II.

Ho pronunziata la gran parola, ch'è il filo di Arianna nel fosco

labirinto delle senesi discordie. I Monti sono i vari ceti, ordini

e gruppi della cittadinanza, che, prevalendo una data forma di

governo, avevano ottenuti o perduti via via i supremi magistrati o vi

aspiravano, dai nobili ai più poveri popolari della costa di Porta

Ovile. Ogni ceto formò setta, ed anzi più sette, che si dividono e

suddividono all'indefinito, tentando le più svariate combinazioni, e

scomponendosi e ricomponendosi senza tregua fra disaccordi sempre più

gravi e molteplici. La serie delle contese, dei tumulti, delle riforme

dei Monti dei Gentiluomini, dei Nove o borghesia grassa, dei Dodici,

dei Riformatori e del Popolo sono come un mare sempre in burrasca, un

turbine che dà il capogiro, l'insegna di Dante “che girando correva

tanto ratta, che d'ogni posa mi pareva indegna„; con buona pace della

gravità istorica, sono come un immenso arcolaio che gira e rigira

sempre con una matassa viepiù arruffata tanto da provocare il sorriso,

se non lasciasse dietro a sè una traccia sempre più larga e più lunga

di sangue. Alcune volte fu proposto di formare un Monte solo; ma parve

un attentato alla vita della repubblica, della quale i Monti erano

le membra, gli organi più vitali. Ciascuno di essi formava anzi una

piccola repubblica, ma sempre ostinata, indomabile, o democratica, o

aristocratica, o moderata, o radicale, talchè Siena era un aggregato,

o, come scrisse il Varchi, un _guazzabuglio di repubbliche_. Immaginate

quale dovea essere l'affetto e l'orgoglio che nutriva pel suo Monte il

senese del buon tempo antico, vedendo come anche oggi la tradizione

delle contrade resti viva e indistruttibile in quel popolo, e come

si manifesti in occasione del palio, ne' baci al cavallo vincitore

che n'è il simbolo e la gloria; l'immagini chi ha veduto, come me,

un buon prete in mezzo alla piazza saltare di giubilo, e gittare in

aria il tricorno, quando l'anima popolare di Siena si effonde in un

immenso fremito misto d'imprecazioni e di evviva che sale assai più

in alto dell'agile torre, e disturba le rondini dai rapidi voli.

Si effonde su dalla piazza ove curvi sui ronzini trasformati ad un

tratto, e per quell'unica circostanza, in ardenti corsieri, volano

i fantini nerbandosi di santa ragione, nerbandosi e cadendo, prima

uno eppoi due, tre; mentre gli altri, come se nulla fosse, continuano

la corsa sfrenata, e il pubblico li segue, intento alle bestie, con

un palpito sempre più accelerato, dimentico dei caduti, finchè un

urlo, un applauso, un colpo di mortaletto, e tutto è finito; cioè,

no, poichè anzi incomincia la scena più originale; i deliri della

contrada vincitrice, i commenti fragorosi, i pugni entusiasti; ne

buscano i vinti, ed anche un po' i vincitori, sopratutti l'eroe della

giornata, il fantino trionfatore, malmenato da baci e carezze peggiori

de' pugni, pel troppo bene. Talora un Monte ne figliava un altro; la

sola democrazia senese, una delle più audaci, offre una serie, una

moltitudine di gradazioni e di associazioni, dai comodi bottegai ai

discendenti dei facchini della compagnia del Bruco, che vollero dipinto

come stemma il leone sulle nere casipole; dai Bigi ai Biribatti ed ai

Bardotti. Non vi fu accozzaglia di persone che non si trasformasse

subito in congrega, in fazione, o almeno in accademia. Di accademie

nel secolo XVI su quarantadue che fiorivano in Toscana, ventitrè

appartennero a Siena, i Rossi, gl'Intronati, la Corte de' Ferraioli,

gli Sborrati, e chi più ne ha più ne metta. E con tante congreghe mai

un po' di vera concordia: il che starebbe a dimostrare ch'essa è in

ragione inversa del numero delle associazioni, dei comitati, dei fasci

più o meno sfasciati; ma per tali dimostrazioni, c'è proprio bisogno

di ricorrere alla vecchia Siena? Comunque, quivi bastava un ammasso di

terra preparata per un torneo, il cader delle vetrate abbattute dal

vento per far saltar fuori gli armati a combattere, e i ragazzi alla

pari degli adulti, e con loro le donne, giovani, vecchie e bambine;

e non erano pugni e legnate; ma colpi di punta e di taglio, e un

lampeggiare terribile di stocchi, di alabarde, di partigiane, di scuri

e di pugnali; urli come di fiere, e rantoli di agonizzanti.

Eppure nessun altro Comune ha dipinti nel suo palagio tanti esempi

ed allegorie veramente grandiose del buon governo! Nella sala de la

Pace (v'era una sala di questo nome, come di tanto in tanto fra una

rivoluzione e l'altra si celebrava la messa della pace), avete un poema

didascalico sul reggimento politico creato dal Lorenzetti, a tratti

di pennello; un bel vecchio maestoso, ch'è appunto il buon governo;

le virtù; una gran bilancia, e i cittadini a due a due che reggono un

lungo cordone, ch'è quello della concordia, tutti umili e quieti “come

i frati minor vanno per via„. In altra sala splendono le immagini dei

Savi antichi, Camillo, Curio Dentato, Scipione, Aristotele, Cicerone.

Ironiche pitture! Affidati alle mute pareti quei bei propositi,

il contrario i Senesi scolpivano nei cuori. Esaltavano la pace, e

praticavano la guerra!

Nel secolo XVI, scossa da convulsioni sempre più frequenti ed

implacabili, andava Siena incontro alla morte, eppure allora forse più

che in altro tempo gl'ingegni e le arti belle vi sorridevano, come i

fiori in un bel giardino di primavera. Il Pinturicchio, quell'infelice

mingherlino, dall'ingegno sovrano, che solea chiamare la pittura “arte

peregrina e da concorrere colla poetica„, faceva esultare di vita

immortale le pareti della libreria Piccolomini nel Duomo, co' dipinti

ne' quali palpita tutta la giovinezza del rinascimento, e che sono

l'apoteosi dell'eleganza e del colorito. Un'onda perenne di armonia

virgiliana, un'onda di sole rende perpetuamente giovani quelle figure,

quell'oro, quell'azzurro, quel verde, le arie di quelle teste, gli

alberi, gli orizzonti fuggevoli, paesi e città, i corteggi sfolgoranti,

l'imperatore che muove incontro alla giovine sposa. Domenico Beccafumi,

coi lavori di commesso, rendeva il pavimento della cattedrale degno

degli angioli, tanto che il nostro piede si perita quasi di sfiorarlo.

Antonio Bazzi, il Sodoma, fermava sulla tela, nello svenimento di

Santa Caterina, una visione di Paradiso, che, veduta una volta, rimane

in fondo al cuore, quasi melodia che “intendere non può chi non la

prova„, un'eco di quei concenti che i Santi della leggenda udivano

nell'eremo selvaggio, sulle cime de' monti, fra i silenzi dell'alta

notte scintillante di stelle; trasformava il solitario convento di

Montoliveto in una reggia dell'arte. Il Peruzzi, che nell'arguta

geniale fisionomia offre, come nelle opere, l'armonia stupenda del

galantuomo col valentuomo, co' suoi edifici “non murati ma veramente

nati„, colle sue prospettive leggiadre, e i fregi delle facciate, e

le figure che paiono luce di sorriso su di un volto onesto e gentile,

cooperava a trasformare la sua città in un solo monumento, ove il

bello rifulge nell'altero palagio e nella casa dell'artigiano, negli

stalli di un coro e negli angoli oscuri di un trivio; in una finestra

solinga occulta sotto un'umida grondaia, in un fondo oscuro di bottega,

sulle bare delle confraternite, sui registri e tra le cifre de' buoni

trisavoli della burocrazia e della finanza, e infine nella grazia

colla quale le contadine si acconciano il cappellone di paglia. Come la

città, tal'è la campagna ove quelle pittoresche figure s'incontrano, e

che ricorda i paesaggi della scuola umbra, e del Sodoma; le descrizioni

del Poliziano e dello Ariosto; quella poesia della natura che il

Risorgimento ne trasmise così fresca e salubre, e che i moderni

colorirono di così intima e soave mestizia. Agostino Chigi, il gran

mercante, era intanto un gran mecenate, degno di Roma e di Raffaello,

che ornava per lui la Farnesina delle immortali bellezze di Galatea,

dinanzi alla quale ogni fervido cuore, come Pigmalione alla statua,

grida spontaneo: vivi, palpita ed ama.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 40 / 116 题