VII.

Degli undici mesi che durò l'assedio, in que' due memorabili anni 1529

e 1530, l'inverno, sino all'aprile, è occupato da fazioni di varia

importanza e fortuna degli assedianti e degli assediati, senza troppo

mutare le respettive condizioni: dall'aprile all'agosto, la storia

dell'assedio è la epopea guerriera di Francesco Ferrucci, la quale si

conchiude con la morte di lui e morte della Repubblica.

Il mantenersi, durante l'inverno, immutate quelle condizioni, era

necessaria conseguenza dell'equilibrio in che si trovavano le due osti

nemiche: forti di mura e di soldatesche e di cuore gli assediati; forti

gli assedianti, di posizioni (poichè Malatesta ve li avea lasciati

accomodare e distendere a tutto lor agio), e di armi, e del nome di

Cesare e di Chiesa, il quale proiettava pur troppo l'ombra sua anche

dentro alla città; sul Baglioni, nel modo, che abbiamo veduto; e sopra

una parte altresì, fosse pur la minore, della cittadinanza deliberante.

Il cominciamento delle ostilità somiglia a una prova cavalleresca di

duellanti cortesi: nè col Principe personalmente Firenze cessò mai da

dimostrazioni di cortesia, accompagnate spesso da splendidi donativi.

Acquartieratosi l'Orange, e postosi in guardia, Malatesta si presenta

da San Miniato, e fa sonare le trombe, e manda fuori un trombetto,

come invitando a battaglia. Nessuno del campo esce dalle trincee. La

città scarica le artiglierie, e dà nei tamburi. Succedono, ne' giorni

appresso, scaramuccie: in una sortita i Fiorentini bruciano parecchie

case occupate dal nemico. Poi una fazione notturna del Principe,

che tenta di scalare le mura, ed è respinto. Poi la così detta

“incamiciata„, pure notturna, delle milizie cittadine, guidate dal

prode Stefano Colonna, che escono addosso al campo girandogli dietro

nascostamente da Rusciano e da Santa Margherita a Montici, nel punto

stesso che un altro assalto gli si fa incontro dalla città: il campo va

all'aria: accorre l'Orange, rinfrancando gli ordini e la resistenza:

Malatesta, dalla città, dà nelle trombe: gli assalitori si ritirano,

guardando in faccia il nemico, protetti dalle artiglierie.

E di là da Firenze, mentre la città finisce d'essere circondata, si

combatte l'altra guerra, forse la più importante perchè più netta,

per la conservazione di quella parte del dominio non perduta, e la

sicurezza dei valichi; certo la più bella, perchè guerreggiata dal

Ferruccio, commissario prima a Prato ma con le mani legate alla

superior volontà d'un inetto presuntuoso, e Prato si perde; poi a

Empoli: e qui comincerà la gloria di lui.

Termina intanto il gonfalonierato di Francesco Carducci, l'uomo della

resistenza e della guerra, ma non saputosi, come poteva e doveva,

destreggiare in quella sempre, anche nella comunanza del pericolo,

discordevole cittadinanza: e gli succede, con l'entrare del nuovo anno,

Raffaello Girolami, amatore di libertà, più destro, ma per ciò stesso

assai men diritto e gagliardo. Ed è lui che si trova a consegnare a

Malatesta Baglioni, il quale ha chiesto e ottenuto il grado supremo

del comando non accettato da Ercole d'Este, consegnargli il bastone

di Capitan generale, e con esso dargli in pugno le redini della

guerra. Era il 26 gennaio; una scura e malinconica giornata: pioveva.

La milizia cittadina tutta sulla piazza; i soldati a' bastioni: la

Signoria, i Dieci, gli altri magistrati, sulla ringhiera a piè del

Palazzo; Marzocco, il Leon fiorentino, ha in capo la corona d'oro

delle grandi solennità. Il novello capitano della Repubblica, brutto

e contraffatto, nonostante la sua bravura soldatesca, e malconcio

omicciuolo, suntuosamente vestito e sulla berretta di velluto

un'impresa sfolgorante il cui motto è _libertas_, scendeva da cavallo,

e dinanzi al gonfaloniere, riceveva, inginocchione, uno stendardo

quadrato ricamato a gigli, un elmetto d'argento smaltato pure a gigli,

“e questo scettro„ (proseguiva il gonfaloniere, quale è fatto parlare

dal Varchi) “questo scettro d'abeto così rozzo e impulito com'egli

è, in segno, secondo il nostro costume antico, della superiorità e

maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre;

ricordandoti che in queste insegne, quali tu vedi, è riposta, insieme

con la salute o rovina nostra, la fama o l'infamia tua sempiterna.„ Ma

il Baglioni aveva già scelto.

L'equilibrio materiale delle forze armate si sarebbe potuto sperare

che avesse effetto sulle condizioni diplomatiche, e le volgesse alla

meglio; invece queste andarono sempre peggiorando pei Fiorentini.

Il re di Francia, nel quale hanno follemente continuato a sperare,

li abbandona affatto a sè stessi. I Veneziani fermano saldamente con

Carlo e con Clemente la pace, e la riparativa politica d'astensione.

In Genova è presso Andrea Doria e di suo proprio moto si adopera,

fedele alla patria, nobile e geniale agente, Luigi Alamanni il poeta:

ma il Doria ha consigliato a tempo i partiti dell'uomo forte e savio;

quelli, co' quali egli ha assicurato la sua Genova; non ascoltato,

la generosa follia di Firenze gli è venuta ora in fastidio. Alfonso

duca di Ferrara, dopo non aver voluto, anche perchè diffidente di

quel Malatesta, che il figlio suo Ercole accetti d'essere il Capitan

generale de' Fiorentini, finisce col mandare agli assediatori quelle

artiglierie che avea mostrate amichevolmente sulle sue fortezze

a Michelangiolo. E il Papa, a un'ultima ambasceria che, prima di

lasciare Bologna, riceve dai Fiorentini, infelice ambasceria, favorita,

come ogni altro temperamento e andamento di mezzo, da Malatesta, e

accolta in corte e in città poco meno che con ischerno, risponde,

il Papa, rovesciandosi contro il popolo che gli ha mandati, dopo

avergli distrutto, a lui e a' suoi, le splendide ville, e minacciato

di spianare il palazzo e farne piazza con nome d'infamia, e messe

le mani sui beni e tesori ecclesiastici, e lui stesso vituperato in

ogni maniera, sino a impiccarlo in effigie. E poco appresso, tornati

l'Imperatore in Germania e il Papa in Roma, il Papa, a un vescovo

francese, che dopo essere stato in Firenze, e ammirata la difesa

magnanima, gli parla alto e severo di questa scellerata guerra contro

figliuoli suoi in Cristo e di patria terrena fratelli, e “Veda Vostra

Santità,„ gli dice “veda, La supplico siccome cristiano e prete e

vescovo, lo sfrenamento da Voi legittimato di quelle feroci soldatesche

al mal fare, e cotesto vostro abuso del ministero sacerdotale a mondane

ambizioni„, risponde il Papa, turbato, “Oh non fosse Firenze stata mai

al mondo!„ Tremenda parola: dice degnamente un moderno istorico. Ed io

aggiungo: Terribile cosa, che sulla bocca del Papa, così imbragatosi

nelle cupidigie di principe, quella sola potesse oggimai essere (ed

era un'imprecazione!) la parola nella quale l'amor della patria gli si

rifacesse vivo dalla rimorsa coscienza!

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 28 / 116 题