Torquato Tasso inizia la serie dolorosa dei grandi ingegni torturati
dal mondo e in parte da loro stessi. Il gemito lirico, il vago delle
aspirazioni, il sentimento dell'infinito, il grido della passione,
il ghigno del dubbio, e gli ardori dell'entusiasmo son le loro
caratteristiche. Me li figuro come una sacra ecatombe intorno al povero
Tasso. Il concerto dei loro lamenti riempie due secoli. Ecco Rousseau,
e Senancour, e Chateaubriand e Cowper, e Burns, e Byron, e Schiller, e
Platen, e Musset, e Heine, e Leopardi....
Rousseau e Byron son quelli che più mi ricordano il Tasso: in due cose
specialmente: nella continua agitazione e irrequietezza della vita;
e nella devozione alla donna. Di Rousseau fu detto: “Sa vie a étè
toujours entro le mains des femmes„ — e di Byron fu cantato:
“E spesso i lauri delle sue ghirlande
Andâr bagnati di femmineo pianto.„
e fu anche detto argutamente: “Dipingetemi Byron, con in mano una spada
e un velo di donna.„
La _Nouvelle Heloïse_ riaprì la sorgente dell'amore nel secolo XVIII,
come la _Gerusalemme_ quella della religione nella seconda metà del
secolo XVI — e però furono i due libri più popolari del loro tempo.
La _Nuova Eloisa_ fu insieme una rivelazione e una rivoluzione.
Fu la risurrezione del cuore atrofizzato dai piaceri egoisti della
galanteria. Che accenti ineffabili e nuovi! Unici nel 1760! Nulla di
simile in Diderot, nulla in Voltaire. Fu come un flutto di tiepide
acque termali dopo anni di neve: son gli accenti di un nuovo mondo, la
cui eco dura con variazioni magnifiche in tutta Europa, dal Goethe al
Foscolo, dal Byron a Giorgio Sand. Una scintilla elettrica percorse
tutta la Francia; — fin le galanti duchesse, dal cuore inaridito e
dalla immaginazione pervertita — le eroine dei più scettici _salons_
— ne restaron commosse, mutate. La duchessa di Luxembourg fu vista
piangere.
Dalla gomorra delle infami alcove, dai faticosi piaceri dei _petits
soupers_, Rousseau richiamò la donna alla natura, alla libertà, ed
all'affetto. Egli primo rese i bambini al latte e al bacio delle madri;
e ricostituì così la famiglia. Al capriccio, la fede; alla _femmina_,
successe la _donna_ — e una _madama Roland_ fu possibile nella terra
delle _Liaisons dangereuses_.
Destinato a errare nella procella e a crear nel dolore come il povero
Tasso, ne ebbe, come lui, la mente sconvolta.... Egli portava nel suo
fatidico seno tutte le tempeste della imminente Rivoluzione, insieme
alle tempeste del suo proprio cuore. Dotato di una parola di fuoco —
parola unica, che agita, sorprende e comanda, fece un gran bene e un
gran male; e quando cadde e tacque, parve che la Francia non avesse più
nè cuore nè voce.
L'altro, Byron, è un uragano di passioni che si slancia attraverso gli
ostacoli con la fulminea rapidità di un proiettile. Come nella vita
dolorosa del Tasso predomina il gemito, in Byron vi è gemito e fremito
— singulto e ruggito. È forse il più subbiettivo di tutti i poeti. Non
intese e non rese che sè: Byron-Aroldo, Byron-Lara, Byron-Manfredo,
Byron-Caino, Byron-Don Giovanni. Originale sempre, anche nelle monotone
pitture delle sue tempeste interiori; misantropo e violento; poi
tenero, soave, patetico, la sua poesia è una vera epopea individuale —
è il dramma di un'anima. L'eloquenza di Byron, come poeta del Dolore, è
la più magnifica e irresistibile che si sia mai udita.
Dipinse sè solo. E sia. Ma con che tragica grandezza, con che intensità
di pittura! — la favola, gli accessorii, i personaggi secondari
del _Manfredo_, per citare un esempio, non sono certo gran cosa....
tutt'altro! Ma egli è un _uomo_, nella più bella e forte e nobile
espressione della parola. Ha vissuto, lottato, odiato, amato, peccato,
sofferto e fatto soffrire. Ha domato gli altri; e sa domare sè stesso.
Si dà alla magìa, per una sublime e disperata speranza di amore, per
riveder _lei_, per una terribile audacia satanica di ribelle — non
per una curiosità d'alchimista, e per sete d'oro e di voluttà, come
il vecchio dottore tedesco. Adora la natura, la solitudine e una
diletta morta, amata di colpevole amore. Come uomo, come individuo è
più simpatico di Fausto. Se invece di riguardar Fausto come un simbolo
dello spirito umano nello spazio e nel tempo — lo consideriamo come un
individuo, quale ci appare in realtà nella prima parte; se spogliamo
il gran poema di tutti gli splendori del fondo, degli stupendi episodi
drammatici, degli accessori lirici; se dimentichiamo per un momento
la grande creazione di Mefistofele — e il gran concetto cosmico che
informa tutto il poema, e le sue meraviglie di ritmo, di plastica,
e di colore — e ne stacchiamo col pensiero la figura di lui, Fausto,
come semplice uomo, egli non c'inspira davvero nè simpatia, nè pietà,
nè ammirazione. Il suo ideale è troppo egoistico: vuole due cose sole:
sapere e godere. La sua più importante azione è di sedurre una povera
giovinetta, e abbandonarla, dopo averle ucciso il fratello. Ha troppe
velleità di estetico e di dilettante.... e finalmente si salva, non
si capisce bene il perchè, e sale gloriosamente al cielo come un San
Francesco d'Assisi. Credo che due sole persone lo abbiano amato davvero
— Margherita e Volfango Goethe.
Il più grande fra i poeti desolati che abbia avuto l'Italia, Giacomo
Leopardi, ci torna in mente parlando di Torquato Tasso: e non per
analogie di carattere o di sventura, che non ve n'è alcuna, ma per
la riverenza e la vivissima simpatia che il Leopardi ebbe sempre pel
Tasso. Nel suo triste soggiorno in Roma, il Leopardi era in uno stato
di apatia, di glacialità assoluta: guardava alle meraviglie pagane e
cristiane di Roma come insensato ed attonito. Nulla lo colpiva; era
diventato di pietra. Le sue lettere da Roma potrebbero essere datate da
Biella o da Avellino, sarebber le stesse. Nelle poesie, non un cenno su
Roma. È strano: soprattutto se si paragona questo silenzio del Leopardi
alle calde ispirazioni, agli accenti eloquenti che die' Roma a Goethe,
a Byron, allo Shelley, a Chateaubriand, al Platen, al Browning, allo
Story, al Carducci. Eppure una cosa — una cosa sola — colpì in Roma il
Leopardi, e ne rimane sacra e toccante memoria nel suo Epistolario — la
stanza e la tomba del Tasso a Sant'Onofrio. Là il suo cuore irrigidito
si commosse — e il poeta di Nerina e d'Aspasia _s'inginocchiò_ e
_pianse_ su le ceneri del poeta di Erminia e di Armida.
Povero Leopardi! il più completamente e continuamente infelice di tutti
i grandi infelici! Tutti gli altri ebbero qualche raro conforto. Il
Tasso ebbe la religione, Rousseau, la natura, — Byron, la gloria. Ma
lui! nè fede, nè amore, nè gloria, nè patria, nè gioie di famiglia, nè
consolazioni di natura, nè salute, nè bellezza, nè ricchezza, nè pace.
La sua filosofia è una assoluta e spaventosa condanna della Natura e
della Esistenza, più, assai più di quella di Schopenhauer. Egli è il
più radicalmente _nichilista_ di tutti i poeti d'Europa. Eppure che
anima! che squisito sentire! che divina poesia! È l'Inferno cantato da
un Angelo.
Spettacolo penoso, o Signori, questo sguardo retrospettivo su i dolori
immeritati, o anche meritati, dei grandi scrittori infelici: penoso
soprattutto nel caso del Tasso, per la debolezza e la sensibilità del
paziente, e per la lunghezza e la crudeltà del martirio. Solo ci può
confortare il rivolger gli occhi sui rari esempi di volontà eroica, di
lotta perseverante, di rassegnazione sublime che ci presenta la storia
della letteratura: — Come Cervantes, Camoens, Milton.
Il Milton fu come _ancorato_ nella vita: e neppur le tempeste che si
scatenarono sulla testa di re Lear l'avrebber smosso d'un palmo dalla
via della Fede e del Dovere. La forza del suo spirito fu più forte di
ogni calamità. Nè la ruina del suo partito politico e religioso, nè le
beffe e le persecuzioni dei trionfanti nemici, nè l'abbandono, nè la
solitudine, nè la penuria, nè le malattie, nè le sventure domestiche,
nè l'ingratitudine delle figliuole, nè la suprema delle sventure — la
cecità — alteraron mai il suo grande intelletto e la sua grande anima.
Cieco, povero e solitario — cantò quella grande epopea sacra, che sola
è degna di stare fra la _Commedia_ di Dante e la _Gerusalemme_ del
Tasso.
Ma egli, il povero Tasso, non seppe, non potè mai, fortemente _volere_:
quindi fu continuamente travolto in un eterno Scilla e Cariddi. E
avrebbe potuto dire, anche con più ragione del Foscolo:
“Morte sol, mi darà fama e _riposo_.„