Il Cardinale.
Finchè ebbero speranza di ridurlo a granaio, a taverna, o in uso altro
più vile, lo tennero sodo più che grappa impiombata; quando poi furono
intimati in virtù della legge _ne urbs ruinis deturpetur_ a reggerlo co'
puntelli, gli ebrei, che ci avevano prestato su danari ad ipoteca,
consegnarono il palazzo dei Pelliccioni in mano degli Edili, i quali,
per evitare che diventasse una macía, secondo il buon giudizio, che
governa ordinariamente i partiti municipali di tutto il mondo, lo
trasmisero nelle mani della Distruzione.
I dominatori, che sanno l'arte, gli oppressori genuini non entrano di
straforo nei paesi a mo' delle volpi nei vigneti per piluccare i
grappoli, bensì di coloni per pestarli dentro ai tini; di fatti i
capitani stranieri quando s'immisero nelle città italiche portarono la
lancia in resta ferma sopra la coscia; adesso quando vi s'insinuano,
adoperano altresì la lancia, ma quella con la quale _giostrò Giuda_[22];
onde i primi violentando solo i corpi poterono esserne cacciati, i
secondi corrompendo le anime non poterono, o tardi, o male.
La Distruzione poi prese possesso del palazzo Pelliccioni in modo
conveniente alla maestà sua; calcando col piè grave la gradinata del
palazzo ne ruppe gli scalini, coi gomiti scantonò i pilastri della
porta, ed, appena introdotta, di una capata sfonda il soffitto dello
androne: quivi gli alunni di Giulio Romano avevano molto maestrevolmente
dipinto la battaglia dei Titani contro Giove: adesso di cotesti
formidabili figliuoli della terra tu non miravi altro che un mucchio di
gambe tronche e di piedi, nè Giove era intero, bensì scemo della testa,
e il suo folgore privo di saetta ciondolava come il cordone umbellicale
di qualche altra divinità piovuta di fresco dal cielo. Il Byron, preso
dagli azzurri sereni dello empireo di oriente, afferma lassù, in fondo
in fondo di quelli contemplarsi Dio, ed anco nel cielo dello androne dei
Pelliccioni, finchè rimase intero, fece il Saturnio temuta mostra di sè;
ma adesso che la Distruzione lo aveva sfondato, se ci addentravi lo
sguardo, vedevi una tela di ragnatelo ordita per chiappare le mosche:
anco i Numi stanno in potestà della Distruzione.
Per quanto fossero ampie le camere, e le sale, la fiera Ospite non aveva
trovato luogo capace per sè; onde dopo avere spaccato i muri si
arrampicava sul tetto; il palazzo vinto dall'immane peso per molte crepe
pareva ridere nella guisa, che il gladiatore ferito a morte nel
diaframma rideva. Seduta sul letto come re sul trono la Distruzione
avendoci incontrati altri Dii dette subito mano a manometterli non solo,
ma altresì a norma della ragione di stato renderli contennendi e vili;
chè a Marte tolse via il naso e la spada; a Venere troncò la mano, che
pittori e scultori effigiano distesa a parare la sua nudità; nè su
questo si poteva in coscienza dare torto alla Distruzione; però che o
importava alla buona morale velare parte del corpo di Venere, e allora a
che ipocrisia sì fatta dopo averla scolpita o dipinta come uscì fuori
dal mare? Cotesta mano, in cotesto luogo, pareva messa proprio con la
intenzione medesima con la quale sopra i crocicchi drizzano i cartelli;
cioè per insegnare la strada e:
Mi mostrano la via, che al ciel conduce,
disse messer Francesco Petrarca canonico di Padova, ma lo disse del
cuore non già degli occhi di madonna Laura, non della mano, la quale,
secondo quello ch'ei ci vuole dare ad intendere, non gl'insegnò mai
nulla -- quindi, o velisi la Venere come quella di Coo o la si lasci
ignuda schietta come l'altra di Gnido. La Venere di Firenze è Venere da
Gesuiti[23].
La Distruzione insediata sul trono scelse i suoi ministri, e secondo il
costume dei re tristi, li scavò peggio di lei; primo di tutti il fuoco,
il quale per darle saggio della propria abilità arrovellandosi su i
travi, i travicelli, le porte, e le imposte gl'incenerì mezzo regno; per
la quale cosa la Distruzione, ammirandone i forti partiti, e lodandone
lo zelo, lo mise in riserba per servirsene al bisogno: poi venne la
volta dell'acqua, che non osservando regola nè misura si rovesciò a
diluvi sul tetto, mandando giù sopra i passeggeri una benedizione mista
di tegoli, e di embrici; entrata in casa non rinvenne via più spedita
per uscirne, che le crepe antiche, e allora non parve più ridere, ma
piangere; dopo Democrito, Eraclito; quantunque non manchino autori degni
di fede, i quali ci affermino, che in antico Eraclito e Democrito non
fossero già due filosofi sì bene uno solo; e questo credo ancora io. Non
potendo adoperare quotidianamente un ministro del continuo lagrimoso, fu
provata l'aria; e l'aria al cimento rinvennero, se non più dannosa, più
molesta di tutti; imperciocchè ora sibilasse come se miriadi di boa
andassero in volta, ed ora guaisse a mo' di centomila anime dannate che
si fossero data la posta là dentro, ora con terribile rombo annunziava
imminente il finimondo, ed ora modulava un gemito come di amante,
rimescolato dal soverchio affetto; e la Distruzione ora accorreva tutta
impaurita, ora afflitta e non trovava mai nulla; che vento erano le
minaccie, e vento i sospiri; altri ministri di polso non si presentarono
a reggere; e' fu mestieri servirsi di questi alternando l'uno con
l'altro, come costumavano in Francia ai tempi di Luigi Filippo, e come
costumano in Italia ai tempi nostri; se potevano mettersi insieme, se ne
sarebbe composto un lievito eccellente per formare tutti i ministeri del
mondo, ma non si potè fare.
Ognuno di loro tirò su sempre secondo il solito l'acqua al suo mulino;
di topi un nugolo, che primi a entrare, si mostrano anco primi disposti
a uscire solo che fiutino alla lontana la schiaccia; modello vero del
perfetto cortigiano sempre inteso a rodere, sia di notte come di giorno,
berretti frigi, o bende imperiali, l'oro del tempio di Efeso, o i
calzari di Diogene: e con essi i tarli, stampa di amore senza pari come
quello che si addentra fin là dove altri non può arrivare; vennero i
biacchi a insegnare come si conservi la dignità nella reggia, e nei
parlamenti, i rospi e le vipere ci portarono l'arte di comporre i
giornali, gli scarafaggi, e i lumbrichi spontanei o invitati ci si
recarono a dare lezioni di diritto costituzionale, i gatti furono
professori di generosità, i corvi cappellani. La vetriola e l'edera in
compagnia di altre sorelle parasite si offersero a fare ufficio di poeta
di Corte adombrando gli spacchi e le latrine; e col verde bugiardo non
pure ascondere ogni più sozza cosa, ma dare ad intendere alla lontana,
che fosse incoronata di alloro.
Allo improvviso, e mentre ormai la Distruzione reputandosi donna e
madonna non sospettava di guai, ecco irrompere dentro il palazzo una
frotta di architetti, muratori, manovali, operai di ogni maniera, di
ogni ragione artisti, e ciascheduno armato dei suoi arnesi, sopra di lei
avventarsi con assalti riuniti, contro i quali non valse pertinacia di
difesa, o maligno volere; molto più che un giovane biondo e bello al
pari di Apollo di Belvedere lì compariva sovente con lo incesso di
cotesto Dio, che saetta il Pitone, e sembrava accendere co' raggi della
sua anima gl'intelletti degli uomini, di cui la opera allora ferveva per
trasformare in sede di magnificenza, di giocondità e di piacere
l'albergo che fu poco anzi di miseria, di tristezza e di dolore.
Questo giovane era Paolo, e come in tratto così breve di tempo avesse
potuto mutare la sua condizione di mendico in ricco io ve lo dirò senza
viluppi, che di colpi di scena non abbisogna il racconto, e poi noi
altri Italiani siamo di quelli che desideriamo mettere ogni cosa al suo
posto, e fare che il dieci venga subito dopo il nove; almeno una volta
era così.
Voi pertanto ricordate, che Paolo sorpreso nella caverna da Ciriaco,
vergognando di comparire ladro al cospetto del suo compagno bandito,
prese delle gioie arrapinate quelle che potè; gli argenti furono relitti
tutti: certo i tesori di Montecristo non erano sepolti là dentro, ma il
trofeo del ladroneggio costà superava troppo in valsente quanto n'era
stato rimosso. Quando Paolo con la famiglia ripigliò la via di Roma, due
fini si era proposto, il primo dei quali certo o poco dubbio,
incertissimo il secondo; gli pareva facile ripescare gli antichi
compagni, e aggiungendovene parecchi dei nuovi ricomporre la sua banda
per rompere le strade, e condurre altre non meno onorate imprese; gli
riusciva più arduo credere che i suoi compagni si fossero astenuti da
pellegrinare fino alla caverna per rovistarla ed appropriarsi quanto era
rimasto lassù; tuttavia volle tentare; però fatta sosta alla famosa
osteria della Ferrata, si diede a conoscere dall'oste pressochè
spiantato per falta di avventori, di salute mal fermo, e quasi losco dal
tanto piangere che aveva fatto la sua figliuola Maria; accolto a braccia
aperte sul subito come conoscenza antica, e consolatore delle presenti
miserie, crebbe di corto nella svisceratezza dell'oste, avendogli
rifiorito le languide speranze con promessa di migliorare in un modo o
nell'altro le sue condizioni. Interrogato l'oste da Paolo, insieme ad
altre cose, se qualcheduno dei compagni fosse a sorte comparso da
codeste parti ebbe a risposta, che non ci si era visto persona, però
preso maggiore coraggio gli disse, che pel dì veniente procurasse avere
sei muli od otto, e provvedesse zappe: se si sentisse in forze di
accompagnarlo insieme con Renzo fino alla caverna ben per lui; se no,
sarebbero iti egli e Renzo; nè per questo avrebbe avuto parte minore
delle robe, che egli viveva quasi sicuro di ritrovare.
Supremo scongiuro per l'uomo fu sempre il guadagno; pensate poi se lo
stringa il bisogno; in mal termine si trovava l'oste, ma fosse stato
peggio, sarebbe ito col materasso dietro; però vuolsi confessare che
alla cupidità si aggiungeva come in embrione il pio desiderio di
recitare un po' di _De profundis_ proprio sopra la fossa dove riposava
sepolta la povera Maria; e devo confessare altresì, che mano a mano
saliva, questo desiderio pigliava colore, sicchè, quando furono vicini
alla caverna, l'amore della figliuola bilanciava l'amore dello acquisto,
o poco gli rimaneva di sotto: entrato poi nella caverna e indicatogli il
luogo dove giaceva la sua creatura, si gittò giù di sfascio, rompendo in
dolorosi omei da movere a pietà, non che altro, i tronchi e i sassi, e
con le braccia aperte pure tentava di abbracciare il terreno. Paolo
lasciò sboglientarlo, che forse ci aveva il suo conto, e parve fosse per
lo appunto così, imperciocchè presto presto si dette a zappare in certi
luoghi a lui noti, dove trasse fuori due forzieretti, che si ripose in
tasca. Mentr'egli operava ciò, allegando non so quale pretesto, aveva
mandato Renzo fuori della spelonca, sicchè quando ei fu di ritorno i
forzierini erano spariti; di costui Paolo si fidava sì e no: gli faceva
mestieri di parecchie altre prove per isperimentarlo, ma in tempo di
carestia pane di vecce: rientrato il garzone, Paolo si volse all'oste, e
con sinistra cera gli ordinò che pigliasse la zappa per dargli aiuto, e
quegli la prese quasi trasognato, poi tornato al luogo donde si era
partito cominciò a menar giù a furia gridando:
-- Qui dentro è il mio tesoro, or ora lo metto allo scoperto.
Paolo parve atterrito al proponimento dell'oste, per la quale cosa,
fattosegli da presso, gli fermò il braccio dicendogli con voce benigna:
-- Il Padre Eterno solo, aprendo le fosse, ci caverà tesori, noi non
possiamo scoprirci altro che vermi; lascia stare, che hai pianto assai;
vien meco a procacciarti da vivere men tristo.
La parte spirituale, che aveva preso per un istante il sopravvento
nell'oste, cesse il campo alla cupidità; però senz'altre parole attesero
tutti e tre a scavare: l'aspettativa di Paolo invece di rimanere delusa
fu oltre il presagio soddisfatta; l'argento era stato battuto ma non
così che non lasciasse vestigio della forma antica, e quel pezzo ben si
conosceva essere stato pisside, l'altro candeliere, taluno anco Cristo;
non mancavano argenti profani, ma primeggiava il sacrilegio. Così
rinsanguato di pecunia Paolo scese dal Monte di Bove, nè mosse sì tosto
dalla Ferrata con la famiglia; lasciatavi la Violante, cui un sinistro
presentimento andava rodendo le viscere, si recò a Roma, dove dopo avere
tolto a pigione certa villa a Nettuno in luogo appartato e ombroso per
foltissime piante, ci trasportava in più volte le nuove ricchezze. Parrà
strano come a veruno dei compagni di Paolo saltasse in testa di
prevenirlo, ma chi visse molto nel mondo conosce non essere la stranezza
causa buona per discredere una cosa; e la stranezza troveremo minore
quante volte tu consideri che parecchi di loro ignoravano il tesoro
nascosto, e Paolo stesso nol conosceva intero; dei consapevoli, a quale
mancò il comodo di recarsi costà, a cui il coraggio; chi aveva preso
moglie e aperto un po' di traffico non cercava miglior pane che di
grano, chi si era fatto frate, e s'incocciava sul serio di santità:
insomma i benestanti non si movevano; chi si sarebbe mosso si trovava
ridotto in tale arnese, che correva rischio, scorrazzando per la
campagna, di capitare in mano a qualche sbirro a cui paresse acquistare
la indulgenza plenaria se lo avesse impiccato al primo arbore gli
occorresse per via. Messe in salvo le robe nella villa, Paolo ci
condusse la moglie dandole ad intendere com'egli adoperasse così per
pigliar tempo ad ammannirle il palazzo in modo conveniente all'eccelso
grado di lei, e ciò per solleticarla nella vanità, ma non ce n'era
bisogno, cupida come adesso ella si sentiva di tenebre e di solitudine.
La Distruzione del palazzo Pelliccioni, dopo avere tentato resistere, di
padrona parve rassegnarsi a diventare vassalla, contentandosi di un
lembo estremo in soffitta, o in cantina; non le dettero requie; da per
tutto cacciata si disfece a mo' di quei nugoli, che dondolandosi per lo
emisfero si consumano e sfumano. Però quando le sale sfolgoravano di
doppieri riflessi dentro gli specchi di Venezia, ripresero a ronzarvi
dintorno i parpaglioni della fortuna, i quali conoscono l'arte di
sfruttare la luce degli altri, senza bruciarvisi le ali; e più poi
allorchè dai camini sorse la colonna di fumo annunziatrice, che costà si
faceva grasso mangiare, ci capitarono a frotte amici vecchi e amici
nuovi fissi in lei con ansietà pari a quella degli isdraeliti con la
quale seguitavano la colonna di fuoco pel deserto; i vecchi abbracciando
Paolo gli venivano ricordando i motti, le blandizie, i gesti degli anni
suoi primi e per tenerezza piangevano, i giovani si recavano ad ammirare
il gentiluomo perfetto, di cui nelle lunghe sere di verno avevano udito
raccontare _mirabilia_ dai genitori, adesso, ahimè! sepolti. Dicono i
naturalisti che i soli pesci pigliansi per la gola, e non è vero,
imperciocchè per la gola si piglino anco gli uomini, se non che questi
si acchiappano per molte altre cose; di fatti parecchi facevano capo al
palazzo Pelliccioni per danaro, offerendo tutto sè stessi, il che
tornava a non offerire nulla. Paolo, stupendo a dirsi! non negava a
persona, o poco o assai veruno si partiva senza qualche soccorso, sicchè
tu pensa se la processione degl'impronti per la strada che menava al suo
palazzo occorresse gremita più di quella delle formiche. E da capo le
dicerie intorno alla origine delle sue ricchezze, nè onorevoli tutte; i
mercanti affermavano non potere averle fatte se non trafficando, e i
soldati se non combattendo; non mancò chi dichiarava avere sentito dire,
ch'ei si fosse imposto signore di certa isola in certe contrade rimote,
dove il fiume mena sabbia di oro per la ripe di argento, e i bimbi per
la strada giocano a' noccioli co' diamanti grossi quanto una pina o poco
meno; i nobili reputavano imbroccare nel segno pensando che S. M.
Cattolica lo avesse con la sua consueta munificenza rimunerato con
grosse pensioni _dei lunghi ed onorati servizii_ prestati alla corona
co' negoziati e con la spada; i prelati più che tutto trovavano
probabile, qualche vecchia vedova ricca sfondolata lo avesse tolto a
marito, e di corto mortagli con suo _inenarrabile rammarico_, egli ne
avesse raccolto l'intero retaggio; gli ammicchi degli occhi, e il
sorriso tenue, e lo stringere pietoso delle mani servivano quasi di
condimento a questa cicuta del Diavolo: altri altre cose; veruno pensò
al furto, e sì che la spiegazione l'avevano proprio all'uscio senza
mandare tanto in volta il cervello; ma così nelle faccende fisiche come
nelle morali talora per notare gli obietti bisogna patire del balusante.
Il ceto amplissimo femminino poi ne faceva di quelle coll'ulivo, e
sembrava avere dato nelle girelle per Paolo; non vi era mamma nobile, o
borghese, di molta o di poca sostanza, che non vagheggiasse in lui il
cappellinaio al quale attaccare le care gioie delle loro figliuole; le
fanciulle lo guardavano come il pellegrino contempla il santo ch'è
termine dello affannoso pellegrinaggio; e se il pellegrinaggio verso il
santo matrimonio a taluna di loro pesasse, lascio che lo immaginiate voi
altre mie cortesi leggitrici o leggitori, come meglio si abbia a dire;
massime poi a quelle cui pareva essere destinate di girarci sempre
dintorno e non entrarci mai; appunto nel modo che successe agli ebrei
quando lasciarono l'Egitto per la Terra promessa. Era, direbbe Omero,
spettacolo degno degli Dei mirare il coro delle donzelle disposte in
giro intorno a Paolo e sfolgorarlo con gli sguardi a mo' di balestrieri
che mirino uno stesso bersaglio; a canestrate gli gittavano virtù sopra
la testa come i fiori; tutta roba (già s'intende) prestata al futuro
marito di tutte, che poi tutte dopo la scelta vanno a risquotere con la
usura, non esclusa la moglie, e spesso questa più esigente di ogni
altra. Nè meno delle femmine comparivano alla prova prodighi gli uomini,
che come suole, ognuno di loro gli regalava la virtù, che gli premeva
maggiormente fosse posseduta da lui; i poeti lo predicavano generoso,
gli artisti di buon gusto nelle arti, i preti devoto, i gentiluomini
spiantati nobilmente cortese, e via via; maraviglia universale metteva
considerare come in _età così fresca_ tante cose sapesse, tante genti
avesse veduto, e tanti gesti operati (almeno per quello ch'ei ne
diceva), e qui pure ci entrava l'adulazione, imperciocchè sebbene la
fronte di Paolo fosse tale dove: