VII.

Se non che la fortuna delle armi non proteggeva la Francia. Armeggiava

ancora intorno a Milano il Saint-Pol, diradavansi ogni giorno più

pel contagio le file dell'esercito del Lautrec, e gli alleati che

avrebbero dovuto coadiuvare quegli sforzi, mancando agli impegni,

correvano dietro ai loro interessi. Andrea Doria abbandonava la parte

francese; i duchi di Ferrara e di Milano, nel timore di perdere lo

Stato, si umiliavano a Carlo V; Venezia, che per i suoi possedimenti

di Puglia sospettava ragionevolmente e Francia e Spagna, schermivasi

dagli obblighi assunti, e per mantenere Cervia e Ravenna ritolte

alla Chiesa, alienavasi il Papa; questi, sacrificando tutta Italia

agli interessi temporali della Chiesa, e alla grandezza di casa sua,

s'accostava segretamente all'Impero. La pace che Francesco I avea

poco innanzi rifiutata con superbo disdegno bisognava ora accettarla

a durissime condizioni. Ne fu principale negoziatrice a Cambray di

fronte alla scaltra zia di Carlo V Luisa di Savoia, madre del Re, e

sul suo capo piovvero improperii d'ogni maniera. Un sonetto audacemente

satirico si diffuse, durante il convegno da Venezia, per tutta Europa,

e nelle nostre corti, facendo eco ad un popolo moribondo, cantarono

in rima i buffoni la vigliaccheria del Re, di sua madre, dei ministri

regi. Eppure l'ultimo e solenne atto diplomatico, cui partecipò Luisa

di Savoia, se bene foriero di nuove calamità alla penisola, trovò

un difensore in un fiorentino e repubblicano per giunta, Baldassare

Carducci. L'oratore della Repubblica, ricostituitasi nel 1527 durante

la prigionia del Pontefice, giustificava innanzi alla Signoria la

debolezza del Re affermando che si era lasciato indurre a firmare

l'umiliante trattato per soddisfare alle lacrime di sua madre. Luisa

di Savoia avea voluto salvi dagli insulti degli Spagnuoli i proprii

nipoti; nè sono mai vili le lacrime di una donna in difesa del proprio

sangue! Quanto più vile di quelle lacrime il sentimento di vendetta che

contro la patria animava in quei giorni Clemente VII! Non la gelosa

difesa del mondo cristiano, non la salute d'Italia, ma l'odio contro

Firenze lo conduceva a Bologna incontro all'Imperatore, dopo aver

stipulato con lui il segreto trattato di Barcellona, nell'ottobre del

1529; e in quei mesi di feste clamorose e di tripudii carnevaleschi,

circondato dalle giovini speranze della sua casa, egli ne vagheggiava

la grandezza futura sulle rovine fumanti della debellata Repubblica. Il

vero significato dell'accordo e dell'incoronazione di Bologna sfuggiva

infatti ai più forti intelletti di quell'età, e ben pochi sospettavano

nella eroica resistenza di Firenze alle armi coalizzate della Chiesa

e dell'Impero il trionfo di un'idea santa. Sino dall'aprile del 1529

Claudio Tolomei avea dato alle stampe la sua ampollosa orazione sulla

pace; poco appresso inneggerà all'Oranges con la nota e turpe canzone;

altri sognerà la restaurazione dell'Impero; Girolamo Casio, il rimatore

cortigiano agli stipendii dei Medici, dei Bentivoglio, dei Gonzaga,

diffonderà sonetti in lode dei potenti, in biasimo dei morituri.

Non mai così profondo e insanabile apparve il dissidio morale della

società italiana come in quel solenne momento. Le gentilezze cortigiane

di quell'età si erano date convegno a Bologna a ricuoprire del loro

splendore le turpitudini della politica. Tutta la fazione oligarchica

fiorentina e la clientela di casa Medici tripudiava nella monumentale

città, proprio alla vigilia della catastrofe di Firenze. Le forze

molteplici, che più efficacemente concorsero alla rovina delle libertà

democratiche del Medio-Evo, si erano venute per gran parte educando

nelle corti signorili e nei principati. Nella stessa Firenze, dove

pure il privilegio politico di una democrazia faziosa e tirannica,

più a lungo prevalse, con la rapida trasformazione del costume e delle

idee politiche del passato, col progresso dell'arte, con l'abbandono

della fede, ogni giorno più grave si era manifestata la disparità degli

ideali e degli interessi tra le alte classi sociali ed il popolo. Qui

più evidente che altrove il contrasto doloroso tra una vita politica,

impacciata tra le vecchie forme di uno Stato ristretto, insofferente

d'ogni eguaglianza civile, ed un moto progressivo di idee feconde.

Qui l'ampliarsi del concetto di libertà e di patria, qui il sorgere

dell'arte di Stato, e di una scienza politica sperimentale, qui la

prima ed eccezionale intelligenza delle leggi che regolano la pubblica

economia.

Lungi da me il pensiero sacrilego di attenuare l'alto valore morale di

quell'audace resistenza, dalle cui gloriose memorie attinsero i padri

nostri gli esempi del sacrificio, e trassero la ispirazione della nuova

fede; ma certo il memorando assedio non ci apparisce soltanto come

una legittima difesa della libertà immolata alle cupidigie di un Papa

vendicativo, e alle voglie tiranniche di un Imperatore protervo, ma ci

si presenta pure come un'inconscia reazione popolare al rinnovamento

civile che pure in mezzo alla spaventosa depravazione delle coscienze,

maturavasi nel pensiero italiano. L'illusione nostra fu di credere,

che divenuto fra noi impopolare Francesco I, se ne facesse interprete

un principe straniero, cattolico, e spagnuolo per giunta. Mentre

si ribadivano in ogni parte d'Italia, dopo la caduta di Firenze, le

catene della servitù, noi cacciavamo dalla mente come importuno il

sospetto che noi potessimo più liberarcene. Si hanno infinite prove

dell'inganno, in cui caddero i migliori intelletti sulla avvenuta

restaurazione degli Sforza a Milano, sul titolo di duca concesso al

marchese Gonzaga, sulla costituzione promessa da Carlo V di uno Stato

nuovo ed indipendente nel centro della penisola, a favore di Alessandro

de' Medici. Tra i fautori di lui non ritroviamo solo i beneficati

clienti della sua casa, o i Palleschi d'antica fede, ma altresì quei

Fiorentini “grandi„, che offesi e ripudiati dal popolo, traevano dalle

prevalenti dottrine politiche la persuasione che la indipendenza dello

Stato non potesse oramai garantirsi che con la costituzione di un

Principato.

Ed ecco innanzi alla maestà di Carlo V, reduce nel dicembre del 1535

dall'impresa di Tunisi, osare in Napoli l'apologia del nuovo governo

mediceo Francesco Guicciardini, illuso ancora di restaurare l'opera

propria guastatagli da cortigiani corrotti e da un principe inesperto

e libertino; ed eccolo nel corteo dell'Imperatore già acclamato

dalle plebi di Napoli e di Roma, il primo maggio del 1535, entrare

anch'egli solennemente nell'asservita città. Nelle vie decorate dai

suntuosi apparati di Giorgio Vasari, di Baccio d'Agnolo, di Rodolfo

Ghirlandaio s'assiepa anche qui il popolo plaudente e oblioso delle

ingiurie recenti. Non Firenze sola, ma l'Italia tutta s'acqueta in

un vano ideale di pace politica e religiosa, che prepara la servile

soggezione alla Spagna, e la schiavitù del pensiero. Quando la lotta

sta per riaccendersi tra Carlo V e Francesco I, in séguito alla morte

dell'ultimo Sforza, noi sembriamo quasi spettatori indifferenti al

nuovo atto del dramma, che sta per svolgersi. Se gli esuli fiorentini,

genovesi, napoletani, per riguadagnare la patria, ridestano nel

re di Francia le sopite ambizioni, come non va assottigliandosi il

numero degli epigoni, e non rimane isolata ed incerta l'opera loro!

— Carlo V non peccava d'orgoglio se alla vigilia di riprender le

armi, nell'estate del 1536, prorompeva in feroci invettive contro

l'avversario, ed esortava Paolo Giovio a temperare l'aurea penna, a

perpetuo ricordo delle sue gesta. Non l'errore infatti di invadere una

seconda volta la Provenza, non la perdita irreparabile di Antonio de

Leva, durante quella disastrosa campagna, non i brillanti successi dei

mercenari di Guido Rangone, e delle schiere dei fuorusciti in Piemonte

bastavano a scuotere la sua potenza in Italia. Fallite ai Francesi le

speranze di sottrarre Genova alla signoria di Andrea Doria, sgominati

e distrutti da Cosimo de' Medici gli esuli fiorentini nella giornata

di Montemurlo, se si eccettua Venezia, gli altri Stati italiani gli

erano generosi di obbedienza e di aiuto. Non per così poco avrebbe

l'Imperatore investito, come pur tante volte promise, un principe

d'Orleans del ducato Lombardo!

Se non che la politica francese tendeva a prendere un indirizzo più

audace e risoluto. Per un calcolo di opportunismo Francesco I ostentava

a riguardo dei Riformati quell'illuminato spirito di tolleranza, di

cui non sempre godettero i benefizi i suoi sudditi, e segretamente

stimolava i Turchi ad offendere il litorale del regno di Napoli.

E perchè non avrebbe egli, nell'impotenza di rannodare le mal fide

alleanze con gli Stati italiani, stimolato lo spirito di conquista

di Solimano II, e incoraggiata di consigli e di soccorsi la lega

Smalcaldica! — La riforma germanica, abilmente sfruttata per tenere in

freno il papato, diveniva oramai uno strumento pericoloso per Carlo

V. Sin dal 1529 nella dieta di Augusta i Protestanti aveano osato

affermare, per bocca del Melanctone, le loro credenze. Necessitato

a valersi delle forze riformate contro i nemici di Cristo, pentivasi

amaramente delle passate tergiversazioni, e faceva sua la sentenza:

che in materia di religione non c'è parola che tenga. La vittoria di

Cappel de' Cattolici su gli Zwingliani finì per persuaderlo che solo

col ferro e col fuoco si sanano le cancrene dell'anima. Giovavagli

tuttavia esperire per qualche tempo ancora le vie pacifiche, e perciò

rimaneva fermo nel pensiero di un concilio universale, che spauriva

il pontefice, e non lo mostrava apertamente avverso alla riforma

germanica. La convocazione infatti di un concilio turbava i sonni

dell'incerto pontefice. Estremamente geloso del prestigio del papato,

e degli interessi temporali della Curia, Clemente VII, mentre si dava

a credere zelantissimo di una riforma disciplinare, impacciava di fatto

le pratiche di Carlo V, e negli ultimi anni della sua vita infelice si

riaccostava alla Francia con le ambiziose nozze di sua nipote col duca

d'Orleans. — A battere la stessa via ma con più vigilante scaltrezza

inducevano Paolo III Farnese, successore di Clemente, più alti ideali.

Divenuta inconcepibile e assurda la ricomposizione dell'unità della

fede, da che la Riforma, come torrente impetuoso, dilagava ovunque,

e minacciava la Francia e l'Italia, come non avrebbe egli preferito

affidare l'opera della restaurazione del cattolicismo a Francesco

I, fedele ancora all'alleanza inglese, più tosto che a Carlo V, che

signore di tanta parte del mondo e oppressore d'Italia, risognava la

monarchia universale di Cristo! Pensava egli in tal modo a tutelar

meglio coi presunti diritti del Papato le ambizioni del figlio, e dei

nipoti, e se queste non lo avessero trascinato a scambiare i mezzi pei

fini di una politica delittuosa, l'idra funesta della reazione avrebbe

forse tardato a intristire il mondo. — Solenne momento per Paolo III

la riconciliazione a Nizza dell'Imperatore col Re; i due instancabili

avversari deponevano simultaneamente le armi, e quella effimera

pace, consacrata dalle benedizioni sacerdotali, sembrò una nuova

tregua di Dio. Per debellare Gand attraversava Carlo V la Francia,

e alla proverbiale lealtà di Francesco I affidava nelle delizie di

Fontainebleau e di Amiens, la sua persona e il suo onore. Chi avrebbe

mai sospettato, dopo quel compromesso, che dovea ridonar per dieci

anni la pace all'Europa, così prossima la ripresa delle ostilità, così

impetuosa ed audace l'ultima aggressione de' Francesi in Piemonte!

Ma nè dalla scienza del duca di Henghien, vincitore a Ceresole, nè

dall'eroismo di Piero Strozzi, nè tanto meno dalla congiunzione dei

gigli d'oro con la mezzaluna nelle acque di Nizza provennero gli unici

vantaggi territoriali che il trattato di Crepy assicurava alla Francia.

Alleatosi ancora una volta all'Impero il re d'Inghilterra Enrico VIII,

in lite col Papato per il negato divorzio, con Francesco I per le

faccende scozzesi, la nazione rispose con nobile slancio all'appello

regio, e con la ostinata difesa della Piccardia e della Sciampagna

invasa dagli Imperiali e dagli Inglesi, salvava la monarchia. — Come in

ogni modo doloroso per il cuore del Re l'epilogo di una lotta, durata

più di venti anni! La forte e bellicosa nazione, che sembrava destinata

a tener lungi dalla classica terra i profanatori superbi, abbandonava

il mondo cristiano alla mercede di un principe oltrepotente, che fatto

più sicuro del papato romano, alle tradizioni dinastiche, allo spirito

d'intolleranza, alle paure della coscienza sacrificherà le conquiste

della civiltà, guadagnate a prezzo di sangue.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 12 / 116 题