CANTO XI.

ARGOMENTO.

_Sultana d'Ottoman volta allo scampo

Sangario invoca, e gli esecrati incanti;

Ei di battaglia a scongiurar sul campo

Va i morti corpi, quivi oprar suoi vanti:

Surge un estinto nel tracciato campo

Degli incantati al suon magici canti;

All'annunzio di quello, offre sua vita

Per dare al re la bella Irene aita._

I

E pur Sultana in quel notturno orrore

Con fervido pensier cerca ogni strada

Perchè tra gli aspri assalti il suo signore

Soverchio ardito in guerreggiar non cada:

De gli annunzj del Ciel prende timore,

E teme d'AMEDEO l'invitta spada.

Così molto rivolve il cor dolente;

Al fin Sangario le ritorna in mente.

II

Costui scorse del sole il primo aspetto,

E di sua vita le stagion novelle

Trasse sul Nilo; ed ivi ebbe diletto

Osservando il girar de l'auree stelle;

Al fine empio divenne, e volse il petto

A gli inganni de l'ombre a Dio rubelle,

E ne l'arte infernal trascorse avanti,

Maestro rio d'abbominati incanti.

III

Poi giunse in Asia; a sua gran fama intento

Quivi Ottoman d'ogni favore il degna;

Or con sì fatto mago il suo tormento

Sultana afflitta consigliar disegna:

Quinci manda Arimeo, che 'n un momento

Comandi a lui, perch'egli a lei sen vegna;

Ed Arimeo trovollo, ove rinchiuso

Lunge da gli altri essercitarsi era uso.

IV

Colà su l'ora, che più folta e scura

La notte al colmo de' suoi corsi ascende,

Artefice crudel spende ogni cura

Ne la malvagità de l'opre orrende;

Toglie corpi infelici a sepoltura,

E di sanguigne membra empie le tende,

E da loro unghie egli disvelle e chiome,

E di cento demoni invoca il nome.

V

Quinci è forte a sfiorir de i pregi amati

Gentil beltà sì che si prenda a scherno,

E guastando per via parti aspettati

Infecondare altrui l'alvo materno;

Quinci rompe de l'anno i corsi usati

Ed usa a le stagion cangiar governo,

E cosparge per l'aria umidi nembi,

E de l'umide nubi asciuga i grembi.

VI

Mentr'egli col favor de l'orrida ombra

Ne gli studi essecrabili s'avanza,

Arimeo giunge, e di timor s'ingombra

In su l'entrar de la terribil stanza;

Sì folto ciglio ambe le luci adombra

Al mago, e così fosca ha la sembianza,

E sì bieca la vista e venenosa

Che sofferirla il messaggier non osa.

VII

Ei si ferma da lunge, e gli occhi bassi

Da lui rivolve, ed a sì dir gli prende:

Vuolti Sultana; or meco movi i passi,

Là, 've bramosa il tuo venire attende.

Dentro la tenda ria pigro non stassi

Come il desir de la regina intende

Sangario, e col messaggio a lei s'affretta,

Ed a lei giunto il suo parlare aspetta.

VIII

Ella di pianti nubilosa il ciglio,

E punta il cor d'inconsolabil duolo,

Scolora in su la guancia il bel vermiglio,

Ed indi scioglie a questi detti il volo:

Mirabile maestro, il cui consiglio

Ne i gravi affanni è mio refugio solo,

Ed a cui di spiar non è chi vieti

De l'inferno e del ciel gli alti secreti;

IX

Se mai tuo spirto in su l'Olimpo ascese

A misurar de l'auree stelle i segni,

E s'affannando per eccelse imprese

Mai scongiurasti de l'abisso i regni;

Oggi del tuo saper siami cortese,

E l'alma tua più che giammai s'ingegni,

E di quanto ella può nulla mi neghi,

Ch'altissima cagion fa, che ten preghi.

X

Già tu saper ben dei, come Ottomano

Soggiogava di Rodi omai l'impero,

Quando improvviso, e per cammin lontano

Venne da l'alma Italia alto guerriero,

E con atroce incontrastabil mano

Come fece di sangue ogni sentiero,

E chiudendo per noi la strada aperta

Oggi ne rende la vittoria incerta.

XI

Di quì s'infiamma, ed a lo sdegno il freno

Ottoman scioglie, e guerreggiar destina,

Nè vuol, che per altrui gli venga meno

La palma al suo valor tanto vicina;

Mentr'ei sì di furor rigonfia il seno,

A me dianzi discese ombra divina,

E con certo parlar fe' manifesto

Il fin di queste guerre empio e funesto.

XII

Consiglionne di quì partir veloce

E così torsi a le miserie crude;

Io pregai del mio re l'alma feroce,

Ed ebbe il mio pregar nulla virtude;

Chiude gli occhi al mio pianto, ed a mia voce

Ognor l'orecchie inesorabil chiude,

Sì che sperar non so, che a i casi rei

Altri 'l sappia involar, se tu non sei.

XIII

Movi, Sangario, e ne l'orribil sorte

Salda la fede, e l'arti tue sian pronte;

Ed imprimi quei segni, onde sei forte

Scotere i campi, e di Cocito il fonte;

Rimira, ch'Ottoman sen corre a morte:

Deh togli a l'Asia e le miserie e l'onte,

E ti caglia di me, cui si riserba

Più ch'ad altro mortal miseria acerba.

XIV

Sangario volto a que' begli occhi aspersi

Di caldo pianto, ch'a pietate invita,

Rispose: quando a' Rodïan dispersi

Cantò la fama, che verrebbe aita,

Io con gli studi miei l'alma conversi

A bene esaminar la voce udita,

Saper bramando qual nemico fosse,

Che sì da lunge i nostri cor percosse.

XV

E risposto mi fu, che dal confine

De l'alma Italia appariria guerriero

Con la cui nobil destra armi divine

A Rodi afflitta manterrian l'impero;

Io chiedei molto, e molto intesi; al fine,

Vincer le costui forze è van pensiero,

E s'altri soverchiar spera suo vanto,

Erede fia d'incomparabil pianto.

XVI

Muto rimasi, e palpitommi il core,

E ciò sentendo ebbi di ghiaccio il petto;

Ed ora il mio timor fassi maggiore

Quando cotanto mal vienti predetto;

Duolmi, che 'l grande ardir del tuo signore

Abbia di quì pugnar sì gran diletto;

Chè la vaghezza de gli uman pensieri

Sovente a gran tormento apre i sentieri.

XVII

Ma non per tanto e sacri rombi, e rote

Composte a' vampi di sulfurei fumi,

Ed al senno mortale erbe non note,

Colte per opra di tartarei numi,

Spenderò tutte, e l'ineffabil note

Onde ne i corsi lor fermansi i fiumi,

Ed a' lumi del cielo erranti e fissi

Darò travaglio, e stancherò gli abissi.

XVIII

Tacquesi a tanto; e la reina allora

Con sembiante gentil grazie gli rende,

E fra nobili detti, onde l'onora,

D'alte promesse a caricarlo prende;

Ma Sangario colà non fa dimora,

Anzi ritorna a le rinchiuse tende,

E d'esecrati arnesi ei si provvede,

Poi sul campo dei morti affretta il piede.

XIX

Ivi, somma pietate al guardo umano,

Scannato in terra canuto uom rimira,

E da gli altri cadaveri lontano

Infra duo fochi di cipresso il tira:

Poi supin lo distende, indi sul piano

Ben sette volte a lui dintorno ei gira

Vibrando con la destra un orrido angue,

Ma spande con la manca onda di sangue.

XX

E grida orrendo: o del più basso inferno

Squallidi campi e tenebrosi orrori,

E del fier Flegetonte incendio eterno,

E del golfo leteo zolfi e bollori,

Spirti, che di Pluton siete al governo,

E tu Pluton, che ne i profondi ardori

Tormento assegni, e dai supplicio a gli empi,

E cresci ognor di feritate esempi;

XXI

Se pur d'atrocità sommo diletto

Sempre ho nel cor; s'a scongiurar non vegno

Che di furia infernal non gonfi il petto,

E le leggi del ciel non prenda a sdegno,

Infra voi mio desir non sia negletto,

Numi possenti del tartareo regno,

Ma siavi a grado, e questo incanto udite

Fatto con tanto studio, ombre di Dite.

XXII

Batta le piume, e la prigion profonda

L'anima di costui lasci a' miei preghi,

E ne l'esangui fibre ella s'asconda,

E le venture d'Ottoman dispieghi;

S'avvien, ch'al gran signor vita gioconda

E di più quì regnar spazio si neghi,

Lecito sia, che per sua voce intenda

Quale a scampo di lui può farsi emenda.

XXIII

Così dicea; ma l'infelice estinto

Le membra a quel suo dir nulla non mosse.

Allor Sangario ambe le guancie è tinto

D'atro pallore, e le pupille ha rosse;

Muto riguarda, e da furor sospinto

Calcò pria lo scannato, indi il percosse

Con le vipere ree, che 'n man stringea,

E con gridi, e latrati alto dicea:

XXIV

Posasi il mondo, ed in pregarvi io solo

M'affanno, e tutto ciò vien, che non vaglia

Sì mal m'udite, e pur n'andreste a volo,

A scongiuri di Colco e di Tessaglia;

Torme cadute da l'etereo polo,

Fia mai, che di mio studio a voi non caglia?

Onde l'orgoglio? or così poco è noto

Il valor de' miei carmi, Atropo e Cloto?

XXV

Forse spargete la mia voce a i venti,

Nè sonvi a cor le mie vergogne e l'onte,

Perchè tempro con voi soavi accenti?

Nè so gridar? nè le minaccie ho pronte?

Ah Persefone ria, non ti rammenti

Quando a te col mio dir cangio la fronte?

E che, se forte a scongiurarlo prendo,

Costringo al mio voler l'Erebo orrendo?

XXVI

Non pose fine al favellar, che sorto

Scorse l'uom spento e 'n guisa tal s'offerse,

Che sembrava a mirar tra vivo e morto

Di sì fatto colore ei si coperse;

Era sanguigno i crin, lo sguardo torto,

La fronte oscura; e sì le labbra aperse

Che, qual fischio per l'aria udir si suole,

Ferian l'orecchie altrui le sue parole.

XXVII

E dice: a che 'l tuo cor cotanto or freme?

Perchè minacci? e di gridar non resti?

O te crudel, che dopo l'ore estreme

I miseri svenati anco molesti;

Cadrà 'l popolo turco, e seco insieme

Questi campi Ottoman farà funesti

Del proprio sangue dilagati e sparsi

Pria che dimane il sol veggia corcarsi.

XXVIII

Egli scampo non ha; tutta è fornita

La speranza di voi, se per pietade

Vergine non espon sua propria vita,

E se stessa uccidendo ella non cade,

Come dal petto fìer la voce uscita

Nunzia fu de l'atroce crudeltade,

Fece in aria volar strida dogliose,

Indi il morto cadeo, nè più rispose.

XXIX

Poi che da l'ombra ria Sangario colse

Esser la morte d'Ottoman vicina,

E quale era il rifugio, ei si rivolse

A farne saggio il cor de la regina;

Ella ben pronta il suo venir raccolse,

Ma da gli atti di lui duol s'indivina

Onde non può tacer tosto che vede

Quegli occhi foschi, e disiosa chiede:

XXX

Che rechi tu? l'oscurità del ciglio,

E l'affanno, che 'n faccia io ti rimiro

Danmi certezza del mortal periglio,

E de l'immenso danno, ond'io sospiro.

O del grande Ottoman fiero consiglio,

Ostinato ad ogn'or nel mio martiro?

Sara pur ver, che ne gli strazj acerbi

Per me nulla pietate il Ciel riserbi?

XXXI

Mentre si lascia in preda a fier cordogli,

Sangario le dicea: perchè t'affanni?

In van da gli atti miei pena raccogli,

Falso argomenti, e te medesma inganni;

Reina, dal timor l'alma disciogli,

Chè non è stella in Ciel, che ti condanni,

Anzi a tua vita ritrovar conforto

Aperto varco e non fallace ho scorto.

XXXII

Indi il secreto inferno ei le dispiega

E quale scampo ad Ottomano avanza,

E varj detti accortamente impiega,

Per forte sollevar la sua speranza;

Ella gli occhi dogliosi a terra piega,

Tutta vinta d'angoscia a la sembianza,

E stette immota alquanto, indi si scosse,

E poi la fronte con la man percosse.

XXXIII

Ululi l'Asia, ella diceva, e i canti

Oblii dolente, e tutta a brun si vesta,

Ed ogni sposa co' più rei sembianti

Omai de l'aureo crin rada la testa;

Qual fra miserie, e fra dolor cotanti

Ora puossi aspettar salvo funesta?

E qual con Ottoman, che corre a morte

Non ci s'appresta miserabil sorte?

XXXIV

A lo scampo di lui propensi aita

Se verginella al suo morir succede;

Se donna si chiedeva, era mia vita

Ben pronta ad offerir l'estrema fede:

Ah che nostra salute oggi è schernita;

Una vergine a morte ecco si chiede

Che trovar non sapremo, ed io che presta

A morir mi sarei, non son richiesta.

XXXV

Or chi verrà che nostre colpe emendi?

Come in ciel placherassi il fier disdegno?

Chi chiuderà la strada a casi orrendi?

Da qual possanza aspetterem sostegno?

Ottoman, tu sei morto; in van contendi,

Rodi fia de' tuoi giorni ultimo segno;

Sì grida; e tratta a le sì nove pene

Ver lei sen venne, e presentossi Irene.

XXXVI

Costei nacque reina, ed a Sultana

Poi crebbe in seno, a lei minor sorella,

Bella così, ch'ogni bellezza umana

Perdeva in paragon nome di bella;

E ne l'aria del volto umile e piana

Ogni sguardo di lei sembrava stella

Che scintillando intra notturni orrori

Vibri in cielo seren raggi maggiori.

XXXVII

Era sul terzo lustro, e ne l'aspetto

Le rideva il bel fior di gioventute,

Ma per eccelso cor nudriva in petto

Saldo desir d'ogni maggior virtute;

Or quando udì ciò che Sangario ha detto,

Del sovrano signor per la salute,

Intenerita di Sultana al duolo,

Franca disciolse a questi detti il volo.

XXXVIII

E disse: o del mio cor cara germana,

Ed o cara reina, onde disperi?

Perchè cotanti guai? mira, Sultana,

Che di troppo spavento empi i pensieri;

Se da Sangario vien fama non vana

Sottrarremo Ottomano a' casi fieri,

Che per farti felice alto diletto

Sarammi il sangue riversar dal petto.

XXXIX

Ella così dicea: ma prende a sdegno

Sultana quel parlar, come l'ascolta,

E mesta sì, che non può stare a segno,

Gli occhi ora in terra, ed or al ciel rivolta;

Pera Ottoman; vada sossopra il regno,

Ed io nel mio dolor stiami sepolta,

Io via più di ciascun, per cui sola una

Guasta i pregi de l'Asia empia fortuna.

XL

Per me di fiera guerra orribile arte

Arma di Rodi il campo in questi giorni,

Che se del gaudio suo non fossi a parte,

Forano d'Ottoman lieti i ritorni;

E d'altrui si vedran le vene sparte

Perchè regia corona il crin m'adorni?

Tale offerta s'udrà? tu, che l'intendi

O celeste pietà non te ne offendi?

XLI

Deh come lieta, e del mio ben gioiosa

Verrebbe l'Asia a rimirarmi intenta

Veggendomi apparir vittoriosa

Col voto altier de la sorella spenta?

Qual non sarà per me vista sdegnosa?

O qual fìa lingua a bestemmiarmi lenta?

Chi da me lunge non torrà suoi passi?

Per certo anco le fere, ed anco i sassi.

XLII

Ella così contrasta; e non per tanto

Ne la nobile impresa Irene è forte,

E soggiungea: non invidiar mio vanto;

Io son fermata di condurmi a morte,

Or tu disgombra il duol, disgombra il pianto,

E l'incauto pensier volgi a tua sorte,

Acerbissima sì, ch'ella ti mena;

S'io nol divieto, a miserabil pena.

XLIII

Dono i miei giorni a queste squadre armate;

E perchè l'Asia nostra alma s'onori;

E perchè sian di te l'ore beate

Godendo i regni, e d'Ottoman gli amori,

Le rimembranze, che ciascuna etate

Per chiara fama ascolterà maggiori

Il grido, il rimbombar de i pregi miei

Fiami quel ben, che più vivendo avrei.

XLIV

De l'umano passaggio i dì son corti;

Solo n'eterna, e ne mantien virtute;

Vivete lieti, e ne i maggior conforti

Me rammentate, onde vi vien salute.

Sultana a quel parlar sembianti smorti,

Occhi avea tenebrosi, e labbra mute,

Venuta a men nel duol che la trafisse,

Allora Irene in ver Sangario disse:

XLV

Mentre che di se stessa il duol la toglie,

Ed ogni senso passion le fura,

Andiam; chè le sue strida, e le sue doglie

La morte a sofferir mi farian dura;

Tu de l'inferno ad appagar le voglie

Con l'arte occulta, e col saper procura,

Io darò 'l sangue, e serberovvi in vita

Il gran signor con la mortal ferita.

XLVI

Ciò disse a pena, e con altier sembianti

Trasporta il piè fuor de le regie tende

Succinta in gonna d'or, che di diamanti

E di gran perle variata splende;

Allor Sangario le trapassa avanti,

E d'atra pece sette faci accende,

E va nel campo ove giaceansi estinti

De la battaglia, e vincitori e vinti.

XLVII

Quivi tra mille brandi un ferro scelse

Ancor stillante, e con dimessi accenti

Da l'immondo terren l'erba divelse,

Ed impresse su lui segni possenti;

Poscia rivolto in ver le stelle eccelse,

E verso i regni de l'inferno ardenti

Col mormorio, che più tra' maghi è forte,

L'alta donzella consegnava a morte.

XLVIII

Al fin le porge il ferro; ed ella franca

Pur col bel guardo a rimirar sereno

Strinselo ne la destra, e con la manca

I ricchi manti si squarciò dal seno;

Mostrò quel petto, che se l'alpe imbianca

Candida neve in paragon vien meno;

Indi le belle ciglia al ciel converse,

E poi le labbra a questi detti aperse:

XLIX

Se 'n vece sua, perch'Ottoman non mora,

Alma trafitta volentier s'accetta,

Questa, che per mia man sen vola fuora,

Numi eterni del ciel, non sia negletta;

Plachinsi vostri sdegni, e da quest'ora

Sovra Rodi per noi scenda vendetta,

Nè vestigio di gloria in lei rimanga,

E sotto il giogo turco ululi, e pianga.

L

Regni Sultana; e ne la patria terra

Non pure il pregio suo sen vada altiero,

Ma di quanto l'Egeo nel grembo serra

Al legnaggio di lei si faccia impero;

Ei tenda l'arco, e minacciando in guerra

Italia il tremi, e l'orgoglioso Ibero;

Questo cheggio da voi, questo dimando,

E con queste preghiere il sangue spando.

LI

Fornito il dir, de l'essecrabil spada

Pon l'else in terra, e con crudel furore

Sovra lei s'abbandona, e fa che vada

L'orrida punta a ritrovarle il core;

L'alma, che se ne uscì per l'empia strada,

Le guancie asperse di mortal pallore,

E quegli occhi ammorzò, ch'al mondo furo

Lampi di viva luce, un nembo oscuro.

LII

Tepido ancora, e de le piaghe molle

Era il bel corpo, e sanguinava il lito,

Quando tra forti turbini s'estolle

Ed a gli amici sguardi ecco è rapito;

Froda fu di demon, che mostrar volle

Esser l'atto terribile gradito,

E che s'era adempiuto il fier decreto,

Ed il cor di Sangario indi fu lieto.

LIII

Ei calcando il sentier rapidamente

A la tenda real fece ritorno,

Che vicina a' zafir de l'Orïente

Omai l'aurora precorreva il giorno;

E già guerniti d'arme, inclita gente,

Erano i duci ad Ottomano intorno,

Ed ei volto a gli assalti omai vicini,

Sbandito il sonno, abbandonava i lini.

LIV

Ivi disse del re l'ore perverse,

E ciò che per suo scampo il ciel promise;

E ch'a morte magnanima s'offerse

La bella Irene e di sua man s'ancise.

Verso il nunzio crudel l'alme converse

Teneano i Turchi in miserabil guise,

E 'l sovrano signor, come l'intese,

Tra pietoso ed irato, a parlar prese:

LV

Omai di Rodi soggiogar l'impero

Posso a mia voglia, ed oscurar sua gloria,

Ma gioir poco, e poco andarne altiero

Mio nome unqua potrà per la vittoria,

Che non sol ci costò sangue guerriero

Ne l'universo durerà memoria

Lasso, ma si dirà, ch'io fui costretto

Di real donna a lacerare il petto.

LVI

Ah che nulla ne seppi; e certo in vano

Per me salvar ti condannasti a morte;

Nè permesso l'avrei, ch'era mia mano

D'ogni nemico a trionfar ben forte;

Ma se tu sul fiorir per Ottomano

Non paventasti formidabil sorte,

Che dee fare egli intra Cristiani armato,

Perch'al nome di te non sembri ingrato?

LVII

Poi che Rodi atterrata, e di sue mura

Fia cosparso l'incendio oltra le stelle;

Vecchi ed infanti entro prigione oscura,

E fian le madri vilipese ancelle,

Io per vendetta di tua morte dura

Scannerò con mia man cento donzelle,

Ed ergerò sepolcro, in cui si miri

Lunga memoria di tuoi bei martiri.

LVIII

Non mento, Irene, i Rodïan dolori

Con altra prova affermeran mio detto;

E tu ben lunge da gli umani errori

Discerni appien quanto richiudo in petto;

Sì dice; e va dove i notturni orrori

Suoi Sultana passar sovra aureo letto;

Ivi seco disfoga i casi amari

Finchè l'ore notturne il sol rischiari.

FINE DEL CANTO XI.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XI.

L'argomento del poeta è brevissimo:--Nel XI si sacrifica Irene sorella

di Sultana per lo scampo di Ottomano.--Ma le osservazioni critiche del

Cav. d'Urfé sono copiose. Nota in primo luogo che il poeta «descrit

l'habitation de Sangario, comme si c'estoit en sa propre demeure avec

les paremants et horreurs qui sont dans les effroyables cavernes de

telles gens.» La qual cosa sembra non convenevole al censore; perchè

cioè _ils sont devant de Rhodes_, non già nella patria di Sangario, il

quale _nacque sul Nilo, poi giunse in Asia_ ed ottenne _il favore_ di

Ottomano. La censura è verissima; se non che nella stampa non si trova

la descrizione della casa del Mago e de' _paramenti_ che orribilmente

l'ornavano. Vero è che il Poeta dice l'_orribil stanza_ parlando del

luogo, nel quale chiudevasi Sangario per operare i suoi studj di

magia; ma oltre che il Chiabrera non fa descrizione di paramenti,

ognuno ben vede che il mago doveva avere una tenda, o trabacca, o cosa

simile, dov'esercitarsi ne' suoi incantesimi. Adunque diremo che il

Poeta togliesse dall'opera sua quella descrizione che giustamente

spiaceva al censore.

Seguita a dire il Cav. d'Urfé che «la Sultane parle a Sangario de

l'action que Amedee avoit fait le mesme jour comme s'il y avoit des

mois et des annees; _venne de l'alma Italia; fece di_ _sangue ogni

sentiero_.» L'osservazione è giustissima; e duolmi che il Chiabrera

non abbia tolto dal poema questa dissonanza; nè anche nel MS. che

lasciò emendato per la seconda edizione.

La terza censura riprende il Poeta per avere mal conosciute le regole

de' magici scongiuri: «Sangario au commancemant de sa coniuration

outrage le Demon qu'il invoque et l'appelle cruel et meschant, ce qui

n'est pas suivant le reigles de samblables enchanteurs, qui au

contraire les louent toujours.» Io confesso la mia ignoranza assoluta

del cerimoniale de' Maghi quando parlano a' demonj; ma dico che nel

poema, qual è nella stampa, non veggio che Sangario sul bel principio

manchi di rispetto a' signori del regno tenebroso; che anzi li prega e

dà loro il titolo di _Numi possenti_. Forse il MS. venne riformato dal

Chiabrera, dopo d'aver imparato, dal suo censore il Galateo de'

diavoli.

Profonda è l'osservazione seguente, per coloro che riguardassero le

magiche frodi come un'arte vera fondata sopra regole sicure: «Mais il

faut noter icy une chose; que je ne say comme l'Auteur a osé mettre

les paroles mesmes des quelles le magicien se sert; chose qui est

encores sans exemple, car c'est aprandre a faire le mesme sortilege.

Et tous les autres poetes qui en ont parlé, s'ils mettent les

circostances et les choses qu'ils font, ils ne mettent point les

parolles, mais disent seulement, il murmura certains vers ou certaines

parolles; et s'ils mettent les parolles, ils passent sous silance les

circostances, mais celuy cy a mis touttes le deux. Et ce qui est cause

que cela ne se doit pas, c'est que ou lon aprand (_sic_) a etre

sourcier si la recette est vraye; ou bien si quelque curieux la

vouloit espreuver et ne le trouvant pas vray (_sic_), il peut

convaincre l'auteur de faux.»

Veramente io penso che non dorrebbe gran cosa al Poeta d'esser

convinto di falso in arti magiche; ma se il Chiabrera voleva

introdurre magie nell'Amedeide, doveva conformarsi a ciò, che secondo

l'opinione di coloro che prestano fede a' sortilegj e simili sciocche

ribalderie, è proprio dell'arte magica; specialmente avendone gli

esempj d'altri poeti.

Un'altra censura non sarà quì trascritta, perchè nel poema stampato

non apparisce la contraddizione notata dal Cav. d'Urfè; ed è la

seguente: Irene s'offre a morire per placare gli spiriti infernali; ma

nell'atto di darsi la morte prega gli spiriti celesti ad esser paghi

di tal sacrifizio. Se così era nel MS. ottimamente fece il Poeta a

riformare questa parte dell'opera.

Ma, soggiunge l'Urfè: il Demonio che inventò l'artifìzio di far morire

una Vergine vittima agli Dei, era molto ignorante, non sapendo che i

Turchi adorano un solo Dio, e non fanno sagrifizj agli Spiriti

infernali. Questa osservazione non è da porsi in dispregio.

E ciò stesso diciamo della seguente: vassene Sangario a cercare un

morto nel luogo dove il dì avanti s'era combattuto; nè il Poeta parla

di sentinelle, che guardassero il campo; cosa troppo contraria alle

regole di buona guerra. Si potrebbe rispondere che i Turchi d'allora

non sapevano, o non curavano tutte le minutezze della nostra

disciplina militare; ma sarebbe risposta da non farne conto;

perciocchè i Rodiani, specialmente essendo smantellata la città, e il

campo ad essa vicino, non potevano rimanere senza guardie in faccia al

nemico; secondo che ottimamente considera il censore.

Trascriverò l'ultima osservazione: «De plus, il fait que Ireine se tue

elle mesme, qui est une chose inacoutumee et qui n'a iamais esté ditte

que la victime se tua soy mesme.» Qui altri potrebbe dire, che non si

trattava precisamente di un sagrifizio in tutto il rigore teologico

ossia liturgico (che anche le false religioni hanno certe loro

credenze e cerimonie fedelmente mantenute), ma sì di far morire una

vergine, della quale i demonj chiedevano la morte per salvare

Ottomano. Come che sia, non piace nè a me pure, quella Irene che da se

medesima s'uccide. Vorrem noi dire che il Poeta pensasse con ciò di

far meglio risaltare l'eroismo della vergine?

È degno di osservazione che nel sec. XVI, anzi nel 1555 due

protestanti inglesi, cioè il chimico Devi ed un Kellay suo compagno,

avevano posto nuovamente in uso la sacrilega superstizione di tentare

per mezzo de' cadaveri di conoscere le cose occulte; come si può

vedere in una operetta del Gaspari intorno le avventure di Francesco

Pucci.

NB. Nella st. 10 dì questo canto XI dove l'ediz. prima legge:

Come fece di sangue ogni sentiero,

nella ediz. 2. è--Come sparse di sangue ec.--

Amedeide: Poema eroico · 第 10 / 22 章