spalle, Clara, in quelle ultime lunghe sere di estate, aspettava
Giovanni al balcone. Prima, la solinga donna leggeva un poco, si
aggirava come un fantasma per la casa deserta; poi, verso le nove,
approssimandosi l'ora dell'arrivo, ella esciva sul balcone,
interrogando le penombre di via del Babuino. Malgrado che l'afa di
quella fine d'agosto togliesse la gente alle case soffocanti e la
spingesse per le vie, in cerca di un fantastico fresco, via del
Babuino era spopolata. È lontana dal centro: ed è via di forestieri,
che la popolano solo nell'inverno. Pochissima gente l'attraversava;
avanzandosi la sera, non più un viandante. Clara guardava l'alto della
strada, verso piazza di Spagna, donde giungeva sempre Giovanni, quando
giungeva: e appena una persona svoltava l'angolo, essa si piegava sui
ferri, cercando distinguere l'alta figura e il passo un po' lento, a
lei così noti. L'ora serotina si svolgeva, calda, spesso attraversata
da un molle soffio sciroccale; Giovanni non compariva. Affaticata
dallo stare in piedi, ella si sedeva sovra uno sgabello di legno, che
era fuori sul balcone; appoggiava la testa ai ferri, in atto di
pazienza e di riposo; talvolta, un lieve sonno la coglieva; alle
undici e mezzo, che ella sentiva suonare a Santa Maria del Popolo, si
levava, rientrava, poichè Giovanni non sarebbe venuto più. Un brivido
di freddo la coglieva, in casa: e si accostava alla sua scrivania, per
scrivergli un biglietto, una lettera, lagnandosi che egli avesse
ancora mancato alla promessa. Ma, sedutasi, si rialzava subito: a che
lagnarsi? Su sette sere della settimana, egli mancava cinque: e la
lasciava, così, in una interminabile aspettativa, fuori su quel
balcone, in una solitudine e in una malinconia grande, sapendo
benissimo che ella lo aspettava ogni sera e che era sola, solissima.
Adesso, ella non si lagnava più, giacchè le scene la stancavano e la
impaurivano, perduta di energia, precipitata e giacente nella inazione
spirituale di chi ha troppo amato inutilmente: e non lamentandosi lei,
egli non si scusava neppure e aveva l'aria di non rammentarsi che ella
non esciva, non vedeva nessuno, per lui soltanto. Oramai, Clara non
aveva più quelle crisi di violenza, in cui malediceva l'aridità del
cuore di Giovanni e la viltà del proprio cuore che non sapeva
infrangere un legame così fittizio e così torturante: ella era in
preda a quelle sonnolenti rassegnazioni, che abbattono tutte le
persone di carattere impetuoso, dopo un periodo di passione. Sul viso
altiero di Clara, dove sempre aveva brillato il sorriso trionfale
della donna padrona del proprio destino, ora sedeva l'espressione
stanca e paziente della vittima. Quando Giovanni le riappariva
innanzi, ella sorrideva tenuemente, gli si sedeva accanto, ma non
troppo vicino, non gli faceva un rimprovero, gli parlava a voce bassa,
senza ridere mai. Egli la guardava curiosamente: scrutava tutte le
impressioni di quel volto mobile, di quegli occhi vivacissimi, e
scorgendovi come disteso un velo d'inesorabile e quieta tristezza,
crollava il capo, senza dire nulla. Egli stesso era profondamente
triste. Forse, s'imponeva di non andare da Clara, più spesso. Forse,
per una singolare contraddizione del suo spirito, quell'aspetto di
vittima, quel silenzio, quella mancanza di sorriso, lo tormentavano
più di una scena furiosa. Nel settembre, egli partì per Napoli,
senz'avvertirla neanche; ella gli scrisse, tre o quattro volte, delle
lettere pacate, ma senza rampogna; delle lettere dove tutto il fuoco
dell'anima di Clara parea fosse stato smorzato dalle lacrime. Ritornò,
Giovanni, dopo dieci giorni: ed ella non gli fece nessuna
interrogazione, fredda e tenera, fredda e triste, fredda e oppressa da
una fatica morale che le traluceva, torbidamente, dagli occhi.
--Che hai? Che hai?--le chiese lui, quel giorno, con ansietà, andando
volontariamente incontro a una spiegazione.
--Sono stanca--ella disse, chinando gli occhi.
--Di me?
Ella esitò, un minuto. Disse:
--No.
--Finirai per odiarmi, io lo aveva preveduto--egli soggiunse,
desolatamente.
--E perchè, Giovanni? Tu non hai nessuna colpa.
--E tu neanche, poveretta!--replicò lui, prendendole le mani.
Ella si svincolò, dolcemente e freddamente.
--Oh io, sì!--e un vero accento di convinzione, la dichiarava
colpevole di quel malinconico ultimo peccato, pieno di tante
delusioni.
--La colpa è delle cose, è degli anni, è della fatalità--egli spiegò.
--La fatalità è la scusa dei deboli e degli sciocchi--diss'ella
brevemente.--Io ho voluto che questo fosse; la colpa è mia.
--Poveretta, poveretta!--mormorò lui, con voce di pianto.
--Mi sono ingannata, anche questa volta--ella replicò, con una
freddezza di ghiaccio.
L'accenno agli amori passati, il primo che ella facesse durante un
anno e mezzo di relazione con lui, la comunanza del suo amore con gli
altri, nella mente di Clara, gli fece una impressione pessima.
--Io non ti ho ingannata--esclamò lui offeso, contristatissimo.
--Chi sa!--ella disse.--Hai creduto di dirmi la verità: ma quando è
che l'hai detta?
--Mai, mai ti ho ingannata!
--Eppure un giorno mi dicevi d'amarmi e un giorno lo negavi. Quando è
che mentivi?
--Mai, mai, Clara!
--Vedi bene che tu stesso ignori la verità. Tu non sai niente!
--So che soffro, ecco tutto.
--Anche io, molto, Giovanni, molto.
--Non più di me!
--Più di te, più di te, in un modo diverso, con una intensità maggiore
e diversa. Niuno ha mai espiato un peccato più immediatamente e più
rigorosamente di me, credilo.
--Povera Clara, io ti ho portato sfortuna!--e la più grande tenerezza
vibrava in lui.
Ma queste gelide consolazioni non arrivavano a riscaldare il cuore
della donna.
--La fortuna o la sfortuna è in noi--rispose ella, recisamente.
--In me, in me! Sono un essere malaugurato e sventurato.
--E perchè? Non hai amato?
--Troppo presto e troppo male, Clara!
--Non sei stato amato?
--Troppo tardi, troppo tardi.
--I tuoi ricordi saranno dolci, nella vecchiaia--ella soggiunse, con
una glaciale tenerezza.
--Io non giungerò alla vecchiaia degli anni, lo so.
--Fortunato te!
Fu l'unica parola profondamente disperata che le uscì di bocca, in
quello strano duetto. Ma, adesso, i loro scarsi e rari colloqui
diventavano penosi; vi aleggiava una tristezza infinita, i loro volti
erano distratti e assorbiti, un soffio di gelo chiudeva la coppia
amorosa. Amorosa? Niuna parola d'amore, più. Ella, a poco a poco, gli
scriveva meno. Egli se ne lagnò:
--Perchè mi scrivi così poco?
--Ti affliggerei, scrivendoti.
--Tu puoi dirmi tutto, lo sai.
--Non ho da dirti nulla.
Anche quando si vedevano, la conversazione si rallentava fra loro.
Prima, Clara si interessava a tutta l'esistenza di Giovanni
lasciandosi narrare le sue noie e le sue soddisfazioni: adesso, ella
non lo interrogava più. Se egli voleva dirle qualche cosa, lo
ascoltava, ma con gli occhi velati, quasi non intendendo.
--La tua anima è lontana, Clara--le disse, una sera.
--Non è che malata, tanto malata--ella si lamentò.
--Non speri di guarire?
--Sperare di guarire? Questa guarigione è anche la morte.
--La morte è di tutte le anime che hanno amato.
--È vero--ella concluse, a capo basso.
Adesso, ogni tanto, guardandola, mentre essa lo guardava, gli pareva
di vedere delle lacrime negli occhi. Ma esse si dileguavano. Talvolta,
ella si alzava dal suo posto, andava verso un balcone, andava
nell'altra stanza: egli indovinava che Clara rasciugava queste poche
lacrime: l'avanzo dei grandi pianti antichi,
--Perchè ti viene da piangere, guardandomi?--le domandò, infine,
turbato assai di ciò, intravvedendolo.
--Io? No, non piango.
--Perchè me lo nascondi? Non sono il tuo migliore amico?
--Amico? Io non ho amici.
--Il tuo amante, allora?--ribattè lui, dopo una esitazione.
--Io non ho amanti, Giovanni.
--L'uomo che ti ama?
--Nessuno mi ama.
Profondo silenzio. Le lagrime erano inaridite negli occhi di Clara: ma
egli vi ritornò sopra amaramente:
--Non vuoi dirmi, perchè mi guardi e i tuoi occhi si orlano di
lacrime? Ciò è così triste! Mi pare che tu pianga un morto.
--Sono tanti i modi di morire.
Così, in questo ambiente di gelido dolore, di amarezze quiete e
infinite, di grandi veli bigi e fitti che li avvolgevano in una nuvola
di orrenda e intima malinconia, evitavano di vedersi in casa, dove
soffrivano anche più. Non si davano convegno, ma si incontravano
randagi pallidi, vagabondi delle vie remote di Roma, camminando
accanto senza parlarsi, o scambiando qualche motto insignificante. Una
volta andarono al Colosseo; era un chiarore plenilunare bianchissimo,
con un freddo vivido d'ottobre; ella era tutt'avvolta in un mantello
col cappuccio. Si sedette, Clara, sovra uno scalino dell'anfiteatro;
Giovanni, si sedette più giù, vicino a lei, toccandole le ginocchia
con la testa. Il grandioso circo era tutto molle e candido, sotto il
raggio lunare. Ella fece un atto, e la sua mano si posò, lievissima,
sulla testa di Giovanni. Tacevano: la mano restava lì, lieve, fredda,
immota. Egli si volse un poco, prese la mano e la baciò sulle dita,
appena appena, con una carezza casta, fugace; la mano ricadde lungo la
persona. Si guardarono negli occhi, in quella solitudine, in quella
notte chiara, e quello sguardo infinitamente e rassegnatamente
desolato fu inteso, da ambedue, per quel che era, per quel che diceva.
L'indomani, nelle ore tarde pomeridiane, si videro al Pincio, dove
ella gli aveva dato convegno. Ella era vestita di un abito di seta
grigia e aveva una giacchetta di velluto nero; sul cappellino di
velluto nero era una fine veletta nera. Egli pensò, vedendola, a
quella sera di _Armida_, oramai lontana, nelle sensazioni e nelle
memorie. Ma si forzò a scacciare ogni debolezza, tanto temeva di sè.
Clara camminò un poco accanto a lui: poi guardando gli alberi di villa
Borghese, dalla terrazza, gli disse la gran frase:
--Dunque, si finisce?
Ah egli si era creduto più forte! Si sentì vacillare, non potè
rispondere. Che avveniva, dunque, in lui, di contradittorio, di
bizzarro, che questa soluzione tanto da lui invocata, ora gli faceva
orrore?
--Non mi rispondi, Giovanni?--ed ella alzava, ogni tanto, il manicotto
sino alla bocca, come a reprimere un singhiozzo, un grido.
--Tu non hai pietà di me, Clara?
--Tu pensi troppo alle tue miserie, e non a quelle altrui; io non ti
chieggo pietà.
--Tu sei forte.
--Ero forte.
--Tu sei forte.
--La mia unica forza mi ha abbandonata--ella soggiunse, sempre
guardando altrove.
--Quale era?
--L'amore. È finita, Giovanni--ed ebbe un cenno largo, definitivo,
verso la campagna.
--Non ci vedremo più, dunque?---egli chiese, debolissimo, tremante,
come un fanciullo disperato.
--A che servirebbe? A maggiori dolori?
--Come amici.... qualche volta?
--Io non ti sono amica, Giovanni: ti ho troppo amato per esserti
amica.
--Io sono il più sventurato fra gli uomini--egli gridò, gittandosi
sovra un banco, non reggendo più.
Ella gli sedette accanto: aveva gli occhi bassi, dietro la veletta.
--Giovanni, sii buono, non diminuire il mio coraggio. Vedi.... per
giungere a questo, la mia anima ha dovuto fare un così lungo viaggio!
Ho detto io, la parola estrema: io! Che ho innanzi, io? Sai che
esistenza di solitudine, d'inutili e tardi rimpianti, di pentimenti
postumi, di lacrime senza conforto? Sai che lungo e deserto viaggio io
intraprendo, sino alla morte, sola?
--Il più sventurato fra gli uomini!--gemeva lui, con la faccia fra le
mani, come un fanciullo abbandonato.
--Eppure.... io, io stessa rinunzio. Tutto è stato inutile, fra noi:
il tuo amore, prima; il mio amore, dopo.
--Almeno, almeno, non mi avessi amato!--esclamò lui, in un ingenuo
scoppio di dolore.
--Ti ho amato, invece, molto, alla mia maniera, che è certo
imperfetta, poichè tutti siamo degli esseri imperfetti. Ti ho
amato.... così teneramente, così passionalmente.... ma era tardi, era
tardi, era tardi!
--Ma io ti voglio bene, Clara!--egli balbettò, smarrito, vedendo che
ella era per levarsi, per andarsene.
--Ne sei certo?--gli chiese ella, duramente, come nella prima sera del
loro amore.--Ne sei certo?
--Non lo so--rispose lui, annientato, ricadendo sul banco.
--Addio, Giovanni!--ella disse, innanzi a lui, pallida come una morta.
--Non te ne andare, non mi lasciare!--e tese le mani per rattenerla.
Ella si trattenne in piedi, innanzi a lui. Si vedeva che non aveva la
forza di fare un passo. Guardandola disperatamente negli occhi,
tenendole una mano, egli la supplicava ancora, confusamente, di non
lasciarlo, così, in quell'ombra; ed ella non rispondeva, levando il
volto, mordendosi le labbra.
--Giovanni, perchè vuoi che io resti? Che ci porterà di nuovo questa
sera, o il domani? Non saremo sempre gli stessi? Che si muta, per un
discorso o per un giorno? Avevamo strade diverse e ci siamo voluti
amare: questo amore è stato il tuo cruccio, allora; è stato il mio
cruccio, adesso. Riprendiamo la via, più stanchi e più delusi di
prima: Dio benedica la tua strada!
--Non te ne andare, non te ne andare!
--Addio, Giovanni--e gli toccò la mano, con la mano guantata,
allontanandosi subito.
Per l'uomo che singhiozzava, lassù, sul banco del giardino solitario,
come per la donna che discendeva alla città, senza vedere il sentiero,
poichè le lacrime l'acciecavano, il sole era tramontato. Intorno ad
essi era la grande, lunga, infinita notte dell'anima. [Blank page]
L'AMANTE SCIOCCA.
_A Luigi Gualdo._
I.
Paolo Spada aspettava la sua nuova innamorata, con una vivace
curiosità mescolata a una certa tenerezza piena d'indulgenza e a
movimenti improvvisi e insoliti di buon umore. Egli aveva realizzato,
finalmente, dopo alcuni anni vissuti fra i tormentosi piaceri di amori
inconsciamente complicati, dopo aver adorato delle bizzarre e
inquietanti creature che eran tali, naturalmente, o che si
affrettavano a diventare bizzarre e inquietanti al suo contatto, dopo
essere stato adorato nelle forme più turbolenti, più folli e più tetre
dalle medesime creature, finalmente, egli aveva realizzato un suo
antico desiderio: desiderio fluttuante sempre in quell'anima, ora
sommersa in fondo al naufragio di qualche stravagante passione, ora
galleggiante sul mare cheto che segue le tempeste, il desiderio, cioè,
di amare una donna semplice e di esserne amato. Anzi, nei suoi momenti
di accasciamento passionale, quando il più perfido ingranaggio
psicologico e le mistificazioni dei sensi avevano esaltato i suoi
nervi e il suo cuore, quando più egli aveva provato le stanchezze
supreme e le nausee profonde di qualche amore complesso, impreciso ed
enigmatico, egli non diceva di desiderare una donna semplice, diceva:
una donna stupida. Era tale la sua ribellione a nuove avventure
d'amore dove il cuore e la persona avessero dei misteri da rivelare,
delle ombre da indagare, che egli arrivava alla volgarità di certi
uomini comuni, i quali vantano, per aver inteso vantare ad altri,
l'amore umile delle donne che non conoscono l'ortografia. Paolo Spada,
l'artista squisito, narratore di storie sentimentali e crudeli,
cesellatore, di versi ora sonori, ora dolenti, sempre alti, sempre
nobilissimi, rassomigliava, in queste sue rivolte, a un qualunque
farmacista di provincia, che dica il suo avviso sull'amore e sulle
donne, a tre o quattro amici, al lume azzurro di un boccale
illuminato. E, certo, egli l'aveva cercata, spesso, questa donna
semplice, anzi questa donna stupida, per ripetere il suo sincero e
brutale aggettivo: e due o tre volte egli aveva creduto di trovarla e
aveva avuto dei sussulti di gioia, un senso generale di pace nel suo
spirito, come un addormentamento di tutti i sottili dolori che
stridevano sui suoi nervi. Era stato deluso, sempre: giacchè nella
semplicità apparente e ingannatrice di queste donne, egli aveva presto
ritrovato quei segreti moti, quelle illogiche azioni, quelle
incoerenze talvolta leggiadre, talvolta repulsive, che danno all'uomo
innamorato l'acuto e torturante segnale di non so quale mistero
racchiuso in un carattere, in un temperamento muliebre. Fresco e
lieto, egli si era abbandonato alla dolcezza di trovarsi con una
creatura limpida, cristallina: invece, quasi per una ironia, troppe
volte ripetuta, perchè non paresse fatta apposta, egli si trovava
innanzi a un'enigma fisiologico e psicologico. In fondo, alcune di
queste donne erano forse semplici, o meno complicate: ma appena
elevatesi all'onore di essere amate da Paolo Spada e di amare Paolo
Spada, subito vi era in loro, come per magica influenza, un annodarsi
di pensieri, d'idee, di sentimenti, un ravvolgersi di circostanze e di
fatti, un concentrarsi di veli e di ombre, per cui pareva che
cangiassero di natura. Freddamente furibondo per l'inganno, Paolo
Spada rodeva il freno di un giogo spirituale e sensuale, che lo
opprimeva con una monotonia scorante. Quando veniva la liberazione,
quando, cioè, l'amore finiva, egli giurava di essere più cauto, più
sagace in un'altra prova.
Così, a furia di sagacia, di cautela, di gelida pazienza, egli aveva
ritrovata in Adele Cima la donna semplice, a cui il suo cuore stanco e
disfatto anelava. Oh egli l'aveva sottoposta a una quantità di prove,
la giovane donna, dai belli e lunghi capelli castani che si
ammassavano sulla testina, dai grandi occhi lionati che guardavano con
tanta tranquillità e tanto candore, e avevano il fascino della
tranquillità e del candore, dalle fini sopracciglia nere e dalla
fronte un po' breve; e nelle prove, molto lunghe, convincenti,
esaurienti, era risultato che Adele Cima era una donna assolutamente
semplice e anche stupida, un pochino, non molto. La sua beltà mancava
di finezza, la sua persona non aveva nè flessuosità nè opulenze, i
suoi vestiti non erano elegantissimi: e, sovra tutto, ella non sapeva
nulla di ciò, era giustamente persuasa di essere una donnina
piacevole, era convinta di vestire come si conveniva, decentemente,
era contenta di sè senza alterigia, e non aveva occhi per vedere nè il
peggio, nè il meglio di quello che essa rappresentava. A Paolo Spada
ella era piaciuta subito, per la sua freschezza, per non so che di
nuovo e di fragrante, che era in lei, per questi indizii fisici di
semplicità e anche di una certa stupidaggine, gentile, non soverchia,
non urtante; quando ebbe fatti tutti gli assaggi per conoscerne
l'anima, egli si abbandonò subito ad amare questa piccola Adele Cima.
In quanto a lei, lo aveva amato immediatamente. Paolo Spada aveva
fatto su lei un effetto folgorante. Il suo imbarazzo, la sua
confusione, innanzi a lui, avevano qualche cosa di commovente. Le
avevan detto che Paolo Spada era un illustre artista, che era un uomo
celebre: ma ella non aveva letto di lui neppure una riga, e si era
innamorata di lui, così, in un minuto secondo, senza rimedio. Ella si
vergognava molto di questo subitaneo amore e non se lo sapeva
spiegare.
--Io vi amo molto: ma non so il perchè--ella gli diceva, guardandolo
coi suoi buoni occhi, che ingenuamente indagavano.
--Cercate bene--rispondeva lui, sorridendo teneramente.
--È inutile: non so perchè vi voglio bene. Lo sapete voi, forse, che
conoscete tutte le cose?
--Io? Neppure per sogno.
--Allora non vi è, questo _perchè_--soggiungeva lei, subito convinta.
Pure, malgrado questo fulminante amore, Adele Cima era ancora la sua
innamorata e non ancora la sua amante. Ella si rifiutava, debolmente,
con argomenti vaghi, già quasi sedotta e trattenuta da uno sgomento
che, ogni tanto, appariva nei suoi grandi occhi spalancati.
--Vi faccio paura?--le diceva Paolo Spada, un po' scherzando, un po'
rattristandosi,
--Sì--rispondeva Adele.
--E perchè?
--Perchè siete una persona così diversa da me--ella diceva, con una
umiltà sincera.
--Non importa, non importa--era la parola indulgente e carezzosa del
seduttore.
Ella aveva finito per promettere di andare da lui, in quel giorno,
alle due; e Paolo Spada, in un rinnovellamento pacifico di tutte le
sue forze morali, in un rigoglio di tutte le sue energie fisiche,
aveva inteso una viva gioia dilatarsi in lui. Nessun dubbio lo
tormentava, come in tutti gli altri primi convegni, in cui mille volte
aveva temuto che l'amata non giungesse--e gli era bene accaduto, di
aspettare invano!--che un capriccio, un caso la trattenessero: egli
era certo che Adele Cima sarebbe venuta al convegno. Era troppo
semplice per mancare.
--Ed ella verrà anche a tempo, alle due, non prima e non dopo: forse,
si tratterrà per via; per non giungere troppo presto--egli pensò,
leggendo a distanza nell'anima della sua dilettissima stupida, come
già la chiamava.
In onore della semplicità di Adele Cima, egli non fece nessun
preparativo nella sua casetta di via San Sebastianello, che guardava
piazza di Spagna e le prime vette degli alberi del Pincio: altre volte
egli bruciava dei profumi, egli comperava dei gigli, delle orchidee
per piacere alle sue raffinate amanti. Un fascio di rose in un vaso di
cristallo gli parve che bastasse. Del resto, le sue stanze che
formavano il suo quartierino da scapolo, da amante e da scrittore,
avevano in sè tale accumulamento di bizzarrie, nei mobili, nelle
stoffe, nella disposizione, in ogni oggetto, che egli guardava tutto
ciò, con occhio compiaciuto, pensando allo stupore della cara piccola
donna sorridendo, da prima, all'effetto che avrebbe prodotto su lei
ogni cosa, dai tappeti di Smirne, a un idolo di bronzo e avorio
panciuto, orribile; dal letto che era dissimulato sotto una grande
stoffa di chiesa, ai ritratti delle donne amate che guardavano dalle
loro cornici di argento inglese e di cuoio impresso. E una crescente
tenerezza lo invadeva, all'idea di quella buona giovane creatura, così
attraente e così nuova per lui, che veniva col suo passo quieto e
misurato a dargli dell'amore senza enigmi, senza misteri, senza noie e
senza scene. Egli si decideva ad amarla molto e bene, questa povera
Adele Cima, senza mai darle un dispiacere, senza mai farle intendere
da quali altezze di pensiero e di sentimento egli discendesse, per
raggiungere l'umiltà di quell'amore, senza mai comunicarle la febbre
che lo ardeva, nelle sue ore di lavoro e di doloroso lavoro. Voleva
amarla moltissimo e bene, giacchè egli sentiva quale grande refrigerio
alle sue vene ardenti sarebbe venuto dalla freschezza di quell'amore,
quale equilibrio sereno avrebbe messo nei suoi nervi quella mitezza
d'anima muliebre, quale pace forte e vivificante avrebbe data al suo
mobile e inquieto pensiero, la lentezza, la semplicità, la piccolezza
del pensiero di Adele Cima. Sì, quella stupida gli sarebbe stata
infinitamente cara, giacchè sarebbe stata infinitamente utile al morbo
del suo spirito!
Ella venne alle due, precise. Paolo Spada che aveva gli occhi
sull'orologio, come giuocando con sè stesso, sorrise, udendo suonare
alla porta. Andò ad aprire egli stesso. Adele Cima gli apparve innanzi
e gli sorrise, così innamoratamente, che l'uomo sentì vincersi da una
emozione. Invece di baciarla sulle labbra, molto finemente, egli si
inchinò e le baciò la mano. La trattava come una duchessa: egli si
accorse subito che ella era meravigliata e confusa di ciò, cominciando
a non capir nulla, da quel primo bacio. Poi, Adele Cima si distrasse
immediatamente: egli l'aveva condotta a sedere sopra un divano, dove
era gittato uno scialle turco, e le toglieva lentamente un guanto,
scherzando con le dita: essa stringeva ogni tanto la mano di lui,
mentre si guardava intorno, incantata. Mai, aveva visto nulla di
simile: e tutto le sembrava strano e incomprensibile, producendole
esattamente l'impressione che egli aveva preveduta. In sè, egli
sorrise di aver perfettamente indovinato quell'effetto. Adele Cima era
come egli la vedeva, la intendeva, la supponeva, di una facilità
d'interpretazione tale, come se egli rileggesse un libro imparato a
memoria nell'infanzia e tutti i brani gli si ricostruissero nella
mente.
--Vi piace, qui?--le domandò lui.
--.... Sì--ella rispose, dopo un minuto di esitazione. È sempre così
oscura, la casa?
--Sempre. Io odio la luce, in città.
--Ah!--ella disse, senza chiedere altro.--E ci state solo, qui?
--Ho un servo: l'ho mandato via.
--Non vi annoiate, solo!
--No, mai. Salvo quando vi aspetto.
--Io sono venuta puntualmente--ella soggiunse, subito, volendosi
difendere.
--Sì, sì, cara--e le baciò le due mani.
Paolo Spada era innamorato molto, in quell'ora, e la piccola donna
vestita di un bigio comune, di un vestito che egli le conosceva già,
gli piaceva moltissimo: ella era in casa sua: lo amava, ella, perchè
era venuta a lui, senza maggiori indugi, senza pretese, senza domande
di fedeltà, senza patti: lo amava, tutto lo diceva in lei: eppure egli
indugiava a chiederle di esser sua, così, per prolungare quei minuti,
così tranquilli, sicuro oramai di lei, come della luce del sole. Adele
Cima guardò le rose. Egli si alzò, e gliene dette due, le più belle.
Essa non le odorò, non le mise alla cintura, le tenne mollemente fra
le dita, quasi senza guardarle.
--Non amate le rose?--le chiese Paolo Spada.
--.... Sì.
--Forse amate qualche altro fiore, specialmente?
--No, nessun fiore, specialmente.
--Io ho amato molto il giglio, una volta, poi le violette di Parma,
poi le orchidee....
--Che sono, le orchidee....
--Certi fiori molto rari, molto strani....
--Non li conosco--mormorò ella, distratta.
Pure, un lieve pallore l'aveva scolorita. Egli non se ne accorse. Ora,
ella si era levata e avvicinatasi a un tavolino, ne aveva preso un
ritratto di donna.
--Chi è questa signora?
--Quale? Ah!... una russa.
--Una straniera? Siete stato in Russia, voi?
--Sì, una volta.
--È lontano, è vero?
--Lontano: vi fa molto freddo.
--Perchè vi andaste allora?
--Mah!... per seguire questa signora....
--Voi l'amavate?
--Sì.
Un silenzio si fece. Adele Cima si morsicò il labbro inferiore: poi
domandò:
--Come si chiamava?
--Questa russa? Natalia.
--Che bel nome!
--Vi pare?
--Il mio è così brutto, non è vero?--disse ella venendo a lui, con una
espressione di malinconia che lo turbò.
--Adele? Ma Adele vale mille volte più di Natalia--egli esclamò,
volendo consolarla subito.
--Eh, no!--diss'ella, tristemente--è un brutto nome.
--A me piace immensamente, cara.
--Perchè mi volete bene.
--Forse per questo.
--Ma è un brutto nome, non dice nulla.
Si allontanò nuovamente da lui, andò a guardare gli altri ritratti;
egli la seguiva, tenendole una mano, lusingato e intenerito da quella
semplicità, da quella ingenuità. Ella prese un altro ritratto e glielo
porse:
--Era bionda, questa?
--Sì, bionda.
--Vi piacciono le bionde?
--Mi piace la donna che amo.
--Più le bionde o più le brune?
--Quella che amo, quella che amo!--replicò lui, lietamente, felice di
essere amato così e di amare così,