La infelicità della vita del Tasso non consiste tanto negli sciagurati
avvenimenti — e l'amore deluso, e gli scrupoli, e le malattie, e le
ansie, e la povertà, e il carcere, e il manicomio, e le agitazioni, e
le fughe, e le guerre dei cortigiani e dei pedanti.... ma è l'_insieme_
di tanti mali, di tanti dolori, moltiplicati, centuplicati da una
squisita sensibilità, e da una irrefrenabile immaginazione. È stato
scritto che i mali del Tasso furono in parte prosaici, in parte
immaginari, in parte tollerabilissimi.... Prosaico o poetico, il
male à egualmente sentito da chi lo soffre. Immaginari, il carcere,
il manicomio, la miseria, le malattie? E poi della tollerabilità del
male il solo giudice competente è colui che lo soffre — è sempre una
tollerabilità _relativa_.
Ho conosciuto una giovinetta che iniquamente abbandonata dall'amante,
disperata si gettò in Arno — ne ho conosciute di quelle che in simil
caso, dopo due lacrimette, pensavan subito a trovare un successore....
Marzio l'assassino del Cenci, resistè per tre giorni alle più atroci
e raffinate torture, alle prove del _fuoco_, della _vigilia_, dello
_stivaletto_ — senza mandare un grido e senza dire una parola di
confessione. Il povero Savonarola ai primi tratti di fune cadde in
deliquio, e disse.... quel che gli fecero dire. Anche si è fatto colpa
al povero Tasso di avere pianto sempre con vacui lamenti sulle _proprie
miserie_, di esprimere un dolore _affatto privato_.
Eh! il poveruomo, ne aveva, mi pare, abbastanza dei suoi, perchè si
possa pretendere che si occupasse anche dei dolori degli altri; e
cantasse i _mali dell'umanità_, come uno Schiller o come uno Shelley!
Ma prima che egli varcasse la soglia della dolorosa vecchiezza, di
mezzo alle bugiarde speranze, ai miraggi delle corone d'alloro nel
trionfale Campidoglio, alle torture delle memorie, agli strazi delle
malattie, la pallida messaggera gli fece cenno — il cenno terribile,
al quale bisogna obbedire, e subito, o che si sia autori della
_Gerusalemme_, o guardiani di pecore. Ma per te, povero grande uomo, il
cenno non fu terribile: la morte fu per te la grande _Consolatrice_.
Era l'aprile del 1595. Torrenti di pioggia piovevan su Roma da un cielo
sinistro ed apocalittico. Una carrozza saliva l'erta di Sant'Onofrio.
Arrivata al convento, ne discesero il cardinale Cinzio e Torquato
Tasso. I monaci si affollavano alla porta, ossequenti al Cardinale,
compassionanti al poeta. Il poeta, pallido e calmo, disse loro queste
poche e significanti parole: “Son venuto a morire fra voi!„
Dalla finestra delle sua camera, dalla terrazza dell'orto, stanco e
morituro, ma calmo, potè contemplare la grande malinconia di Roma e
del suo solenne paesaggio. Un mondo era ai suoi piedi, fragile come la
nostra creta. Le rovine di tre imperi le vedeva accumulate tra i fiori
e l'erbe della immortale natura — e potè acquetare i suoi dolori di
un giorno, nella infinita pace del sepolcro di Roma, — Roma immensa,
dalla piazza del popolo alla piramide di Capo Cestio; e il Gianicolo, e
l'Esquilino, e il Palatino, e le cupole di cento chiese, e i palazzi,
e gli archi e le colonne, e i giardini e le ville, e le Terme, e il
Colosseo, e il Foro, e il Campidoglio, e San Pietro, e la via Flaminia,
e la via Appia, e la Campagna già verde, e i monti Albani e il Soratte
— e il mare vicino.
Roma è il più grande e sicuro asilo alle stanchezze dell'anima.
Nelle sue divine solitudini si sono acquietati i gridi ed i gemiti
dei disastri dei popoli, e delle tragedie dei re. Stuardi e Borboni,
Sobiesky e Bonaparte, tutti ha accolti e pacificati la gran madre
Roma. Un sentimento profondo, invincibile, della vanità delle cose
umane, s'impossessa qui degli spiriti anche i più vigorosi. Infatti i
delusi, i malati, le anime devastate dalla passione, adorano Roma. Essa
è stata, ed è ancora (non-ostante i dadi di gesso dei suoi _quartieri
nuovi_, e gli echi stridenti di _Montecitorio_) l'asilo e il conforto
supremo di ogni decaduta grandezza e di ogni speranza delusa — la
_consolatrix afflictorum_, in tutti i tempi.
Roma, e la morte vicina, elevarono l'anima angosciata e sempre agitata
del Tasso, in più spirabile aere. In quei pochi giorni, conobbe, forse
per la prima volta, sè stesso e il mondo! E scrisse all'amico Antonio
Costantini quella lettera calma, solenne, sublime, che non si può
leggere senza viva emozione: sono le ultime parole di Torquato Tasso su
questa terra.
“Che dirà il mio signor Antonio quando udirà la morte del suo Tasso? E
per mio avviso non tarderà molto la novella, perchè _io mi sento alla
fine della mia vita_, non essendosi potuto trovar rimedio a questa
mia fastidiosa indisposizione, sopravvenuta alle altre mie solite;
quasi rapido torrente dal quale vedo chiaramente esser rapito. Non è
più tempo ch'io parli della mia ostinata fortuna, per non dire della
_ingratitudine del mondo_, la quale ha pur voluto aver la vittoria
di _condurmi alla sepoltura mendico_; quando io pensava che quella
_gloria, che malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo dai miei
scritti_, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone.
“Mi son fatto condurre in questo monastero di Sant'Onofrio, non solo
perchè l'aria è lodata dai medici, più che alcuna altra parte di
Roma, ma quasi _per cominciare da questo luogo eminente_, e con la
conversazione di questi divoti padri, _la mia conversazione in cielo_.
Pregate Iddio per me: e siate sicuro che come vi ho amato e onorato
sempre nella presente vita, così farò per voi nell'altra più vera, ciò
che alla non finta ma verace carità si appartiene. E alla Divina Grazia
raccomando Voi e me stesso.„
Questa lettera del Tasso al Costantini e quella scritta dal
Machiavelli, dalla sua villa di San Casciano, a Francesco Vettori,
sono, diceva bene il Gioberti, le due lettere più significanti del
_Cinquecento_: sono come due rivelazioni dei due uomini e del loro
tempo. Il Machiavelli dice nella sua lettera che “passa molte ore del
giorno all'osteria, con l'oste, un beccaio, un mugnaio e due fornaciai„
— che con questi “s'ingaglioffa tutto il giorno, giocando a cricca
e a tric-trac, e il più delle volte si combatte per un quattrino, e
siamo sentiti gridare da San Casciano.... Così rinvoltato tra questi
pidocchi, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa
mia sorte, sendo contento che mi calpesti per questa via, per vedere se
la se ne vergognasse.
“Venuta la sera, ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in
su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di
loto, e mi metto panni reali e curiali: e rivestito condecentemente
entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto
amorevolmente, mi pasco di quel cibo che _solum_ è mio, e che io nacqui
per lui — dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandoli della
ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono:
e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, dimentico ogni
affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: _tutto mi
transferisco in loro_.„
Non sentite riviver qui e l'indignazione amara del Machiavelli, e
l'orgoglio e la gioia dell'uomo del _Rinascimento_, per il quale
l'antichità è culto insieme e conforto? — E non avete sentito nella
lettera del Tasso l'uomo del risveglio cristiano, per il quale Dio e
la vita futura son due realtà, e non più vote parole — anzi, le sole e
vere realtà?...
E la notte del 25 aprile 1595 il poeta spirava a 41 anni pronunziando
le sacre parole: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.„ — Sì:
nelle mani di Lui, di Lui solo, potè trovare riposo e pace quell'anima
travagliata.... Il mondo, coi suoi delitti, le sue ingiustizie, i suoi
duchi Alfonso, le sue ipocrisie, le sue compassioni spietate è per lui
già sparito, svanito, come un incubo tormentoso nella luce dell'aurora.
Avete veduto la maschera in cera del Tasso nella stanza dov'egli
è morto? — Quella maschera, certe stanze della _Gerusalemme_, e
certi frammenti delle sue lettere, ci dicon più di cento _documenti_
sull'infelice poeta.
In quella maschera è espresso il genio, la sensibilità, il dolore, e
pur troppo, anche il sinistro riflesso della follia. Povera testa sotto
l'appassita corona d'alloro, povere labbra così fini, già sì eloquenti,
sigillate per sempre dal dito della morte! Gli occhi socchiusi non
vedran più “lo dolce lume„; ma finalmente non verseranno più lacrime.
La morte fu per lui una divina liberatrice.
Ma egli vive immortale nella memoria dell'umanità beneficata e
consolata dal suo melodico canto: e i tiranni e i pedanti che gli
amareggiaron la vita, fino a fargli perdere la ragione, se rivivono
nella memoria degli uomini, è solo perchè ebbero l'onore di conoscerlo,
e l'infamia di torturarlo.