atro sangue gronda
L'ingorda bocca, e ne rosseggia il mento,
Ardono gli occhi, e l'arator lontano
Guarda tremante; egli bestemmia in vano.
LVI
Cotal moveano, e con sembianze orrende
Ciascun per gli occhi sfavillava d'ira;
Ma dal gran seggio, ove immortai risplende
Il sempiterno Creator sel mira,
Nè pria col cenno a comandarlo prende,
Che il turbo inferno più quà giù non spira,
E sul mosso terren posa l'arena,
E l'aria per lo ciel fassi serena.
LVII
Ed ecco in alto un fiammeggiar profondo
Correa di tuoni orribile infinito;
Traggo al rimbombo l'Ocean dal fondo
De gli antri spaziosi ampio muggito;
Tutto si scuote il ciel, si scuote il mondo,
Si scuote infra gli abissi il gran Cocito;
Ed orrendo AMEDEO spegne e minaccia
Il campo avverso, e ne la fuga il caccia.
FINE DEL CANTO XIII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO XIII.
«Nel XIII. si continua di narrare la battaglia.» In queste pochissime
parole strinse il Chiabrera l'argomento del Canto.
Il cavaliere d'Urfè nota in primo luogo, che non doveva il Poeta far
combattere i due eserciti, quanto si stendono quasi due canti--sans
qu'Amedee y soit.--Questo difetto sarà stato nel MS; ma non è nella
stampa; dove il verso 3 della st. I ci rappresenta _Amedeo_ che si
_travaglia in armi_; e nella st. 5 il veggiamo ferire a morte uno de'
turchi più. valenti, nominato _Mustafà_. Che anzi il critico stesso,
dimenticando ciò che dianzi avea detto, ripete l'osservazione già
fatta ne' canti precedenti «que tous les combats d'Amedee sont
commancez et finis d'un seul coup» Se non che allora così scrisse
generalmente di tutti gli scontri d'un guerriero contro dell'altro; e
qui rinnova la querela in modo speciale per Amedeo. A dire il vero,
non può negarsi che i singolari combattimenti descritti dal Tasso con
tanta varietà di avvolgimenti e di ferite, non sieno spettacolo più
bello e più gradito che non i colpi mortali del Duca di Savoja; ma si
potrebbe dire non meno, che l'Autore della Gerusalemme trasportò in
Palestina e tra' combattenti le finte pugne delle giostre che vedeva
in Ferrara alla corte degli Estensi.
Assai ragionevole mi sembra un'altra obbiezione del critico; ed è
quella che cade sopra le stanze 20. 21. e seg.: »Le discours d'Asmodee
est (leg. _et_) de Belial seroit plus propre d'estre omis, parce qu'il
ne sert de rien au poeme et sinon a faire parler des demons, qui ne
sont que trop ordinaires en cet oeuvre, et mesmes qu'ils ne doivent
iamais estre represantez que pour chose entierement necessaire.»