Bensì arrivava il tempo in cui Paolo Spada abbandonava lui gli amici,

non uscendo, chiudendo la sua porta, vivendo in casa per intiere

settimane, fra le sigarette, il caffè e il lavoro. Questi furori di

prosa e di poesia lo assalivano improvvisamente, dopo una gita nei

dintorni, dopo la lettura di un libro, dopo aver ritrovato un vecchio

pacchetto di lettere, ed egli si dava tutto a quel lavoro della

composizione d'arte e della successiva scrittura, sommergendosi negli

abissi della creazione e della forma, come chi da un altissimo picco

si getta nel mare. Non conosceva più, Paolo Spada, in quelle

sommersioni, nè misura di tempo e di spazio, nè fatti o circostanze,

nè necessità o capricci, egli dimenticava l'ora del sonno come quella

dei pasti, egli volentieri restava, in pieno meriggio, con le imposte

sbarrate e la lampada accesa; inchiodato nel suo seggiolone di cuoio,

chino sulla carta, levando ogni tanto, da essa, un par d'occhi

nuotanti nelle visioni, o passeggiante per la stanza da studio,

rapidamente, da un capo all'altro, a testa china, o leggendo ad alta

voce, anzi declamando dei versi o della prosa, gettandosi, talvolta,

da una sedia a una poltrona, ritornando al seggiolone, e, talvolta,

cedendo al sonno, sul gran tavolino da scrivere, con la testa sulle

braccia, come un fanciullo. L'amore? sparito, morto. L'artista si

trovava nel gran tumulto interno che sconvolge ogni altro affetto e

che trasporta nelle ansie e nelle ebbrezze della concezione e della

procreazione d'arte, la febbre che lo ardeva aveva invaso e incendiato

tutto il suo sangue, e le sue fantasime d'arte erano più vive, innanzi

agli occhi della sua fantasia, più belle, più vive, più desiderate,

più amate della vivente Adele Cima, che gli sembrava un'ombra vana e

fredda.

Ella si rendeva un'ombra. Girava intorno a Paolo Spada con un passo

così lieve che non si udiva, non urtava un oggetto, non faceva

stridere una chiave, spariva dalle porte come se si dileguasse

nell'aria. Così ella faceva, un tempo, quando aveva assistito sua

madre gravemente inferma: le pareva di essere presso un malato, tanto

lo stato fisico e morale di Paolo Spada le sembrava scombussolato,

tumultuario, perduto ogni senso di realtà. Obbediente come un bimbo

buono, ella lo aspettava con pazienza alle ore dei pasti, non andava a

letto, talvolta, che tardissimo, vegliando accanto a lui, leggendo un

libro qualunque il cui senso le sfuggiva, o dicendo il suo rosario, o

stando immobile, oramai abituata a questa vita di statua. Lui, che

giammai aveva potuto lavorare con una persona presente nella stanza o

anche nella casa, tollerava perfettamente quella di Adele Cima, tanto

ella si rendeva piccola, minuta, inesistente. Anzi, la voleva presso a

lui. Era come un mobile che si ama, su cui si posano gli occhi

volentieri e le cui linee corrispondono a non so quale bisogno

estetico interiore. Talvolta, in un brevissimo, lucido intervallo, era

vinto dalla compassione:

--Va a letto, cara,

--No, ti aspetto.

--Io ho molto da scrivere, va, va.

--Che importa? aspetto.

--Creperai di noia e di sonno.

--No, niente. Aspetto. Tu hai molto da scrivere?

--Moltissimo: enormemente.

--Non importa, non importa.

Di amore, in lui, non un atto, non una parola. Questo ella vedeva

bene, e un morso le afferrava il cuore. La febbre del lavoro e di quel

lavoro la colpiva solo per i suoi fenomeni morbosi; ella non ne

comprendeva nè la purissima fiamma, nè il nobile tormento, nè

l'ebbrezza del travaglio. Non si spiegava perchè un uomo giovane, sano

e bello, amato, amante come Paolo Spada si desse a quella passione

singolare che ne consumava i giorni, la salute, la beltà, che lo

toglieva, sovra tutto, all'amore. Ah questo, questo, ella non se lo

spiegava ed era il suo cruccio più intimo e più costante! Nel suo

giudizio stretto e poetico della vita, le pareva che un'altra donna le

potesse togliere Paolo Spada, ma non già un foglio di carta bianca e

una penna intinta nell'inchiostro. Che egli scordasse i suoi baci, le

sue carezze, il suo amore così saldo e così affascinante nella

semplicità, per restare i giorni e le notti nella sua stanza di studio

scrivendo, lacerando carte, riscrivendo, passando la penna a grandi

colpi sulle linee scritte, per cassarle, leggendo, declamando,

fumando, bevendo caffè, senza sole, senza luce, senz'amore, proprio,

senz'amore, le sembrava una cosa tanto folle, tanto ingiusta e tanto

crudele che, spesso, sparendo nella sua povera cameretta, se ne andava

a piangere in un cantuccio, solitariamente. Per lei l'amore era la

sola passione, la sola occupazione, il solo pensiero e il solo affare,

e tutto questo, molto semplicemente, in vero temperamento muliebre

nato per il ristretto campo dell'amore. Giammai, in queste sue ore di

desolazione, ella trovava un pensiero contro l'egoismo artistico di

Paolo Spada, giammai ella si pentiva di essersi data a lui, di esser

venuta a vivere con lui, ma si sentiva ed era una creatura

perfettamente infelice.

Quando era stata lungamente assente, egli la chiamava. Ella si lavava

in fretta gli occhi, riappariva quasi sorridente ed egli non vedeva

punto il rossore delle palpebre.

--Perchè te ne vai, Adele?

--Ti disturbo, forse.

--Non mi disturbi. Non ti vedo neppure.

--E allora, perchè mi vuoi?

--Così, per consuetudine.

Ella crollava il capo, mentre si faceva pallidissima. Paolo Spada non

se ne accorgeva. Nell'orgoglio fugace dei momenti di creazione, le

diceva, esaltatamente:

--Sai? Sto scrivendo un capolavoro.

--Lo credo, Paolo.

Ma non gli chiedeva che fosse. Temeva di dire una stupidaggine,

chiedendo.

--È una novella, una lunga novella: ma un capolavoro. Si chiama: _il

vincitore della morte_. Ti piace il titolo?

--Sì, mi piace.

--Veramente, ti piace? Di' la verità.

--Mi piace moltissimo.

--Ora te ne leggo un pezzo. Ti secchi?

--No, amore, no.

Egli dava di piglio alle molte cartelle dove scriveva col suo

carattere lungo e sottile, e con voce tremante, mentre le dita che

tenevano il manoscritto tremavano, egli cominciava la lettura. La voce

si facea più ferma e ondeggiava nei periodi che si legavano l'uno

all'altro, e si abbassava mollemente, s'innalzava violenta.

Attentissima, ella non batteva palpebra. Pure, quest'attenzione non

gli bastava:

--Tu, non mi ascolti?

--T'ascolto.

--Hai l'aria distratta.

--Non è così. Leggi.

Paolo riprendeva la lettura. Si arrestava, per vedere se sul volto di

Adele Cima passasse qualche impressione: e la vedea mutar di colore.

In verità, era quella voce dell'amante, quella esaltazione, il rombo

della lettura, che la commovevano.

--Ti piace? Ti piace?

--Moltissimo.

--Dici sul serio?

--Sul serio.

--Non già perchè mi vuoi bene?

--Non so: mi piace.

Egli finiva la lettura, entusiasmato.

--Ti piace?

--È bellissimo.

--Sì, credo di aver fatto una cosa buona--diceva lui, già un po'

smontato.

--Quante cartelle ne hai scritte?--domandava Adele, dando un'occhiata

obbliqua al manoscritto.

--Sessantacinque.

--E quante altre te ne restano?

--Centocinquanta, più, forse.

--Ah!

Si voltava in là, per non fargli osservare il suo viso, dove la pena

che questa febbre ancora molto, troppo durasse, si dipingeva.

L'indomani, lo trovava tetro e disfatto.

--Ho scritto delle corbellerie ignobili--le dichiarava lui.

--Come? Non ti sembravano un capolavoro?

--Mi sembravano. Ero esaltato. Sono corbellerie.

--A me piacevano.

--Naturalmente.

--Paolo!--era la sola rimostranza dolorosa.

--Mia cara, che vuoi capire tu? Quando piace a te, è segnale di

ignobile corbelleria.

--E allora, perchè leggi a me?

--Così, per sfogare: niente altro.

--Perchè mi domandi il giudizio?

--Perchè gli scrittori sono delle bestie inconcludenti, deboli e

vigliacche--esclamava lui, nella brutalità delle giornate di

abbattimento.

--Non dire questo, Paolo.

--Taci, Adele. Vattene.

Ebbene, ella si accorgeva che negli accasciamenti della sua febbre

d'arte, in quegli accasciamenti in cui tutti i mortali chiedono soccorso

di tenerezza, ella non poteva consolarlo. Sensibilissima

sentimentalmente, ella misurava col cuore timido e trepido questa sua

impotenza e la esagerava. Quel male ignoto e quel dolore ignoto traevano

origine da radici di profonde e sconosciute infermità morali e forse

fisiche: ella poteva bene piegare il volto su quell'ombra, il suo

inesperto sguardo nulla vi potea mai distinguere. Adele si ritraeva, con

un senso vivo di umiliazione sempre rinnovantesi e che le aveva omai

aperto nell'anima una fine ferita sempre sanguinante e sempre frizzante.

Il silenzio era il suo rifugio, dove naturalmente, le più semplici e

anche le più tormentose supposizioni la facean dubitare di sè stessa, di

Paolo Spada, dell'amore. Forse, egli era stanco di lei e non glielo

diceva per gentilezza d'animo; forse, questo suo amore che era niente

altro che amore, offerto con tanto abbandono, ma con tanta monotonia,

aveva già nauseato Paolo; forse egli pensava a quelle sue donne così

raffinate, così squisite, che lo amavano in una forma complicata e

straordinaria, che gli scrivevano quei pacchi di lettere da lui

conservate preziosamente, da lui spesso rilette, spesso giacenti in

confusione sul tavolino da scrivere--talvolta, egli si serviva di quei

documenti per la sua storia d'amore--mentre ella non aveva mai osato di

scrivergli un biglietto, temendo di commettere degli errori di

grammatica e di ortografia; forse, egli già ne aveva trovata

un'altra.... ella era così sciocca, così infelicemente sciocca! Con

cura, ella nascondeva i suoi sospetti, per non torturarlo, giacchè ella

gli risparmiava, amorosamente, qualunque puntura; ma, senza volerlo,

trapelavano.

--Anche oggi, sei così triste, Paolo?

--Anche oggi.

--Ma a che pensi?

--Mi è impossibile di narrartelo: è troppo lungo.

--Dimmi, almeno, a chi pensi?

--A chi? A nessuno, cara.

--A nessuno, proprio? A nessuna donna?

--.... No. Che pensi?

--Nulla, m'immagino. Credevo.... perdonami. Non sei stanco di me?

--No, non ancora.

--Dimmelo, quando sei stanco.

--Te lo dirò, non dubitare.

Ognuna delle risposte di Paolo Spada la meravigliava e la faceva

soffrire. Lo credea sincero. Non amava un'altra donna: non era stanco

di lei: ella gli piaceva ancora. Ma dunque era proprio per questo

terribile lavoro dello scrivere, che il suo amante l'abbandonava, si

dimenticava di lei come se non esistesse, la guardava in volto

trasognato come se non l'avesse mai vista, non le prendeva una mano,

non la baciava? Così sono, dunque, questi uomini che scrivono? E

quest'_arte_, questa parola che ella udiva ripetere continuamente,

senza intenderla, quest'_arte_ pronunziata ora enfaticamente, ora a

bassa voce in tono pauroso, quest'_arte_ le cui quattro lettere

escivano, pronunziate dalla bocca di Paolo Spada, con un ardor amoroso

meglio di qualunque amorosa parola, ella aveva finito per odiarla in

silenzio, con tutta la muta ribellione del suo cuore. Non era una

donna l'arte, nè aveva i capelli neri, biondi o rossi, diversi dai

suoi; non era una persona slanciata dagli occhi grandi e bruni e

scintillanti, mentre i suoi erano limpidi e tranquilli e la sua

persona era piccola e graziosa; non era una donna intelligente e

sapiente, mentre ella era una povera buona, ignorante: eppure Adele

era gelosa di quest'_arte_ e la detestava, con tutto il cuore, come se

fosse una creatura viva. A poco a poco i libri, le carte, il calamaio,

l'inchiostro e la penna, e tutto quello che è il corredo di chi

scrive, le cominciarono a fare orrore: e gli accessi di lavoro feroce,

o gli assorbimenti lunghi in vaghe contemplazioni di Paolo Spada, le

davano l'impressione d'una sua sciagura personale, sempre respinta e

sempre ricadente sul suo cuore. Un giorno, quasi fosse presa da una

curiosità puerile, gli domandò:

--Come ti è venuto in mente, di scrivere?

--A me? Non me ne ricordo.

--Ma infine, hai dovuto cominciare?

--Sì, ho cominciato.... non potevo far di meno di cominciare.

--Perchè?

--Era il destino, cara.

--Non hai mai pensato a fare un'altra professione?

--Mai. Non avrei saputo farla.

--Tu sai far tutto. Perchè non hai tentato?

--E perchè dovevo tentare?--gli disse lui, un po'meravigliato.

--Così.... per fare quel che fanno tutti gli altri--diss'ella,

penosamente.

Egli intese qualche cosa:

--Ti piacerebbe, eh, che io fossi un medico? O un impiegato? O un

ufficiale di cavalleria?--e una lieve ironia era nella sua voce.

Ella impallidì e arrossì. Subito, negò tutto:

--Mi piaci come sei, Paolo.

--Ma saresti più felice con un medico, m'immagino: felicissima, con un

ufficiale di cavalleria: arcifelicissima, con un impiegato, Adele.

--No, no, no--esclamò lei, disperatamente--non posso esser felice che

con te.--Temo.... temo che tu sia infelice.... sono così incapace di

capirti....

--Non vi è bisogno, che tu mi capisca--soggiunse lui--nessuna donna

capisce mai un uomo e viceversa. Io sono perfettamente felice, del

resto, con te che non mi capisci: te lo assicuro. Amami e basta.

Infatti, in quell'amore, così quieto e così uniforme, in quel

sentimento rudimentale che di nessun altro si addoppiava e si facea

difficile, in quell'espansione semplice quotidiana, senza grandi scene

tragiche come senza troppo fini scene di commedia, in quella bontà

costante e suadente, in quell'affetto dove mancava qualunque sorta di

enigma, egli trovava l'ambiente migliore per il suo spirito stanco e

per il suo cuore disgustato di eccentricità. Per troppo tempo, la

donna era stata per lui elemento di curiosità vivacissima nella vita e

nell'arte ed era, quindi diventata sorgente di disordine e di

squilibrio: per troppo tempo, egli aveva errato per i paesi dove il

peccato era anche romanzo e dove il romanzo conduceva al peccato: per

troppo tempo, egli aveva cercato nella donna il pascolo della

immaginazione artistica e l'urto obliquo e complicato dei sensi. Adele

Cima era il riposo della sua stanchezza, era l'equilibrio dell'asse

della sua vita, era la relazione posata e lunga, lunga e sicura, dove

il peccato perdeva ogni tinta turpe e acquistava gentilezza mite

coniugale. Mentr'ella era fuori centro, spostata, messa a contatto di

una esistenza che aveva capovolte tutte le sue poche idee, messa a

contatto con un uomo cento volte a lei superiore, della cui

superiorità ella era un'adoratrice ma anche una vittima, mentre Adele

Cima non giungeva più a riunire le sue forze per vivere, disperse in

un'atmosfera troppo alta per i suoi polmoni, Paolo Spada si

sprofondava nella beatitudine egoistica di colui che ha trovato, per

una rarissima fortuna, lo strumento più adatto alla propria felicità.

Per pensare, per leggere, per lavorare, egli aveva bisogno di non aver

più nè lettere amorose da scrivere o da andar a prendere alla posta;

di non aver più convegni da chiedere o da aspettare; di non aver più

sciarade da sciogliere o drammi da annodare, tutte cose che

impediscono, a uno scrittore, il pensiero, la letteratura, la

scrittura. Adele Cima, in quei tempi di travaglio, mentre era intorno

a lui, non vi era, camminava piano, non urtava gli oggetti, non

chiudeva i libri, non muoveva le carte, spariva, riappariva, senza

domandare di uscire, di pranzare, di dormire: nella sua semplicità o,

piuttosto, nella sua stupidaggine, era un arnese umile e perfetto di

pace amorosa e di paziente tenerezza.

III.

A un tratto, nel cuore innamorato di Adele Cima, e battuto e

mortificato dal sentimento di non essere una donna degna dell'amore di

Paolo Spada, surse una volontà improvvisa, che si maturò nell'ombra e

nel silenzio, che fu covata e si schiuse al calore della passione, di

cui ella ardeva per il grand'uomo. Ella si decise, così, senz'altro, a

diventare una donna intelligente e colta; perchè, almeno, non tutto il

mondo dove l'artista viveva le fosse vietato; perchè ella, almeno,

potesse seguirlo in un discorso, in una divagazione, perchè ella non

restasse più sola e abbandonata ad amarlo, mentre egli se ne andava

negli orizzonti dei sogni e delle visioni a cui ella, misera, non

partecipava. Ella concepì questo audace disegno nelle ore di

solitudine e anche d'infinita mestizia in cui cadeva, quando Paolo

Spada lavorava e si scordava assolutamente di lei: ella accarezzò

entusiasticamente il suo disegno, nel tempo in cui maggiormente

l'esistenza con Paolo le diventava grave e tormentosa, sentendovisi

come una povera creatura perduta e senza guida; ella ostinatamente

studiò questo disegno, quanto più amara e più insopportabile le pareva

la sua inferiorità. Non disse nulla a Paolo. Era taciturna, sempre: e

non avendo mai trovato modo di raccontargli la sua lunga miseria, la

miseria della sua stupidaggine e della sua ignoranza, non volle

neppure rivelargli il rimedio che il suo cuore aveva trovato o credeva

di aver trovato. Con l'eroismo muto dei cuori che sanno amare e amare

soltanto, ma che dall'amore traggono ogni coraggio e ogni luce, ella

si accinse allo scopo, sebbene lo sentisse arduo, lontano, forse

inaccessibile.

La prima cosa che ella tentò, per aprire la sua intelligenza, fu la

lettura dei libri di Paolo Spada. Dopo pranzo, quando egli, fumate

nervosamente quattro o cinque sigarette, si levava come mosso da un

impulso automatico, per sedersi a scrivere, ella si levava e spariva.

Nella sua borsa da lavoro, accanto al merletto all'uncinetto, delizia

borghese di altri tempi, ella aveva sempre un volume, dei varii fra

romanzi e novelle scritte da Paolo Spada: e in camera sua, si metteva

a leggere. Lo stile prezioso, ricercato con quella tortura mentale che

era una delle grandi qualità di Paolo Spada, le produceva la prima

impressione d'incomprensibilità: vi erano delle parole che non aveva

mai lette o udite e dei giri di frase, il cui senso le sfuggiva:

talvolta, delle frasi ripetute le davano fastidio, come il ronzìo di

un moscone nell'orecchio. Non so come, ella aveva udito a parlare del

vocabolario: e finì per ricorrervi, per conoscere il senso vero delle

parole strane adoperate da Paolo Spada. Con molta gravità, teneva il

libro aperto sul tavolino e con l'altra sfogliava il vocabolario: alla

ricerca della parola, lasciava perdere il filo del racconto e, dopo,

non si raccapezzava più. E, spesso, il vocabolario non le spiegava

bene, tutto: ella restava sospesa, pensando troppo per la sua piccola

mente, affaticata, e non trovando più nulla. Se contrariamente, erano

i soggetti di quei romanzi, di quelle novelle che la turbavano

immensamente. Ella aveva letto, come tutte le donnine della sua

levatura, dei romanzi di Montépin e di Ponson du Terrail, qualche

romanzo di Dumas padre e qualcuno, italiano, di Guerrazzi: ma le

istorie di Paolo Spada erano così stranamente diverse da quanto era

stato il poco pascolo della sua fantasia! Tutti i protagonisti di

Spada le sembravano degli ammalati o dei pazzi: spesso la inorridivano

per il cinismo: e quando s'interessava a qualcuno, più simpatico,

ecco, egli moriva. In quanto alle protagoniste, ebbene, ebbene,

malgrado che qualcuna di esse fosse buona e virtuosa, malgrado che

quasi tutte fossero immensamente infelici, per le lotte con sè stesse,

col mondo e con l'amore, ebbene, Adele Cima le odiava, tutte! La

innamoratissima donna leggeva i romanzi e le novelle, più col cuore

che con la mente: e la sua curiosità d'ignorante, era anche fatta di

gelosia. Con quanta carezzosa voluttà Paolo Spada dipingeva certe

figure di donna e Adele Cima vi ricercava, quasi, i ritratti delle

donne che egli aveva amate: con quanta crudeltà egli ne disegnava

delle altre ed erano forse quelle che lo avevano respinto, o,

accettandolo, lo avevano reso infelice! Ella aveva troppo partecipato

alla vita di Paolo Spada e dei suoi amici artisti, per non avere

capito, a forza di udirlo dire, che quanto essi raccontavano nei loro

libri, era loro accaduto: non aveva visto Paolo Spada copiare le

lettere di amore, nelle novelle? Così, la lettura di questi volumi

lenta, ma continua, produsse sullo spirito di Adele Cima, come una

rivelazione sempre più triste, sempre più torturatrice, del passato di

Paolo Spada. Ah egli aveva palpitato, e pianto, e sofferto, e

spasimato, il suo amante, non per lei, ma per altre donne, egli aveva

molto e troppo vissuto, il suo amante, e non con lei; egli aveva avuto

delle scene di passione e di disperazione come giammai con lei! Quante

volte in quelle eterne veglie, in cui ella aspettava che Paolo Spada

si levasse dal tavolino e, chiamandola, le dicesse che era ora di

riposarsi, quante volte ella posò il libro, pallida, disgustata,

avvelenata, sentendo di essere giunta troppo tardi, quando già la vita

aveva detto tutto al suo amante! Quante volte ella si sentì inutile,

inutile a quest'uomo, adesso più che mai, adesso che conosceva o che

le pareva di conoscere tutto il passato, e come pensò, spesso, che

sarebbe stato meglio liberarlo della sua sciocca presenza! Le si

ripeteva, nell'anima, fatidicamente, l'impressione della prima visita,

quando aveva trovato le fotografie delle altre amanti e aveva tanto

sofferto: perchè non era fuggita via, in quel giorno? Pure, un

accanimento la teneva, di legger tutto, di saper tutto.

Involontariamente, qualche parte del suo segreto le sfuggiva:

--Perchè hai fatto morire quel povero Attilio Venturi?--ella chiese un

giorno, al suo amante.

--Attilio Venturi? Chi?

--Il protagonista del tuo racconto: L'_ucciso_.

--Tu hai letto il racconto?

--.... sì--diss'ella, profondamente sconvolta.

--E perchè l'hai letto?

--Mah.... perchè era scritto da te....

--Non vi era obbligo, anima mia.

--Ho fatto tanto male? Sono dunque così sciocca, da non poter aprire

un tuo libro?--e quasi piangeva.

--Non importa, cara--diss'egli, indulgentemente--se ciò ti diverte, fa

pure. Ti è proprio dispiaciuto tanto, che Attilio Venturi sia morto?

--Oh, tanto!

--Egli _doveva_ morire--pronunziò Paolo Spada, col tono dogmatico

dello scrittore.

--Oh!--mormorò ella, senz'altro, sentendo il peso della sua ignoranza

più forte, sulle spalle.

Altri dialoghi simili, consecutivamente, accaddero. Un giorno, un

amico di Paolo Spada aveva elogiato vivamente il volume delle _Storie

crudeli_, in presenza di Adele Cima: e Paolo Spada aveva sorriso alle

lodi. Ella riprese il discorso e arrossendo, disse:

--Tutti i tuoi libri sono così belli e mi piacciono tanto, Paolo! Ma

perchè sei così cattivo, nelle _Storie crudeli_?

--Perchè la vita è cattiva, mia cara--disse lui, con un lieve

rammarico nella voce.

--Oh no, Paolo!

--Che ne sai, tu? Tu non sai nulla.

--Hai ragione--ella disse, soffocando un singhiozzo.

E un'altra volta:

--Non pensavi che la vita era cattiva, Paolo, quando hai scritto

_L'amore di Maria?_

--Quella storia è bruttissima.

--Oh, no!

--Bruttissima, ti dico.

--A me è piaciuta--soggiunse ella, con timidità.

--Questo è il segnale più certo della bruttezza--disse lui, duramente.

Poi quando la vide piangere, cercò di consolarla, carezzandola,

baciandola.

--Tu leggi troppo, ti fa male, Adele.

--Perchè, mi fa male?

--La tua testa è debole, non leggere tanto.

--Come, neppure i tuoi libri?

--I miei meno degli altri. Già, non valgono niente.

--Non dire questo, non dirlo. Perchè li hai scritti, se li disprezzi?

--Così, Adele--rispose lui, enigmaticamente, chiudendosi nel suo

silenzio.

Ma, oramai, il male era fatto. Nel cervello confuso di Adele Cima

turbinavano le frasi e i fatti in disordine: ed ella non afferrava più

il nesso delle cose, ella imbrogliava i nomi dei personaggi e delle

città, ella spesso faceva a Paolo Spada delle domande, dove appariva

anche più chiaramente che ella aveva letto e non aveva inteso nulla.

Due o tre volte, egli la redarguì, vivamente offeso nel suo amor

proprio di artista: ed Adele che non conosceva la sensibilità sempre

raccapricciante delle vanità di scrittore, due o tre volte giunse a

ferirlo: e il modo come egli le si rivoltò contro, modo insolito, di

animale irritato e ingiusto, la sgomentò talmente che, per un pezzo

ella smise di parlargli delle sue letture. Ma il male era fatto. La

serenità della mente di Adele Cima era smarrita, per sempre. Ella era

entrata in una via d'intrichi e di spine che la pungevano e la

soffocavano: nè conosceva più il sentiero per tornare indietro. In

quella confusa e incerta rivelazione di un mondo per lei

incomprensibile e in cui ella intravedeva le perfidie della menzogna,

le malvagità del cuore freddo e duro, le perversità dei sensi non

governati da nessuna delle schiette e fluide correnti del sentimento,

la ingenua anima di Adele si arretrava, compresa di spavento: ma i

suoi occhi avevano intravisto e il fiore del suo candore sentimentale

era per sempre appassito. Sovra tutto, il maggior tossico le veniva da

quelle donne ignote a lei, che Paolo Spada aveva conosciute e amate,

che erano rimaste così impresse nella memoria dell'uomo, che l'artista

aveva voluto renderle nelle sue storie.

Le Amanti · 第 10 / 15 段