[18] Ecco il passo di santo Cecilio Cipriano estratto dal primo
Sermone, ch'egli dettò intorno alla elemosina, volgarizzato da
Annibale Caro -- «perciocchè essendo tassati i suoi discepoli,
che mangiassero _senza prima lavarsi le mani_, Cristo rispose
dicendo: colui che ha fatto quello ch'è di dentro, ha fatto
medesimamente quello ch'è di fuori; fate delle _elemosine, e con
questo vi laverete ogni cosa_...»
[19] La storia della follia della regina Giovanna madre dello
imperatore Carlo V è così piena di passione, che merita essere
da me riportata, da altri letta. Esaminate le Storie stampate
del _Mariana_, e le manoscritte del _Bernaldez_ gli Annali
stampati del _Zurita_, e i Manoscritti del _Carbajal_, le Opere
di _Pietro Martire_, la Vita del Ximenes del _Robles_, i moderni
storici _Robertson_ nella Vita di Carlo V, ed il _Prescott_
nella Storia del Regno di Ferdinando e Isabella, possiamo
affermare per vero che:
Giovanna, durante la malattia del marito, non si allontanò per
preghiera nè per istanza dal letto di lui, quantunque nel sesto
mese di gravidanza. Spirato che fu Filippo, ella non versò
lacrima, nè profferì querela; tutta compresa nel suo dolore,
proseguì a vegliarlo con la medesima tenera sollecitudine come
se fosse anco vivo, e benchè al fine lo lasciasse seppellire, lo
fece poi cavare dalla tomba, e riporre nel suo appartamento.
Colà fu deposto sopra un letto di Stato in isplendido arnese, ed
avendo ella da alcuni frati inteso certa leggenda di un re, il
quale morto, era risuscitato in capo a quattordici anni, stava
con gli occhi intenti sul cadavere, aspettando il momento felice
della sua risurrezione. Nè questa strana affezione pel marito
andava immune dalla acerba gelosia con la quale lo aveva
proseguito vivo, dacchè vietò sempre alle fantesche si
accostassero al letto dov'egli giaceva e a qualunque altra donna
entrare nello appartamento, e piuttosto di permetterne lo
ingresso ad una levatrice, sebbene avvertissero sceglierla di
età matura, si sgravò della principessa Carlotta assistita dalle
sole persone di servizio. -- Essendosi verso la fine di Decembre
decisa la regina Giovanna di lasciare Burgos per trasportare il
corpo del marito a Granata, giusta la sua ultima volontà, ella
volle prima di partire contemplarlo, nè dal fiero spettacolo
poterono punto removerla i suoi Consiglieri, nè i frati del
monastero di Miraflores, i quali considerando come le
opposizioni loro eccitassero la sua frenesia, ebbero per la meno
trista a soddisfarla. Tolto il corpo dal sepolcro ne apersero le
due casse di piombo e di legno, e videro come, nonostante
l'avessero imbalsamato, egli serbasse appena la traccia della
sua prima condizione; la regina con le proprie mani lo stazzonò
senza versare una lagrima; dopo che da lei era stato scoperto
infedele, ed una donna fiamminga averle rapito il cuore del
marito, ella non pianse più. Il corpo fu posto sopra un
magnifico carro tirato da quattro cavalli, andandogli dietro un
lungo codazzo di ecclesiastici, e di nobili, i quali lasciarono
la città insieme con la regina la notte del 20 Decembre.
Giovanna viaggiava la notte adducendone per ragione: «che una
vedova, la quale abbia perduto il _sole della sua anima_, non
deve esporsi alla luce del giorno.» Quando poi fermavasi il
corpo del suo defunto marito veniva depositato in qualche
chiesa, o monastero, dove si celebrava l'ufficio funebre come se
Filippo fosse morto pure allora, e guardie armate vigilavano il
feretro, a fine principalmente d'impedire che qualunque donna
profanasse il luogo con la sua presenza. -- In altro viaggio a
piccola distanza da Torquemada ella ordinò, che il cadavere
fosse portato nel chiostro di certo convento; credeva che lo
abitassero frati, ma quando seppe che ci albergavano monache,
presa da orrore, fece senza porre tempo frammezzo trasferirlo in
campo aperto: quivi ella si accampò circondata da tutto il suo
seguito, fatto prima aprire la cassa per riscontrare lo stato
del cadavere; il vento essendosi levato gagliardo spense le
torce, onde passarono la intera notte a ciel sereno, nel buio, e
al freddo.
[20] Nella inopia di libri in questo paese non ho potuto
rintracciare chi fosse l'arcivescovo di Napoli nel 1588. Bene
scartabellando su i libri trovo un Bartolommeo _Chiaccarello_,
che scrisse un libro _de Archiepiscopis Neapolitanis_, ma sì
vattelo a pesca: potrei andarmene fino a Napoli a riscontrarlo
nelle Biblioteche; e ci andrei se da un lato non mi trattenesse
il pensiero che per un arcivescovo non vale il pregio mettersi
in viaggio, e il Lamarmora, che nonostante la mia medaglia di
deputato, parmi civile e militare a bastanza da cacciarmi nel
Castello dell'Uovo con somma esultanza di tutti i Napolitani,
come non mancherebbero scrivere i Giornali ministeriali. Alfonso
Caraffa sembra che alla morte dello zio Pontefice contasse
appena quindici anni, e arrivò ai ventiquattro non bene compiti:
«il cardinale di Napoli, giovane di regolati costumi, pieno di
umiltà e modestia, non si partiva mai dal fianco del Papa,
intanto che molti il biasimavano: quasi che col tenere sempre
rinchiuso seco questo giovanetto, che non passava l'età di
quindici anni ed era anco di complessione delicata, senza dargli
adito a ricrearsi, potesse manifestamente pregiudicare alla sua
salute, e ridurlo a termine di qualche perniciosa abitudine,
come l'esito dimostrò, essendo il Cardinale pochi anni vissuto
dopo il Papa, e morto appena allo arrivare del venticinquesimo
anno.» _Guerra degli Spagnuoli contro Papa Paolo IV_ di PIETRO
NORES, C. 4. Ora Paolo essendo morto il 18 agosto 1559, il
Cardinale Alfonso gli tenne dietro nel 27 Agosto 1565. -- Tanto
avverto perchè o non mi appuntino di anacronismo, o avvertano
questo essere stato per me volontario fallo. Circa poi ai
rinfacci, che gli muove il Marchese d'Ayerba pur troppo veri, ce
gli attesta la storia. Al duca di Palliano tagliarono il capo
per avere fatto strangolare la moglie Violante Garlonia rea di
adulterio con Marcello Capece, e il cardinale Alfonso
strozzarono come complice di questo delitto: però non fu il
solo, ed altri imputarono misfatti così all'uno come all'altro,
che non importa discorrere; narrasi, che la prima corda messa
intorno al collo del cardinale Alfonso nello strozzarlo si
ruppe, e fu mestieri adoperarci la seconda; su di ciò uno
_elegante spirito_, scrive il Summonte, compose il seguente
distico:
_Extinxit laqueus vix te Caraffa secundus,_
_Tanto enim sceleri, non satis unus erat._
(Te appena uccise il secondo capestro, o Caraffa, però che a
tanta colpa non ne bastasse un solo).
E pure Pio V, che dicono _santo_, dichiarò nulla la sentenza, la
morte ingiusta, i processi falsificati, e il fiscale, che
fabbricò il processo, quasi pubblico ladrone dannò alla forca.
Come si chiamava cotesto fiscale? Si chiamava _Palantieri_, ma
non monta: I FISCALI SONO IN TUTTI I TEMPI TUTTA UNA COSA, FANGO
E SANGUE. Don Antonio marchese di Montebello scampò a Napoli, il
figliuolo cardinale Alfonso non volle o non potè fuggire, e fu
prima sostenuto in Castello e poi condannato in centomila scudi
da pagarsi dentro certo tempo, e questo per tante gioie che non
si poterono rinvenire dopo la morte dello zio. I Cardinali non
potendo altro fare, mossi dalla sventura, e dalla bontà del
giovane, si collettarono raccogliendo diecimila scudi, i quali
posero nella Camera apostolica per liberarlo, e di più molti fra
loro sodarono per lui chi in quattro, chi in cinque, e chi in
diecimila scudi, fra i quali Santa Fiora, e Farnese. Il Papa,
secondo il costume di cui regge perverso, studioso di dare alla
soverchieria sembianza di generosità, gli rimetteva
venticinquemila scudi; ma non per tanto lasciava il Cardinale
libero di uscire di Roma, onde il Marchese suo padre, venduta
una delle sue terre, lo riscattò; ed egli, uscito dalla città
funesta alla sua famiglia, si ridusse a Napoli, dove visse e
morì onorato, e compianto dall'universale.
Aggiunta. Per le ragioni allegate dissuaso di recarmi a Napoli
alla pesca di un Vescovo ci spedii una lettera, alla quale un
dotto ecclesiastico fece la seguente risposta: «non si è trovato
il _Chiaccherello_, bensì nella Biblioteca di San Domenico
maggiore il _Parascandolo_, donde si cavano le seguenti notizie.
Annibale da Capua dei duchi di Termoli patrizio napolitano
successe al beato Cardinale di Arezzo nella Chiesa di Napoli che
governò dal 1578 al 1596; reputato solenne giureconsulto,
Gregorio XIII prima lo creò referendario di Segnatura e prelato
domestico; poi nel 1576 nunzio straordinario allo Imperatore
Rodolfo II, e quindi alla Repubblica di Venezia. Sisto V lo
spedì nunzio apostolico co' poteri di legato _a latere_ a
Stefano _Battory_, poi alla Dieta polacca. Nel 1595 convocò a
Napoli il sinodo diocesano per la riforma dei costumi del clero
e del popolo;» il restante delle laudi si legge nel suo
epitaffio ch'è lungo lungo. Questa notizia essendo giunta tardi,
non ho mutato nulla; _j'ai fait mon siège_ esclamai come lo
storico Vertot, e non rimossi dal posto il Caraffa, perchè dava
ad ogni modo saggio degli uomini e dei tempi.
[21] Pietro Aretino incomincia la satira a Cosimo I col verso:
Al tempo che volavano i _pennati_.