Prima e più largamente che altrove dall'Italia, che n'era stata la
culla, se ne diffuse la luce alla corte di Francesco I. Che se il
soffio della reazione, negli ultimi anni del regno di lui, preannunciò
il turbine delle guerre civili, quale trionfo non ottenne in Francia
sotto gli auspici del Re, lo spirito della Rinascenza! Giovanni
Battista Strozzi, che passò l'inverno del 1537, a Parigi, e frequentò
le sale del Louvre, quando ancora decoravano esternamente il severo
palazzo, nell'imitazione dell'arte nostra, Giovanni Goujon e Paolo
Ponce, scriveva a Filippo Strozzi: “Io mi trovo presentemente alla
corte, dove non si fa altro che giostre, balli, banchetti e maschere,
e pare il vivere d'Ottaviano.„ Fra le dame che la abbellivano: Caterina
de' Medici, le amanti del re e del Delfino, la figlia del re, vigilava,
pur sempre come angelo tutelare, Margherita di Navarra. Alle sue
rare virtù, al suo virgineo candore, alla sua ricca cultura rendevano
omaggio con eleganti epigrammi il Marot, il Ronsard, l'Alamanni, lo
scettico Rabelais. Margherita, che si piaceva d'intrattenere le dame
con la lettura dell'Amadigi, o del Boccaccio, quante volte non la
interruppe per la _Divina Commedia_ e per la Bibbia! Rivaleggiava con
lei nel commentar Dante Gabriele Cesano, lei vide spesso col séguito
delle sue damigelle nel laboratorio del _Petit-Nêsle_ Benvenuto
Cellini, corrispondevano con lei, animati dal suo stesso fervore
religioso, Erasmo, Marc'Antonio Flaminio, Olimpia Morato. — E quel
re bellissimo dall'occhio vivo e penetrante, che pur tanto amava le
caccie, i balli, la compagnia con le amabili dame, che viaggiava con
un traino di 10,000 cavalli, e vestiva sontuosamente, divideva i gusti
e le inclinazioni della sorella. Il Rosso fiorentino e il Primaticcio
gli decoravano il castello di Fontainebleau, il Cellini lo entusiasmava
colle sue mirabili fusioni in argento, e metteva a cimento coi suoi
capricci sovrani d'artista la sua pazienza, lui circondavano gli esuli
fiorentini, che dalle nostre corti e da Venezia, ricevitrice d'ogni
miseria, teatro meraviglioso del mondo, recavano in Francia le novità
della moda, le raffinatezze della vita, le meraviglie dell'arte. —
Contro le intemperanze dei teologi della Sorbona, che finirono per
forzare la mano al Re contro gli eretici, battagliavano gli umanisti,
amici di Erasmo, di Ulrico di Hutten, di Reuclin, e per opera del più
attivo tra essi sorgeva in Parigi una università nuova: il Collegio
di Francia. Gli studii severi del Budeo, del Dolet, dello Stefano non
escludevano le creazioni geniali e grottesche del Rabelais. Egli che
avea temprato ed educato in Italia, in mezzo ad una società più colta
e più scettica della francese, il sentimento dell'arte, ne tentava
proprio allora la felice caricatura. Raffigurasse o no Francesco I in
Gargantua, la satira rabelesiana non si arresta certo alla canzonatura
del re e della corte. Ricco teatro pe' tempi suoi di figure grottesche,
il più burlevole e pazzo poema d'ogni letteratura, preannuncia sotto il
velo allegorico le grandi riforme dell'avvenire.