CAPITOLO IX.

Il Cardinale.

Finchè ebbero speranza di ridurlo a granaio, a taverna, o in uso altro

più vile, lo tennero sodo più che grappa impiombata; quando poi furono

intimati in virtù della legge _ne urbs ruinis deturpetur_ a reggerlo co'

puntelli, gli ebrei, che ci avevano prestato su danari ad ipoteca,

consegnarono il palazzo dei Pelliccioni in mano degli Edili, i quali,

per evitare che diventasse una macía, secondo il buon giudizio, che

governa ordinariamente i partiti municipali di tutto il mondo, lo

trasmisero nelle mani della Distruzione.

I dominatori, che sanno l'arte, gli oppressori genuini non entrano di

straforo nei paesi a mo' delle volpi nei vigneti per piluccare i

grappoli, bensì di coloni per pestarli dentro ai tini; di fatti i

capitani stranieri quando s'immisero nelle città italiche portarono la

lancia in resta ferma sopra la coscia; adesso quando vi s'insinuano,

adoperano altresì la lancia, ma quella con la quale _giostrò Giuda_[22];

onde i primi violentando solo i corpi poterono esserne cacciati, i

secondi corrompendo le anime non poterono, o tardi, o male.

La Distruzione poi prese possesso del palazzo Pelliccioni in modo

conveniente alla maestà sua; calcando col piè grave la gradinata del

palazzo ne ruppe gli scalini, coi gomiti scantonò i pilastri della

porta, ed, appena introdotta, di una capata sfonda il soffitto dello

androne: quivi gli alunni di Giulio Romano avevano molto maestrevolmente

dipinto la battaglia dei Titani contro Giove: adesso di cotesti

formidabili figliuoli della terra tu non miravi altro che un mucchio di

gambe tronche e di piedi, nè Giove era intero, bensì scemo della testa,

e il suo folgore privo di saetta ciondolava come il cordone umbellicale

di qualche altra divinità piovuta di fresco dal cielo. Il Byron, preso

dagli azzurri sereni dello empireo di oriente, afferma lassù, in fondo

in fondo di quelli contemplarsi Dio, ed anco nel cielo dello androne dei

Pelliccioni, finchè rimase intero, fece il Saturnio temuta mostra di sè;

ma adesso che la Distruzione lo aveva sfondato, se ci addentravi lo

sguardo, vedevi una tela di ragnatelo ordita per chiappare le mosche:

anco i Numi stanno in potestà della Distruzione.

Per quanto fossero ampie le camere, e le sale, la fiera Ospite non aveva

trovato luogo capace per sè; onde dopo avere spaccato i muri si

arrampicava sul tetto; il palazzo vinto dall'immane peso per molte crepe

pareva ridere nella guisa, che il gladiatore ferito a morte nel

diaframma rideva. Seduta sul letto come re sul trono la Distruzione

avendoci incontrati altri Dii dette subito mano a manometterli non solo,

ma altresì a norma della ragione di stato renderli contennendi e vili;

chè a Marte tolse via il naso e la spada; a Venere troncò la mano, che

pittori e scultori effigiano distesa a parare la sua nudità; nè su

questo si poteva in coscienza dare torto alla Distruzione; però che o

importava alla buona morale velare parte del corpo di Venere, e allora a

che ipocrisia sì fatta dopo averla scolpita o dipinta come uscì fuori

dal mare? Cotesta mano, in cotesto luogo, pareva messa proprio con la

intenzione medesima con la quale sopra i crocicchi drizzano i cartelli;

cioè per insegnare la strada e:

Mi mostrano la via, che al ciel conduce,

disse messer Francesco Petrarca canonico di Padova, ma lo disse del

cuore non già degli occhi di madonna Laura, non della mano, la quale,

secondo quello ch'ei ci vuole dare ad intendere, non gl'insegnò mai

nulla -- quindi, o velisi la Venere come quella di Coo o la si lasci

ignuda schietta come l'altra di Gnido. La Venere di Firenze è Venere da

Gesuiti[23].

La Distruzione insediata sul trono scelse i suoi ministri, e secondo il

costume dei re tristi, li scavò peggio di lei; primo di tutti il fuoco,

il quale per darle saggio della propria abilità arrovellandosi su i

travi, i travicelli, le porte, e le imposte gl'incenerì mezzo regno; per

la quale cosa la Distruzione, ammirandone i forti partiti, e lodandone

lo zelo, lo mise in riserba per servirsene al bisogno: poi venne la

volta dell'acqua, che non osservando regola nè misura si rovesciò a

diluvi sul tetto, mandando giù sopra i passeggeri una benedizione mista

di tegoli, e di embrici; entrata in casa non rinvenne via più spedita

per uscirne, che le crepe antiche, e allora non parve più ridere, ma

piangere; dopo Democrito, Eraclito; quantunque non manchino autori degni

di fede, i quali ci affermino, che in antico Eraclito e Democrito non

fossero già due filosofi sì bene uno solo; e questo credo ancora io. Non

potendo adoperare quotidianamente un ministro del continuo lagrimoso, fu

provata l'aria; e l'aria al cimento rinvennero, se non più dannosa, più

molesta di tutti; imperciocchè ora sibilasse come se miriadi di boa

andassero in volta, ed ora guaisse a mo' di centomila anime dannate che

si fossero data la posta là dentro, ora con terribile rombo annunziava

imminente il finimondo, ed ora modulava un gemito come di amante,

rimescolato dal soverchio affetto; e la Distruzione ora accorreva tutta

impaurita, ora afflitta e non trovava mai nulla; che vento erano le

minaccie, e vento i sospiri; altri ministri di polso non si presentarono

a reggere; e' fu mestieri servirsi di questi alternando l'uno con

l'altro, come costumavano in Francia ai tempi di Luigi Filippo, e come

costumano in Italia ai tempi nostri; se potevano mettersi insieme, se ne

sarebbe composto un lievito eccellente per formare tutti i ministeri del

mondo, ma non si potè fare.

Ognuno di loro tirò su sempre secondo il solito l'acqua al suo mulino;

di topi un nugolo, che primi a entrare, si mostrano anco primi disposti

a uscire solo che fiutino alla lontana la schiaccia; modello vero del

perfetto cortigiano sempre inteso a rodere, sia di notte come di giorno,

berretti frigi, o bende imperiali, l'oro del tempio di Efeso, o i

calzari di Diogene: e con essi i tarli, stampa di amore senza pari come

quello che si addentra fin là dove altri non può arrivare; vennero i

biacchi a insegnare come si conservi la dignità nella reggia, e nei

parlamenti, i rospi e le vipere ci portarono l'arte di comporre i

giornali, gli scarafaggi, e i lumbrichi spontanei o invitati ci si

recarono a dare lezioni di diritto costituzionale, i gatti furono

professori di generosità, i corvi cappellani. La vetriola e l'edera in

compagnia di altre sorelle parasite si offersero a fare ufficio di poeta

di Corte adombrando gli spacchi e le latrine; e col verde bugiardo non

pure ascondere ogni più sozza cosa, ma dare ad intendere alla lontana,

che fosse incoronata di alloro.

Allo improvviso, e mentre ormai la Distruzione reputandosi donna e

madonna non sospettava di guai, ecco irrompere dentro il palazzo una

frotta di architetti, muratori, manovali, operai di ogni maniera, di

ogni ragione artisti, e ciascheduno armato dei suoi arnesi, sopra di lei

avventarsi con assalti riuniti, contro i quali non valse pertinacia di

difesa, o maligno volere; molto più che un giovane biondo e bello al

pari di Apollo di Belvedere lì compariva sovente con lo incesso di

cotesto Dio, che saetta il Pitone, e sembrava accendere co' raggi della

sua anima gl'intelletti degli uomini, di cui la opera allora ferveva per

trasformare in sede di magnificenza, di giocondità e di piacere

l'albergo che fu poco anzi di miseria, di tristezza e di dolore.

Questo giovane era Paolo, e come in tratto così breve di tempo avesse

potuto mutare la sua condizione di mendico in ricco io ve lo dirò senza

viluppi, che di colpi di scena non abbisogna il racconto, e poi noi

altri Italiani siamo di quelli che desideriamo mettere ogni cosa al suo

posto, e fare che il dieci venga subito dopo il nove; almeno una volta

era così.

Voi pertanto ricordate, che Paolo sorpreso nella caverna da Ciriaco,

vergognando di comparire ladro al cospetto del suo compagno bandito,

prese delle gioie arrapinate quelle che potè; gli argenti furono relitti

tutti: certo i tesori di Montecristo non erano sepolti là dentro, ma il

trofeo del ladroneggio costà superava troppo in valsente quanto n'era

stato rimosso. Quando Paolo con la famiglia ripigliò la via di Roma, due

fini si era proposto, il primo dei quali certo o poco dubbio,

incertissimo il secondo; gli pareva facile ripescare gli antichi

compagni, e aggiungendovene parecchi dei nuovi ricomporre la sua banda

per rompere le strade, e condurre altre non meno onorate imprese; gli

riusciva più arduo credere che i suoi compagni si fossero astenuti da

pellegrinare fino alla caverna per rovistarla ed appropriarsi quanto era

rimasto lassù; tuttavia volle tentare; però fatta sosta alla famosa

osteria della Ferrata, si diede a conoscere dall'oste pressochè

spiantato per falta di avventori, di salute mal fermo, e quasi losco dal

tanto piangere che aveva fatto la sua figliuola Maria; accolto a braccia

aperte sul subito come conoscenza antica, e consolatore delle presenti

miserie, crebbe di corto nella svisceratezza dell'oste, avendogli

rifiorito le languide speranze con promessa di migliorare in un modo o

nell'altro le sue condizioni. Interrogato l'oste da Paolo, insieme ad

altre cose, se qualcheduno dei compagni fosse a sorte comparso da

codeste parti ebbe a risposta, che non ci si era visto persona, però

preso maggiore coraggio gli disse, che pel dì veniente procurasse avere

sei muli od otto, e provvedesse zappe: se si sentisse in forze di

accompagnarlo insieme con Renzo fino alla caverna ben per lui; se no,

sarebbero iti egli e Renzo; nè per questo avrebbe avuto parte minore

delle robe, che egli viveva quasi sicuro di ritrovare.

Supremo scongiuro per l'uomo fu sempre il guadagno; pensate poi se lo

stringa il bisogno; in mal termine si trovava l'oste, ma fosse stato

peggio, sarebbe ito col materasso dietro; però vuolsi confessare che

alla cupidità si aggiungeva come in embrione il pio desiderio di

recitare un po' di _De profundis_ proprio sopra la fossa dove riposava

sepolta la povera Maria; e devo confessare altresì, che mano a mano

saliva, questo desiderio pigliava colore, sicchè, quando furono vicini

alla caverna, l'amore della figliuola bilanciava l'amore dello acquisto,

o poco gli rimaneva di sotto: entrato poi nella caverna e indicatogli il

luogo dove giaceva la sua creatura, si gittò giù di sfascio, rompendo in

dolorosi omei da movere a pietà, non che altro, i tronchi e i sassi, e

con le braccia aperte pure tentava di abbracciare il terreno. Paolo

lasciò sboglientarlo, che forse ci aveva il suo conto, e parve fosse per

lo appunto così, imperciocchè presto presto si dette a zappare in certi

luoghi a lui noti, dove trasse fuori due forzieretti, che si ripose in

tasca. Mentr'egli operava ciò, allegando non so quale pretesto, aveva

mandato Renzo fuori della spelonca, sicchè quando ei fu di ritorno i

forzierini erano spariti; di costui Paolo si fidava sì e no: gli faceva

mestieri di parecchie altre prove per isperimentarlo, ma in tempo di

carestia pane di vecce: rientrato il garzone, Paolo si volse all'oste, e

con sinistra cera gli ordinò che pigliasse la zappa per dargli aiuto, e

quegli la prese quasi trasognato, poi tornato al luogo donde si era

partito cominciò a menar giù a furia gridando:

-- Qui dentro è il mio tesoro, or ora lo metto allo scoperto.

Paolo parve atterrito al proponimento dell'oste, per la quale cosa,

fattosegli da presso, gli fermò il braccio dicendogli con voce benigna:

-- Il Padre Eterno solo, aprendo le fosse, ci caverà tesori, noi non

possiamo scoprirci altro che vermi; lascia stare, che hai pianto assai;

vien meco a procacciarti da vivere men tristo.

La parte spirituale, che aveva preso per un istante il sopravvento

nell'oste, cesse il campo alla cupidità; però senz'altre parole attesero

tutti e tre a scavare: l'aspettativa di Paolo invece di rimanere delusa

fu oltre il presagio soddisfatta; l'argento era stato battuto ma non

così che non lasciasse vestigio della forma antica, e quel pezzo ben si

conosceva essere stato pisside, l'altro candeliere, taluno anco Cristo;

non mancavano argenti profani, ma primeggiava il sacrilegio. Così

rinsanguato di pecunia Paolo scese dal Monte di Bove, nè mosse sì tosto

dalla Ferrata con la famiglia; lasciatavi la Violante, cui un sinistro

presentimento andava rodendo le viscere, si recò a Roma, dove dopo avere

tolto a pigione certa villa a Nettuno in luogo appartato e ombroso per

foltissime piante, ci trasportava in più volte le nuove ricchezze. Parrà

strano come a veruno dei compagni di Paolo saltasse in testa di

prevenirlo, ma chi visse molto nel mondo conosce non essere la stranezza

causa buona per discredere una cosa; e la stranezza troveremo minore

quante volte tu consideri che parecchi di loro ignoravano il tesoro

nascosto, e Paolo stesso nol conosceva intero; dei consapevoli, a quale

mancò il comodo di recarsi costà, a cui il coraggio; chi aveva preso

moglie e aperto un po' di traffico non cercava miglior pane che di

grano, chi si era fatto frate, e s'incocciava sul serio di santità:

insomma i benestanti non si movevano; chi si sarebbe mosso si trovava

ridotto in tale arnese, che correva rischio, scorrazzando per la

campagna, di capitare in mano a qualche sbirro a cui paresse acquistare

la indulgenza plenaria se lo avesse impiccato al primo arbore gli

occorresse per via. Messe in salvo le robe nella villa, Paolo ci

condusse la moglie dandole ad intendere com'egli adoperasse così per

pigliar tempo ad ammannirle il palazzo in modo conveniente all'eccelso

grado di lei, e ciò per solleticarla nella vanità, ma non ce n'era

bisogno, cupida come adesso ella si sentiva di tenebre e di solitudine.

La Distruzione del palazzo Pelliccioni, dopo avere tentato resistere, di

padrona parve rassegnarsi a diventare vassalla, contentandosi di un

lembo estremo in soffitta, o in cantina; non le dettero requie; da per

tutto cacciata si disfece a mo' di quei nugoli, che dondolandosi per lo

emisfero si consumano e sfumano. Però quando le sale sfolgoravano di

doppieri riflessi dentro gli specchi di Venezia, ripresero a ronzarvi

dintorno i parpaglioni della fortuna, i quali conoscono l'arte di

sfruttare la luce degli altri, senza bruciarvisi le ali; e più poi

allorchè dai camini sorse la colonna di fumo annunziatrice, che costà si

faceva grasso mangiare, ci capitarono a frotte amici vecchi e amici

nuovi fissi in lei con ansietà pari a quella degli isdraeliti con la

quale seguitavano la colonna di fuoco pel deserto; i vecchi abbracciando

Paolo gli venivano ricordando i motti, le blandizie, i gesti degli anni

suoi primi e per tenerezza piangevano, i giovani si recavano ad ammirare

il gentiluomo perfetto, di cui nelle lunghe sere di verno avevano udito

raccontare _mirabilia_ dai genitori, adesso, ahimè! sepolti. Dicono i

naturalisti che i soli pesci pigliansi per la gola, e non è vero,

imperciocchè per la gola si piglino anco gli uomini, se non che questi

si acchiappano per molte altre cose; di fatti parecchi facevano capo al

palazzo Pelliccioni per danaro, offerendo tutto sè stessi, il che

tornava a non offerire nulla. Paolo, stupendo a dirsi! non negava a

persona, o poco o assai veruno si partiva senza qualche soccorso, sicchè

tu pensa se la processione degl'impronti per la strada che menava al suo

palazzo occorresse gremita più di quella delle formiche. E da capo le

dicerie intorno alla origine delle sue ricchezze, nè onorevoli tutte; i

mercanti affermavano non potere averle fatte se non trafficando, e i

soldati se non combattendo; non mancò chi dichiarava avere sentito dire,

ch'ei si fosse imposto signore di certa isola in certe contrade rimote,

dove il fiume mena sabbia di oro per la ripe di argento, e i bimbi per

la strada giocano a' noccioli co' diamanti grossi quanto una pina o poco

meno; i nobili reputavano imbroccare nel segno pensando che S. M.

Cattolica lo avesse con la sua consueta munificenza rimunerato con

grosse pensioni _dei lunghi ed onorati servizii_ prestati alla corona

co' negoziati e con la spada; i prelati più che tutto trovavano

probabile, qualche vecchia vedova ricca sfondolata lo avesse tolto a

marito, e di corto mortagli con suo _inenarrabile rammarico_, egli ne

avesse raccolto l'intero retaggio; gli ammicchi degli occhi, e il

sorriso tenue, e lo stringere pietoso delle mani servivano quasi di

condimento a questa cicuta del Diavolo: altri altre cose; veruno pensò

al furto, e sì che la spiegazione l'avevano proprio all'uscio senza

mandare tanto in volta il cervello; ma così nelle faccende fisiche come

nelle morali talora per notare gli obietti bisogna patire del balusante.

Il ceto amplissimo femminino poi ne faceva di quelle coll'ulivo, e

sembrava avere dato nelle girelle per Paolo; non vi era mamma nobile, o

borghese, di molta o di poca sostanza, che non vagheggiasse in lui il

cappellinaio al quale attaccare le care gioie delle loro figliuole; le

fanciulle lo guardavano come il pellegrino contempla il santo ch'è

termine dello affannoso pellegrinaggio; e se il pellegrinaggio verso il

santo matrimonio a taluna di loro pesasse, lascio che lo immaginiate voi

altre mie cortesi leggitrici o leggitori, come meglio si abbia a dire;

massime poi a quelle cui pareva essere destinate di girarci sempre

dintorno e non entrarci mai; appunto nel modo che successe agli ebrei

quando lasciarono l'Egitto per la Terra promessa. Era, direbbe Omero,

spettacolo degno degli Dei mirare il coro delle donzelle disposte in

giro intorno a Paolo e sfolgorarlo con gli sguardi a mo' di balestrieri

che mirino uno stesso bersaglio; a canestrate gli gittavano virtù sopra

la testa come i fiori; tutta roba (già s'intende) prestata al futuro

marito di tutte, che poi tutte dopo la scelta vanno a risquotere con la

usura, non esclusa la moglie, e spesso questa più esigente di ogni

altra. Nè meno delle femmine comparivano alla prova prodighi gli uomini,

che come suole, ognuno di loro gli regalava la virtù, che gli premeva

maggiormente fosse posseduta da lui; i poeti lo predicavano generoso,

gli artisti di buon gusto nelle arti, i preti devoto, i gentiluomini

spiantati nobilmente cortese, e via via; maraviglia universale metteva

considerare come in _età così fresca_ tante cose sapesse, tante genti

avesse veduto, e tanti gesti operati (almeno per quello ch'ei ne

diceva), e qui pure ci entrava l'adulazione, imperciocchè sebbene la

fronte di Paolo fosse tale dove:

Paolo Pelliccioni, Volume 1 (of 2) · 第 23 / 28 题