sotto la sua volontà.
--Massimo.... Massimo....--ripeteva lei, calmandosi dolcemente, come
se una speranza le rinascesse nel cuore.
--Se è vero che mi vuoi bene, devi farmi una promessa....
--Prometto.
--.... Di esser buona, di non piangere, di ascoltare con pazienza, con
rassegnazione.
--Prometto--mormorò lei.
--Senti, senti--riprese lui, tenendole le mani, guardandola, sempre
negli occhi--te lo debbo ripetere, tu fai male ad amarmi: io non
merito questo tesoro così prezioso, della tua giovinezza, del tuo
cuore, io sono un uomo senza gioventù, senz'entusiasmo e senza
illusioni. Io so tutto, io ho conosciuto tutto, io ho cento anni come
Faust e non vi è più Margherita che possa farmi ringiovanire. Io sono
un uomo morto, Luisa. Perchè ti sei innamorata di me?
--Così--diss'ella, con la voce monotona della disperazione.
--Senza una ragione?
--Così.
--Non basta, Luisa....
--Credevo..., sì, credevo che tu mi amassi....
--Ti sei ingannata--le disse.--Io non ti ho mai amata.
--Mai amata!--fu l'eco desolata della infelice.
--Perchè hai tu creduto questo, Luisa! Non sai tu dunque che cosa sia
l'amore?
--Ho creduto.... ho creduto.... che vuoi, ho creduto!--disse ella,
aprendo le braccia, con un gesto desolatissimo.
--Tu non sai nulla, cara.
--Forse non so nulla, hai ragione--replicò ella, con la umiltà dei
vinti, dei perduti.
E chinando il capo, volendo almeno trovare una scusa alla sua follia,
cercando ancora un barlume di speranza nei ricordi, riandò tutto quel
sogno di una notte di estate per cui ella aveva fissata la sua vita. E
a ogni dolce particolare, a ogni piccolo e pur grande fatto che le si
presentava alla memoria, ella trasaliva, ella ricadeva nella sua
illusione e alla fine, rendendo tutto il suo pensiero:
--Eppure tu mi hai amata, quella notte, Massimo.
--Si ama sempre un poco la donna che abbiamo accanto--mormorò lui, con
un'ombra di sorriso.
--Qualunque sia?
--Qualunque sia.
--E dopo?
--Dopo, si dimentica subito.
--Ed essa?
--Se è savia, gode del fugace momento e.... non lo rimpiange.
--E se ama, se ama?
--Luisa, tu mi hai promesso di esser calma....
Ella si era alzata e gli parlava concitatamente:
--Ma che ne so, io, di questa vostra ipocrisia sociale, di questa
vostra galanteria mondana; la chiamate galanteria, non è vero? Io sono
una fanciulla semplice, una sciocca, una illusa, io ti amavo già,
quando, quella sera mi hai detto di venir teco. Ma quando si porta
via, di notte, una donna, con le dolci parole che tu mi dicesti,
costei deve credere che tu l'ami! Ma tu, nella barchetta, te ne
ricordi? hai passato un'ora a chiamarmi sottovoce, come se solo le
sillabe del mio nome esistessero! Te ne rammenti? E dopo, dopo, tu non
devi averlo dimenticato, hai preso le mie mani, nell'oscurità della
grotta di donn'Anna, tu le hai strette, domandandomi così qualche
cosa, io ho risposto sì, stringendoti le mani, questo, certo, neppure
lo puoi avere obliato, io l'ho nell'anima, quella stretta di mani....
e laggiù, laggiù, ti rammenti, ti ho dato il fiore di menta, lo hai
baciato perchè aveva toccato le mie labbra, lo hai conservato
gelosamente, lo hai chiuso sul tuo petto, come se volessi che
appassisse colà, al calore del tuo cuore: io ho il tuo gelsomino, dove
è dunque andato il fiore di menta? Ma tu hai baciato la mano, questa
qui, in questo punto, lentamente, dolcemente, con una lentezza e una
dolcezza che mi parve mi facessero morire: ma tu hai tenuto la mia
testa sulla tua spalla, ma tu mi hai abbracciata te ne ricordi,
certamente, te ne ricordi, chi può avere scordato queste cose? ma
insieme, insieme a me tu hai sognato, abbiamo sognato laggiù, nel
paradiso, il nostro paradiso. Oh angeli santi, voi stessi avete dovuto
sorridere, poichè quello era l'amore buono, l'amore bello, l'amore
santo, poichè io amava e tu mi amavi, Massimo, non mentire, non
mentire, non togliermi questa fede....
--Vi sono una quantità di cose che somigliano all'amore e che l'amore
non sono--disse lui, glacialmente.--La sera è chiara, vi è una buona e
bella fanciulla, vi è il mare, vi è la gran poesia di questo paese
nostro, la notte è lunga, il cuore è malinconico--e allora un nome,
chi non lo pronunzia, un fiore chi non lo chiude sul petto, un bacio
chi non lo dà? Sciocco colui che lascia sfuggire questi purissimi
brevi piaceri dell'anima e dei sensi, puri piaceri che non hanno la
macchia del peccato, che non debbono portare alle lacrime, alla
tragedia e che vi fanno egualmente cara una notte, un giorno! Tutto
questo non è affatto l'amore nel suo immenso turbamento, con le sue
lotte quotidiane, con la sua gelosia feroce, con la sua insaziabilità
crudele e con la sua sazietà scorante! È invece un'altra cosa che
all'amore rassomiglia, una cosa carina, graziosa, che resta dolce
nella memoria, che non lascia ferita e che imbalsama poi, col suo
profumo, le ore della vecchiaia. Amore no: tenerezza, simpatia,
fascino, eterna attrazione del femminile, una cosa mite e tanto cara,
senza dolori, senza singhiozzi.... Luisa, Luisa, l'amore è un'altra
cosa, è una vampa, è una vertigine, è uno sconquasso, Dio vi salvi....
--Io sono perduta--ella disse, brevemente,--perchè vi amo e non mi
amate.
Come egli parlava, pianamente, con quella velatura d'ironia che
rendeva triste la sua voce, con quel senso di disdegno che rivelava
l'uomo esperto delle tempeste, come egli le veniva dolorosamente
dimostrando la inanità delle sue illusioni, ella aveva inteso a poco a
poco mettersi fra loro due una grande distanza, quasi che Massimo
fosse già partito, già in viaggio per il gelido paese nordico. Ogni
parola che infrangeva le sue speranze, le s'imprimeva nella mente, col
lieve sogghigno che l'avea accompagnato, con la intonazione sprezzante
che era stata pronunziata: e un lavoro di distruzione si operava in
lei, la parola di lui spegneva tutta la cieca fiducia che ella aveva
avuto nel suo sogno. Illusione, illusione, il bacio, il fiore, il
nome, la voce tremante, la carezza, l'abbraccio, illusione tutto,
morto tutto, finito tutto, finito. Una luce fredda le si era fatta
dinanzi agli occhi della mente: egli aveva ragione, tutto quel sogno
di una notte di estate, sotto il pallido, morbido raggio lunare, era
una cosa graziosa, carina, niente altro, da dimenticare
immediatamente, da ricordare poi più tardi, molto più tardi, con una
certa soavità, anche con un po' di gratitudine. Ella vedeva, vedeva
bene, adesso. La scienza della vita le arrivava di un colpo solo,
netto e preciso come quello di una mannaia che recide una mano: tutto
sanguinava, ma, ella vedeva la verità. E si sentiva, perduta.
Egli taceva. Era tornato al suo posto e giocherellava con la sua penna
di avorio bianco: ma era scomposto nel volto. Affettava una calma che
non aveva: capiva che la crisi non finiva lì e soffriva per sè e per
lei, immensamente. Ma le sue burrasche passate gli davano la forza di
combattere ancora. La fanciulla taceva e pensava, quasi che nulla più
le restasse da dire: anzi si alzò, come per andarsene. Ma arrivò sino
al balcone chiuso e appoggiò ai vetri la fronte febbricitante. Stette
qualche tempo così. Poi, ritornò. Pareva tranquillizzata. Ma si
passava ogni tanto la mano sulla fronte, con un gesto che faceva pena.
Si sedette di nuovo. Massimo la guardava, con una certa ansietà. No,
tutto non era ancora finito....
--E.... ve ne andate?--chiese ella, cercando di rafforzare la propria
voce.
--Sì.
--Quando?
--Domani mattina: o anche stasera.... meglio stasera.
--Infatti.... meglio stasera--rispose lei, monotonamente.--E.... non
mi avreste salutata?
--Vi scrivevo....
--Lasciatemi vedere--diss'ella, pregando.
Egli obbedì, dandole la carta, dove erano scritte soltanto queste
poche linee.
"Cara, cara Luisa--io debbo lasciare, per forza, questo caldo e bel
paese, per un paese freddo e brutto. Me ne vado, pieno di ricordi
della vostra bontà, me ne vado, addio, pregandovi di volermi un po' di
bene, da lontano, per quanto bene vi voglio io...."
--Come potete mentire così?--diss'ella, fieramente, levando la testa.
--Non mento: vi voglio bene: vi ho una gratitudine immensa, mi siete
carissima....
--E partite, partite?
--Parto.
--Ah io non so più nulla, non so più nulla, io ho perduta la testa. Da
quella notte....--mormorò ella, nascondendosi il viso fra le mani. Ma
dopo qualche minuto, ella si levò, andò vicino a Massimo, si sedette
accanto a lui, con una espressione di ansietà, di angoscia sulla
faccia che avrebbe impietosito il cuore più duro.
--Sentite, sentite, voi non avete nessuna colpa, è vero, io non posso
dire nulla contro di voi, voi non mi avete ingannata, sono io che ho
voluto ingannarmi, lo confesso. Ma pure.... io vi amo, io non posso
levarmi dal cuore questo amore, io non resisto al pensiero di restare
sola, qui, mentre voi ve ne andate, così lontano; morirei; sentite,
non ho mai mentito, morirei. Bisogna pur concedere qualche cosa agli
illusi, agli esseri semplici. Il mio destino è di amarvi, Massimo, non
vi è altro, per me. Che volete, il mio sogno continua, io non mi
sveglierò che per entrare nella tomba. Sentite. Lasciatemi venir con
voi: andate solo, andate triste, laggiù, in un paese ove non avete nè
amici nè parenti. Io, qui, non lascio nessuno. Posso disporre della
mia persona, della mia vita. Direte che vi sono sorella, nipote,
governante, direte che sono la vostra serva, mi contento. Purchè io
possa seguirvi, vi servirò, laggiù. Non mi vedrà nessuno; non uscirò,
non andrò in chiesa, rinunzierò al mondo, a Dio, a tutto, pure di
vivere accanto a voi. Non importa, se non mi amate: portatemi via, vi
amo, non posso restare qui. Laggiù, non importa se mi tratterete male,
non importa se mi dimostrerete, che vi secco: io avrò pazienza,
rassegnazione, come voi mi comanderete di avere. Forse, vedete, non vi
nascondo la mia speranza, mi amerete un giorno; lontano, ma può
giungere, il gran giorno! Lasciatemi aspettarlo al vostro fianco,
segretamente, umilmente, piamente, con la fede degli antichi
cristiani; lasciate che io possa spendere la vita mia per voi, non
posso farne altro, della mia vita. Voi siete spesso triste, una volta
le mie risate vi piacevano; vi piacevano le mie canzoni, io riderò, e
canterò per voi, tacerò a una vostra parola, aspettando. Voi non mi
amerete mai, forse, ma io vi amerò, sempre. Ah non mi respingete, non
mi lasciate; se incontrate di notte, un povero cane senza padrone che
vi segue, malinconicamente, voi non lo cacciate via, è vero? Perchè
caccereste me? Siete uomo, siete cristiano, avete cuore, avete pietà,
non mi riducete alla disperazione, portatemi con voi, voglio morire
accanto a voi, non qui, sola, non sola, per carità, portatemi con voi.
E la disgraziata scivolò dalla sedia a terra, cadendogli ginocchioni
davanti, con la testa convulsa fra le mani.
--Luisa, Luisa, che fate?--gridò lui, vivamente, cercando di
sollevarla.
--No, no, resterò qui, sino a che mi avrete fatto questa
grazia--diss'ella, resistendo.
--Luisa, ve ne scongiuro, voi mi fate disperare....--E la sollevò
sorreggendola, aiutandola a risedersi: ella lo guardò supplichevole.
--Ditemi la parola--mormorò abbattuta.
Egli capì che l'ora era giunta.
--Non posso, Luisa.
--Perchè non potete?
--Non posso tenervi nè come moglie, nè come amante.
--A me non importa della mia riputazione: vi voglio bene, voglio venir
con voi.
--Non posso.
--Ma perchè?
--Perchè non vi amo di amore...
--Non importa, vi amerò io.
Egli la guardò, smarrito: l'ora era giunta, l'ora incalzava.
--Io amo un'altra donna!--proclamò lui, a voce chiara.
--Oh!--ella disse, come soffocando. Egli si alzò a metà, come se
volesse aiutarla. Fredda, muta, Luisa lo fermò con un gesto. E solo
nel guardarla in viso con gli occhi dove il cerchio nero, intorno, era
diventato così largo, con le labbra bianche e con due pieghe alle
labbra, dove prima si disegnava la curva del sorriso, con dieci anni
di più, infine, con quella gioventù che pareva sfiorita per sempre,
egli si sentiva torturare dai rimorsi. Ah, che egli non avrebbe mai
voluto pronunziarla, la fatale parola, il segreto profondo del suo
cuore, la nascosta angoscia di tutta la sua esistenza! Aveva esitato
un'ora, arretrandosi davanti agli intimi recessi dove il suo amore
viveva, non sapendo violare quel mistero impenetrabile, non sapendo
ferire così mortalmente quel giovane cuore sì amoroso e disperato.
Giammai, giammai, egli avrebbe confessato ad alcuno che amava, se
quella desolazione di anima buona appassionata, non lo avesse spinto a
tentarne così una disperata salvezza: il suo segreto sarebbe rimasto
chiuso nel cuore, noto solo a Dio e a colei che aveva ispirato
quell'amore, bocca umana non lo avrebbe ripetuto, orecchio umano non
lo avrebbe udito, morto con lui, il segreto. Ma innanzi a quelle
lacrime, a quei singhiozzi, innanzi a quella esistenza perduta, egli
aveva finito per chiedersi se non era un poco colpevole, se non doveva
espiare, tentando di togliere al naufragio quell'anima, con un rimedio
estremo. E aveva dischiuso il tempio dove il suo idolo si ergeva,
fiero e implacabile, aveva mostrato alla disgraziata fanciulla che
l'altare aveva la sua dea, invitta, immortale. Egli, il più mistico
fra i sacerdoti dell'amore, che stava a guardia, silenzioso, immoto,
del tabernacolo che niun occhio d'uomo doveva rimirare, aveva adesso
sollevato i veli sacri e mostrato all'occhio di Luisa la immagine
divina. Si sentiva adesso fiacco, senza coraggio, senza forza, come se
quella parola di rivelazione, avesse vuotato a un tratto le sue vene.
Aveva detto.
Luisa non piangeva, non singhiozzava, non sospirava: era seduta al suo
posto, con la faccia nascosta fra le mani sovrapposte, non dando segno
di vita: anche le mani che avevano tremato sempre, ora erano ferme,
bianche come quelle di una statua. Quando le abbassò, quando rialzò il
capo e Massimo potette vedere la sua faccia, egli sentì il danno
fatto. Oramai la luce di quegli occhi dolci e amorosi si era
intorbidata per sempre, e li opprimeva la inguaribile mestizia delle
speranze infrante: oramai le traccie del riso erano cancellate da
quella delicata e giovanile fisonomia, mentre fra le sopracciglia si
creavano quelle due rughe dolorose delle lunghe cogitazioni
malinconiche; oramai il sangue era fuggito da quelle fresche,
fragranti labbra e il pallore della viola, fiore esangue, fiore
dolente, vi si era impresso, per sempre. La disgraziata aveva parlato,
nella sua ansia, nel suo abbandono, di risa, di canzoni: ma bastava
guardare la serietà oramai incancellabile del suo viso, per intendere
che eran finite, per sempre, le canzoni e le risate. Ah veramente,
veramente, come l'antico audace che tentò disollevare la cortina del
tempio, come a Salammbo, figlia di Amilcare, che pose sul suo capo il
velo di Tani, cosparso di stelle e commise il sacrilegio, così la
povera umile fanciulla era stata fulminata perchè aveva tentato di
schiudere un cuore, perchè aveva voluto entrare nel sacrario della
dea. Invero, egli aveva in sè una pietà immensa e sterile, una pietà
fiacca e triste, per quella creatura fulminata: non sapeva dirle più
nulla, la fatalità sfugge alla discussione, e non ha conforti che
l'attenuino. Infatti, fu essa la prima a parlare. Era una voce senza
dolcezza, senza tristezza, non velata, non roca, ma veramente
spezzata: nessun sentimento vi vibrava più: infranta. Adesso le
domande che faceva, stanche, lente, sembravano l'appagamento di una
mesta curiosità, un riandare sulla sventura, così, per sapere: senza
che la conoscenza novella potesse mai più cangiare nulla di quello che
era stato.
--Voi l'amate.... molto?
--L'amo: quando si ama, si ama.
--Lo so---replicò ella, sempre senza fremito nella voce, sempre senza
luce negli occhi.--Lo so: domandavo.... così.... per sapere.
Il braccio di Luisa era disteso sulla scrivania e la mano sottile
aperta sul panno scuro. E pareva così abbandonata, così bianca, che a
lui sembrò vedere, veramente, una mano di persona morta. Ma salvo ad
averne una infinita compassione, che cosa ci poteva fare, lui? Ambedue
soffrivano, e malgrado tutto, l'uno non poteva aiutare l'altro nella
propria disgrazia; essa lo amava, egli, aveva di lei una pietà grande,
ma l'uno non poteva tergere neppure una lacrima dell'altro. Così è,
l'amore. La divina armonia di due cuori che si scelgano e che si
amino, non risuona che assai raramente, nelle anime umane. E non è,
invece, che una catena, l'amore, di cui gli anelli sono di metalli
diversi, male appaiati, di forme diverse, che si corrodono e si
contorcono, senza potersi spezzare. Che ci poteva fare, lui? Tutto era
inutile, tutto.
--Voi l'amate da molto tempo?--ricominciò lei, con quella intonazione
d'indifferenza, che faceva più male di uno straziante singhiozzo.
--Da molto tempo.
--Da quando?
--Da.... sempre.
--Non avete mai amata alcun'altra?
--No: mai. Vi è un amore che altri non ne ammette.
--È vero: lo so--ella disse, chinando gli occhi.
Poi, tacque, pensando. Sembrava che riflettesse a un'altra domanda da
fare, e che temesse di farla, di cui non potesse ritrovare la forma.
Difatti, due o tre volte fu lì lì per parlare, quasi che la parola
volesse fuggirle irresistibilmente dalle labbra; ma si rattenne. Egli
aspettava, oramai deciso a dir tutto, sempre più debole, sempre più
esausto di forze morali. Invero erano due infelici creature: ma non vi
era nessun rimedio. Alla fine, ella, si decise e disse:
--Voi l'amerete.... sempre?
Prima di rispondere egli si raccolse e nei brevi minuti del silenzio,
ritornò su quello che era stato, su quello che era la sua passione,
provò a misurare il valore e la durata di quel vincolo che gli anni,
la morale e material consuetudine avevano reso profondo e non
risolvibile che dalla vecchiaia o dalla morte.
--Credo.... credo--egli mormorò, esaurito--che l'amerò sempre. Sono
vecchio, Luisa: e la vita non si ricomincia. Voi siete giovane.... e
potete obbliare....
--Voi non avete diritto di parlarmi così--ella disse, con un amaro
sorriso.--Non vi accuso, non mi lagno; ma non cercate di consolarmi
con queste vaghe parole. Io valgo meglio di questi banali conforti.
--Scusatemi--egli soggiunse, inchinandosi a quell'altero dolore, che
non soffriva di essere turbato da nessuna voce, fosse pur quella della
persona amata.--Era un augurio che vi facevo: vi auguro di
dimenticare.... con tutto il cuore, ve lo auguro.
Ella scorse il capo, senza rispondere.
--Voi la raggiungete, colà?
--Sì--egli disse, a bassa voce.
--Vi aspetta?
--No, non mi aspetta: ma mi ha chiamato--soggiunse lui amaramente.
--E voi obbedite?
--Obbedisco sempre. Ella mi ha detto di venir qui, nell'estate,
lasciandomi senza notizie, senza lettere, senza neppure farmi sapere
dove viaggiava: e sono stato qui, tre mesi per obbedirla.
--Ah, va bene, ho inteso--ella disse, senz'altro.
--Adesso mi scrive due parole, dicendomi di raggiungerla, dandomi il
suo indirizzo: e io parto, io attraverso l'Europa, vado dove ella è,
poichè questo, capite, è il mio destino.
--Essa vi ama?
--No.
--Non vi ama?
--No, niente.
--Non vi ha amato?
--Mai.
--Nè avete speranza?
--Nessuna.
--Ma perchè non vi ama?
--Perchè vie della gente che non ama mai, Luisa--gridò lui,
subitamente esaltato.
--È vero, è vero--ella rispose, vagamente.--Vi è molta gente che non
ama ed è forse felice.
--Forse.
--Ma perchè vi chiama?
--Perchè le fa piacere di avere un servo.
Un lugubre silenzio si fece intorno: le due vittime si guardarono,
smorte dello stesso pallore, esauste dallo stesso morbo morale; e fu
lei che per la prima, con una infinita dolcezza, gli disse:
--Voi siete come me.
--Come voi--mormorò l'uomo forte, l'uomo scettico, umilmente,
dolentemente.
Niente altro. Ella si sollevò dalla sedia, rimase ritta davanti alla
scrivania.
--Adesso me ne vado; buona sera.
--Ve ne andate?--chiese lui, un po' affannoso.
--Sì, sì, me ne vado; buona sera, Massimo.
--Restate ancora un poco--balbettò lui.--Ditemi....
--Noi ci siamo detto tutto: non vi è nulla nel vostro cuore che io non
sappia: voi sapete tutto del mio, non vi è più nulla, più nulla; buona
sera.
--Ma che farete?--egli disse.--Voglio sapere che farete!
--Niente--disse lei, voltandosi, facendo un gesto largo con le
braccia.--Niente.
--Non ci possiamo lasciare così--disse lui, tutto
agitato.--Restate....
--Sarebbe inutile. Non _dovete_ voi andare?
--Sì.
--E io _debbo_ restare. Addio, Massimo.
--Addio, Luisa.
Ella se ne andò senza voltarsi, un po' curva, ombra tacita e dolente.
Egli la vide sparire: udì aprire e chiudere due porte. E pensando che
in quel minuto, rientrata nella sua casa deserta, sola col suo dolore,
ella piangeva come tutte le misere creature umane, lui, misera umana
creatura piegò il capo, nel silenzio, nella solitudine, nel dolore e
pianse, di pietà, di rimpianto, su Luisa, su Massimo.
FINE.
INDICE.
La grande fiamma, pag. 1
Tramontando il sole, " 91
L'amante sciocca, " 217
Sogno di una notte d'estate, " 301
MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO
_È USCITO_
TRIONFO
DELLA
MORTE
NUOVO ROMANZO DI
GABRIELE D'ANNUNZIO
Questo nuovo e tanto aspettato romanzo costituirà un vero avvenimento
letterario. Ecciterà le più vive polemiche, gli entusiasmi e gli
anatemi, come tutte le opere di questo potente scrittore. La sua fama
è volata tant'alto, che la più celebre delle riviste, la _Revue des
Deux Mondes_, ha acquistato il diritto della traduzione francese. Il
romanzo si divide in sei parti:
Libro I: _Il Passato_.
Libro II: _La Casa Paterna_.
Libro III: _L'Eremo_.
Libro IV: _La Vita Nuova_.
Libro V: _Tempus destruendi_.
Libro VI: _L'Invincibile_.
La quarta parte, che descrive un pellegrinaggio ad un santuario
d'Abruzzo, è per sè solo un capo d'opera. Mai il D'Annunzio fu così
grande coloritore e poeta come in questo nuovo e importante lavoro,
ch'egli dedica al pittore Michetti.
_Un elegante volume in-16 di 500 pag_., Lire Cinque.
DEL MEDESIMO AUTORE.
IL PIACERE, romanzo. 6.ª edizione L. 5--
POESIE (l'Isottèo, la Chimera), ediz. diamante 4--
POEMA PARADISIACO; ODI NAVALI. 2.ª ed. 4--
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori.
MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO
GIOVANNI VERGA
Don Candeloro e C.^i
SECONDA EDIZIONE
Era molto aspettato questo nuovo volume del celebre
autore della _Storia d'una Capinera_, di _Eva_, della _Cavalleria
Rusticana_, dei _Malavoglia_. Sarà un nuovo trionfo.
L'elegante volume comprende 12 novelle:
Don Candelore e C.^i
Le marionette parlanti.
Paggio Fernando.
La serata della diva.
Il tramonto di Venere.
Papa Sisto.
Epopea spicciola.
L'opera del Divino Amore.
Il peccato di donna Santa.
La vocazione di suor Agnese.
Gli innamorati.
Fra le scene della vita.
L. 3,50.--_Un volume in-16_--L. 3,50
DELLO STESSO AUTORE:
_Storia di una capinera_ (13.ª ediz.) 2--
_Eva_ (9.ª ediz.) 2--
_Eros_ (5.ª ediz.) 2--
_Tigre reale_ (8ª. ediz) 1--
_Il marito di Elena_ (6.ª ediz.) 1--
_I Malavoglia_ (3.ª ediz.) 3 50
_Mastro Don Gesualdo_ (3.ª ediz.) 5--
_Novelle_ (4.ª ediz.) 2 50
_I ricordi del Capitano D'Arce_ (3.ª ediz.) 2 50
_Per le vie_, nuove novelle (2.ª ediz.) 2 50
_Cavalleria Rusticana_. Vita dei Campi (6.ª ediz.) 3 50
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori.
MILANO--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO
FISIOLOGIA DELLA DONNA
DI
PAOLO MANTEGAZZA