“Mostrano quei di fuori„ scriveva l'Orator Veneto “di voler venire
all'assalto: il quale non solamente da questi non si teme, ma si
desidera sopra modo, insieme con la battaglia, come certissima salute
di questa città.„ Ma di battaglia non concesse mai il Baglioni (e il
Colonna si rimetteva) altro che le apparenze, in parziali sortite, le
quali se dimostrarono il valore de' cittadini, e de' soldati, e de'
capi altresì, non escluso il Capo supremo che ormai, o si stesse o
facesse, tradiva, lasciarono inalterata cotesta condizione di cose,
senza che la città si levasse d'addosso, con l'assedio, la minacciata
rovina della sua libertà. Allegava Malatesta (il quale intanto menava
pratiche col Papa e con l'Orange), essere lui responsabile della
salvezza della città, e non volere arrisicarla per improntitudini
di giovani: quasi che Firenze gli si fosse costituita in curatela,
e col bastone del comando sulle armi gli avesse altresì delegato
ch'e' sentisse e pensasse e volesse per lei. E il più iniquo di tale
condizione di cose si fu, che quando essa finalmente ingenerò, come
troppo prima avrebbe dovuto, sospetti di tradimento, cotesti sospetti
erano soffocati, il meglio si potesse, dalla Signoria, pel timore
che, risapendoli il Baglione, egli e la gente sua voltassero le armi
contro la città che gli giaceva ormai nelle mani. La più coraggiosa
parola dei magistrati al Capitano traditore, fu di ammonirlo ch'e' non
ricevesse più ambasciate dal Papa, e “voltasse l'animo alla gloria„.
Ma il Petrarca aveva già ammonito che questo non era sentimento da
mercenarii:
vederete come
Tien caro altrui chi tien sè così vile.
Ed invero, nessuna più dolorosa nè più vituperosa dimostrazione dettero
mai di ciò che veramente esse erano, coteste venderecce milizie, le
quali in quella meravigliosa canzone, che rimase come l'elegia perpetua
della libertà nazionale, il Poeta aveva denunziate all'Italia:
In cor venale, amor cercate e fede:
Qual più gente possiede
Colui è più da' suoi nemici avvolto.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Se dalle proprie mani
Questo n'avviene, or chi fia che ne scampi?
Scampo unico e supremo tutti sentivano essere il Ferruccio: i cittadini
con angosciosa speranza, con bieco terrore Malatesta, con isgomento i
nemici. E il Ferruccio si mosse.
Sostituitigli Commissari valenti in Volterra, egli, poichè il Valdarno
da Empoli a Signa, e la Valdelsa, erano ormai terra di nemici, fece
capo a Pisa (ci arrivò il 18 luglio), col disegno d'ingrossarsi colà,
e poi volgersi a Pistoia, per riprenderla, se si potesse, a ogni modo,
secondo le contingenze, minacciare il campo Cesareo, ovvero da' monti,
per Val di Bisenzio, riuscir sotto Fiesole, donde, sforzato il passo,
entrare in Firenze; le cui forze intanto avrebber secondato il disegno,
spiando e cogliendo il punto di gettarsi sul nemico, distratto verso il
nuovo assalto esteriore. È da taluni attribuito al Ferruccio un altro
disegno: voltarsi a Roma, con quale animo verso papa Medici è agevole
a pensarsi, e così svolgere dall'assedio l'Orange, ovvero chiudere
al campo assediante i varchi della Valdichiana e dell'Umbria per le
provvigioni; mentre altri moti diversivi si tentassero in Pistoia
e in Romagna, e si colorissero le speranze che da Genova il fedele
Alamanni dava di là e, con più illusione, dalla Francia. Ma il disegno
che fu attuato, rapido e violento, è troppo più verosimile fosse il
solo che arridesse al Ferruccio. Se non che troppa parte di questo
doveva esser coadiuvata dal di dentro della tradita città; e la febbre
che inchiodò in Pisa per una diecina di giorni l'eroe dell'impresa,
dette malauguratamente il tempo a' nemici di prepararsi. I Commissari
di Pisa, dal letto del valoroso che si consumava del suo non potere,
scrivevano ai Dieci della guerra: “Dio, per sua misericordia, non ci
darà tale impedimento.„ E fra l'1 e il 2 di agosto, scrive egli “dal
paese di Pescia„: “Io mi trovo in sul fatto, e guarito, Dio grazia„;
e che procede come per paese nemico, e che il Maramaldo lanciatogli
a' fianchi è sul Pistoiese, e “se li nimici faranno sperienza di noi,
allora faremo vedere chi noi siamo„. Quel giorno stesso batteva, con la
solita ferocia, in San Marcello la parte Panciatica, e s'incamminava a
Gavinana, verso dove per parti diverse erano rivolti i nemici.
Ne' Consigli intanto, e fin da quando egli si era mosso da Volterra,
prevalevano i partiti del furor disperato: si desse a Malatesta
la licenza ch'egli minacciava, infintamente, di volere: e al primo
opportuno avviso dal Ferruccio, serrar le botteghe, armarsi, primo e
alla testa del popolo il Gonfaloniere, “mantenere il giuramento fatto
a Dio quando lo eleggemmo re di Firenze„, combattere e vincere; e se
così non avvenisse, “quelli che resteranno alla custodia delle porte e
dei ripari, abbiano con le mani loro, subito, a uccidere le donne e i
figliuoli, por fuoco alle case, o poi uscire all'istessa fortuna degli
altri, acciocchè distrutta la città non ne resti se non la memoria, ed
un esempio immortale a coloro che nati liberi, liberi voglion morire.„
E il 2 di agosto, mentre il Ferruccio scriveva quella che fu la sua
ultima lettera, il Gonfaloniere riferiva che alle sollecitazioni
rinnovate presso il Baglioni e il Colonna, di dare addosso al campo,
questi avevano nuovamente rifiutato, sebbene si sapesse che la notte
innanzi il principe d'Orange, guadato Arno con buon nerbo di gente
scelta, era uscito a incontrare il Ferruccio, lasciando in sua vece don
Ferrante Gonzaga; il quale veramente si aspettava d'ora in ora essere
assalito. Il Baglione, mutata stanza, si era di su' Renai ridotto
presso Boboli ne' quartieri delle sue soldatesche più strettamente
fidate; mentre, doloroso a dirsi, nelle file della milizia cittadina,
avvezza al maestrato del valente Colonna, s'insinuava col sentimento
della deferenza a lui, la sfiducia verso la condannata causa della
libertà.
Il 3 d'agosto, entravano nel villaggio di Gavinana, a dieci miglia da
Pistoia, quasi ad un tempo, dai lati opposti, il Ferruccio e l'Orange:
il Vitelli soprarrivava ad assalire la retroguardia de' nostri:
il Maramaldo, sforzata di fianco la terra, calava loro addosso nel
centro della battaglia. Cadeva fra la sua cavalleria, che il Ferruccio
avea sbaragliata, l'Orange per due colpi d'archibugio: ma il piccolo
esercito repubblicano, preso di fianco dai Lanzi freschi del Maramaldo,
era ormai disfatto e quasi distrutto. Il Ferruccio, voltosi a Giampaolo
Orsini che con lui sin da Pisa partecipava valorosamente al comando,
stringendosi loro intorno i nemici e confortandoli si arrendessero,
disse, conservateci autentiche da uno de' suoi come se le ascoltassimo
dalla propria bocca di lui, queste parole: “Vogliamci arrendere sì
tristamente? Io voglio morire.„ E di nuovo (prosegue la ricordanza
dell'armigero) “e di nuovo si mise innanzi il primo, com'era stato
sempre„.
Fu trovato fra i cadaveri degl'imperiali con la spada in mano, lacero
di ferite, ma vivo ancora. Fatti prigioni egli e l'Orsini (pure ferito,
ma che sopravvisse e si riscattò), il Maramaldo, che aveva dato bando
gli fosse il Ferruccio consegnato o vivo o morto, avutolo fra le mani,
“Tu sei or qui, che mi volevi appiccare?„ gli disse, e gli ricordò
Volterra, e tornò a rinfacciargli, sciagurato, la condizione sua di
mercante, cioè di cittadino glorioso, egli vilissimo servitore armato
di chi lo pagava, o saccomanno de' paesi infelici che trascorreva.
“Effetti della guerra!„ rispose il Ferruccio; e disarmato da quelli
scherani, “Fabrizio, tu darai a un morto!„ gettò sulla faccia al
Maramaldo; e ricevè nella gola il pugnale. “Era ragione„ scrive un
altro di quei mercanti fiorentini, Filippo Sassetti, “era ragione, che
il maggiore uomo che nella guerra avesse la Repubblica, avesse per
sepoltura il monte Appennino„. Con lui, fra quelle montagne che non
esse sole dividevano la penisola, avea sepoltura la libertà italiana:
e quando dopo tre secoli spirarono le aure della risurrezione, la
bandiera tricolore, innanzi di sventolare sui campi lombardi alla prima
guerra d'indipendenza, si era inchinata in Gavinana su quella polvere
sacra.
La disfatta del Ferruccio consegnava Firenze a' nemici, mani e piedi
legata. La signoria stette sino all'ultimo coi più arditi e i più
fermi; rinnovando altresì i quattro cittadini Commissari della milizia,
e chiamandovi il Carducci e altri simili a lui, in luogo di corrotti o
accecati da Malatesta. Questi allora strinse col Gonzaga e con Baccio
Valori, fiorentino, Commissario del Papa nel campo Cesareo, le pratiche
sempre mantenute; secondo le quali propose alla città si accordasse,
promettendole, anche tornando i Medici, libertà. Rispose la Signoria,
ufficio di lui e debito essere il combattere non il negoziare: uscisse
in campo, o rassegnasse il comando. Allora Malatesta Baglioni, forte
ormai non più solamente di soldati ma di cittadini che fra lui e
la patria (di lui più infami) sceglievano lui, rifiutò di rendere
il bastone del comando, ferì di pugnale uno de' due commissari che
gliene avevan recata l'intimazione, con partito de' Dieci di guerra
(incredibile oggi a dirsi!) onorevolissimo, e voltò le artiglierie
contro la città.
Il 9 agosto si deponevano le armi; il 12 “nel felicissimo campo
Cesareo„ si sottoscrivevano i Capitoli della resa: ne' quali (difesa
estrema, almen dell'onore) la città si rendeva non ai Medici nè
al Papa, ma a Cesare che era fatto arbitro di ordinare e stabilire
entro quattro mesi la forma del governo, “intendendosi sempre che
sia conservata la libertà.„ Non era finito l'anno, e Firenze aveva
suo signore Alessandro de' Medici: i due ultimi gonfalonieri della
Repubblica erano, il Carducci con altri decapitato, il Girolami gettato
in prigione perpetua con pronto sopraggiunger di morte: altre condanne,
di scure e d'esilio, assicuravano la città divenuta ducale. Malatesta
Baglioni, prima di partirsi a bandiere spiegate da Firenze ch'egli
aveva secondo le sue promesse salvata, onorato di privilegi dai novelli
Signori e dal Pontefice, mandava a questo in dono un frate, Benedetto
Tiezzi di Foiano, uno de' predicatori che avevano durante l'assedio
rinfocolati gli spiriti religiosi del Savonarola. E al teologo pio
e dottissimo il profferirsi a Clemente, che, lasciate le cure e le
passioni civili, combatterebbe con l'autorità de' Libri Santi l'eresia
luterana, non impetrò grazia della atroce morte, per la quale in una
segreta di Castel Sant'Angelo finì consunto di fame.