Come Gavinana decise delle sorti di Firenze, i tristi poggi di
Scanagallo furono la tomba della Repubblica Senese. Piero Strozzi,
uscendo dalla città, si proponeva di unirsi coi rinforzi che attendeva,
di porgere una mano al fratello Leone, che dovea giunger per mare,
di allargare l'assedio, di far la raccolta in quelle campagne e di
ribellare gli Stati al duca. Nessuno di quest'intenti gli riusciva
efficacemente. Rimasto ucciso Leone presso Scarlino, dopo una grande
aggirata pel Volterrano, il Pisano, il Lucchese, dopo aver passato e
ripassato l'Arno, scendeva Piero in Val di Chiana, occupava Marciano
e Foiano, provocava il nemico a battaglia. Infine i due eserciti si
trovarono a fronte sulle alture fra le quali scorre il capo torrente
di Scannagallo; già pativano di tutto, e i capitani esortavano lo
Strozzi a sloggiare di notte; ma egli coll'ostinazione propria de'
caratteri più avventati, accecato da una _fatale pazzia_, volle battere
in ritirata alla luce del giorno, sfoggiando bravura, come in una
giostra. All'ultimo momento il Bentivoglio offriva di sacrificarsi per
assicurargli la marcia, e lo Strozzi, per tutta risposta: “chi ha paura
fugga, io voglio combattere„. “Signore, fuggirò„, rispose in collera
quel prode, e corse nelle prime file.
Erano circa le 11 del mattino del 2 agosto, e il sole sfolgorava
implacabile. Gli squadroni della cavalleria imperiale si avanzano,
alzando le visiere, e con faccie allegre mostrando alle fanterie il
desiderio della vittoria. “Parevano (scrive il Montalvo, un testimone
oculare) una montagna di ferro con piume al cielo, vista non meno brava
che bella.„ La cavalleria francese, con armi e sopravvesti dorate,
e molti paggi, sembrava “un bellissimo torneo„. Intorno allo Strozzi
stringevansi i fuorusciti suoi concittadini, levando bandiera verde col
verso dantesco: “libertà vo cercando ch'è si cara„. Tre sagri imperiali
tuonavano; due falconetti davano loro poca o nessuna risposta. Già
l'onda dei cavalli cesarei irrompe al di là del fosso, quando l'alfiere
dei Francesi gitta il grido infame del tradimento e della paura!
scampa, scampa! Era stato comprato dal nemico con alcuni fiaschi di
monete d'oro, che si erano fatti credere di tribbiano. Lo splendido
squadrone si divide, si rompe, fugge a spron battuto; fuga maledetta
anche dalle cantilene dei contadini che destano pur oggi l'eco triste
della solitaria campagna:
“O Piero Strozzi, in du' son i tuoi soldati
Al Poggio delle Donne in que' fossati:
Meglio de' vili cavalli di Franza,
Le nostre donne fecero provanza.„
Tutto non era ancora perduto. Il signor Piero, sulla cima del Poggio
delle Donne, armato alla leggera di armi nere dorate, su di un cavallo
turco, e collo stocco in pugno, facendo gli uffici di generale e di
soldato, conforta le fanterie, esclamando che quella fuga è un suo
artifizio; fa dare nei pifferi e nei tamburi; sventolano le bandiere;
gli Svizzeri scendono giù a precipizio, urlando: _Francia, Francia_;
mentre dall'altro lato rispondono: _Spagna, Imperio_. I bruni
Spagnuoli, che si erano inginocchiati a pregare prima di menar le
mani, Francesi, Italiani, Svizzeri e Tedeschi si urtano, si mescolano,
si uccidono. Si videro ferite stravagantissime; monti di uccisi, e
il fosso ripieno di morti talmente che la retroguardia lo passava
con facilità. Lo Strozzi avea proibito ai suoi di tragittarlo; ma
chi poteva trattenerli? Giunti al di là, ecco di nuovo i cavalieri
vittoriosi che l'investono di fianco; oramai agli imperiali e ai
cosimeschi non resta che uccidere e far prigionieri; de' Francesi
e dei Senesi non se ne trovavano insieme neppur cinquanta per segno
di qualche residuo di ordinanza. La strage fu di qualche migliaio;
i superstiti gittavano le bandiere in terra, e domandavano la vita,
levandosi le bande bianche. Furono inseguiti per oltre due miglia, fin
sotto Lucignano che si arrese. La furia della preda fu tale che i morti
vennero “ignudati totalmente„. Lo Strozzi, ferito in un fianco ed in
una mano, è travolto negli amari passi della fuga: solamente sei ore
sono trascorse; ma quante speranze e quante vite distrutte; quanti anni
di vedovanza e di lutto; quante lacrime, quanti orfani, qual mutazione
solenne di destini, mentre il sole fa trafelare i guerrieri nelle armi
rilucenti (scrive il Montalto che vi scoppiavano dentro) e continua
implacabile a flagellare gli aridi campi allagati di sangue! Frattanto
il duca gittava i danari a manciate dalle finestre di Palazzo Vecchio
“talchè in quella piazza vi si rassembrava un altro fatto d'arme,
stante la gran quantità di pugna che vi correvano„; faceva appendervi
le lacere bandiere conquistate; adunarvi musici e cantanti; far salve
di gioia; suonar campane, cantare il _Te Deum_, e scrivea a Cesare:
“che Dio è restato servito, dare a Vostra Maestà ed a me, suo devoto
servitore, la vittoria contro i nostri nemici„. Quella vittoria si
festeggiò perfino in Inghilterra.