Tutte diversamente belle e attraenti sotto la viva penna dello

scrittore, tutte dotate del fascino della vita che vibra, più forte,

nei ricordi e par vita, tutte variamente strane e seducenti, tutte

quante davano al cuore innamorato di Adele Cima le trafitture, e i

sussulti, e i pallori, e gli scoramenti di una gelosia invincibile.

Con curiosità tormentatrice, ella ritornava a rileggere quelle pagine

dove la natural poesia dell'arte ingrandiva e affinava quelle creature

muliebri: e nella loro essenza, nella loro forma, Adele Cima le

invidiava, sentendosi da loro così diversa, così lontana, sentendosi a

loro tanto inferiore da soffrirne come per persone umane che

l'avvilissero con la loro superiorità, ogni giorno, ogni ora:

--Tu hai conosciuto quell'Angelica, del tuo romanzo?--disse, in uno

dei momenti di più forte pena.

--Sì.

--L'hai amata?

--Sì.

--Era molto seducente?

--Molto.

La povera semplice donna tacque. Ah che egli era una persona troppo

sincera, mentre avrebbe potuto risparmiarle queste verità così atroci!

--Perchè hai finito di amarla?

--Mi ha tradito.

--Ah! E se non ti tradiva?

--Io tradiva lei.

--Così.... tutti questi vostri amori.... finiscono col tradimento?

--Quasi tutti.

--Finirà anche il nostro, così?--chiese lei, desolatamente, mordendosi

le labbra per non iscoppiare in singhiozzi.

--Speriamo di no.

--Speriamo? Non è che la speranza?

--In fatto di amore, tutto è fallace. Ma perchè continui a chiedere di

cose spiacevoli? Che ti importa? A che scavi nel passato? Quando mai

tu hai scavato? Amami e basta.

--Anche io ho un cuore e una mente--ella mormorò, mortificata di

essere sempre respinta nelle sue umili e taciturne funzioni di donna

innamorata.

--Credilo, il cuore ti è sufficiente--egli concluse, un po' sul serio,

un po' ironicamente.

Ella sentì l'ironia e non sentì la serietà del consiglio. Una gran

voglia di rassomigliare a qualcuna di quelle donne, di essere meno

monotona, meno semplice, meno limpida, adesso le sconvolgeva l'anima.

I suoi vestiti, dapprima graziosi e carini, ma di una grande povertà

d'invenzione, cominciarono a diventare più ricercati: ella ebbe una

vestaglia di lana bianca, con merletti pioventi e un grosso cordone di

seta bianca che la serrava: ella portò delle camicette insaldate, da

uomo, con una cravatta maschile: ella tentò di tagliarsi i capelli, ma

il parrucchiere la consigliò di non farlo. Queste nuove fogge, però,

la mettevano in imbarazzo e la rendevano goffa. Alle pareti quasi nude

delle sue due camerette ella attaccò dei vecchi ventagli giapponesi,

dei pezzetti di stoffa antica racimolati fra le cianfrusaglie del

quartierino di Paolo Spada e vi sospese dei quadretti che erano stati

donati a lui, e che egli aveva dichiarati orribili; e questo scemo

tentativo di adornamento artistico contrastava con la semplicità e

anche con la volgarità del resto dei mobili. Adele Cima non aveva mai

voluto fumare; anzi il fumo della sigaretta e dei sigari di Paolo

Spada, dei suoi amici, le dava gran fastidio. Si forzò a imparare:

ebbe tre o quattro emicranie feroci, accompagnate dal mal di stomaco,

ma fumò. Soltanto si scolorava come una morta, fumando: e faceva

sforzi enormi per esser disinvolta. Non aveva mai bevuto liquori, con

un disgusto tutto borghese: ella provò il _cognac_, e siccome aveva

inteso parlare del _gin_, come di un liquore singolare, assaggiò anche

quello. Paolo Spada, malgrado le sue profonde distrazioni, i suoi

egoistici assorbimenti, notò a poco a poco tutte queste fittizie

manifestazioni di bizzarria: e il sorriso con cui le accoglieva, aveva

della bontà compassionevole. Due o tre volte, egli rise della

goffaggine di Adele Cima: ed ella fu colpita da quel riso come da una

pugnalata. Una sera, quando più ella era stata tentata di essere

eccentrica e raffinata, e quando meno vi era riescita, quando più era

stata ridicola nei suoi esperimenti, Paolo Spada, le aveva detto, con

durezza:

--Smetti.

Ella si era fatta di mille colori e aveva abbassato gli occhi.

--Non fumare più, smetti; smetti di vestirti come ti vesti; non bere

_cognac_ e non parlare di amore col terzo e col quarto. Smetti,

smetti, Adele.

--Che ho fatto di male?

--Nulla: ma sei ridicola. Chi te lo fa fare?

--Così--diss'ella, con voce fievole, a capo basso.

--Vi è una ragione, a queste stravaganze. Dilla subito.--replicò

improvvisamente.

--L'idea di piacerti....--balbettò l'infelicissima.

--Hai sbagliato. Mi dispiaci enormemente.

--La paura del tuo disprezzo.... hai amato tante donne intelligenti e

fini.... io sono una creatura volgare....

--Mi sei piaciuta come eri: non ti guastare. Smetti tutte queste

buffonate. Tu non ti puoi cangiare.

--Oh Dio!--singhiozzò la poveretta.

--E ringrazia il Signore, invece, che non ti cambia. Se ti cambiasse,

non ti amerei più.

--Perchè mi dici questo?

--Perchè è la verità. Ritorna alla tua semplicità, mia cara, o ci

lasciamo per sempre.

Come ritornarvi totalmente? Ella obbedì, con la devozione della

persona assolutamente innamorata, a quanto le aveva detto Paolo Spada;

ella ritornò, tristemente, alle sue vesti di gusto borghese e ai suoi

cappellini insignificanti: ella lasciò le sigarette e il _cognac_:

ella schiodò tutti i ventagli vecchi e tutti i brandelli scoloriti

delle stoffe, dalle pareti delle sue stanzette. Ma tutti questi atti,

consecutivi, le rammentavano la inanità della sua persona: le

ripetevano, mandando il rosso della vergogna al viso, che ella non

poteva elevarsi, in nessun modo, dalla mediocrità dove era sempre

vissuta: le replicavano, in tutte le forme, che una donna semplice o

anche sciocca, sempre tale rimane e che non vi era speranza, per lei,

di essere considerata da Paolo Spada salvo che per una donnetta di

casa, scema, ignorante, che gli dava dell'amore senza fantasia e senza

drammi, quando egli aveva voglia di essere amato. Lo scorno

dell'esperimento fatto e mancato le ritornava sempre, massime quando,

era sola: ed ella chiedeva al Signore, nelle sue preghiere, per qual

ragione era stata slanciata e poi chiusa in un amore dove tutte le sue

facoltà soffrivano, dove soffocava nel silenzio ogni suo dolore e dove

ella non avrebbe mai più trovato la felicità, giammai.

Le sue sofferenze si acuivano. Ella frequentò molto la chiesa, in quel

tempo. Cercava la liberazione, o cercava la pace; ma non otteneva nè

l'una, nè l'altra, giacchè ella era legata a Paolo Spada per la vita e

per la morte, giacchè ella era sempre in un profondo spostamento

morale e materiale. Paolo Spada, giusto in quel tempo, fu preso da un

accesso di mondanità. Ogni sera indossava la marsina, metteva un fiore

all'occhiello, arricciava e profumava i suoi baffi e partiva. Ella lo

aiutava a vestirsi, avendo per lui le cure minute di una madre: non

gli chiedeva neppure dove andasse e a che ora ritornasse. Lo

aspettava. Quando aveva chiusa la porta; alle sue spalle, cominciava

per Adele una lunga veglia. Ella riordinava la casa, tutta quanta,

dandole il suo assetto notturno; lavorava all'uncinetto, alla coltre

fatta a disegno di stelle, poichè aveva rinunziato alla lettura:

sonnecchiava; si addormentava sulla sedia. Talvolta si svegliava, di

soprassalto, a un rumore: non era nessuno. Talvolta lo stridore della

piccola chiave inglese di Paolo Spada che schiudeva la porta del

quartierino, la scuoteva. Lo vedeva riapparire bene spesso pallido e

stanco, senza voglia di aprir bocca.

--Fai male ad aspettare--le diceva, brevemente.

--Non importa, Paolo.

Non le diceva più nulla, lui, assorto nella stanchezza: non le faceva

una carezza non le dava un bacio: si addormentava di un sonno pesante.

Ella restava sveglia, nervosa, piangendo chetamente talvolta. Vi erano

notti in cui egli rientrava eccitatissimo. Le raccontava tutto,

mettendo in burletta i tipi ridicoli della società, ridendo dei buffi

spettacoli, elogiando fugacemente qualche donna incontrata. Adele

tendeva l'orecchio, a queste lodi:

--Era molto bella, donna Maria Vargas?

--Bellissima: pareva Monna Lisa del Giocondo.

L'amante sciocca, dai capelli castani insignificanti, dai grandi occhi

limpidi e meravigliati, ammutoliva. Egli continuava a chiacchierare,

fumava, si faceva fare del tè che ella aveva imparato ad apprestare

benissimo, mentre le mani le tremavano, nel suo ufficio di donnetta di

casa. E, spesso, tornando da questa casa luminosa, da questi teatri

scintillanti, dove aveva visto delle donne bellissime, dove il suo

animo di artista aveva esaltato la sua ammirazione di uomo, egli era

con Adele Cima così carezzoso e così appassionato che, malgrado la

piccola intelligenza di lei, ignara delle mistificazioni umane

dell'amore, ella intendeva donde venisse questo rinnovellamento

passionato; e tutto il suo essere inorridiva alla mistificazione.

Vagamente, ma ostinatamente, ella era gelosa di tutte queste donne

mondane, signore e attrici, grandi dame e grandi avventuriere che,

preso da un furore di esteriorità tutto estetico, Paolo Spada

ricercava ogni giorno e ogni sera: ma Adele Cima non arrivava a

precisare la propria gelosia. Non diceva nulla: ma fiotti di veleno le

inondavano le vene. Si consumava, dentro, e non voleva dare un sol

dolore a Paolo, sentendo anche che era inutile e dannoso fargli delle

scene. Qualche indizio di tradimento, molto tenue, forse ancora

ingiusto le s'ingrandiva nel cuore appassionato, col dubbio di qualche

fatto compiuto. Paolo Spada aveva cambiato fiore all'occhiello: era

una rosa bianca, adesso, quella che portava ogni giorno. Una copia

dell'_Amore di Maria_ era partita, avvolta in una stoffa medievale, a

rose bianche su fondo rosa pallido, e diretta a un indirizzo

sconosciuto. Un giorno, uscendo per alcune spesuccie, aveva incontrato

Paolo Spada sotto l'atrio della Posta, a San Silvestro: egli aveva

avuto innanzi ad Adele Cima, una leggiera fiamma al viso. Poi,

finalmente, un giorno, Adele ebbe la prova precisa e netta del

tradimento: un biglietto di convegno, di donna Maria Vargas: un

biglietto cascato dalla tasca di Paolo Spada. Era impossibile il

dubbio. Egli rientrò: trovò Adele Cima gittata sul letto, vestita, col

viso verso la parete.

--Che hai? Ti senti male?

--Sì.

--Dove hai male?

--Alla testa.

--Ora ti do l'antipirina. Vado a chiamare il medico?

--È inutile: è un male che passa.

Veramente, egli aveva udito qualche cosa di cambiato nella voce di

Adele Cima: ed aveva esitato a ritornare nella sua stanza. Prima di

uscire, andò da lei, di nuovo:

--Come vai?

--Meglio: grazie.

--Vuoi qualche cosa?

--.... No

--Io torno subito.

--Va bene.

Veramente non si era voltata a lui e la voce era più tronca e più

velata che mai. Ma egli attribuì alla nevralgia tutti quei fenomeni e

uscì. Quando rientrò, alle undici di sera, la trovò ancora sul letto,

supina, in uno stato di abbattimento immenso, con orribili crampi allo

stomaco. Aveva bevuto della morfina per avvelenarsi: l'aveva trovata

in una boccettina che Paolo Spada teneva in serbo, per iniettarsi ogni

tanto. Egli non le strappò questa verità che a furia di affannose

domande, di richieste strazianti, giacchè tutto l'essere di Paolo era

trangosciato all'idea che una povera creatura umana avesse potuto

morire per lui. Ella lo guardava, con occhi così disperati e amorosi,

insieme, che egli non resisteva a quello sguardo. Al medico accorso

Paolo non disse nulla, non seppe neppure ricordarsi la misura della

morfina che Adele aveva potuto ingoiare: e tutta la notte la sciocca

amante che tutto aveva sopportato, ma non aveva saputo resistere al

tradimento, tutta la notte ella fu in pericolo mortale, attaccata al

collo di Paolo Spada, guardandolo con gli occhi stralunati dal male e

dall'amore, toccandolo con le mani gelide e bagnate di sudore, senza

poter pronunziare una parola sola, quasi strozzata, soffrendo come una

dannata o cadendo in prostrazioni che parean simili alla morte.

Accanto a lei, egli agonizzava. Aveva ritrovato il biglietto perduto

di donna Maria Vargas, sotto l'origliere di Adele Cima ed aveva inteso

la ragione di quel suicidio, la ragione immediata e invincibile.

--Perchè hai fatto questo? Perchè?--le gridò, indignato contro sè

stesso, contro i capricci mondani e contro tutte le donne mondane.

La inferma non rispose, ma lo guardò con tale espressione di silenzio!

--Non dovevi farlo. Non ne valeva la pena--le disse ancora lui,

esaltatissimo.

Alla morente gli occhi si sbarrarono in un infinito stupore, come se

ella si meravigliasse, sentendo che un tradimento non è un tradimento.

--Sei una scema; non capisci niente; io non amo che te; sei una

scema--le continuò a dire lui, in preda a una indomabile agitazione.

Adele Cima, a quell'aggettivo che si veniva ripetendo, con tanta

ostinazione e tanta crudeltà, insieme a tanto amore, nella sua agonia,

chiuse gli occhi per morire.

Ma non morì. La salvarono il medico e Paolo Spada. Fu molto tempo

malata, ma guarì. Il suo fu un suicidio mancato, come erano state

mancate varie altre cose della sua vita. Spesso, nella convalescenza,

in un effluvio di tenerezza, innamorato più che mai della sua

stupidina, Paolo Spada le veniva ripetendo:

--Perchè hai voluto morire?

--Per donna Maria di Vargas.

--Ti giuro che non ne valeva la pena, anima mia.

--Oh sì!

--No, no, sei sempre la stessa, non capisci nulla. Se morivi, vedi,

Adele, era perchè non hai mai capito niente.

--È vero--mormorava lei, assorta.

Dopo quel tentativo di suicidio, inutile, che non le aveva dato la

liberazione, ella non domandò a Dio neppure più la pace. Il suo

destino era di vivere, di amare, e di soffrire per l'amore, giacchè il

Signore le aveva inflitto il castigo di amare un uomo diverso da lei

per istinti, per temperamento, per carattere, giacchè sul suo amore

pesava la fatalità del dissidio intellettuale, lo stato di oppressione

della creatura meno nobile e meno spirituale, accanto a un'anima che

saliva nei cieli dell'arte. Ella doveva soffrire e non doveva trovare

rimedio alle sue sofferenze, giacchè le anime alte e squisite trovano

mille vie per isfuggire ai contrasti della vita quotidiana, mentre le

piccole anime li subiscono tutti, senza scampo e senza rifugio.

Poi, più tardi, quando ella fu bene guarita e Paolo Spada fu bene

sicuro che quella donna gli fosse vincolata per sempre, egli scherzò

anche sul tentato suicidio. Chi manca un suicidio, non corre

un'avventura buffa? L'amante sciocca ne rise anche lei, per celare la

vergogna di quella ridicolaggine. Più tardi ancora, Paolo Spada tornò

a tradirla, come si tradisce una buona moglie fedele, con altre donne:

ella lo seppe, ma non trovò la forza di voler morire, temendo troppo

di esser chiamata la più scema fra le donne. Anzi, egli finì per

confessarle le sue scappate, convincendola che erano necessarie alla

sua vita d'arte, ma che egli amava sempre la sua cara sciocca. La

quale sciocca donna non si convinse punto, di questa necessità del

tradimento: vi si rassegnò, piuttosto, poichè voleva il suo destino,

così, che ella, che sarebbe stata felice con un uomo limitato e buono

e onesto come lei, fosse infelicissima con un grande artista.

SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.

_A Roberto Bracco._

Massimo era solo. L'amico d'infanzia, non veduto da anni e poi

incontrato improvvisamente per la via, dopo il lieto riconoscimento

era venuto, alle sette, a pranzare in casa di Massimo. E costui che

trascinava pesantemente il fardello di un'estate cittadina, mentre

tutti gli altri anni era partito nel mese di giugno, si riprometteva

una buona serata di ricordi, in compagnia dell'amico ritrovato.

Avevano, infatti, passato due ore insieme fra il pranzo, la sigaretta

e i liquori, chiacchierando dei tempi antichi, cominciando tutti i

loro discorsi con un _ti ricordi_, sorridendo vagamente alle care

memorie che si affollavano alla mente, interrompendosi talvolta, dando

in qualche esclamazione di rimpianto, di nostalgico desiderio. Ma

nella amichevole giocondità che aveva dilatato i loro cuori, si era

presto infiltrato un senso di malinconia; avevano fatte vie diverse ed

erano diventati assai diversi, in tutto; partiti dal medesimo punto,

avendo fatto gli stessi studii, l'amico era adesso un illustre

avvocato di provincia, con moglie e figli, con idee pratiche e

semplici, un po' appesantito di fibre e di spirito; e Massimo se ne

era andato per dieci o quindici anni all'estero, di legazione in

legazione, diplomatico senza passione, indolente, non facendo carriera

per la sua pigrizia, contento o non malcontento del suo posto di

segretario, bello come un meridionale bello, ma già appassito, coi

capelli che si facevano radi sulla fronte e gli occhi smorti, non

ricchissimo, ma abbastanza ricco, e adesso inchiodato da un anno a

Napoli, in licenza--in penitenza, dicevano gli amici. Massimo era

fine, originale, ma già consumato dalla sua esistenza, e segretamente

oppresso da altre cure: l'amico era pieno di talento, ma forte e

tranquillo, rimasto un po' grossolano, chiuso nel buon senso

provinciale che chiama follia l'originalità, e che si mortifica nel

presente, per godere in un troppo tardo avvenire. Così, mentre l'uno

raccontava all'altro la propria vita, colui che ascoltava, apprezzava,

giudicava, freddamente giudicava, senza dire il suo giudizio in forma

cruda, mitigando, è vero, per riguardo all'amicizia d'infanzia, ma

facendo intendere come si trovassero lontani: e a un certo punto si

guardarono in viso, perchè pensarono di essere, oramai, due estranei;

ma non lo dissero. E forse, in fondo, Massimo invidiava all'illustre

avvocato di provincia la sua limitata ambizione e il suo assiduo

lavoro, e la famiglia grassa, pacifica, al sicuro delle tempeste, e la

casa messa alla buona, ma la casa degli avi, la casa dei figliuoli, e

quel senso di praticismo, di serietà, di equilibrio, tutte le cose,

infine, che gli mancavano; mentre l'avvocato invidiava a Massimo la

vita vagabonda ma aristocratica nelle Corti straniere, e l'avvenire

che potea essere splendido, e la libertà di scapolo, e tutte le

avventure di quella esistenza fantastica, e quella casa di giovanotto

elegante e squisito, visioni che avrebbero oramai turbato i suoi sonni

di provincia. A un certo momento, sospirarono ambedue. La serata era

calda: dal balcone aperto del salotto dove fumavano, non spirava un

soffio di aria: solo un acuto profumo di gelsomini veniva di fuori. Si

accorsero di essere diventati malinconici. Troppe cose del passato

avevano ricordate, troppe pietre sepolcrali di persone care perdute,

di amori morti avevano rimosse: tutto questo non si fa senza un triste

piacere, e il piacere poi fugge, e la tristezza resta. Fumavano in

silenzio, con la testa rovesciata sulla spalliera della poltroncina;

poi l'avvocato aveva guardato l'orologio. Per cortesia, disse a

Massimo:

--Vieni via con me?

Ma non si eran forse detto tutto? E non avevan forse fatto male, a

dirsi tutto? Massimo rispose vagamente che doveva scrivere alcune

lettere urgenti; che si sarebbero veduti più tardi, alla Villa, verso

le undici, senz'altro. Freddamente, l'avvocato promise di esserci, e

si divisero, convinti che non si sarebbero riveduti quella sera, e

forse mai più. Per dolce che sia il passato, esso è morto; e fantasmi,

anche soavissimi, turbano l'animo dei più coraggiosi. Quando fu solo,

Massimo si pentì di essersi condotto a casa quell'amico: tante chiuse

cicatrici avevano stillato sangue, in quelle due ore! Mentre egli

seguitava a fumare, nel salotto, udiva il suo servitore che riordinava

la piccola stanza da pranzo; e poco dopo, il giovanotto gli venne a

chiedere se avesse bisogno di lui, in quella sera, chè avrebbe voluto

andarsene a trovare certi amici, per fare una passeggiata, con quel

caldo così grande. Massimo, con una parola, lo licenziò: la porta si

richiuse; egli era perfettamente solo. Ma la sua serata era perduta,

postochè aveva voluto risalire imprudentemente il fiume del passato,

in compagnia di una persona che aveva amata: il viaggio lo aveva

scoraggiato, facendogli perdere quell'ultimo resto di morale pazienza,

che lo aiutava a tirare innanzi quella solitària e fastidiosa estate

napoletana. In queste ore di ribellione, sdraiato, abbandonato a una

mortale spossatezza esteriore, mentre dentro gli si sollevava il

cuore, egli fumava assai certe stupefacienti sigarette egiziane, che

per lo più finivano per stordirlo: ma in quella sera di estate le

sigarette gli si sfacevano fra le labbra strette ed egli le buttava

via, semispente, a pezzetti. Andò al balcone: era al terzo piano di un

gran palazzo di via Gennaro Serra, ed essendo più basse le case

innanzi alla sua, pel livello della via, vedeva un po' di mare e un

grande arco di cielo stellato.

La notte era bellissima, con un gran palpito luminoso della Via

Lattea; ma la brezza non veniva e l'aria opprimeva. Sentendosi

avvampare la testa, solo, stanco e pure non potendo restar fermo,

prese la penna e volle scrivere: ma improvvisamente, innanzi alla

carta bianca, si fece in volto più bianco della carta stessa, quasi

che avesse veduto apparire non so quale visione, fra le penembre della

stanza. Dalla via Gennaro Serra, un continuo rumore di carrozze si

udiva: tutti uscivano dalle loro case, tutti se ne andavano per le

strade, a respirar meglio, a guardare le stelle, a godere la notte

napoletana bella, fresca nelle ore alte. Egli si fece di nuovo al

balcone, soffocando: ritornò alla scrivania, si rimise a scrivere, ma

non vi riuscì. E perchè avrebbe dunque scritto? A che servono le negre

parole scritte sulla candida carta, nella effervescenza della

solitudine, quando il parente, o l'amico, o l'amante che le riceve, le

legge forse dinanzi a estranei, freddamente, ridendone? Troppo tempo e

troppe cose passano fra il momento che si scrive e quello che si

legge, fra chi scrive e chi legge, perchè una lettera serva a qualche

cosa. Un organetto si fermò in piazza Monte di Dio, a suonare, con un

metro largo, con un tempo largo, una canzonetta assai allegra, la

quale così diventava bizzarramente triste; Massimo s'impazientì contro

quel sentimentale o stanco suonatore di organino, che mutava una

tarantella in marcia funebre. Forse il suonatore era vecchio; forse

aveva fatto una magra giornata; forse era un infelice, perciò usciva

dalla sua mano quella nenia così stravagante. Massimo si abbassò sulla

ringhiera del balcone, e da quell'altezza buttò a caso una moneta da

due lire al suonatore. La musica, dopo un poco, tacque: e Massimo se

ne dolse; ora si sentiva più solitario, più annoiato, più insofferente

che mai della sua dimora in Napoli. Che fare, dove andare, dove

portare il suo corpo e il suo spirito, con quali sciocchi? con quali

indifferenti, con quali esseri detestabili andare? Come passare quella

notte di estate? Non avrebbe avuto riposo, lo sentiva: e sentiva che

non vi era rimedio alla sua agitazione. Andava e veniva dalla

scrivania al balcone, macchinalmente, quando un, sottile canto vicino

lo colpì. Si fermò, ascoltando. Il canto veniva da un balcone poco

discosto dal suo, anch'esso al terzo piano: aguzzò gli occhi, vide

un'ombra bianca, era una donna che cantava una vecchia romanza del

Tosti, poco nota, che è piuttosto un recitativo e che comincia così:

Il gallo canta; e i sogni lieti o tristi

Fuggon nel grande oblìo.

Torna al mondo dei sogni, onde venisti,

Larva dell'amor mio........

La voce era tenue e un po' tremula, ma le parole si udivano

distintamente. Massimo tese l'orecchio, guardò acutamente, e si

accorse che la donna si dondolava sopra una sedia, cantando, come se

si cullasse; aspettò che ella avesse finito, poi, piegandosi sulla

ringhiera, chiamò:

--Luisa, Luisa?

--Che volete?--rispose una fresca e lieta voce femminile.

--Buona sera: vi sto ascoltando, ma la vostra canzone è troppo triste.

Perchè non ridete un poco?

--Così, per ordine vostro?

--Ve ne prego: ridete.

--A che servirebbe?

--Per rallegrare la mia infinita malinconia.

--Voi, malinconico?--e diede in uno scroscio di risa fresco e limpido.

--Brava, brava!--egli esclamò, applaudendo.

Le Amanti · 第 11 / 15 段