Ma contro i fati che incombono alla moritura Repubblica, legittimo e
degno figliuolo di lei, uscito da quel popolo di lavoratori che l'han
fatta grande nel mondo, soldato della patria e della libertà, si leva
Francesco Ferruccio. Quando nella storia delle umane colpe e sventure,
di mezzo al male fatto o sofferto, fra i dolorosi contrasti di chi
piange e di chi fa piangere, s'innalzano, da questa polvere del mondo
sozza e cruenta, le figure luminose dei pochi che in quel contrasto
hanno eletta la parte migliore, che hanno sposata con amplesso potente
e puro alcuna delle grandi idealità dell'anima immortale, la carità,
la scienza, la fede, la libertà umana, la patria; e a codesta sposa del
cuor generoso si sono devoti e per lei hanno combattuto, e per lei sono
caduti trionfatori; allora sentiamo che quelle sante idealità, librate
nell'alto, sono state qualche volta, quaggiù basso, il reale; allora
racquistiamo la fiducia nel bene, e la virtù di operarlo; allora la
storia non è più solamente la maestra, sì anco la poesia, della vita. È
di questi il Ferruccio.
Cominciato, come mercante ch'egli era, dall'esser pagatore delle Bande
Nere che Firenze aveva nella Lega alla guerra di Napoli, uomo dirotto
all'operare e intinto anche nel men bello di quella tramescolata vita
del Cinquecento, fatto soldato dalle contingenze di quell'ufficio, e da
naturale inclinazione, e dal vagheggiar la guerra nelle antiche storie
che leggeva in volgare, si era trovato in Valdichiana e a Perugia
mentre si avanzava il nemico, e da Perugia era venuto con Malatesta,
che ancor egli aveva in grande concetto; ma sempre, e allora e poi
a Prato, in condizione subordinata e con piccola o nessuna balìa
di agire, sinchè la Repubblica lo ebbe messo a Empoli, nel cuore
del dominio che solo le era rimasto, commissario in quella terra
munitissima e chiave del Valdarno pisano e dirimpetto ai pericoli, da
un lato, di Siena nemica, dall'altro di Pistoia e Prato rivoltate.
Ciò nell'inverno: ed era subito stata opera sua il racquisto di San
Miniato al Tedesco, sanguinoso sugli Spagnuoli che l'avean preso e sui
terrazzani che avevano favoreggiato; e lo avere, in campo aperto, con
strage, spazzati dal paese quelli scorridori e ribellatori delle terre
della Repubblica. Ma quando di queste terre, una, troppo importante,
Volterra, si dette al Papa, rimanendo ai Fiorentini la ròcca, ma nella
città afforzandosi gagliardamente i ribelli, allora il Ferruccio,
chiesto e avuto da Firenze un rinforzo, si spicca rapido e inaspettato
da Empoli, dopo averla lasciata sicurissima; è a Volterra, penetra
con le sue genti nella fortezza, da quella si getta sulla città, la
riguadagna ferocemente alla Repubblica, schiaccia non che domare la
cittadinanza colpevole; poi afforzatosi a sua volta, sostiene gli
assalti, prima del Maramaldo venuto da Siena, poi di lui stesso e
del Marchese del Vasto soprarrivato da Empoli (caduta intanto, pur
troppo, per vilissimo tradimento, in mano ai Cesarei), e ributta
ambedue gli assalitori con furibonda resistenza di armi, sassi, olio
bollente; resistenza, che ferito e con la febbre addosso, egli séguita
a comandare e spingere sino all'ultimo, facendosi portare a braccia,
sopr'una seggiola, finchè il nemico è costretto, non pure a ritirarsi
ma a levare per disperato l'assedio. A Fabrizio Maramaldo inasprivano
la sconfitta i trattamenti usatigli siccome a venturiero fuor delle
leggi di guerra (ed egli affettava dispregio di capitano pel Ferruccio
mercatante); gliela inaspriva lo scherno, solito allora negli assedi,
della gatta esposta sulle mura:
Su, su, su, chi vòl la gatta
Venga innanzi dal bastione;
che questa volta diceva
Chi vòle il gattuccio
Venga avanti al Ferruccio;
mentre co' _miau_ della bestia era salutato il nome di Maramau. E il
Maramaldo se ne ricordò a Gavinana.
L'esempio del Ferruccio fece contro Malatesta, che di nessuna
occasione mostrava sapersi o volersi valere per aver vantaggio sul
nemico, nascere prima impazienze, poi malumori e sospetti nel popolo.
Cominciavano a scarseggiare le vettovaglie, e cresceva, pe' disagi
e il serpeggiare del morbo, la mortalità: ma anche nel campo Cesareo
la difficoltà delle paghe e la pestilenza stremavano o disordinavan
le file. Con questo di diverso bensì: che fra gli assedianti
s'insinuava in pari tempo la stracchezza e la malavoglia; e le forche
che sorgevano accanto al quartiere del Principe in Pian di Giullari
avevano occasione a influire le loro salutari efficacie: nei cittadini
invece cresceva, col pericolo, la fermezza dei propositi generosa
e feroce. Avea scritto il Ferruccio: “Alla guerra non ne nasce;
nè bisogna per questo sbigottirsi: chè quando i tre quarti di noi
morissimo per non tornare in servitù, il quarto che resterà sarà tanto
glorioso, che il resto sarà bene speso„: nè il linguaggio delle cifre
e della mercatura fu mai nobilitato ad altezza maggiore. E al cuore
di quel magnanimo il cuore della cittadinanza aveva sin da principio
risposto con questi altri sentimenti e parole, che stanno, prezioso
testamento della libertà, negli atti della Repubblica o nelle lettere
dell'Ambasciator Veneto: “Piuttosto tagliar a pezzi anche li padri
propri, che voler consentire a condizione alcuna indegna del viver
libero.... Non dubitiamo di cosa alcuna, e siam parati e disposti a
difendere la nostra libertà; confidando che la Divina Giustizia, la
quale non ha rispetto alle grandezze umane, sia per aiutare ad ogni
modo la causa nostra ragionevole.... Ci porremo le robe e la vita....
Difenderemo questa città, finchè potremo sostenere in piedi li corpi
nostri.... Abbandonati dagli amici, e massime da quelli„ (dicevano
all'Ambasciatore della Serenissima; nè fu quella la sola volta che gli
rammentassero la libertà repubblicana e l'Italia) “da quelli ai quali
più si conviene conservare il viver libero, non saremo però abbandonati
dalla grazia di Nostro Signore Iddio, come quelli che giustissimamente
difendiamo dalla rapina e dalla tirannide le facoltà nostre, l'onore,
la vita, la libertà....: e sempre con maggior costanza ci confermiamo
in volere, ovvero conseguir la libertà, ovvero portarci di sorta, che
se la perdiamo, speso e consumato tutto l'aver nostro, non sopravviva
qui alcuno, e solamente si dica: _Qui fu Firenze_.„ Così fiduciosa nel
proprio diritto e nella giustizia di Dio la repubblica metteva le mani
sui beni ecclesiastici in Firenze ed in Pisa, e su quelli dei ribelli,
sugli ori delle chiese fino a quelli del caro antico nido di San
Giovanni: e con essi, e co' gioielli d'una mitra donata al Capitolo di
Santa Maria del Fiore da papa Leone, e con gli altri di che le donne si
spogliavano volonterose, si batteva moneta, col Giglio di Firenze da un
lato e la Passione di Cristo dall'altro. Era sospeso, in certe ore, il
suono delle campane; e come già di quelle, da chiesa a chiesa, così ora
quelle valenti donne riconoscevano un ben diverso scampanìo: il trarre
delle artiglierie da quel bastione o da questo. Si denunziava, mediante
quella che chiamavano tamburazione, papa Chimenti (nome di dileggio)
e i cardinali fiorentini ch'erano con lui a Bologna, come cittadini
rei di Stato. I frati di San Marco bandivano dal pulpito la difesa
della patria; promovevano pubbliche preci, processioni, ostensioni di
reliquie e d'imagini tradizionalmente venerate; ricordavano le promesse
e le profezie del Savonarola. “Non abbiate paura; perchè Dio è per
noi, e sono qui molte migliaia di angeli.... Dio e la Vergine hanno
deliberato di reggere e governare questa città.... Italia sarà nelle
tribolazioni, e tu, Firenze, comincierai a fiorire: quando le spade
voleranno per l'Italia, e tu fiorirai.„ E il popolo traeva dalla chiesa
ai bastioni, sicuro che con lui era, contro il Papa e l'Imperatore, la
forza di Dio, e scriveva su pe' canti, a grandi lettere, col carbone o
col gesso: “Poveri e liberi!„ Eroica plebe, che affamata, ammorbata,
deserta d'ogni umano soccorso, leva gli occhi in alto, e afferma col
sangue la patria: a Firenze nel 1530; a Venezia nel 1849: e suggella
con due difese popolari la storia delle due Repubbliche, sulle cui
bandiere, per terra e per mare, il nome d'Italia fu gloria della
civiltà.
E in mezzo a tutto questo fervore di guerra; piena la città di
soldatesche; tanta parte di cittadinanza vigilante in armi, e
accorrendo alla difesa delle mura persino i vecchi e i fanciulli; col
terrore di esecuzioni capitali che su cittadini trovati in difetto
scendevano rapide e inesorabili; con l'atroce pericolo, nella penuria
estrema delle vettovaglie, che si dovessero da un giorno all'altro,
metter fuori le bocche inutili, cioè abbandonare al vitupero de' nemici
le donne, i fanciulli, i poveri vecchi; si conservavano tuttavia le
forme e le consuetudini della vita cittadina: continuavano i traffici,
i luoghi pubblici si frequentavano, si ufiziavano le chiese, sedevano
i magistrati; le private differenze e dissensioni si rimandavano
a “dopo che ci saremo levati costoro da dosso„: si contrattavano
compre e vendite, anche di possessioni occupate dai nemici; e la
villa dei Guicciardini in Arcetri, dove alloggiava il Principe, messa
all'incanto, trovava compratore, nè più nè meno che presso i Romani il
terreno dov'era accampato Annibale. Si solennizzava il San Giovanni,
salvochè si convertivano in dimostrazioni d'umiliazione a Dio le
gazzarre e magnificenze annuali. Si faceva sulla piazza di Santa Croce
il giuoco del Calcio, proprio a portata dell'artiglieria nemica, che
non mancava da trarvi sopra, ma senza che però il giuoco cessasse. E a
cosiffatte dimostrazioni di sicurezza e di baldanza appartiene la sfida
di Lodovico Martelli a Giovanni Bandini, uno de' Fiorentini, non pure
ribelli ma rinnegati, che stavano pe' Medici contro la patria nel campo
nemico: nella quale sfida al ribatter l'onore offeso delle milizie
cittadine si mescolavano gelosie di non degno amore; e ne seguiva un
doppio duello del Martelli col Bandini, e di Dante da Castiglione con
Bertino Aldobrandi, che, dato campo franco dal Principe, si combattè
con solennità sfarzosa, in sua presenza, sul piazzale del Poggio,
morendone il Martelli da una parte e l'Aldobrandi dall'altra. Ma
l'altro duello a morte tra Medici e libertà, rimaneva sulle spade de'
due eserciti, sinistramente sospeso dal mal genio d'un uomo che la
Repubblica aveva ormai fatto diventare più forte di sè medesima.