Del famoso cartello diede lettura Giovanni Robertet nella solenne
adunanza del 18 marzo 1528, in cui il Re, assiso sul trono, e
circondato dai principi del sangue, dai gentiluomini della corte,
dai cardinali, e dai grandi signori del Regno, riceveva in visita
di congedo Nicola Perrenot signore di Granvelle, l'ambasciatore di
Carlo V. In quella veemente scrittura rimproveravasi l'imperatore di
aver rifiutate sdegnosamente le proposte di pace, e giustificavasi il
deliberato proposito di continuare la guerra, ricordando con vivaci
espressioni le rapine d'Italia, il saccheggio di Roma, la invasione
della Germania. “Se ritenere i miei figli ostaggi a Madrid, aggiungeva
Francesco I, esigere, prima ancora che mi sieno restituiti, ch'io
abbandoni i miei alleati, aver fatto prigioniero il Pontefice, vicario
di Dio su la terra, aver offesa la religione, lasciata aperta la
Germania ai Turchi, tollerato il trionfo dell'eresia, se tutto ciò,
dico, non basta, io non so più quali ingiurie e quali ragioni potranno
mai provocarmi, offendermi nel sentimento di padre, richiamarmi ai
doveri di Re Cristianissimo.... E poichè voi mi accusate di aver
commessa azione disdicevole a un gentiluomo, che abbia sacro l'onore,
noi vi rispondiamo che mentite per la gola, e mentirete ogni volta
che oserete ripeterlo. Siamo deliberati a difenderlo sino all'estremo
di nostra vita. Non una parola ingiuriosa di più.... assicurateci il
campo, noi vi porteremo le armi. Quando si viene al cimento doveroso
è il silenzio.„ Ma il silenzio, com'è noto, fu rotto dalle nuove
ingiurie di un cartello di risposta, di cui fu latore alla corte
di Francia l'araldo spagnuolo Bourgogne. Francesco I, che al suo
avversario chiedeva la sicurtà del campo, e non altro, non volle
lasciarsi offendere impunemente una seconda volta, licenziò dalla corte
l'araldo, nè più lo ammise alla sua presenza. Il De Leva non crede
che l'Imperatore abbia mai preso sul serio la sfida, onde è probabile
che ricambiando il cartello, e rincarando la dose delle provocazioni,
intendesse di togliere all'avversario ogni pretesto di nuova querela.
Su la strana vertenza si fecero infiniti commenti; si accusava in
Spagna Francesco I d'aver evitata la prova con sotterfugi disonorevoli,
rimproverava la nobiltà francese l'Imperatore di aver violato
pensatamente le consuetudini cavalleresche per trarsi d'impaccio. Ma
come non vedere che entrambi preferivano che il duello continuasse a
combattersi tra le nazioni, e ne fosse ancora la Lombardia il campo
fatto sicuro dalle cime nevose delle Alpi?