Alcuni giorni dopo la battaglia di Gavinana Firenze si arrendeva; dopo
quella di Marciano e di Scannagallo, Siena resiste ancora per oltre
otto mesi; scrive allora l'ultimo canto, forse il più bello della sua
epopea. Ritiratosi lo Strozzi in Montalcino, fu Dittatore il Montluc.
Tutte le bande del duca erano intorno alla città; le trincee giungevano
fino alle porte. Nella notte di Natale i nemici preparano un orrido
festino: la scalata, che non riusciva, perchè il Montluc, saltato
fuori delle mura coi soldati e colle schiere cittadine, fa chiuder la
porta colla ingiunzione di non aprirla, anche se morisse con tutti
i suoi, eppoi perchè il Marignano colle sue fiaccole rese micidiali
i tiri degli avversari. Di lì a poco si annunzia la batteria, cioè
il bombardamento; alcuni vociferano di resa; ma il Montluc ne pensa
un'altra delle sue. Era stato malato tanto che quando non vedeva i
nemici non avea forza (dice lui) di ammazzare un pollo; ma in quel
frangente, per incuorare i Senesi, che l'avean visto andare attorno
tutto imbacuccato, e lo facevano spacciato, infila le sue belle calze
di velluto cremisi, che avea portate quando faceva all'amore, ed avea
tempo (com'ei si esprime) da consacrare alle belle, e maschera il
cereo pallore del volto impiastricciandosi col suo vin greco, finchè
non ebbe preso un po' di colore. Vi giuro, egli esclama, che io non
riconosceva me stesso, mi pareva “essere innamorato, come una volta!„
I suoi capitani ridevano come matti; ma intanto lo accompagnano al
Palagio, dov'ei tiene un bel discorso e li fa giurare: “inanzi Iddio
che noi moriremo tutti l'arme in mano con essi loro per adjutar li (il
buon generale si compiace di saper bene e di scrivere anche l'italiano)
a deffendere lor sicuressa et libertà; et ogni uno di noi s'obbligi per
li soi soldati: et alsate tutte le vostre mani„. Le destre valorose si
alzarono, e si udirono più voci: “Io, io, huerlic; ouy, ouy, nous le
promettons„. I Senesi, anche una volta promettevano da parte loro di
mangiare sino ai propri figli, prima di arrendersi. La batteria non
fece effetto; un buon senese con un suo mezzo cannone smontò e fe'
tacere i pezzi nemici; il Montluc gli gridava: “Fradel mio, da li da
seno, per Dio, facio ti presente d'altri dieci scoudi et d'un bichier
de vino greco„. I cittadini gridavano dalle mura: “Marrani, venete qua,
vi meteremo per terra vinti brassi di muri„. Il Marignano dovea oramai
fondare nella fame ogni sua speranza.
Un pittore, Pietro Aldi, così presto rapito alle visioni dell'arte e
della gloria, volle in un bel quadro esprimere le atroci sofferenze
de' Senesi; povero Aldi, qual pittore al mondo saprebbe uguagliare
i quadri terribili della realtà? Ora sono i vinti di Marciano che
rientrano svaligiati, malconci, feriti e che si buttano piangendo
per le strade, che già lo spedale era pieno a quattro per letto, e
di più erano piene le banche, le tavole, le chiese; ora sono alcuni
poveri gentiluomini, che, sulla sera, vergognosi, battono agli usci
implorando un pane per amor di Dio; qua sono le visite domiciliari fin
nelle cantine, conquassando ogni cosa per trovare il grano nascosto; là
bare e battenti, o infelici, i quali ad un tratto, camminando, cadono
morti sulla piazza. Qualche volta lo scoraggiamento s'impadroniva del
pubblico Consiglio, che non poteva deliberare anche pe' contrasti ed
il mormorio; era sempre la vecchia discordia; ma fuori dell'aula, e
sulle mura tornavano tutti unanimi nel valore e nei patimenti; unanimi
perfino in qualche improvvisa, eroica allegrezza. Mentre tetro e lento
scorreva il carnevale del fatale 1555, più magro e digiuno della
più scarna quaresima, i Senesi (indovinate!) fecero un ballo tondo
in piazza e un bellissimo giuoco di pallone, nel quale un hidalgo
spagnuolo fatto prigioniero da un prosaico pizzicagnolo, riportò
i primi onori, “perchè era benissimo in gambe; nè c'era alcuno che
facesse li corsi che faceva lui„. Dopo vi fu un bellissimo affronto
di pugna; si udì una voce: “alla guardia, alla guardia!„, ed ognuno
tornava ai luoghi deputati. Sul volto abbronzato del Montluc si videro
lacrime di tenerezza.