La splendida epopea che allora i Senesi scrissero col sangue non deve
farmi dimenticare la vostra gentile sopportazione, e che al fianco
del prolisso narratore si pianta la più insoffribile compagna del
mondo, la noia, musa dispettosa, implacabile. Sprono adunque il mio
_ronzinante_, e divoro la via. Carlo V manda il Toledo e Don Garzia ad
invadere il territorio della repubblica; ma la piccola Montalcino che,
perduta fra le balze ed i poggi, ricorda sempre, col profilo severo,
quasi terribile, della sua torre oscura quelle storie d'indomito
valore, vide l'oste imperiale ritirarsi schernita dai suoi spaldi. Il
duca Cosimo, cervello coperto ed uno de' più saggi mondani (scrisse
il Montluc) che sia stato ai nostri tempi, rimaneva in disparte ad
osservare il giuoco, per cogliere il momento, nel quale il più destro
de' litiganti, gode dei travagli degli altri due. Prima ebbe ricorso
alle insidie tentando le congiure col Salvi, capitano del popolo e coi
Vignali, che furono mandati al patibolo; poi, gittata la maschera a
proprie spese, rischio e pericolo, otteneva dall'impero l'accollo della
guerra, incominciandola per sorpresa e quasi a tradimento, mentre i
Senesi festeggiavano il carnevale, e Brandano ritornato gridava per le
vie: “Cardinale, Cardinale (alludeva al Cardinale d'Este, governatore
inetto ed incurante); tu ci rechi poco sale; Siena, Siena, verrà il
medico, e ti guarirà dal farnetico.„ Il medico era appunto Gian Giacomo
de' Medici, marchese di Marignano, dal Brantôme salutato “il più
gran capitano di tutti quelli del suo tempo„, e n'era invece il più
feroce. Cominciò la carriera con un omicidio proditorio, e padrone del
castello di Mus sul lago di Como, aveva fatto il masnadiero, tanto che
i Lombardi lo chiamavano _assassino di strada_. L'imperatore sospettò
ch'ei prolungasse apposta l'assedio di Siena per continuare più a lungo
nella sua carica; soffriva di gotta, ed allora si faceva portare in
barella pel campo.
Piero Strozzi, comandante supremo delle forze del re di Francia, eppoi
maresciallo dopo la presa di Foiano, fuoruscito e nemico di Cosimo,
che cercò fino all'ultimo di farlo uccidere magàri a tradimento, era un
bell'uomo, colto e studioso tanto che avea, dicono, tradotti in greco
i Commentari di Cesare; ma troppo si compiaceva di praticare ciò che
andava leggendo nelle istorie. Aveva libreria ed armeria cospicue, e
perfino una sala cogli attrezzi per difendere ed espugnare le fortezze.
“Più furioso che dolce„ (così il Brantôme) è tutto nell'epigramma che
scrisse sulla parete della prigione di Cosimo:
Qui Piero Strozzi a mattana suonò
Perchè volevan che dicesse sì,
Ed egli sempre rispondeva no.
Amava ridere, dire il bel motto sopratutto col Brusquet “ch'era (segue
il Brantôme) il primo uomo per la buffoneria in corte di Francia„.
Riferisce poi non poche di queste burle, a dir vero, molto appannate ed
insolenti, e chiama, scherzi a parte, lo Strozzi più abile ad assalire
e difender castelli che a combattere in aperta campagna; più abile ad
obbedire sotto un gran generale che ad esser generale lui stesso. Forse
mirò più agli interessi della Francia ed ai propri che a quelli dei
Senesi, ch'erano per lui un mezzo come un altro per offendere il duca
abborrito, sebbene scrivesse al Brissac, in uno slancio di entusiasmo,
che accorresse in suo aiuto, quando anche, per rendergli la pariglia,
“dovesse andare a servirlo qualche mese da semplice soldato con la
picca e l'archibugio in ispalla„. Dopo la caduta di Siena, abbandonando
la Toscana per mare, stette lungo tempo muto, fissandone le coste; indi
ai suoi ricordò le sue imprese, Pompeo a Farsaglia, Bruto a Filippi,
accusò l'altrui poca virtù, la viltà altrui; guardò il cielo. Eran
rimorsi? Erano legittimi sdegni?
I veri eroi dell'assedio, tacendo de' veterani delle bande nere, di
Sampiero da Bastelica, tragica figura riserbata sempre ai più tragici
eventi, e de' valorosi mercenari tedeschi, che non aveano altro difetto
se non un appetito formidabile, talchè bisognò cavarli dalla città
perchè consumavano più loro di tutti gli altri; i veri eroi furono il
popolo e Messer Biagio di Montluc, già pieno di collera e di bizzarria
(ce lo confessa lui stesso), talchè in Siena non si volea mandare
perchè sarebbe stato fuoco contro fuoco; ma che invece si dimostrò
tanto prode quanto prudente. Scrisse di aver lasciata la sua collera in
Guascogna, e ch'era di quelli che non hanno in corpo retrobottega. Il
fuoco contro fuoco si unì quindi in una fiamma d'insuperabile eroismo.
Bravo tanto, che il Murat e il Ney lo avrebbero abbracciato come un
babbo glorioso; eloquente, vivace, amava la gloria, le belle donne e
il vin greco, ma sopratutto e prima di tutto il proprio dovere. Buono
di cuore, del prediletto vin greco che, mentre era ammalato e quasi in
fin di vita gli fu regalato da un cardinale, faceva larga parte alle
Senesi incinte, contento di beversene ogni mattina un bicchierino,
religiosamente, _come si prende l'ipocrasso_. Caricando di maledizioni
quelli che mettono nell'impegno le genti dabbene, eppoi le piantano
là, uscì di Siena coi patti ch'ei volle, e dopo avere assicurata la
vita a' ribelli di Cosimo. Preferì che i Senesi capitolassero per lui,
anzichè lui pe' Senesi. I Capitani spagnuoli correvano ad abbracciargli
le gambe; in Roma la gente correva ad ammirarlo sulle porte ed alle
finestre, ed egli sentivasi allora vieppiù confortato ad acquistare
onore, e, senza un quattrino, com'egli si esprime, sentiva di essere il
più ricco signore della Francia.