In questa guerra, che fu la più atroce e l'ultima che desolasse la
Toscana, e della quale la Maremma serba ancora le squallide vestigia
ed i paurosi ricordi, si erano ravvivati ed accumulati il furore e
gli odii fra i due comuni rivali, Siena e Firenze, che dalle nebbie
del più folto medio evo erano durati e cresciuti via via, funestando
di ruine e di sangue le campagne irrigate dall'Arno, dall'Elsa e
dall'Arbia fatale. Con questa guerra il nuovo principato accentratore
dava la battaglia suprema al Comune mediovale, che lanciava l'ultima
protesta, l'ultimo grido delle sue più fiere passioni, e de' suoi più
ardenti entusiasmi; da un lembo glorioso della Toscana si alzavano
una speranza, un lungo anelito d'indipendenza contro l'incombente
predominio spagnuolo, il peggiore di tutti nella povera Italia! Questa
guerra fu l'ultimo tempestoso tramonto dello splendido giorno de'
Comuni toscani che formano, nonostante i loro terribili contrasti,
una delle più belle armonie della storia. Anzi la nostra storia, la
nostra civiltà è così ricca e varia perchè risulta da più civiltà,
perchè ogni nostro principale comune ebbe una sua propria fisonomia,
un suo proprio e completo organismo, un suo peculiare e completo
incivilimento, lettere, arti, politica, costumi, legislazione e
perfino superstizioni e pregiudizi propri, quasi alla pari di uno
de' più grandi stati e delle più importanti nazioni. Siena fu tra i
Comuni ch'ebbero fisonomia più spiccata, singolare, risentita; vita
più completa, originale, tenace. Solamente le repubbliche di Lucca,
di Genova, di Venezia e di San Marino durarono più a lungo. Fu tra i
Comuni che formarono un elemento essenziale, un'aspirazione, un palpito
vigoroso dell'animo e della vita d'Italia. Ebbero i Comuni, ebbe Siena
gravissime colpe; peccato supremo la discordia; ma qual fu nel medio
evo il feudo, il regno, l'impero, il duca, margravio o barone che non
odiò, non uccise, non funestò terre e vassalli col diritto del pugno,
colle gare e le ribellioni implacabili? Ma qual è il regno, il ducato
ch'ebbe operosità e commerci più floridi, sorriso così divino di arti
e di studi, provvedimenti legislativi ed economici molto più liberali
e più saggi? La partigianeria, o Signori, non è sempre vizio peculiare
delle nostre repubbliche; mentre la cultura e la potenza economica
e commerciale fu loro gloria peculiarissima. Non compresero la vera
libertà? ma i principi forse la intesero? e chi la intese allora
degnamente? Per quanto cieca e partigiana, quella libertà segnava ad
ogni modo un progresso; mentre il principato co' suoi livelli e colla
sua disciplina, preparando indirettamente la unione, pure non di rado
illanguidì, sfibrò i caratteri, e ne tarpò sì bene le ali che dalla
Toscana del Ferrucci e dei Senesi dell'assedio si degenera a quella
di Cosimo III, di Gian Gastone, dei Ruspandi e di Stenterello! Non è
preferibile il Mediterraneo volubile, capriccioso, colle sue brezze
riparatrici, colle sue libecciate furibonde, che lo solcano di striscie
candide e frementi di spuma, ad un lago, al padule di Bientina e di
Massaciuccoli, calmo, uniforme, colla sua quiete sonnolenta ed i suoi
pesanti vapori? Torno alla tetra e grande poesia dell'assedio che
sembra velare anche oggi di fosca malinconia le antiche mura di Siena,
le sue vie, la sua torre comunale che sfida impavida il tempo e i
terremoti, come già sfidava le ingiurie nemiche.