marciapiede rasentato dai _trams_ che vanno e vengono: imbattendosi in
gente che tornava a piedi, in piccole comitive schiamazzanti, in
coppie solitarie appoggiate al parapetto, guardanti il mare. Massimo e
Luisa, avanzando lentamente, non parlavano, divisi sempre da coloro
che transitavano. Le ville a mezza costa, e quelle giù, al mare,
avevano innanzi ai portoni delle carrozze che aspettavano: i balconi
lasciavano udire la musica che vi si faceva, il sottile e immemore
concerto delle notti estive napoletane: degli equipaggi, di ritorno,
passavano; le donne erano avvolte in lievi scialli bianchi.
Senz'accorgersi della via, Massimo e Luisa andavano innanzi, innanzi:
la linea dei _trams_ finì; si fecero rare, poi sparvero, le osterie;
la gente s'era diradata, a poco a poco, e quando ebbero voltato
l'angolo della villa Dini, la solitudine fu perfetta. Solitudine
bianca, senza terrori di ombre, senza la tetraggine che ispirano la
campagna e il mare, di notte. Solo un alto, lontanissimo cielo;
solitudine mite, piena di giardini in fiore tutti candidamente
frastagliati dalla luce lunare, piena di parchi dai grandi alberi
immersi nel chiarore, piena di vigne folte che l'autunno aspettava,
per la vendemmia, piena di orti dove ancora, come un po' dappertutto,
si udiva l'odore del gelsomino notturno. La via era deserta, l'ora era
tarda, ormai: e solo, ogni tanto, qualche rara carrozza ritornava da
villa Postiglione: tutto Posillipo, con le sue campagne, col suo mare,
coi suoi rotondi piccoli golfi che sembrano, in fondo alla riva, un
grande occhio azzurro divino, coi suoi profumi, pareva che
appartenesse a Massimo e Luisa, Egli camminando con la testa bassa,
con gli occhi bassi, giuocava con la mazzettina di ebano, urtando le
pietruzze della via; Luisa andava accanto a lui, fissando gli occhi
sul mare: ma i suoi occhi avevano un velo innanzi, il suo sguardo
aveva la fissità di chi non vede. Ogni tanto levava una mano alla
fronte, per respingere da parte una ciocca dei suoi neri capelli che
ricadeva sempre: e quel movimento aveva qualche cosa di assai
leggiadro. Quanto tempo camminarono, così, senza scambiare un detto?
Nessuno di loro avrebbe potuto dirlo: presi dal loro mondo interiore,
presi dall'ambiente che li aveva vinti, mancava oramai a loro la
nozione del tempo e dello spazio, erano in quell'oblìo quieto,
addormentatore, che vince tutti i cuori, dopo le emozioni che dà il
sentimento, o che danno le cose. Massimo si riscosse pel primo:
--Che cattivo compagno son io!--esclamò.--Saranno due ore che non vi
dico una parola.
--.... Forse non avevate nulla da dirmi--azzardò lei, con un timido
sorriso.
--V'ingannate: se vi dicessi tutto quello che dovrei dirvi, sarebbe un
opera in-folio, in ventiquattro volumi!
--Dite, allora....
--Ci vorrebbero alquanti anni della vostra vita, per udirmi, cara:
e.... credo che sia meglio non farne niente.
--Ditene qualcuna, di queste cose....--insistè lei, con un tremito
nella voce.
--No, no--replicò Massimo, recisamente.
Ella lo guardò, così triste, che egli non potette celare un moto di
dispetto.
--Ma Luisa! Ma che siete una sensitiva? State ridendo, il che è una
cosa graziosa per tutti, graziosissima per me, e basta guardarvi
perchè la risata vi si spenga sulle labbra! Sorridete, e basta che vi
si dica una parola perchè sparisca il vostro sorriso! Figliuola mia!
Vi avverto che di questo passo, ci vuol poco a essere la donna più
infelice di questa terra.
--Non importa, la felicità--ella rispose, con un sorriso estatico.
--Bugia, bugia! Bisogna esser felici, bisogna avere il cuore di
bronzo! Di bronzo, cara mìa bella!
--Non importa, meglio averlo aperto a ogni tenerezza--replicò con la
forza del suo innocente animo.
--Vi preparate un brutto avvenire, Luisa,--disse lui, glacialmente.
--Non importa--ella ribattè, per la terza volta, con il supremo
coraggio dei cuori buoni.
Ed era così bella della sua gioventù, del suo candore, della sua
abnegazione, così bella per sè, e per quello che confusamente ma
fortemente sentiva, tanto nobile abbandono, tanto alto sacrificio da
lei traspariva, che egli si arrestò, un po' smarrito, ammirando quella
creatura semplice e sana, che si gittava nel precipizio a occhi
chiusi, sorridendo.
I.
--Povera Luisa--mormorò soltanto lui, carezzandole la manina
inguantata che si appoggiava fidente al suo braccio.
--Non mi compatite--ella rispose, crollando il capo, sorridendo a una
idea--io sono più felice di voi,
--Forse--disse lui, con voce breve.
Adesso, dopo avere oltrepassato il ponte di Posillipo, quel largo
poggiuolo che da una parte si affaccia alla collina folta di vigneti,
e dall'altra sopra, una valle che discende al mare, mollemente,
lasciato il lastricato del ponte che suonava sotto i loro passi, nella
notte, erano entrati in un sentiero oscuro, fra una siepe alta di more
spinose, e una muraglia alta, tappezzata di edera, che serra le due
ville ultime sul mare di Posillipo, la villa Postiglione e la villa
_Sans souci_. Era sparita la luna dietro la muraglia, e sullo stretto
sentiero che discendeva, essi non vedevano che un'altissima striscia
di cielo, tutta chiara, dove le pie stelle avevano un tremolìo bianco
e languido. Dagli orti, di nuovo, un confuso olezzo di fiori e di erbe
odoranti arrivava, dove più acuto signoreggiava il profumo del
gelsomino: ed essi andavano in quell'ombra, in quel fresco notturno,
ignari della loro strada, sul molle terreno umido di brina che si
faceva elastico sotto i loro passi. A un tratto, levando gli occhi,
un'immensa linea di paesaggio si schiuse loro innanzi, tutta candida
sotto la luce lunare. Erano al Capo, in quel posto che la fantasia
popolare ha chiamato il _Paradisiello_: e il gran golfo di Napoli era
come una immensa conca chiarissima, cinta da lumi vividi, scintillante
fin nelle borgate, scintillante fino laggiù, laggiù all'estrema punta
di Massalubrense, dove l'abbraccio si chiude; e da qui tutto il gran
mare che bagna i Campi Flegrei e Pozzuoli e Cuma, in una curva
nobilissima e poetica, in un silenzio di cose e di uomini, quasi che
niuno più, dopo i greci e i romani, fosse venuto ad albergare in quel
bellissimo e felice paese. Lo scoglio del Capo si avanzava fra i due
golfi, bagnato di luce da una parte, oscuro dall'altra, ma tutto il
mare, dovunque, qui sotto lambente la pianura vasta dei Bagnoli,
laggiù, sotto l'isola di Nisida, e lontano lontano, era un chiarore
immenso, immobile e quieto.
--Dio, quanto è bello!--ella disse, con la voce velata dalla emozione.
Là innanzi, creata dalla natura, è una piattaforma quasi rotonda, una
terrazza messavi dal Signore, a cui gli uomini hanno aggiunto un
muretto rotondo per appoggiarvisi, per sedervisi; di là tutto si vede.
Di giorno su quella terrazza vi sono tre o quattro mendicanti, vecchie
e piccine, che chiedono fastidiosamente l'elemosina agli stranieri
estatici; ma di notte non un'anima, non un passo. Sulla terrazza,
lungo il muretto e dietro ad esso, pei greppi, cresce l'erba selvatica
odorosa e qualche piccolo fiore agreste. Essi si fermarono colà
silenziosi, appoggiati al muretto, senza lasciarsi, penetrati dalla
poesia ineffabile di quell'ora, in quel paesaggio: poesia intima e
profonda che misticamente li avvolgeva.
--È tutta dolcezza--disse la fanciulla, la cui voce si era velata,
affievolita.
--Infinita dolcezza--rispose lui come un'eco.
--Chi abita in quell'isola, lassù?--chiese ella, levando la mano,
indicando Nisida.
--Una gente trista....--e pareva non volesse continuare.
--Che gente?--insistè lei, piegando il suo bel viso chiaro verso di
lui.
--I galeotti: lì v'è il bagno penale.
--Una gente infelice--ella corresse, umilmente.--Ma le belle notti
estive, le belle notti lunari, si levano anche per essa.
--Cara Luisa....--ripetè lui, vagamente.
Ella lo guardava pronunziare il suo nome, non solo assaporandone la
musicalità, ma sentendone acutamente tutto il tono, tutta la
intenzione. Ogni volta che questo nome usciva dalle sue labbra, ella
aveva un piccolo tremito interno: quando già il nome era stato portato
via dalle onde dell'aria, ancora in lei, nel suo cuore si allargavano
più grandi, più grandi i cerchi di quel tremore.
--Guardate quelle casette, laggiù?--continuò ella, per sfuggire alla
sua crescente commozione, accennando alle casette dei Bagnoli.--Son
tutte chiuse, non un lume. Tutti riposano felici, senz'aver bisogno di
ammirare la notte e la luna.....
--Gli abitanti di quelle casette videro un giorno un orribile
spettacolo--rispose lui, macchinalmente--è qui che hanno fucilato
Misdea.
--Qui?
--Laggiù, in quella pianura.
--In una notte come questa?
--No, in un'alba freddissima.
--Perchè lo hanno ucciso?
--Perchè aveva ucciso.
--Voi mi dite sempre delle cose tristi--ella osservò malinconicamente,
con un lagno infantile.
--Ho torto--confessò lui--anche questa bell'ora dev'essere guastata.
Scusate, cara. Vi assicurò che sono molto infelice.
--E perchè?--ella chiese, curvandosi a interrogare il suo volto.
Ma gli aveva sfiorato con la guancia la spalla.
--Ho scherzato--rispose Massimo, con la voce un po' alterata.--Volete
sedervi?
E le lasciò il braccio, si sedette sul parapetto e accese una
sigaretta. Ella, in piedi, un po' triste di essere stata abbandonata,
con le braccia pendenti lungo la persona, lo guardava.
--Volete fumare?
--No--ella disse.
--Peccato! una sigaretta è deliziosa, qui, a quest'ora.
--Se vi piace, la fumerò.
Egli le offerse il portasigarette russo, di argento, aperto: ella ne
prese una, di sigarette, con le dita sottili: ma mentre gli chiedeva
del fuoco, Massimo, preso da un subitaneo moto di collera, le strappò
la sigaretta e la buttò giù, pei greppi.
--Non fumate, è una brutta cosa, somigliereste a tante donne che
fumano.... tante donne....
--Come volete--disse ella, rassegnatamente.
Ma avendolo visto restar torvo, seccato, cogli occhi bassi, battendo
col tacco contro il muretto, ella voltò le spalle e si allontanò un
poco, girovagando, discendendo verso i Bagnoli, risalendo,
affacciandosi alla vallata. Egli la seguiva con lo sguardo, ombra
bianca attraverso il chiaror bianco della luna, camminare senza
rumore, con appena un fruscio del vestito fra le erbe; e quando ella
ritornò a lui, portava dei ramoscelli fioriti di menta selvatica.
Picciolissimi fiorellini lilla sopra minutissime foglioline verdi;
ella ne odorò un ramoscello e glielo porse.
Il viso di Massimo parve si rischiarasse: egli prese il ramoscello,
l'odorò lungamente e poi, invece di metterlo all'occhiello, lo nascose
nell'apertura del soprabito, dentro, dentro, in modo che non si
vedesse più, deposto e serrato sul petto. Allora ella fece un passo e
con un salto leggiero gli si sedette accanto sul parapetto. Tacevano.
Adesso voltavano un po' le spalle al paesaggio marino e avevano
innanzi solo la via donde erano venuti e le campagne basse di
Fuorigrotta. Ma guardavano, forse, senza vedere. Erano seduti proprio
accanto, le spalle e le braccia si sfioravano, ad ogni lieve
movimento. Sempre fumando la sua sigaretta, egli le sollevò la mano
guantata e ne arrovesciò lentamente il morbido guanto di camoscio.
Pallida e sottile apparve la manina della fanciulla, col braccio
rotondo e bianco.
--Avete una bella mano, Luisa--disse.
Le sue labbra, delicatamente si posarono sulle dita piegate della
bella mano: un bacio che era un soffio. E restò a giocherellare con le
dita, senza poter lasciare quella mano. Ella non poteva parlare.
--Perchè non portate tutti quei cerchiolini di oro, di argento, di
platino, quei braccialettini che tintinnano, salgono e scendono,
continuamente, quando la donna si muove? Sono carini, è vero?
Ella lo fissò, trasognata, come se non avesse udito che l'armonia
della sua voce, senza intendere il senso delle parole.
--Sono carini....--egli ripetè--ve li donerò io, se li volete da me;
mi piacciono tanto.
Ancora scherzava con la mano, quasi attirando a sè la persona e
l'anima della fanciulla: e la bella persona e la povera e cara anima,
non sapeano che piegarsi a lui. La testolina si appoggiò con la
guancia alla spalla di lui, socchiudendo gli occhi; e pian piano,
delicatamente, quasi a sorreggerla, Massimo le passò un braccio dietro
alla cintura, abbracciandola, reggendola.
--State bene così?--le domandò, con voce roca.
Ella accennò di sì, con le palpebre, non potendo parlare.
--Non vi addormentate alla luna, almeno, Luisa. La luna fa impazzire
chi si addormenta al suo chiarore.
Ella ebbe un sorriso così profondo, così enigmatico che lo scosse.
Poi, tacquero. Passò del tempo, così. Confusamente, ogni tanto, nella
mite e intima delizia di quella solitudine, di quella vicinanza, ella
sentiva tremare, talvolta, nella sua, la mano di Massimo; e talvolta,
sentiva il respiro di lui affannarsi. Allora levava le palpebre a
guardarlo: lo trovava intento a fissare il suo volto, intensamente,
con tale un ardore concentrato di visione e di attenzione, che non
aveva ella mai scorto. Il tempo passava, sulle loro teste vicine,
sulle mani dalle dita intrecciate, immobilizzati in
quell'atteggiamento. E ad essa sembrava d'immergersi in un sogno
lungo, senza fine, che ricominciava sempre dal principio, dove
passavano sulle sue mani dei baci leggieri come un soffio, dove
carezzava i suoi capelli una mano molle e lenta, dove un acuto profumo
di fiori che si appassivano, le saliva al cervello, dove una voce
ripeteva il suo nome, sempre, con la profondità dell'amore: un sogno
tutto chiaro di luce lunare, in un divino paesaggio, un sogno
ammorbidito dalla rugiada, dai fremiti della campagna, dal palpitare
del mare sotto la luna. Invero, Massimo, reggendo la bella persona,
tenendone la manina nella sua, sentendo tutta la seduzione di Luisa e
delle cose, dell'ora e del tempo, restava immobile, con gli occhi
socchiusi, cercando di riunire tutti i suoi pensieri, per essere
forte, per vincere il fascino immortale che ha la beltà della donna e
la beltà delle cose, la innocenza della gioventù e la solenne purità
della notte, nella campagna, innanzi al mare. Non lui sognava, che era
uomo, che aveva vissuto, che sapeva; ma quasi vedeva, dietro le tenui
palpebre abbassate di Luisa, negli occhi pronti di dolcezza che si
schiudevano levandosi a lui, vedeva il sogno d'amore, il sogno di
quella notte d'estate distender la sua sottile e salda rete d'argento
sull'anima della fanciulla. E ogni tanto, come il fascino di tanto
muliebre candore, di tanta fede, di tanta giovinezza fragrante si
faceva più alto, pareva anche a lui di smarrir la testa, partito per
sempre, per la siderale, per la selenica regione del sogno. Cercò di
riaversi, di riaccapezzarsi, parlando:
--Dormite?--volle dire, scherzando, a Luisa.
Ma egli stesso non riconobbe la propria voce. Chi aveva pronunziato
quella parola? Ella scosse il capo, con un sorriso così dolce, che
egli non vi potette reggere:
--Vogliamo andar via?--le susurrò all'orecchio. La luna fa impazzire,
Luisa, Luisa....
--Ancora un poco--ebbe la forza di dir lei, nella innocenza della sua
passione.
Ancora un poco. Egli abbassava il capo, soffocando le parole che gli
sgorgavano dalle labbra, interdicendosi persino di carezzare più le
fredde dita della fanciulla, non volendo udire il profumo di
gelsomino, che veniva da lei, di quell'unico gelsomino che ella aveva
raccolto sul balcone e messo in petto, non volendo cedere alla voce di
tenerezza infinita che emanava da lei e da tutte le umane cose,
intorno. Sì, Massimo vedeva bene che ella sognava, oramai, il suo
grande sogno, l'unico e ultimo sogno, sotto la gelida e allettatrice
luce della luna, simile a Elena, la bionda: sentiva che vincendo la
ragione dell'età, del pericolo, dell'esperienza, che vincendo finanche
il profondo segreto del suo cuore, egli stesso, per la ignota forza di
sentimento che rinasce dalle sue ceneri anche nei cuori inceneriti
dalla passione, egli stesso sarebbe stato trascinato dolcemente in
quel sogno, perduto anche lui, come una volta, come sempre. E facendo,
in quell'atto, una delle più dolorose rinunzie della sua vita, il
braccio che sosteneva Luisa si rallentò, un poco: pian piano le lasciò
la mano. Ella trasalì, comprese: si levò, col volto così pallido che
pareva vi si fosse infiltrato il raggio lunare, a raffreddarne per
sempre il sangue e le fibre, si levò con le palpebre battenti, gli
occhi smorti, come coperti da una nebbia torbida.
--Andiamo--ella disse, voltandosi ancora a salutare il mare, la
campagna e il cielo.
Camminarono presto, vicino, senza darsi braccio; Massimo pareva oramai
colto dal freddo, con un desiderio di rientrare in casa. La via era
assai lunga, mentre, al venire, non se ne erano neppure accorti: a
ogni nuovo gomito che faceva la via, egli si piegava, con una certa
ansietà, per vedere se erano vicini; ella lo guardava di sottecchi,
camminando presto anche lei, non osando dirgli nulla. Alla fine gli
espresse il suo pensiero.
--Speriamo di trovare una carrozza.
--Speriamo--ripetè ella.
Ma per un pezzo non ne trovarono; la notte era altissima, tutte le
ville erano chiuse e silenziose, la strada di Posillipo era deserta,
la luna, salita già allo zenit sul cielo, vi batteva a picco, dandole
oramai un aspetto un po' spettrale. Egli osservò che la fanciulla si
stringeva nella mantellina, trasalendo.
--Avete freddo, è vero?
--Un poco.
--Siamo stati troppo tempo.... laggiù....
Luisa non rispose: camminava a occhi bassi, senza voltarsi nè a
destra, nè a sinistra.
--Forse avete paura, cara?
--Un poco.
--E di che?
--Di tutto.... la via è così deserta.... gli alberi sembrano
fantasmi....
--Abbiate paura degli uomini e non dei fantasmi, cara.
--È vero--ella soggiunse, umilmente.
Forse egli stesso, in quell'ora così tarda, in quella deserta
campagna, dove sboccavano tante grotte di tufo dalle immani bocche
nere aperte, aveva come un leggiero brivido di confuso sgomento. Erano
presi dal malessere di chi ha vegliato una notte intera, in preda a
una sovraeccitazione spirituale e fisica, e che ne esce stanco e
infelice, malcontente di sè e del tempo che è trascorso. Ma durò
questo sino a che furono arrivati alla dogana di Posillipo; ivi una
carrozza da nolo, di quelle sgangherate con un vecchio ronzino
sciancato, una carrozza di notte, infine, stazionava. Dormivano il
cocchiere e il cavallo; non si risvegliarono che a metà, quando
Massimo e Luisa vi salirono.
--Portaci a Monte di Dio--disse Massimo al cocchiere.
Costui, sempre sonnecchiando, domandò se doveva alzare il soffietto.
--Sì: fa freddo--rispose secco secco Massimo.
Il viaggio in carrozza si compì pure lentamente, poichè il cavallo si
riaddormentava, ogni tanto: e quando era sveglio, andava con un
trotterello affannoso di sciancato, facendo dei passetti corti corti.
Nella carrozza Massimo e Luisa non scambiavano una parola: ma ella
sentiva che l'ora precipitava e ogni tanto i suoi occhi si rivolgevano
a quelli di Massimo, interrogando. Essa voleva sapere da lui una cosa,
voleva sentirgli dare risposta alla domanda che le ferveva nell'anima,
da quando erano andati soli, per le vie di Napoli, per mare, sotto la
luna. E tacitamente, nell'ombra, con gli occhi, lo pregava di
dirgliela, la parola; e lui intendeva la interrogazione continua,
supplichevole, di quei cari occhi amorosi che volevano essere amati,
niente altro, e si voltava in là, come distratto, cercando di sfuggire
a quella muta domanda. Una amarezza, un'inquietudine lo teneva
agitato, non potendo neppure più fumare le sue eterne sigarette: ed
ella sentiva che il suo sogno non era completo, se Massimo non
parlava. Passava l'ora, fuggiva l'ora, essi ritornavano con la
carrozza per la via fatta, e lui non voleva, non voleva dire....
--Che avete?--finì per domandare lei.
--Sono stanco.
--Vi siete annoiato?--chiese timidamente Luisa.
--Sapete bene di no: non domandate, dunque--disse recisamente.
Ella si scosse al tono un po' duro: e con quanta tenerezza di amore
poteva esservi in lei, dopo qualche minuto di silenzio, non seppe fare
altro che chiamarlo:
--Massimo.
Che fu l'effetto di quella voce, di quella parola? Che gli mise
innanzi, che gli ricordò? È certo che egli quasi quasi si levò,
parendo volendo buttarsi dalla carrozza, fuggendo alle prese di uno
spettro: poi ricadde e con una voce fievole le disse:
--Luisa, non mi chiamate più così, non pronunziate il mio nome, ve ne
prego, se mi volete bene....
Ella tremò, non intese che l'ultima frase, sorrise, con le lagrime
della gioia agli occhi. Erano giunti. Salirono presto, l'uno dietro
all'altro: si fermarono sul pianerottolo, prima di dividersi.
Appoggiata al muro, come esausta, ella lo interrogava ancora con gli
occhi, perchè le rispondesse. Ma egli, turbatissimo, la salutò: ognuno
entrò nella propria casa, lentamente, le porte si richiusero con un
rumor sordo. Faceva un po' di freddo. Albeggiava. La notte di estate
era finita.
II.
Per un mese di seguito Massimo e Luisa si erano riveduti spesso, ma
per pochi minuti, sempre. Quando egli si affacciava al balcone, alla
mattina, la trovava lavorando dietro alla persiana, e vedeva, al
brillare di quegli occhi, che essa lo aspettava: quando egli rientrava
alla sera, trovava la porta di Luisa socchiusa, ella dietro la porta,
sorridendo, e si scambiavano qualche parola. Due volte, attirato da
quell'irresistibile fascino di giovinezza, da quella irradiazione
simpatica che mette attorno a sè l'amore, egli era andato a farle
visita e contando di restar poco, era poi restato molto, tanto
l'ingenuo e profondo amore della fanciulla lo commoveva. Egli la
trattava con una tenera cortesia, con un'affettuosità repressa, e
vedeva scintillare nei begli occhi tanta gratitudine, che la sua
cortese tenerezza cresceva. Ma come i primi temporali di settembre
ebbero spezzata, l'aria calda, egli sparve per qualche giorno, e
invano, ansiosa, impaziente, infelicissima, ella lo aveva atteso sera
e mattina. Infine, una sera, a metà settembre, ella lo vide rientrare;
dalla porta socchiusa ella spiava: non osò chiamarlo, tanto le sembrò
tetro il suo volto. Ma dopo un'ora, ella non ebbe più ritegno, e andò
pian piano a bussare all'appartamento di Massimo. Il servitore, senza
domandare nulla, la introdusse nel salotto: ivi, dietro la scrivania,
sotto il gran paralume di seta rossa trasparente con merletti bianchi,
Massimo scriveva. Era grave, pensoso, e si fermava ogni tanto a
riflettere, con la penna appoggiata alle labbra: in una di queste
pause, vide Luisa.
--Oh cara, cara--disse, levandosi e stringendole le mani--giusto....
vi scrivevo.
--A me?
Si era seduta dall'altra parte della scrivania e lo fissava,
pallidissima.
--Mi scrivevate? perchè?
--Per.... nulla--disse vigliaccamente lui. Poi, vergognandosi,
soggiunse presto:
--Per salutarvi. Parto.
--Partite?--esclamò lei, alzandosi a metà sulla sedia.
--Sì. Parto.
--Per poco?
--Per molto, invece.
--Quanto tempo?
--Quattro, sei anni.
--Ah!--disse ella, chiudendo gli occhi, come se svenisse. Anche lui
era smorto; ma aveva una nervosità che lo ringiovaniva.
--Dove andate?--soggiunse ella, pigliando fiato a stento.
--A Pietroburgo.
--Tanto lontano, tanto....--mormorò ella, con voce di pianto.
--Già--fece lui, con indifferenza--lontano assai.
--E.... non vi fa pena.... non vi dispiace andarvene?
--No--disse lui, brutalmente, sperando guarirla con la crudeltà.
Ella appoggiava la testa a una mano, col gomito sulla scrivania: si
nascose gli occhi coll'altra mano e si mise a piangere zitto zitto, a
lagrime lunghe che le piovevano sulle guancie, sul collo,
continuamente.
--Perchè piangete?--domandò lui, nervosissimo.
Essa gli fece cenno di non domandare; seguitava a piangere,
tacitamente.
--Non è mica morto qualcuno....---tentò di scherzare lui.
--Sì, sì, è morto qualcuno---rispos'ella, a bassa voce--veramente,
veramente, è morto qualcuno.
E, levando il capo, con la santa audacia della passione, gli disse:
--Non ve ne andate: io vi voglio bene.
--Io non merito il vostro bene, cara; fate male a volermene.
--Non posso fare diversamente; vi voglio bene, non ve ne andate.
--Io sono stanco e vecchio, e laggiù il dovere mi chiama.
--Non m'importa: se non potete restare, verrò con voi.
--Cara Luisa, voi perdete la testa, figliuola mia....
--Sì, sì, è da quella notte che l'ho perduta--ella rispose con aria
smarrita.
--Da quale notte?--chiese lui, inconsciamente.
Ma si pentì subito. Presa da un impeto di disperazione, essa scoppiò
in singhiozzi, torcendosi le mani, battendo la testa sulla scrivania,
gridando fra il pianto:
--Oh Dio.... egli ha tutto dimenticato.... Signore, Signore, egli ha
potuto dimenticare.... Oh Dio mio, ha dimenticato, ha dimenticato....
Sgomento innanzi all'opera che egli aveva fatta, non trovava parole
per consolarla, come il malvagio monaco medievale del poeta, che
evocato il demone, non aveva poi più il motto magico per rimandarlo
all'inferno. La lasciava farneticare, impaurito e dolente, pentito e
amareggiato, sentendo tutta la verità di quel dolore, sentendo ancora
una volta la fatalità dell'amore aggravarsi nella sua vita. Poi, non
reggendoci più, si levò, le andò vicino, le prese le mani, la chiamò
per nome e allora un novello fiotto di tenerezza invase l'anima
dell'infelice; ella si mise a domandargli, con una desolazione, con
uno strazio di far pietà:
--Oh Massimo, Massimo mio.... perchè mi lasci, perchè te ne vai?...
come posso stare, senza di te, come posso restare sola, se ti voglio
bene.... Massimo, Massimo, non andartene, non essere senza cuore....
--Luisa, ti prego, non piangere, non dirmi queste cose....