Fedele sempre all'indole sua, anche a Roma, Raffaello cercò un impulso
esteriore da cui muovere, un esemplare grande in cui ispirarsi; e
questa volta lo trovò nella classica antichità. Prima di recarsi a
Roma, Raffaello si era trovato poco a contatto dell'antico. Checchè ne
sia del suo disegno delle tre Grazie a Siena, e per quanto a Firenze
abbia visti e studiati i marmi che i Medici avevano raccolto, certo è
che poco o punto il suo stile se ne risente. In Roma si trova davanti a
tutti i tesori dell'arte greca e romana. Parecchi dei più meravigliosi
marmi, che formano ora la invidiata ricchezza del Vaticano, erano
già stati scoperti. Era stato scoperto l'Apollo di Belvedere, era
stato scoperto il Laocoonte, il Torso, l'Arianna. Quasi non trascorre
giornata senza che il sacro suolo non restituisca qualche frammento
della antica bellezza. E gli artisti e gli umanisti e la Corte e il
popolo li illustrano a gara e li accolgono in festa. Tutta questa
suppellettile classica nell'anima di Raffaello ebbe un'efficacia
grandissima. Egli vede quale grande partito potrà cavare da essa per le
vaste composizioni che i Papi gli danno a eseguire e che egli rivolge
di continuo nella mente. Da allora in poi l'antico diventa la suprema
guida di Raffaello d'Urbino. Egli fonde e coordina nel suo spirito
questo nuovo e grandissimo coefficiente a tutte le altre educazioni
artistiche già da lui maturate a Perugia, a Urbino, a Firenze; e con la
guida dell'antico va in cerca di un ideale che degnamente risponda alle
nuove richieste dell'arte cattolica.
E mostrò subito d'averlo trovato con gli affreschi nella _Stanza della
Segnatura_. Questa camera, veduta oggi, produce un senso di tristezza.
Quanto guasto ha fatto il tempo a quelle pitture! Dapprima subì il
sacco di Roma; poi per rimediare ai guasti orribili della soldataglia,
fu incaricato Sebastiano del Piombo. Cattiva scelta! Sebastiano del
Piombo, l'invidioso, il nemico di Raffaello, l'eccitatore maligno
degli ingiusti sdegni di Michelangelo! Che coscienza mai avrà egli
potuto mettere in impresa così ardua e delicata? Fatto è che nel 1536,
essendo Tiziano in Roma, passeggiava un giorno a braccetto col suo
compaesano per le Stanze e per le Loggie. Voltosi a lui d'improvviso
gli chiese: “Chi è stato quell'asino che ha restaurate queste pitture?„
E Sebastiano dovette confessare che era stato lui!
Ma il male non si è fermato qui. Nel secolo XVII Carlo Maratta fu
incaricato di restaurare le pitture di Raffaello per comando di
Innocenzo XI. Questo buon Maratta procedeva a certe sue lavature “con
vino greco e panni bianchi„ così maledettamente disinvolte, che lo
spirito pubblico se ne commosse e vi fu gran sussurro per tutta Roma,
onde impedire tanto vandalismo. Ma intervenne il Papa e dette ragione
a Maratta perchè egli, il Papa, aveva dato la commissione! Questo
vi spieghi abbastanza perchè adesso quelle pitture sono poco più che
l'ombra di loro stesse.
Quanto più fortunate, per esempio, le pitture del Pinturicchio
nell'appartamento di papa Borgia! Paiono uscite ieri dal pennello del
suo autore, perchè nessuno ha mai pensato a restaurarle. Per cui,
voi lo vedete, o signore, tante volte c'è da augurarsi al mondo di
non esser troppo celebrati!... Fatto sta che le pitture neglette del
Pinturicchio ora sorridono di tutto il loro bel colorito, mentre, al
piano superiore, quelle di Raffaello scontarono la loro celebrità,
venendo esposte a tutte le ingiurie della insipienza e della
presunzione restauratrice.
Ma ad onta di questo, chi guardi in quelle stanze con occhio attento e
sopratutto chi si adopri a coordinare il concetto informatore di quei
dipinti, non può, direi quasi, non genuflettere il proprio spirito
davanti alla grandezza del pittore d'Urbino. Il quale a Roma manifestò
in grado eminente una dote di cui prima non si aveva per anche la
misura piena; voglio dire di essere un geniale concettista libero e
originale.
La Stanza della Segnatura non è un insieme di dipinti collegati fra
loro da un qualche simbolo come vediamo in tanti palazzi e in tante
chiese; no, qui siamo in presenza della apoteosi del cattolicismo
alleato con l'umanesimo; qui è celebrata, in un poema di segni e di
figure, tutta la gloria del secondo Rinascimento italiano!
Nella vôlta abbiam detto che Raffaello dipinse la Poesia, la
Teologia, la Filosofia e la Giurisprudenza, messe là come i sommi
principii direttivi della vita civile e religiosa. Accanto ad ognuna
di esse, pure nella vôlta, sta un primo quadro, che è come una più
viva illustrazione del concetto astratto, già personificato nelle
belle figure delle Virtù. Così, vicino alla Giurisprudenza si vede
rappresentato il _Giudizio di Salomone_, una specie di giustizia
primitiva, elementare, mitica. — Accanto alla Poesia egli mette
_Apollo e Marsia_, appropriatissimi a simboleggiare l'assidua lotta,
la eterna lotta che in tutti i tempi servì di stimolo e di incremento
a tutte le arti. Di fronte alla Filosofia si vede una Musa pensosa
(forse Urania) ascoltante l'armonia delle sfere, fissa sopra un
globo armillare, tutta compresa dal concetto dei mondi fatti da Dio
in _numero, pondere et mensura_. Di fianco alla Teologia, Raffaello
dipinge _La colpa di Adamo_, ossia tutta la storia della umanità,
quando alla maniera di Sant'Agostino e di Bossuet, la si voglia
considerare come un gran dramma sacro, un poema religioso. — Alla
figura della Giurisprudenza corrispondono due episodi storici e
giuridici: _L'imperatore Costantino che dà le Pandette a Triboniano_,
e _Il papa Gregorio che bandisce i Decretali_. Ecco il diritto romano
e il diritto canonico, le due forze meravigliose dalle quali uscirà il
Medio Evo colle sue lotte e affermazioni potenti. — Corrisponde alla
Poesia _Il Parnaso_, dipinto in una delle pareti, con Apollo in cima,
il bellissimo Dio che suona e canta; circondato dal coro delle Muse e
dal sacro stuolo dei poeti, accompagnati dalle care donne che in vita
li amarono, li fecero soffrire, li ispirarono. Il concetto artistico
della Filosofia è meravigliosamente svolto e completato con la _Scuola
d'Atene_, un modello di composizione euritmica. — E finalmente alla
Teologia corrisponde _La Disputa del Sacramento_, forse, anzi senza
forse, la più elevata, ideale, bella, fra le composizioni di Raffaello
Sanzio. Se l'idea venne da Giulio II, bisogna dire che il Papa ebbe
un presentimento del suo grande significato. Notate una coincidenza
strana! Mentre Raffaello dipingeva la _Disputa_ capitava a Roma un
frate tedesco, un giovine tutto chiuso in sè stesso, dallo aspetto
nordico, dall'occhio meditabondo. Era Martino Lutero, il quale, nel
fervore della sua prima fede, era venuto, come tanti Tedeschi, in
pellegrinaggio a Roma. S'aspettava di trovare la mistica Gerusalemme,
invece (a detta sua) aveva trovato qualche cosa che gli ricordava
Sodoma e Babilonia. Forse in quell'epoca il frate ribelle cominciò a
pensare il motto: “Io farò un buco in questo tamburo„ che fu poi il
grido di battaglia, che eccitò tante sollevazioni di anime e doveva
rompere la unità spirituale nel mondo cristiano. L'unità del mondo
cristiano stava per rompersi, e precisamente il dogma che doveva
servire di principio a tutte le altre negazioni, era appunto quello
dell'Eucaristia. E allora un giovane pittore d'Urbino segnava in
una pagina immortale la glorificazione di questo dogma!... Poi verrà
il Bellarmino e i Gesuiti col loro apostolato di riconquista; e il
Concilio di Trento con l'Antiriforma; ma a difesa del dogma, per certe
anime, varrà forse meglio di tutti questo argomento di sovrana bellezza
espresso dal pittore in una parete del Vaticano....
Qui si apre l'epoca in cui Raffaello, forse perchè ha raggiunto una
specie di apice, incomincia a somministrare delle forti prese alla
critica. Già egli si eleva troppo; tutti sono intorno a lui ammirati e
quasi genuflessi. Il Papa, non contento di averlo pittore di palazzo,
lo fa architetto di San Pietro. Poi gli dà un incarico che sarebbe
stato da solo bastante a riempire la vita di un uomo centenario e
a domare i muscoli di un Ercole. Gli dà niente meno che la missione
di risuscitare tutta la Roma classica, di notare e illustrare tutti
i monumenti dell'antichità pagana. Leone X, preso da una specie di
furore di restaurazione classica, vuole che tutto quello che è rimasto
di pregevole e di salvabile della antichità, si salvi e si illustri;
e ne incarica Raffaello. Ed ecco Raffaello a capo anche di questa
grandissima impresa! Egli allora, con la meravigliosa agilità del suo
ingegno, si converte in un grande archeologo; e non solo di Roma si
occupa; ma in Sicilia, in Grecia, in Provenza, manda uomini di sua
fiducia, che lo ragguaglino di memorie, di disegni, di schizzi, per
poter con opportuni confronti misurare le rovine di Roma. Intanto egli
conduce e termina una relazione al Papa che avrebbe fatto onore al più
consumato archeologo del suo tempo.... dirò meglio, o signore; nessuno
degli archeologi contemporanei avrebbe saputo fare altrettanto. E in
vero Raffaello, in mezzo ai pregiudizî del tempo inevitabili sempre, ci
manifesta, oltre l'intuito sicuro del bello, tanto rispetto alla verità
e un tale _senso storico_ dell'arte delle varie epoche, che, leggendo
oggi la sua relazione, siamo costretti a stupirne come di un felice
anacronismo.