In Roma un senese, pur di umile stirpe, il Benedetti, soprannominato
Giramondo, eccitava i Francesi a soccorrere la sua infelice città;
due congiure si ordivano, e le fila se ne propagavano in Siena e pel
suo territorio. Enea Piccolomini ed altri animosi colle bande della
montagna eran pronti. Gli Spagnuoli insospettiti ordinano ai cittadini
di rimaner chiusi in casa per lunghe ore; cercano di munire il
castello; pongono dappertutto vedette. Ed ecco una di queste a gridare
dalla torre del Mangia: “Molta gente è arrivata a Porta Nuova!„ Erano
i liberatori; dai tetti e dalle torri i poveri Senesi tendevano loro
le braccia. Vi fu un momento di ansietà, d'incertezza inesprimibile.
In quel lungo e fervido tramonto d'estate tutti i cuori battevano
impetuosamente. Ad un tratto è abbruciata una porta; i liberatori sono
entrati; un grido si propaga: Francia, Francia; vittoria, vittoria,
libertà! Tutte le finestre, calando le grandi ombre notturne, come
d'incanto appaiono illuminate “a tal che per tutta la città si andava
come se fosse levato il sole„. Gli Spagnuoli in silenzio si schierano
nel Campo, presso la fonte; ma già sono assaliti da ogni parte con
quell'impeto del quale solo un popolo oppresso ha il terribile segreto;
ricacciati via via per le strade tortuose ed anguste, molti balenano
e cadono, mentre dai rossi palagi, che a' riflessi delle fiaccole
paiono anch'essi ardere di sdegno, dai gotici balconi, dagli alti
tetti sporgenti vien giù ogni sorta di proiettili; è una tempesta più
formidabile di quelle dell'Oceano; un'ira di Dio; l'aria è piena di
grida, di lamenti; il selciato, le case rosseggiano di larghe chiazze
di sangue. È sempre deplorevole una zuffa, orrida sempre la strage;
ma le battaglie contro lo straniero insolente ed oppressore hanno una
poesia, un'armonia che scuote e rapisce come i versi più belli di Omero
e di Dante; come gli _Ugonotti_ del Meyerbeer ed il _Guglielmo Tell_
del Rossini.
Pur troppo i frutti principali di tanto valore andarono alla Francia,
misera condizione dei deboli che non escono dalle mani di un prepotente
se non per cadere in quelle di un altro, che li protegge o li abbandona
secondo il proprio tornaconto. Comunque, ebbero quei cittadini la
soddisfazione suprema di buttar giù la fortezza; magistrati, preti,
nobili e plebei, e, come là dicono, _citti_ e _citte_ con picconi,
martelli e pali di ferro, come se ciascuno andasse a nozze, con
quell'unanime entusiasmo del quale essi soli son capaci, la spianarono
sì bene che nello spazio d'un'ora ne fu guasta tanta “che non ne saria
murata in quattro mesi„.