A costituire questa scuola abbisognava un genio vasto insieme e
accomodante; e questa era appunto, o signore, la duplice qualità che
distingueva, fra gli altri grandi suoi contemporanei, Raffaello. Egli
potè imporsi ai pittori che venivano a Roma da ogni parte d'Italia, ai
Veneziani, ai Padovani, ai Mantovani, ai Ferraresi, ai Bolognesi, ai
Fiorentini, agli Umbri, potè imporsi a tutti perchè con tutti egli se
la intendeva, con la sperimentata famigliarità nella pratica dell'arte.
Ed essi, gli artisti, senza contrasto, abdicavano il particolarismo
della loro arte e lo deponevano ai piedi di Raffaello, perchè trovavano
qualche cosa di loro stessi nella pittura di Raffaello. C'era,
insomma, una specie di _do ut des_, una specie di scambio geniale,
attraentissimo, che seduceva i pittori di tutte le parti d'Italia,
rappresentanti istinti, maniere, ideali d'arte spesso notevolmente
dissimili. E Raffaello graziosamente li tirava tutti dentro la sua
orbita e li disciplinava, perchè a tutti aveva conceduto qualche cosa,
da tutti qualche cosa avea mutuato. Ognuno, a qualunque regione o
tradizione italica appartenesse, si sentiva meno umiliato nel cedere
alla supremazia romana, perchè il Raffaellismo si presentava come una
federazione degna, come una apoteosi armonica concordata di tutte le
scuole che si erano venute svolgendo in Italia.
E quale fu il carattere di questa scuola romana? L'argomento,
o signori, meriterebbe di per sè solo una lunga conferenza. Il
cattolicismo, giunto all'apice della potenza mondana, si crea e inspira
un'arte conforme al suo genio moderno e ai nuovi bisogni suoi. Fino a
quel tempo i pittori delle varie parti d'Italia avevano rappresentato
il sentimento religioso con libera scelta, secondo l'indole e le
tradizioni dei vari paesi; devoto, raccolto, e quasi monastico
nell'Umbria; più vivace a Firenze; smagliante di bellezza felice e di
pompa signorile a Venezia. Tutto ciò in Roma bisognava che si fondesse,
generando finalmente un'arte cattolica, ossia universale. E mentre la
Chiesa voleva un'arte in corrispondenza alla propria universalità, il
pittore romano, guidato da questo grande impulso, dimenticava a poco
a poco ogni intento particolare e sentiva che d'ora innanzi dalle sue
pareti, dalle sue cupole, dalle sue tele, doveva parlare a tutta quanta
la cattolicità. La Chiesa, dal canto suo, sentiva ingrossare i tempi e
s'affrettava a circondare di tutti i prestigi dell'arte il dogma, onde
meglio preservarlo dai prossimi assalti. Aveva dominato il mondo nel
medio evo con la pietà e con la scolastica; ma ora sentiva che la nuova
società, tutta impregnata di umanesimo, meglio si sarebbe dominata con
l'arte e con la bellezza.... Questa pittura romana, destinata a così
grande ufficio, doveva avere, caratteristica speciale, una spiccata
magniloquenza; e questo vi spieghi, signore, quel che di ampolloso,
e di violento e di sforzato che troviamo talvolta nelle composizioni
anche dei migliori. Quegli artisti vi danno l'idea di un oratore, il
quale parli ad un grandissimo uditorio in una piazza smisurata. Egli
istintivamente è tratto a forzare la voce e il gesto, perchè vuole
che il senso della voce e del gesto arrivi ai lontani termini del suo
uditorio....