Tornando dal cielo in terra, l'amministrazione della repubblica era
allora confusa ed imbrogliata tanto quanto erano armoniose e pure le
creazioni dell'arte. Ristretta ai _Reggenti_, alla fazione vincitrice,
veniva esercitata da un Senato o Consiglio della General Campana, da
un Consiglio del Popolo e da un Concistoro, formato da nove Priori e
dal Capitano del Popolo. Le urgenti necessità ed i pericoli avevane
poi dato origine ad una Balia, dapprima temporanea ed in seguito
ordinaria e permanente; varia per numero e per durata, e nella quale si
riflettono via via le vicende dell'instabile governo, come le nuvole di
un cielo burrascoso in un limpido specchio d'acqua.
Indi mutamenti continui nella direzione degli affari, insieme col
danno di gente che amministrava senza esperienza sufficiente della
cosa pubblica. Indi Siena veniva governata (è il Commines che parla)
“plus follement que ville d'Italie„; mentre il Malavolti, un senese,
bruscamente dichiara che “le novità vi si facevano, non ad altro fine
che per robbare il pubblico ed il privato„ e su questo _robbare il
pubblico_ insistono altri storici e cronisti cittadini; tanto è vero
che nulla è nuovo sotto il sole! _Bandi di Siena per chi sì e per chi
nò_, ripetè fino ai dì nostri il proverbio; il contado era sfruttato
o negletto; la reputazione della repubblica scossa, compromessa
tanto all'estero quanto all'interno. Giovanni di Giorgio, pittore e
architetto sulle fortificazioni (e si era alla vigilia della guerra)
scriveva ai signori: “Ho servito a ingegnere, a solecitatore, a
guastatore tale che so' invecchiato, e mi risolvo a dire che tanto
vale dire ingegniere quanto furfante.... questo fumo senza arosto non
fa per me, perchè quando mi sento dire signore ingegniere, e mi guardo
in borsa e non v'è uno quatrino....„ e basti la citazione quanto al
trattamento degl'ingegneri militari della repubblica.
La prima conseguenza di una simile condizione di cose fu di eccitare
l'allarme, la vigilanza e la cupidigia de' potenti vicini e lontani,
ed anche degli impotenti. La vaga Siena ebbe proci innumerevoli;
il Valentino, il papa, l'impero, il re di Francia, e più assiduo
ed accorto di tutti il duca Cosimo. Chi l'ambiva, come il duca, per
estendere ed assicurare il principato; chi per afforzarsi nel centro
della penisola, dominando la strada fra Roma e Firenze, e occupando
la Maremma co' suoi lidi fortificati; chi per meglio tener quieta
e soggetta l'Italia. A colorire tali ambizioni i fuorusciti erano
il mezzo più naturale e diretto, e Clemente VII lo tentava aiutando
coi suoi fiorentini i Nove; ma qual disinganno! Come ai giorni di
Montaperti, il popolo senese, quasi fiume ingrossato che rompe gli
argini e dilaga, dalle porte e dalle mura precipita a innondare il
campo nemico; ne inchioda i cannoni, ne rovescia le tende, lo rompe,
lo fuga, lo insegue. Scrisse il Vettori che la battaglia di Camollia
del 1526 gli parve un fatto straordinario, se non portentoso, tanto
da ricordare gli esempi della Bibbia; ora ne resta un vivo ricordo in
un dipinto nella chiesa di San Martino, coi particolari del costume
cercati indarno nelle istorie e nei documenti ufficiali; la porta
coi suoi fortilizi, gli accampamenti; gruppi, squadre di soldati, di
popolani, cannoni dalle forme svariate, bizzarre, baracche, bandiere,
e perfino le baldracche che accompagnavano l'esercito, seminude,
impaurite. Del resto l'imprudenza dei Fiorentini e degli alleati non
meritava loro di meglio, nè ebbero tutti i torti i Senesi cantando de'
generali sconfitti:
Quel conton di Pitigliano,
Mangiafichi, bufalaio;
Si armò prima col tribbiano,
E poi fece un grand'abbaio.
Quel ventron dell'Anguillara
Si fuggì come un poltrone.
In una città ghibellina ed imperiale per antica tradizione, Carlo V
acquistava naturalmente un predominio, ch'era in sostanza una poca
larvata signoria. Dava consigli ed inviava oratori a riformare, a
condividere co' magistrati il governo, a comandare presidii spagnuoli.
Siena era altera del suo Cesare, come del suo più forte e leale
paladino: si disse che i Senesi fin nel ventre della madre avevano
il nome di Cesare in bocca. Quando l'impassibile Carlo la visitava,
ed entrato in quei confini ebbe detto, nel discingere le armi: “siamo
in casa nostra (vedete che non faceva complimenti!) vada ognuno come
più gli aggrada„, i Senesi lo accolsero con vero fanatismo. Si videro
giovinetti della più cospicua nobiltà abbracciare e baciare le gambe
del suo cavallo: ed egli intanto visitava premuroso le fortificazioni e
le mura. Gli agenti imperiali tiravano a far gl'interessi propri e del
padrone; e le fazioni pur troppo ne aiutavano l'opera distruggitrice; i
Nove sopratutto, esasperati dai contrasti e dalle sventure. Quel Monte
aveva dato a Siena un governo prospero e glorioso; ma degenerato poi
in un'oligarchia stretta e gelosa, ed avendo fatto capo ad una famiglia
di tiranni, eccitava oramai contro di sè tutti gli altri, Riformatori,
Gentiluomini e popolo. Ebbero i Nove le qualità e i difetti degli
antichi ceti privilegiati, che per le antiche proprie benemerenze, e
coll'insistere nel potere orgogliosamente, non soffrono gli altrui
meriti nuovi, nè si adattano a cedere, anche quando è prudenza,
sapienza, dovere, carità. Volevano ad ogni costo il predominio,
magari sacrificando la patria agli Spagnuoli. Nè i popolari andavano
senza deplorevoli eccessi. Fra loro era sorta una turba licenziosa,
i _Bardotti_, una specie di _sanculotti_ (le rivoluzioni come gli
uomini che le fanno si somigliano un po' tutte) che avevano formata
congiura contro ai nobili ed ai cittadini. Levavano per insegna una
scudo tramezzato di bianco e di verde, andavano a squadre la notte, e
commettevano ogni sorta d'insolenze, pretendendo i maestrati. Erano
macellai, sarti, falegnami, nè tutti d'infima condizione, ed in una
città d'ingegni vivissimi, dove la cultura era diffusa nel popolo
tanto che l'altra congrega popolare dei Rozzi si adunava a commentare
Dante e il Petrarca, e a scriver commedie in prosa ed in versi, non
è a stupire che i Bardotti si adunassero a leggere Livio, Vegezio
e il Machiavelli, addestrandosi alle armi con finti abbattimenti.
Faziosi, irrequieti, protervi forse dai governanti vennero esagerati
i loro torti. A buon conto si obbligavano alle pratiche religiose,
a soccorrere i compagni poveri ed infermi, a pregare pei loro morti
ed accompagnarli al sepolcro. Furono violentemente soppressi, non
osando essi resistere, poichè Mario Bandini, il grande agitatore, li
sconfessava, gridando loro in collera di tornare a bottega. Chiesero
perdono ai Signori, consegnarono la bandiera e vi tornarono. È fra
di loro uno dei più bisbetici cervelli nella schiera bizzarra degli
artisti, Girolamo Del Pacchia o Pacchiarotti, soprannominato fra i
Rozzi il _Dondolone_. Durante la persecuzione dei compagni egli corse a
nascondersi nientemeno che in una sepoltura, dove rimase celato alcuni
giorni, uscendone poi tutto pallido, contraffatto e coperto di vermi;
uno spaurito insomma che faceva paura (tutto dire!) più di quella che
non sentisse.