VII.

Torquato Tasso inizia la serie dolorosa dei grandi ingegni torturati

dal mondo e in parte da loro stessi. Il gemito lirico, il vago delle

aspirazioni, il sentimento dell'infinito, il grido della passione,

il ghigno del dubbio, e gli ardori dell'entusiasmo son le loro

caratteristiche. Me li figuro come una sacra ecatombe intorno al povero

Tasso. Il concerto dei loro lamenti riempie due secoli. Ecco Rousseau,

e Senancour, e Chateaubriand e Cowper, e Burns, e Byron, e Schiller, e

Platen, e Musset, e Heine, e Leopardi....

Rousseau e Byron son quelli che più mi ricordano il Tasso: in due cose

specialmente: nella continua agitazione e irrequietezza della vita;

e nella devozione alla donna. Di Rousseau fu detto: “Sa vie a étè

toujours entro le mains des femmes„ — e di Byron fu cantato:

“E spesso i lauri delle sue ghirlande

Andâr bagnati di femmineo pianto.„

e fu anche detto argutamente: “Dipingetemi Byron, con in mano una spada

e un velo di donna.„

La _Nouvelle Heloïse_ riaprì la sorgente dell'amore nel secolo XVIII,

come la _Gerusalemme_ quella della religione nella seconda metà del

secolo XVI — e però furono i due libri più popolari del loro tempo.

La _Nuova Eloisa_ fu insieme una rivelazione e una rivoluzione.

Fu la risurrezione del cuore atrofizzato dai piaceri egoisti della

galanteria. Che accenti ineffabili e nuovi! Unici nel 1760! Nulla di

simile in Diderot, nulla in Voltaire. Fu come un flutto di tiepide

acque termali dopo anni di neve: son gli accenti di un nuovo mondo, la

cui eco dura con variazioni magnifiche in tutta Europa, dal Goethe al

Foscolo, dal Byron a Giorgio Sand. Una scintilla elettrica percorse

tutta la Francia; — fin le galanti duchesse, dal cuore inaridito e

dalla immaginazione pervertita — le eroine dei più scettici _salons_

— ne restaron commosse, mutate. La duchessa di Luxembourg fu vista

piangere.

Dalla gomorra delle infami alcove, dai faticosi piaceri dei _petits

soupers_, Rousseau richiamò la donna alla natura, alla libertà, ed

all'affetto. Egli primo rese i bambini al latte e al bacio delle madri;

e ricostituì così la famiglia. Al capriccio, la fede; alla _femmina_,

successe la _donna_ — e una _madama Roland_ fu possibile nella terra

delle _Liaisons dangereuses_.

Destinato a errare nella procella e a crear nel dolore come il povero

Tasso, ne ebbe, come lui, la mente sconvolta.... Egli portava nel suo

fatidico seno tutte le tempeste della imminente Rivoluzione, insieme

alle tempeste del suo proprio cuore. Dotato di una parola di fuoco —

parola unica, che agita, sorprende e comanda, fece un gran bene e un

gran male; e quando cadde e tacque, parve che la Francia non avesse più

nè cuore nè voce.

L'altro, Byron, è un uragano di passioni che si slancia attraverso gli

ostacoli con la fulminea rapidità di un proiettile. Come nella vita

dolorosa del Tasso predomina il gemito, in Byron vi è gemito e fremito

— singulto e ruggito. È forse il più subbiettivo di tutti i poeti. Non

intese e non rese che sè: Byron-Aroldo, Byron-Lara, Byron-Manfredo,

Byron-Caino, Byron-Don Giovanni. Originale sempre, anche nelle monotone

pitture delle sue tempeste interiori; misantropo e violento; poi

tenero, soave, patetico, la sua poesia è una vera epopea individuale —

è il dramma di un'anima. L'eloquenza di Byron, come poeta del Dolore, è

la più magnifica e irresistibile che si sia mai udita.

Dipinse sè solo. E sia. Ma con che tragica grandezza, con che intensità

di pittura! — la favola, gli accessorii, i personaggi secondari

del _Manfredo_, per citare un esempio, non sono certo gran cosa....

tutt'altro! Ma egli è un _uomo_, nella più bella e forte e nobile

espressione della parola. Ha vissuto, lottato, odiato, amato, peccato,

sofferto e fatto soffrire. Ha domato gli altri; e sa domare sè stesso.

Si dà alla magìa, per una sublime e disperata speranza di amore, per

riveder _lei_, per una terribile audacia satanica di ribelle — non

per una curiosità d'alchimista, e per sete d'oro e di voluttà, come

il vecchio dottore tedesco. Adora la natura, la solitudine e una

diletta morta, amata di colpevole amore. Come uomo, come individuo è

più simpatico di Fausto. Se invece di riguardar Fausto come un simbolo

dello spirito umano nello spazio e nel tempo — lo consideriamo come un

individuo, quale ci appare in realtà nella prima parte; se spogliamo

il gran poema di tutti gli splendori del fondo, degli stupendi episodi

drammatici, degli accessori lirici; se dimentichiamo per un momento

la grande creazione di Mefistofele — e il gran concetto cosmico che

informa tutto il poema, e le sue meraviglie di ritmo, di plastica,

e di colore — e ne stacchiamo col pensiero la figura di lui, Fausto,

come semplice uomo, egli non c'inspira davvero nè simpatia, nè pietà,

nè ammirazione. Il suo ideale è troppo egoistico: vuole due cose sole:

sapere e godere. La sua più importante azione è di sedurre una povera

giovinetta, e abbandonarla, dopo averle ucciso il fratello. Ha troppe

velleità di estetico e di dilettante.... e finalmente si salva, non

si capisce bene il perchè, e sale gloriosamente al cielo come un San

Francesco d'Assisi. Credo che due sole persone lo abbiano amato davvero

— Margherita e Volfango Goethe.

Il più grande fra i poeti desolati che abbia avuto l'Italia, Giacomo

Leopardi, ci torna in mente parlando di Torquato Tasso: e non per

analogie di carattere o di sventura, che non ve n'è alcuna, ma per

la riverenza e la vivissima simpatia che il Leopardi ebbe sempre pel

Tasso. Nel suo triste soggiorno in Roma, il Leopardi era in uno stato

di apatia, di glacialità assoluta: guardava alle meraviglie pagane e

cristiane di Roma come insensato ed attonito. Nulla lo colpiva; era

diventato di pietra. Le sue lettere da Roma potrebbero essere datate da

Biella o da Avellino, sarebber le stesse. Nelle poesie, non un cenno su

Roma. È strano: soprattutto se si paragona questo silenzio del Leopardi

alle calde ispirazioni, agli accenti eloquenti che die' Roma a Goethe,

a Byron, allo Shelley, a Chateaubriand, al Platen, al Browning, allo

Story, al Carducci. Eppure una cosa — una cosa sola — colpì in Roma il

Leopardi, e ne rimane sacra e toccante memoria nel suo Epistolario — la

stanza e la tomba del Tasso a Sant'Onofrio. Là il suo cuore irrigidito

si commosse — e il poeta di Nerina e d'Aspasia _s'inginocchiò_ e

_pianse_ su le ceneri del poeta di Erminia e di Armida.

Povero Leopardi! il più completamente e continuamente infelice di tutti

i grandi infelici! Tutti gli altri ebbero qualche raro conforto. Il

Tasso ebbe la religione, Rousseau, la natura, — Byron, la gloria. Ma

lui! nè fede, nè amore, nè gloria, nè patria, nè gioie di famiglia, nè

consolazioni di natura, nè salute, nè bellezza, nè ricchezza, nè pace.

La sua filosofia è una assoluta e spaventosa condanna della Natura e

della Esistenza, più, assai più di quella di Schopenhauer. Egli è il

più radicalmente _nichilista_ di tutti i poeti d'Europa. Eppure che

anima! che squisito sentire! che divina poesia! È l'Inferno cantato da

un Angelo.

Spettacolo penoso, o Signori, questo sguardo retrospettivo su i dolori

immeritati, o anche meritati, dei grandi scrittori infelici: penoso

soprattutto nel caso del Tasso, per la debolezza e la sensibilità del

paziente, e per la lunghezza e la crudeltà del martirio. Solo ci può

confortare il rivolger gli occhi sui rari esempi di volontà eroica, di

lotta perseverante, di rassegnazione sublime che ci presenta la storia

della letteratura: — Come Cervantes, Camoens, Milton.

Il Milton fu come _ancorato_ nella vita: e neppur le tempeste che si

scatenarono sulla testa di re Lear l'avrebber smosso d'un palmo dalla

via della Fede e del Dovere. La forza del suo spirito fu più forte di

ogni calamità. Nè la ruina del suo partito politico e religioso, nè le

beffe e le persecuzioni dei trionfanti nemici, nè l'abbandono, nè la

solitudine, nè la penuria, nè le malattie, nè le sventure domestiche,

nè l'ingratitudine delle figliuole, nè la suprema delle sventure — la

cecità — alteraron mai il suo grande intelletto e la sua grande anima.

Cieco, povero e solitario — cantò quella grande epopea sacra, che sola

è degna di stare fra la _Commedia_ di Dante e la _Gerusalemme_ del

Tasso.

Ma egli, il povero Tasso, non seppe, non potè mai, fortemente _volere_:

quindi fu continuamente travolto in un eterno Scilla e Cariddi. E

avrebbe potuto dire, anche con più ragione del Foscolo:

“Morte sol, mi darà fama e _riposo_.„

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 84 / 116 题