--Il castagno è uno sciocco colore di capelli--ella dichiarò a occhi

bassi, come mortificata da questa inferiorità sua.

--Ma no.

--Me lo hanno detto, lo so. Avrei voluto esser bionda, io.

--I vostri capelli sono belli.

--Ma biondi, sarebbero stati bellissimi--replicò lei, ostinatamente.

Egli le voltò, con un gentile atto, la testa verso lui e la baciò sui

capelli. Ella sorrise, innamoratissimamente: e subito dopo, gli

chiese:

--Tutte queste signore sono state vostre amanti?

--Quasi tutte.

--Sono molte--ella disse, abbassando gli occhi.

--Io non sono più un giovanotto.

--Avete avuto molte amanti; tutti gli uomini ne hanno tante?

--Sapete.... nella nostra professione.... le occasioni sono più

facili....

--Già.... è vero, voi siete uno scrittore. Siete anche un poeta?

--Sì, cara--disse lui, sorridendo.

--Scrittori e poeti pare che abbiano molte amanti--e gli occhi grandi

e belli le si velarono di lacrime.

A quello schietto dolore, egli non resse. Le prese le mani,

l'abbracciò, cercò di consolarla con una quantità di parole vaghe,

come si dicono ai bimbi per farli finire di piangere, per farli

addormentare; ella ascoltava, già subito confortata, guardandolo negli

occhi, credendogli come il bimbo crede alla mamma. Egli le soggiunse

che tutti quelli erano stati amori effimeri, che ella sola era

l'amata, la vera, l'unica: e una immensa fede in queste proteste di

amore si leggeva nel volto di Adele Cima. Pian piano egli l'aveva

condotta di là, nella sua stanza. Sovra una scansietta di legno

scolpito, sostenuta da una gran mano di bronzo, erano, in legature

fini di pergamena, tutti i volumi di prose e di poesie di Paolo Spada.

L'innamorata ne prese uno e l'aprì:

--Che bella carta....--disse, passandovi sovra, lievemente, le

dita.--Voi avete scritto tutto questo?

--Sì, cara.

--È un romanzo?

--Sì, anima mia.

--Deve essere bello. Io ho letto pochissimi romanzi--ella concluse,

posando il libro.

Guardò nuovamente i volumi nello scaffale:

--Ci mettete molto tempo per scriverne uno, di libro?

--Per lo più, molto tempo.

--Ah!--ella disse, chinando nuovamente gli occhi.--E siete solo quando

scrivete?

--Solissimo. Qualunque rumore mi turba. La presenza di una persona,

anche silenziosa, non mi fa scrivere.

--Sì?--ella disse, con un accento fra sorpreso e sgomento.--E perchè

questo?

--Così--egli rispose, un po' brevemente, non volendo darle altre

spiegazioni.

Ella ebbe il contraccolpo di quella piccola durezza. Si sollevò verso

lui, lo guardò, gli chiese:

--Mi volete bene?

--Sì, tanto, cara.

--Vi ho seccato con quella domanda sciocca?

--No, no, non potete seccarmi.

--Io stessa sono una sciocca, compatitemi.

--Io vi voglio bene, non posso compatirvi.

--Mi volete bene, malgrado la mia stupidità?--domandò, fra il riso e

il pianto.

--Malgrado la vostra stupidità, vi adoro--disse lui, lietamente e

crudelmente.

--Ah! grazie.

Come l'ora cadeva, continuando a guardarsi intorno con stupore e con

paurosa ammirazione, Adele Cima diventò l'amante di Paolo Spada; e fu

senza lacrime e senza spasimi, senza proteste e senza giuramenti. Egli

si sentì felicissimo, come mai. In quelle ore d'amore egli non si

tormentò a sorvegliarsi e a sorvegliare l'anima dell'amata: egli non

s'inchinò a misurare il pallore dell'amata e non tese l'orecchio a

raccogliere il balbettìo della passione erompente: egli non pensò ad

esser guardingo, in quell'eterno e terribile istinto di diffidenza,

che, nei maggiori trasporti, divide le anime degli amanti,

insuperabilmente. Il suo cuore e i suoi nervi si trovarono di pieno

accordo in un abbandono giovanile e semplice, singolare in un uomo che

aveva molto e bene e male vissuto, che aveva vissuto, infine. Il

beneficio che egli aspettava dall'amore di Adele Cima, gli venne largo

e completo, giacchè un cordiale, un morbidissimo senso di riposo

avvolse tutte le sue forze, fece tacere ogni stridore, versò balsamo

su tutte le vecchie cicatrici inciprignite: e quando ella fu per

partire, e lui s'inginocchiò innanzi a lei per baciarle devotamente la

mano, un verace, un grande impeto di riconoscenza animava Paolo Spada.

E lei? Innamoratissima e timida, adorandolo già e sentendo una ignota,

invincibile confusione in sè, ella fu felice e taciturna, piena di

sorrisi ineffabili--il suo sorriso era più intelligente dei suoi occhi

larghi e limpidi--piena di dedizioni semplici e complete, obbedendo

alla legge dell'amore con una immensa umiltà che la inebbriava.

Solamente, dopo, ella continuò a dargli del _voi_; e teneramente, egli

la riprese di ciò:

--Dammi del _tu_, cara....

--Non mi riesce.

--E perchè?

Non oso.

II.

L'improvviso e soggiogante amore di Paolo Spada per Adele Cima aveva

preteso che ella venisse ad abitare con lui nella casa di San

Sebastianello. La resistenza della donna era stata debole e vaga:

l'amante con facilità le aveva dimostrato che essendo ella libera e

sola, nulla di meglio le restava a fare che unirsi a lui.

--Io ti darò grande noia: tu sei abituato alla solitudine--aveva ella

opposto, timidamente, due o tre volte.

--Tu sei incapace di annoiarmi, cara--aveva sempre risposto lui, con

quella tenerezza indulgente che era la nota principale del suo amore

per Adele.

Ella era rimasta interdetta e pensosa, come se cercasse una idea,

ancora oscura nella, sua mente, e, forse, la forma per esprimerla.

Finalmente, alle reiterate richieste dell'amante, perchè si decidesse

a venire da lui, definitivamente, ella ebbe il coraggio di dire

questo:

--E se tu, un giorno, non mi ami più?

--Io? Ti amerò sempre, diletta. Capisci che non vi è una ragione al

mondo, perchè io finisca di amarti.

--Pure.... se non mi ami più?--aveva ella replicato, incapace di

entrare in nessuna delle sottigliezze, talvolta crudeli, del suo

amante.

--Non è possibile. Se accadesse.... rimarremmo egualmente insieme....

--Come?

--I mariti e le mogli non ci restano, forse, anche quando non si amano

più?

Adele tacque: ma non era convinta. Con una espressione di rammarico,

soggiunse:

--Senza l'amore, non ci vorrei restare.

Ma queste brevi e innocue discussioni non potevano portare che a un

sol risultato: alla vittoria della volontà di Paolo Spada su quella di

Adele Cima. Ella lo amava profondamente, in una forma tutta

rudimentale, cioè cieca e assoluta. Venne a stare con lui. L'artistico

quartierino non fu guastato in nulla, giacchè vi furono unite altre

due stanze, accanto, che erano disponibili e dove Adele Cima trasportò

i suoi semplici mobili. Un tappeto di Smirne messo innanzi a una porta

della camera di Paolo, nascondeva la comunicazione tra il quartierino

e le due stanze di Adele, tanto che per molto tempo, tutte le visite

di Paolo Spada, amici, ammiratori, seccatori, ignorarono l'esistenza

della donnina dai morbidi e lunghi capelli castani, dai grandi occhi

lionati, così sempre pieni di meraviglia. Appena ella udiva il

campanello, diventava inquieta. Invano Paolo cercava di trattenerla:

se un passo si avanzava, indicando che la persona era stata ammessa

dal cameriere, ella si levava, spariva dietro il tappeto, senza far

rumore, come un'ombra. Gli amici di Paolo Spada le davano una

soggezione grande. Dalla sua stanza, involontariamente, poichè ella si

sarebbe vergognata di origliare, ella udiva elevarsi il tono della

conversazione, molto forte: le dispute si accendevano da un minuto

all'altro, ed ella, non intendendone nè la causa nè lo scopo, non

udendone bene le parole che non arrivavano precise sino a lei, finiva

per avere una paura orribile di queste liti, di questi scoppii di

voce, di questi urli. Poco a poco esse si chetavano: le voci si

facevano più fioche: tacevano: passava un tempo di silenzio.

Timidamente, ella sollevava il tappeto, faceva capolino: o Paolo Spada

era uscito e la casa era deserta: o lo trovava sdraiato sopra un

divano, sprofondato in quei trenta o quaranta piccoli cuscini di raso

ripieni di piume, che gli formavano un letto di riposo, fumando una

sigaretta, a occhi socchiusi, tranquillissimo:

--Che avevate, a gridar tanto?

--Parlavamo d'arte.

--Ah! e si grida così?

--Così, cara.

Del resto, quando non vi era nessuno, Adele Cima stava sempre accanto

a Paolo Spada. Essi pranzavano assieme; un cuoco mandava loro il cibo,

da fuori, giacchè Paolo Spada odiava l'odore della cucina, in casa; il

cameriere li serviva a tavola. Questo pranzo fatto di pietanze

cucinate alla francese, sempre un po' fredde, un po' monotone nella

loro voluta bizzarria, servite in fretta e in silenzio, nella piccola

stanza da pranzo, sotto il chiarore azzurrino, come acquitrinoso, di

una gran lampada sospesa e coperta di uno strano paralume, era una

delle cose che più spostava i gusti e i costumi di Adele Cima. Tutte

quelle conserve, quelle mostarde di gusto inglese che Paolo Spada

sovrapponeva alla cucina francese, finivano di stordirla nelle sue

quietissime inclinazioni culinarie. Per far piacere al suo amante,

ella gustava di tutto, con un certo coraggio, giacchè molte di quelle

cose non le piacevano punto: e sorrideva a lui, con quel luminoso

sorriso dove ella trasfondeva tutta la sua adorazione per Paolo. A

furia di dominarsi, ella aveva quasi finito per amare il fegato d'oca

di Strasburgo, e per tollerare il caviale: ma non le riesciva di

sopportare il roseo salmone, di cui egli era così ghiotto, pranzando

solo con quello, talvolta, e con una tazza di tè. Egli capiva

perfettamente lo stordimento di Adele, e ne godeva, e ogni volta che

l'amore compiva un'altra di queste sorprese e un altro di questi

miracoli, egli aveva un senso di trionfo nel suo animo. Non solo egli

era riconoscente ad Adele Cima, che essendo una povera cara scema,

cercava di seguirlo in tutte le naturali anomalie della vita delle

persone di talento, ma le era anche grato che, malgrado lo stupore,

malgrado l'impressione cattiva, ella restasse quel che era, così

tenera, così adorabile nella sua adorazione per lui. Egli pensava:

--Ella non ama questa cosa: ama me, però: e per questo si sforza di

amare la cosa che odia; forse, non ci riesce: ma a me, che importa?

Vedo il risultato, io. Essa mi adora e divorerebbe i carboni ardenti,

per me.

Uscivano insieme, sempre. Ella avrebbe preferito di andare per il

Corso: anzi, ella trovava via Nazionale la più bella delle vie.

Viceversa, egli era un appassionato, come tutte le anime artistiche,

dell'antica Roma e più della sua solenne e poetica campagna romana.

Egli non si stancava mai di ritornarvi, sebbene da anni ed anni vi

andasse, figliuolo devoto dell'augusta città, ma più delle sue vaste

solitudini. Colà, egli più si raccoglieva e pensava. Quelle estensioni

di terra brunastra, qua e là appena appena sparse di qualche striscia

di erba, quelle ondulazioni singolari del terreno, come per

sommovimento tellurico, quelle alte barriere, che dividono, non si sa

perchè, quei campi infecondi, l'uno dall'altro, quelle rive cretose

che discendono al fiume giallo inclinandovi i neri bracci stecchiti

dei salici, erano il miglior orizzonte per il suo gran sogno di arte e

di poesia. E, amando Adele Cima, volendola insieme, sempre, come

emblema di amore e di pace, come compagnia di equilibrio e di

serenità, egli la conduceva seco, spiegandole benignamente tutta la

grandiosità e la bellezza di quel paesaggio, che non rassomiglia a

nessun altro. Ella lo ascoltava, incantata dal suono di quella voce

così toccante nella sottile velatura che la rendeva un po' roca,

incantata da quella luce di entusiasmo che rendeva più seducenti i

bellissimi occhi di Paolo Spada, incantata dall'armonia di quello che

egli diceva: e chinava il capo, assentendo, diceva un monosillabo,

stringendo la mano del suo amante. In verità, quella campagna romana

la sgomentava; quella solitudine, quella sterilità, quel gran fiume

torbido, quei neri carri di pozzolana su cui passavano lunghi distesi,

sonnecchiando, pipando, fischiando lugubremente, talvolta, i

carrettieri, le opprimeva i nervi. Però, piaceva a Paolo: ciò bastava.

Lo seguiva, docilmente, ogni giorno, in queste passeggiate: anche

quando il tempo era bigio, plumbeo e il gran cielo così tragicamente

si abbassava sulla campagna: ogni tanto egli esclamava:

--Guarda, Adele, quanto è bello....

--Bellissimo--rispondeva lei, subito.

Viceversa, il suo cuore era pieno di tristezza, per quell'ambiente.

Fra le altre cose, ella temeva per Paolo e anche per lei, di prendere

la febbre in quei giorni di autunno, in quelle ore crepuscolari. Ella

che non aveva l'abitudine di fumare, gli chiedeva una sigaretta. Le

avevano detto che la sigaretta è eccellente, contro l'infezione della

febbre romana:

--Tu fumi, cara?

--Sì, sì--diceva lei, con un pallido sorriso.

Ma presto la sigaretta, spenta, le cadeva dalle dita. Ella si

stringeva nel suo mantello. Aveva i piedi gelati e non osava mai

portare un _plaid_, per non dare fastidio a Paolo. Costui, assorto,

taceva. Giacchè, nella consuetudine che aveva dapprima di andar solo

nella campagna romana e nel gran fascino che quell'ambiente esercitava

su lui, egli si dimenticava di avere accanto Adele Cima e lasciava

trascorrere il tempo, nel più profondo silenzio. Il cocchiere

seguitava a far trottare il cavallo, pigramente: la carrozza andava,

andava, lontano, punto nero sopra la via giallastra; e Adele,

obbliata, era presa da una voglia irresistibile di piangere. Allora,

quando non ne poteva più, si voltava a Paolo, lo guardava coi suoi

belli occhi grandi, sorpresi e un po' supplici. Egli la guardava, ma

non aveva l'aria di vederla. Ella lo chiamava, piano:

--Paolo....

--Che vuoi?

--Dimmi qualche cosa.

--Che cosa?

E la voce sua era così strana, come di un dormiente che sogna, una

voce di persona lontana, una voce di anima distaccata dal minuto

presente, dallo spazio presente. Adele trasaliva:

--Mi ami, Paolo?--gli chiedeva, per il bisogno di parlare, di

sottrarsi all'incubo dell'ambiente.

--Ti adoro--rispondeva lui, con un tono di maggior sonnambulismo.

Poi, un silenzio. La carrozza andava sempre.

--Torniamo, Paolo?

--Ancora un po'.

--È tardi, amore....

--Non è tardi.

Ma spesso, queste interruzioni dei suoi pensieri, dei suoi sogni lo

turbavano molto.... Senza durezza, poichè egli amava Adele, le diceva:

--Taci: lasciami pensare.

--A che pensi, amore?

--Penso; lasciami stare.

--Dimmi a che....

--È inutile che tu lo sappia--rispondeva, inasprito, a un tratto.

Ella aveva pianto, la prima volta che le parlò così; ma, peggio, egli

non si era accorto di quel pianto. Da allora, si era rassegnata a

subire tutte le interminabili e tristi passeggiate nella campagna

romana, senza parlare che quando lui la interrogava. Moriva di freddo

e di tristezza, ma soffriva tutto questo per amore di Paolo. Quando

rientravano in città, man mano, si veniva riscaldando: Paolo esciva

dal suo silenzio. Ella sorrideva, di nuovo: e un'altra prova era

passata.

D'altronde, a questi profondi assorbimenti di Paolo ella doveva

cercare di assuefarsi, poichè, in casa, lo coglievano spesso.

Loquacissimo e beffardo, insieme, ma graziosamente beffardo, egli

cadeva, ad un tratto, in una mestizia taciturna che scombussolava,

subito, tutto l'umore sereno e dolce di Adele Cima. Sdraiato, con la

sigaretta spenta fra le dita, immerso in quei molli cuscini che erano

così cari alle sue ore di riposo e di malinconia, Paolo Spada aveva

l'aspetto immobile e triste, l'aria disfatta e triste, gli occhi

socchiusi lasciavano errare uno sguardo vago e triste. Subito, Adele

gli chiedeva:

--Hai sonno?

--No.

--Sei stanco?

--Sì.

--Di che sei stanco? Non sei uscito.

--Sono stanco--mormorava lui, con quella sua voce lontana.

Ella faceva trascorrere un po' di tempo in silenzio. Indi ritornava a

lui:

--Ti senti male?

--No.

--Vuoi qualche cosa?

--No.

--Debbo andarmene?

--Resta pure: ma taci.

Adele chinava gli occhi per non piangere. Le riesciva impossibile

d'intendere la causa della tristezza di Paolo Spada, sfuggendole

assolutamente tutto il lavorio dell'anima di costui. Ella non vedeva

che l'immobilità, il pallore, la taciturnità; ella non capiva, che la

risposta indifferente, o quella dura, nella loro durezza esteriore:

ella intravedeva un mistero superiore dello spirito, arcano, avvolto

in tali veli che giammai la sua piccola mente avrebbe potuto

sollevare, e una pena acuta, intimissima, nascosta con gelosa cura la

torturava, senza che ella volesse mai esprimerla, o trovasse mai

parole per narrarla. Andava a prendere un suo lavoro all'uncinetto,

una di quelle interminabili coltri a rosoni, bianche, e seduta in una

poltroncina, lavorava nel più grande silenzio. Talvolta, la stanchezza

la sorprendeva. Ella sonnecchiava. Il capo le si abbassava sul petto.

--Tu dormi?--le dicea lui.

--No, non dormo--rispondeva lei, trasalendo, scuotendosi.

--Poverina, ti annoio.

--Non mi annoi.

--Le mie _ore d'inchiostro_ sono così odiose!

--Nulla di te, è odioso--ella replicava, a bassa voce.

Ma questa frase _ore d'inchiostro_ le faceva l'effetto di un gran buco

nero nero, dove precipitassero Paolo Spada e l'amor suo, donde ella

non potesse cavar più fuori nè l'amante, nè l'amore. Giacchè la paura

più umile, più comune, che la teneva sempre, che la tormentava in

segreto, era che Paolo Spada l'amasse poco, o non l'amasse punto. Non

sapeva, ella, per quale paese dei sogni egli partisse, in queste sue

ore tetre; neppur supponeva che vi fosse un immenso, interminabile,

infinito paese dei sogni dove se ne vanno le anime dei poeti, degli

artisti, dei sognatori: ma intuiva, così, semplicemente che Paolo

Spada era ben lontano, lontano da lei e dal suo amore in quei momenti,

e che quel corpo, abbandonato fra i cuscini, quel volto smorto e

chiuso non avevano nè sentimento, nè volontà. Ella lo adorava con

tutto il suo piccolo e serio cuore, con la sua piccola e limitata

mente, e oltre l'amore, per natura, per temperamento, per carattere,

non poteva vedere. Beninteso che, sempre, Paolo Spada usciva da una di

quelle crisi di tetraggine, per gittarsi in impeti di folle gaiezza.

Allora egli colmava la sua amante di liete carezze, di adorazioni

gioconde e quasi infantili: la obbligava ad entrare nei magazzini di

mode, dove le comperava pazzamente delle cose che non le servivano

punto; la costringeva a seguirlo nelle grandi trattorie dove ordinava

dei pranzi squisiti, sostenuti da vini generosi: la conduceva ai

teatri, nelle grandi serate: e, sovra tutto, parlava con lei, rideva

con lei, la corteggiava gaiamente, divertendosi di tutte le inveterate

timidità della donna, delle sue ritrosie, del suo terrore del

pubblico. Dappertutto, ella andava a malincuore, poichè ella

preferiva, infine, la loro casa, in cui sempre l'ambiente la

sconvolgeva, ma dove, almeno erano soli. Adesso, a poco a poco Paolo

Spada la veniva presentando ai suoi amici, senz'altro nome che questo:

_la mia Adele_, e al primo movimento di consolazione e di orgoglio che

questo nome le produceva, detto così, da lui, ne subentrava uno di

malinconia, sentendosi ricacciata nell'anonimo, senza personalità,

più, come una povera cosa appartenente a lui, come gli apparteneva un

bastone o un fazzoletto. Questi amici di Paolo Spada erano così

singolari, anche essi! Le parevano tutti affetti da una leggiera o più

grave pazzia, manifestantesi nei modi o familiari troppo, o

fittiziamente freddi, nelle voci bizzarre che pronunziavano parole

anche più bizzarre. Nelle loro conversazioni che ella si ostinava a

voler intendere, ella non afferrava che le prime frasi, e subito la

sua mente si confondeva in quei paradossi sull'amore, sull'arte, sulla

vita, e non ci si raccapezzava più. Nei caffè, per le vie, le

discussioni si prolungavano, accanite, rinascenti, giranti intorno

all'argomento, col ritorno di certi nomi, di certe frasi, di certi

intercalari; ella ascoltava, fingendo l'attenzione, ma senza capire

più nulla. Talvolta, queste discussioni erano nelle vie, di sera:

Paolo Spada e qualche suo amico andavano lentamente, fermandosi ogni

tanto, accalorati, ardenti, e Adele Cima imitava il loro passo, si

fermava con loro, sempre taciturna, levando ogni tanto il suo bel

volto bianco e sorpreso verso Paolo, quasi a pregarlo di finire, di

rientrare. Ma egli non vedeva lo sguardo timido e pregante dei bei

grandi occhi limpidi e semplici, e la disputa si prolungava, mentre

ella cadeva dall'oppressione in un sonno, per cui andava a casa come

una sonnambula. Una notte, così, girarono per due o tre ore, intorno a

piazza Navona, Paolo Spada e Massimo Dias, slanciati in una feroce

discussione sull'Ariosto ed ella, alla fine, mezza morta, non osando

dire nulla, si lasciò cadere a sedere sullo scalino, presso la

fontana. Fu allora che egli si decise a metterla in carrozza ed a

portarla a casa, invaso da una improvvisa pietà che lo rese dolcissimo

e amorosissimo verso la donna.

Questi amici di Paolo Spada la trattavano anche singolarmente. Alcuni

la salutavano correttamente, ma non le dirigevano la parola; altri le

indirizzavano delle frasi galanti in istile letterario; altri la

riguardavano come un camerata e usavano familiarmente con lei, a

grosse strette di mano, chiamandola Adele. Con quella intuizione delle

persone semplicissime, ella sentiva che sotto la correttezza di alcuni

si nascondeva il disprezzo; le galanterie in frasi fiorite la

imbarazzavano e la facevano arrossire; le familiarità la turbavano.

Qualche volta, malgrado la sua timidità, aveva sorpreso qualche parola

che suonava caricatura per lei e certi sorrisi le sembravano dubbi. Ne

aveva parlato a Paolo Spada:

--I tuoi amici mi ritengono per una stupida.

--No, cara.

--Credilo, è così.

--Da che te ne accorgi? Saresti diventata furba, per caso?

--Non lo so: ma per loro, sono un'oca.

--Per loro, come per me, sei una bella, buona, cara donnina, ecco

tutto. Vuoi dei complimenti, a quanto pare.

--Se sono un'oca per te, non voglio essere un'oca per gli altri--ella

soggiungeva, assai più triste, convinta che Paolo Spada si vantasse

della sua ocaggine.

--O cara ochetta sentimentale e mesta, cara piccola oca bianca e

malinconica, finirai per rassomigliare a un cigno--diceva lui, con la

sua voce sonora e pure velata che la seduceva, toccandone le fibre più

recondite del cuore.

Avrebbe ella, forse, voluto allontanarlo, da queste conversazioni, da

queste dispute con questi amici dagli occhi stralunati, dalle ciere

malaticcie, che fumavano la pipa, talvolta, o che erano in una

perfetta tenuta da gentiluomo, in marsina, con la pelliccia aperta,

col fiore all'occhiello, ma che avevano egualmente la ciera morbosa e

gli occhi sognanti, quasi allucinati. Ma era un desiderio, niente

altro: ella era fatta per seguire Paolo Spada in ogni suo

vagabondaggio e per obbedirgli in ogni suo capriccio. Gli faceva

qualche obbiezione, soltanto:

--Ti diverti tanto, in compagnia di Massimo Dias, di D'Arcello, di

Lamberti?

--Non mi diverto punto.

--E allora, perchè li cerchi tanto?

--Mi sono necessarii.

--Oh!

--Le dispute riscaldano il sangue ed eccitano i nervi....

--E fan male alla salute,

--Del corpo, forse. Viceversa, fanno bene alla salute dell'anima, che

è la sola interessante.

--La salute dell'anima? La vita eterna, cioè?

--No, cara--concludeva lui, con quel sorriso d'indulgente amore che

gli spuntava. sulle labbra, quando ella diceva una sciocchezza.

Le Amanti · 第 9 / 15 段