Tali furono, sempre, le amarissime vittorie di Clara; e procedendo

oltre, il combattimento fu diversamente aspro, con forze maggiori o

minori dall'una parte e dall'altra, ma concedenti sempre il più triste

dei trionfi al soldato più energico e più ardente, più abituato alla

guerra dell'amore, più multiplo nelle sue risorse di attacco e di

difesa. Giacchè appena Giovanni Serra si allontanava da Clara, dalla

sua casa, dal cerchio magico in cui ella lo rinserrava, rinasceva in

lui il desiderio della fuga ultima, della liberazione. Quando ella non

era presente ed egli non ne vedeva le grazie delicate, e la novissima

incantatrice dolcezza, e tutta la seduzione muliebre potente, Clara

gli appariva come l'aveva sempre considerata, da dieci anni: una donna

attraente, perfida e fallace, a cui egli aveva gittato inutilmente il

suo cuore e per la quale aveva perduto ogni fede in sè stesso e nella

vita. La figura di una creatura quasi mostruosa, senza pietà

femminile, senza alito di sentimento nell'anima, senza coscienza pel

bene, come pel male, formatasi in dieci anni nel suo spirito, lo

signoreggiava, di nuovo, con novello impulso di ribrezzo, di orrore.

Mutata, forse? Forse. Ella era capace di tutto, anche di vestire

l'aspetto della maggior tenerezza della maggiore nobiltà spirituale, e

di essere, forse, tenera e nobile veramente, per un certo tempo per

ordine della propria volontà, sino a che la natura sopita si

risvegliasse, e l'onda della perfidia e della menzogna trasportasse

via il bel sogno di bontà e di dolcezza. Mutata? E che, perciò?

Anch'egli s'era mutato purtroppo, e dove la lava incandescente della

passione aveva gorgogliato, schiumando, del fuoco, si stendeva il

lapillo grigio e freddo delle devastazioni vulcaniche: dove aveva

vissuto la fede nell'anima umana e nella sua purezza, vi era il gelo

di un dubbio tranquillo e non più torturante: dove avevano balzato di

gioia e di voluttà gli entusiasmi giovanili, vi era l'inazione e

l'aridità. La lealtà, il rispetto, la bontà virile rimanevano intatte

in quell'uomo che aveva avuto in dono, nella giovinezza, le qualità

più nobili dello spirito: ma ciò che restava, non bastava all'amore.

Una parte di quel cuore, era veramente finita. E tutta la sensibilità

che ancor viveva in lui, fremeva di sgomento all'idea di essere stato

ripreso da quel fascino; non si sentiva più la forza morale per quelle

lotte e il risultato non gli sembrava più la sua grande ambizione.

Così, di lontano, egli formava sempre il disegno di non vedere mai più

Clara. Ella gli scriveva delle lettere lunghe e bizzarre, con

un'incoerenza sentimentale che sarebbe stata molto interessante e

molto seducente per un uomo più giovane e più vivace, meno provato dai

dolori della vita, ma che gli produceva un senso di ripulsa, di

maggior distacco: non rispondeva alle lettere. Ella gli mandava degli

appuntamenti; Giovanni vi mancava, due o tre volte. Perchè, alla

quarta volta, egli non resisteva più e vi andava, riluttante, pieno di

tutte le incertezze? Egli non se lo spiegava: e nella sua timida

immaginazione, il fascino di Clara assumeva un aspetto onnipossente;

Giovanni aveva bisogno di credere a un potere ascoso, rarissimo,

unico, per spiegare la mollezza della sua volontà. Perchè, tante

volte, quando egli andava da lei, ben deciso, ben risoluto, a

dichiararle che quell'amore così povero di gioie, così dubbio, così

squilibrato non aveva ragione di essere e di durare, perchè Giovanni,

innanzi al bel volto tranquillo e sorridente di Clara, a quelle mani

che gli si tendevano affettuosamente, al suono di quella voce che ella

rendeva così insinuante, per lui, perchè egli non diceva più niente,

lasciandosi andare alla corrente di quel sentimento, illuso per un

poco, credendo di essere amato, credendo di amare? Perchè, nelle loro

grandi scene, scoppiate improvvisamente, egli aveva provato a

proclamare la sua libertà, la sua indifferenza, sempre più duramente,

meravigliandosi anzi talvolta della propria durezza, ed era riescito

soltanto ad esasperare Clara; ma non aveva svincolato il proprio

cuore? Perchè, mentre egli era dei due quello che meno pensava

d'amare, che meno diceva d'amare, che non scriveva, che rinunziava ai

convegni, perchè, poi, era lui quello che più cedeva, che più si dava,

che più rientrava in servitù, con ritorni di affetto che costituivano

le pochissime soavità di quell'amore? Perchè, una volta, quando

stettero quindici giorni senza vedersi ed ella continuava a

scrivergli, egli non ebbe la forza di non aprire, come aveva

dichiarato, le sue lettere? E una sera, ella passava, sola, triste,

pallida, per una via, rientrando nella sua casa deserta con aspetto di

tale abbattimento ed infelicità, che Giovanni, vedendola innanzi a sè,

non visto da lei, provò uno schianto indicibile. Ritornò a lei,

subito, senza che lo avesse chiamato: e Clara stessa si stupì di

questo ritorno inatteso, mentre il suo cuore si era immerso già

nell'amarezza dell'abbandono. E ingenuamente, puerilmente, Giovanni

non sapendo come spiegarsi la sua debolezza e la sua disfatta, pensava

a qualche cosa d'insolitamente affascinante, e diceva, come un bimbo:

--È una strega.

Ma per colei che misteriosamente lo riconduceva a sè, ogni volta,

questi trionfi erano un tossico. Fermentavano dentro il suo spirito

indomito le ribellioni più profonde contro questo stato di lotta che

avviliva l'idea ch'ella si era fatta di quell'amore e che la

mortificava in tutte le sue vanità muliebri. Ella, infine, lo amava, è

vero, come poteva e come sapeva, con un senso immensamente egoistico

che aveva sempre dominato in quell'anima: lo amava, perchè le faceva

piacere di amare, perchè il suo stato migliore era l'amore, perchè

ella non sentiva la vita che quando era innamorata: l'amava perchè

così aveva voluto ed ora la sua volontà era più forte di lei. Ciò che

la sconvolgeva, era di non sentirsi amata abbastanza, mentre ella

sapeva di dare a Giovanni il meglio che restava di lei: ciò che la

esasperava, era questa battaglia quotidiana che ella sosteneva, per

conservare, se non l'amore, la larva di amore che le portava

quest'uomo: ciò che la faceva delirare di collera, segretamente, era

di avere ancora sbagliato, anche in quest'ultima volta e di non potere

in nessun modo metter rimedio al suo errore. Per il passato, coloro

che l'avevano amata, erano stati tipi soliti, comuni, non più buoni e

non più cattivi di qualunque altro uomo, in modo che il mondo

psicologico di Clara non aveva avuto sviluppo che nelle ombre della

sua anima, assai più grande e assai più complessa di quelle che ella

aveva avuto ai suoi piedi. Ella aveva sofferto per loro, non già per

le complicazioni sentimentali, ma perchè questi due o tre erano esseri

limitati, non meschini, ma limitati, a cui ella aveva creato una

luminosa e inesistente aureola. Aveva sofferto di non essere amata

abbastanza, disprezzando coloro cui mancava la potenza spirituale,

rimpiangendo sempre Giovanni, Giovanni, ch'ella aveva disdegnato e di

cui si rammentava la violenza giovanile di passione: e lentamente,

nella sua coscienza, si era formato il criterio che solo Giovanni

l'avesse amata e che solo lui, così profondo, così intimo, così

squisito, avrebbe potuto amarla come ella desiderava. Gli altri,

erano, infine, poveri diavoli, ai quali ella aveva dato il manto di

porpora della sua immaginazione e uno scettro d'oro, sotto cui ella

medesima si era curvata; ma l'anima bella per sè, grande per sè, unica

nella tenerezza come unica nella passione, era quella di Giovanni.

Ella aveva creduto a una fatalità del destino quando, finendo la sua

giovinezza, prima del tramonto, s'erano incontrati nuovamente ed egli

le aveva parlato dell'amore passato. E in lei si erano dileguate le

profonde stanchezze, mentre più vivo, più forte rinasceva il desiderio

di amare eccezionalmente, di essere eccezionalmente amata. Ella si

rammentava un Giovanni Serra tutto pieno di un ingenuo e vibrante

ardor giovanile, che faceva dell'amore non un breve episodio, come

tutti gli altri, ma il grande affare dei suoi giorni e delle sue

notti, che dava all'amore un tesoro di intima mestizia e di gioie

delicate, che portava l'immagine dell'amata come la sola visione degna

della sua fantasia, e che ne pronunziava il nome con una emozione

vivissima e candidamente mal repressa. Aveva creduto, quando egli le

narrava i suoi dolori passati con sì grande senso di amarezza, che

egli fosse sempre il medesimo: e che era giusto e umano l'amarlo; e

che era una voluttà dolorosa l'amarlo senza conforto; e che, infine,

infine, egli l'amasse ancora, malgrado i tentativi di fuga, malgrado i

dinieghi, malgrado i terrori che gli si dipingevano sul volto,

malgrado che egli restasse freddo e confuso, nelle ore più calde, in

cui ella più si abbandonava a questa estrema passione. E dall'antico

concetto e dal novissimo errore suo, ella traeva un veleno interno di

delusione, un seguito di sconfitte inavvertite da lui, ma di cui ella

provava il colpo nel fondo dell'anima, un ricadere continuamente sulle

proprie speranze e un soffrire per tutte le parti, dall'amore all'amor

proprio, dalla delicatezza all'orgoglio, dalla sensibilità femminile

bonaria alla sensibilità femminile maligna. Come si torturava ella,

per un ritardo di un'ora, per una parola detta con troppa

disinvoltura, per un _voi_ apparso improvvisamente nel più intimo

discorso: e il suo umore si cangiava, per la sottile ferita ricevuta,

ed egli, che non sapeva di aver ferito, si stupiva del cangiamento, e

arretrandosi, pallido, come se avesse visto un fantasma, le diceva la

tetra e monotona frase:

--Voi siete sempre la stessa.

Sì, Clara era sempre la stessa, con un carattere mobile e pure

ostinato, con una energia breve e caduca, con un disprezzo intimo e

cordiale di sè, con un egoismo a cui dava le forme nobili dell'amore,

con un desiderio di vivere e di godere che non si saziava mai; e su

tutto questo fondo stravagante, e spesso perfido, e spesso capace dei

più alti sagrificii, il ricordo di una vita vissuta mediocremente, il

ricordo di sciocchi errori e di delusioni meschine. Era sempre la

stessa, lei, ma da tutti i pianti versati nella solitudine della sua

casa, da tutte le angoscie soffocate sotto la sua maschera di donna

mondana, da quell'abbandono in cui aveva passato un anno, le era

venuta innanzi alla mente la grande verità, che tutti i calcoli

dell'egoismo sono sempre sbagliati, e che bisogna vivere per gli

altri, per poter essere felici. Non era fatta per questo, la sua

natura capricciosa ed esaltata: ma la sua volontà le imponeva di

assuefarsi alla più semplice verità umana, che è la felicità altrui:

ed ella giungeva con uno sforzo supremo là dove altre creature

arrivano naturalmente e la sua bontà calma, la sua dolcezza ragionata,

la sua serenità esteriore avevano, forse, maggior merito, poichè ella

affogava in esse tutto il clamore di un'anima ribelle. Soffriva

profondamente, perchè non era amata abbastanza, perchè non era neppure

certa di essere amata: dentro le vene ardeva il sangue per collere

improvvise: cento volte ella sentiva la tentazione di scacciare

Giovanni da sè, di non vederlo mai più. Ma il pensiero che egli,

veramente, la credesse ancora una perfida femmina, capace del male per

la voluttà del male, ma l'idea di desolare ancora Giovanni, con una

catastrofe spirituale, tale che per sempre ne restasse violata la sua

memoria, la rigettavano nell'amore e nel sacrificio.

E più il suo spirito spasimava per la battaglia che sosteneva, più

ella prodigava a Giovanni Serra i tesori della più squisita affezione.

Egli, talvolta, ne restava avvilito. Ora, non le diceva più di non

crederle; nè, d'altra parte, la fiducia nasceva in lui, bensì uno

stupore malinconico. Quando ella gli dava qualche novella pruova, non

chiesta, di amore, egli restava confuso e rammaricato:

--Io non merito questo, Clara. Tu esageri sempre: e che sarà il nostro

avvenire, così?

--Io ti amerò sempre egualmente--diceva ella, esaltata.

--Quante volte l'hai detta la parola _sempre_?

--Ah tu sei crudele!--esclamava lei, abbassando il capo per nascondere

il suo pallore.

Sì, quell'onest'uomo, quell'uomo onesto e buono era spesso crudele,

con lei. Non s'accorgeva di colpirla, così duramente: o non la credeva

sensibile: o credeva che fosse necessario di colpirla, per guarirla da

questo morbo spirituale che la teneva. Certi giorni, dopo un'assenza

di una settimana, le appariva innanzi quietissimo, avendo l'aria di

non vedere che ella era disfatta dall'attesa, non dando nessuna scusa

alla sua mancanza. Un dialogo freddo si stabiliva fra loro due: le

labbra di lei fremevano leggiermente, perchè reprimevano lo sdegno:

egli non capiva ciò e dopo un'ora trascorsa, così, in uno strazio fine

e pur terribile, egli si levava per andarsene:

--Vieni domani?--ella diceva, a occhi bassi, pallida come uno spettro,

--Non so.

--Dopodomani, allora?

--Non ti saprei dire: ho delle faccende noiose da sbrigare.

--Ah!--diceva lei, senz'altro, sentendosi morire.

--Ti scriverò, quando posso venire.

--Va bene.

E lentamente lo seguiva, mentre si avviava alla porta: gli porgeva una

mano gelida ed immota. Talvolta, egli le chiedeva:

--Che hai?

--Nulla--ella rispondeva con voce così mutata che egli avrebbe dovuto

capire. Ma, temendo una scena, egli se ne andava, senz'altro. Come

ella correva nella sua stanza, gittandosi sul letto, mordendo i

cuscini, ingiuriando la freddezza di Giovanni, imprecando alla propria

viltà, esalando tutta l'ira della sua delusione, soffocando le grida

del suo cuore che insorgeva contro un dolore così atroce! La crisi

durava una notte intiera: ella si addormentava all'alba, con gli occhi

rossi di lacrime, con il petto ancora esalante sospiri. Egli non

sapeva nulla di ciò. Ella temeva che Giovanni la fuggisse per sempre,

se diventava troppo insistente e troppo noiosa. L'altiera donna era

giunta a credersi una seccatrice. Pure, qualche sera, quando più

l'onesto e buon'uomo era stato crudele, ella sentiva cadere le forze

della sua rassegnazione. Allora gli appariva infelice, così

accasciata, così perduta in un abisso di delusioni, che l'oscuro

mistero della sua tenerezza per Clara, si svelava. Una volta, egli era

andato via. Appena fuori, sulle scale, egli intese, dietro la porta

ancora chiusa, un tale scoppio di singhiozzi che tornò indietro, bussò

e la trovò smarrita, incapace di affogare i suoi lamenti, incapace di

dominarsi più. Qual notte! Egli le parlava ed ella, perduta in un

oceano di amarezza, non gli rispondeva, mentre, come se fosse sola, si

raccomandava alla Madonna ed ai santi, perchè la liberassero da quelle

torture. Egli le prendeva le mani, ma ella le ritraeva, come

inorridita, convulsa, per rivolgerle al cielo, per chiedere la pace,

la pace, niente altro: egli cercava di abbracciarla, ma quel corpo

fremente gli sfuggiva; essa passava da un divano all'altro, camminava

al buio, per le altre stanze, parlando sola, gemendo, tutto il suo

male, gemendo di dover amare così, gemendo di essere così poco amata.

Notte fatale, invero: giacchè fu allora soltanto ch'egli capì tutta la

gravità del loro caso: giacchè fu in quella scena di lacrime, di

convulsioni, in cui ella pareva avesse dimenticata persino la sua

presenza, che egli le parlò, per una volta, come dieci anni prima,

come un innamorato, come un amante. Egli s'inginocchiò innanzi a lei e

le chiese perdono della sua condotta, e la pregò che avesse pietà di

lui; la scongiurò di credergli, quando le diceva che nessun essere le

era devoto come il suo, e di compatirlo se egli non sapeva amarla, se

egli non sapeva ritrovare in un'anima stanca, malata, vecchia, gli

accenti e gli entusiasmi dell'amore; che per quanto egli poteva amare,

l'amava; che era poco, sì, era poco, per una donna appassionata come

lei; che ella meritava un miglior innamorato, un miglior amante; ma

che lui non poteva amar meglio, ma che egli le aveva dato tutto, dieci

anni prima, e che quella devastazione era opera sua. Mentre ella,

sfinita, esausta, si passava ancora sugli occhi aridi il fazzoletto

bagnato di lacrime, Giovanni, ai suoi piedi, le narrava ancora la sua

miseria sentimentale presente, la sua morbosa sensibilità che aveva

paura dell'amore, la sua impotenza spirituale, tutta la rovina

irreparabile che gli impediva di esser per lei il perfetto innamorato,

il perfetto amante. Alle sue ginocchia, in una evocazione straziante,

di quello che era stato il suo passato d'amore e nello strazio della

presente realtà, egli versò poche, cocenti lacrime, le più dolorose

che avesse versate mai. Smorta, con gli occhi spalancati su lui,

reggendosi la testa con le mani, ella che aveva gridato tutta la sua

desolazione, udiva ora le parole di una ben diversa miseria, di un

disfacimento umano assai più tragico del suo; e mentre l'alba faceva

il cielo di un freddissimo biancoverdino, i due amanti si guardarono,

presi da una pietà immensa, per sè stessi, e sentendo che nessuno dei

due poteva consolare, giammai, giammai l'altro.

Ella, folle oramai di sacrificio, fu dimentica di sè, e si rassegnò a

una forma qualsiasi dell'amore, purchè Giovanni non l'abbandonasse.

Rinunziava alla passione, chiudendo gli occhi: ella che adorava solo

la passione! L'amasse Giovanni, come voleva, come poteva, quando

voleva: purchè quel residuo di tenerezza fosse suo! Oramai ella

diventava simile ai malati che, giorno per giorno, vanno rinunziando

alle dolcezze che godono i sani e fanno un ragionamento malinconico a

ogni rinunzia. Diceva, ella:

--Tu, che non mi scrivi mai....

E se egli annuiva, ella frenava il suo spasimo. Giovanni, un tempo, le

aveva troppo scritto: adesso non ne aveva più la forza. Altre volte

diceva:

--Tu non vieni; è vero, domani sera?

Ed era perchè soffriva troppo, a udirlo dire da lui che non sarebbe

venuto. Parlando dell'amore, ella soggiungeva, con un debole sorriso:

--Tu che mi vuoi bene così poco....

E lo sogguardava, ansiosamente, per osservare anche l'espressione più

fugace. Egli sorrideva, acconsentendo al fatto di amarla poco: Clara

indietreggiava, disperata internamente della pruova. Qualche volta,

bonariamente, ella gli tendeva un tranello:

--Perchè mi ami così poco? Io ti voglio troppo bene.

--Perchè non posso di più.

--Non puoi, non puoi? Tenta.

--Oh no!--esclamava, con un tono di stanchezza, di sfiducia, di paura.

--Io ti amo troppo--ella diceva, affogando di dolore, ma non

mostrandolo.

--È ciò che mi trafigge. Io sono un indegno, Clara.

--E se non ti amassi più?

Giovanni impallidiva e taceva. Quel pallore, la rincorava.

--Se non ti amassi più, di'?

--Mi rassegnerei malinconicamente. Sono stato un grande sventurato,

sempre.

--Ti rassegneresti?--e fremeva, ella.

--Mi rassegnerei.

--Mi riesce impossibile di non amarti, Giovanni!--ella esclamava.

--Se tu volessi, ti sarebbe facile. Credimi, non ti ho meritata prima:

non ti merito adesso. Era destino!

--Parliamo d'altro--diceva lei, brevemente, vinta.

Ma si rinnovava ogni giorno, ogni sera, il duello, sopra una ben

semplice frase così cara a tutti gli amanti. Quando ella era di umore

più lieto, gli diceva:

--Già, non ti domando se mi vuoi bene. Sarebbe inutile.

--Sarebbe inutile--mormorava lui, sorridendo, cercando di scherzare.

--Non mi ami affatto?--e la voce lievemente le tremava.

--Affatto.

Clara taceva, incapace di scherzare più.

--Che hai?--chiedeva Giovanni.

--Nulla.

--Nulla? Ti ho rattristata?

--Un poco.

--Sono un infelice--diceva Giovanni, così schiettamente addolorato,

che Clara non osava proseguire la discussione.

Ma, talvolta, la domanda era diretta:

--Mi vuoi bene?

E se lui era tranquillo, senza fremiti nella sua sensibilità, le

rispondeva:

--Tu lo sai.

--Non so nulla. Ripeti un poco,

--Quante volte lo vuoi sentire, Clara!

--Gli è che non lo dici mai, mai, mai!

--A che serve?

--Mi serve: mi serve immensamente. Te ne prego, Giovanni, Giovanni

mio, mio amore, dimmi se mi vuoi bene!

--Ti voglio bene--diceva lui, a occhi bassi, quasi per forza.

--Quanto?

--Quanto posso.

--E poco, è vero, è poco?

--Perchè mi ricordi che sono un poverello, in fatto di amore? Perchè

mi rinfacci la mia miseria? Perchè mi rimproveri se non ho più lena,

se non ho più una scintilla di entusiasmo? Clara, Clara, tu mi uccidi,

così!

--Perdonami--diceva lei, scivolandogli inginocchiata innanzi, con un

moto che le era familiare.

--Io non debbo vederti più--diceva lui, come se parlasse a sè stesso.

Oppure, la frase cara agli amanti riappariva in altri modi tormentosi.

Talvolta, dopo un lungo silenzio, vagamente, distrattamente, come per

un moto delle labbra, ella chiedeva:

--Mi vuoi bene?

Giovanni non rispondeva. Immediatamente, ella diventava trepida e

ansante:

--Giovanni, mi vuoi bene?

Allora egli usciva dalle sue riflessioni e vagamente, distrattamente,

diceva:

--No.

--Giovanni?

--Clara!

--Hai detto che non mi ami?

--L'ho detto.

--Ed è vero?

--È vero.

Silenziosamente, ella curvava il capo, e le lacrime le discendevano

sulle guancie. Giovanni la guardava, desolato: poi, le andava vicino,

le carezzava una mano, le baciava le guancie bagnate di lacrime.

--Ho scherzato--diceva.

--Tu non ischerzi mai.

--Ho scherzato.

Tutto finiva, così: ma le lacrime erano state versate. E infine, sulla

frase cara agli amanti, avveniva ancora questo:

--Tu non mi chiedi mai, Giovanni, se ti voglio bene!

--Perchè chiedertelo?

--Non ti piace saperlo?

--No, non mi piace.

--Ti tormenta, il mio amore?

--Sì, mi tormenta tanto.

--Ma perchè, ma perchè?

--Perchè mi hai amato troppo tardi--esclamava lui, per la centesima

volta;--perchè io non sono più il giovanotto appassionato di dieci

anni fa, ma un uomo arido e stanco, senza speranze e senza desiderii!

È tardi, è tardi, Clara.

--Mai tardi, per l'amore.

--Siamo vecchi, Clara: il nostro sole tramonta.

--Dio mi salvi dalla notte--ella mormorava, avvilita, senza più

energia.

Vi fu un giorno, però, in cui tutte le ombre malinconiche, e le

incertezze, e i timori parvero dileguati. Era nella calda estate ed

ella era andata ad Albano, sui colli, per fuggire l'aria soffocante di

Roma. Colà, lo aspettava pazientemente, per giornate intiere, ma egli,

pur promettendo di venire a trovarla, pur scrivendole, non veniva mai.

Per tre o quattro volte ella era andata alla stazione, inutilmente.

Una grandissima tristezza adesso opprimeva la donna superba; giacchè

le pesava sulle spalle tutto l'irreparabile del suo errore

sentimentale. Volontariamente ella si era ingolfata in questo amore;

con ostinazione di passione ella ne aveva abbracciata la croce; la sua

fantasia l'aveva spinta ai più duri sacrificii; e adesso erano

impegnati il suo cuore e il suo onore. Stando sola, nella freschezza

dei colli albani, ella approfondiva l'immensità del suo ultimo fallo e

quel verde riposato tutt'intorno, e quella serenità la crucciavano.

Infine, un giorno egli giunse, quasi inaspettato. Era così lieto! Le

disse, subito che non era venuto, ma che aveva sofferto molto, a non

venire: che l'aveva molto amata, nella sua assenza: e le domandò, se

ella lo amasse ancora. Così lieto! Ella diventò lietissima. Andarono,

insieme, sotto l'ombrellino di Clara, a una lunga passeggiata, a

braccetto, a traverso i sentieri di campagna, fra i prati fioriti.

Clara aveva un vestito di seta leggiera, di un bianco avorio: e un

gran cappello di merletto avorio come una cuffia. Pareva molto più

giovane e così delicata che egli la chiamò, ridendo: _Madame la

marquise_. Ella era raggiante. Si sedettero sull'erba, all'ombra di un

elce secolare, famoso in quelle campagne, e le loro anime furono così

assolutamente e perfettamente armoniose, in quella solinga e serena

campagna, che essi si guardavano e indovinavano l'un l'altro i

pensieri. Si dispersero, due volte, per la via, ridendo, scherzando,

baciandosi, dietro l'ombrello abbassato di Clara: e _Madame la

marquise_ arrossiva finemente di gioia, sotto l'ombra bianca del suo

grande cappello. Non un motto del passato: non un pensiero del domani:

non un velo di amarezza, mai. Egli aveva l'aria di un fanciullo;

strappò dei fiori di campo, odorosissimi, ne fece un gran fascio, lo

portarono all'albergo in trionfo. Là pranzarono soli, soli, in un

angolo della stanza da pranzo, guardandosi negli occhi, sorridendosi,

toccandosi le mani nel porgersi un bicchiere, un piatto, ebbri di una

gioia di vivere che li faceva impallidire di piacere. Andarono sulla

terrazza dell'albergo, soli sempre, tenendosi per mano, tacendo,

dicendosi nello sguardo innamorato quelle cose profonde e intime, che

l'amore pensa e non dice. Ogni tanto, ella chiedeva:

--Mi vuoi bene?

--Sì--rispondeva lui, semplicemente, senza reticenze.

--Quanto?

--Molto.

--Io ti adoro--ella concludeva, arrossendo.

Alla sera, ella lo ricondusse alla stazione, attaccata al suo braccio,

innamoratissima di lui, mentre lui non sapeva staccare lo sguardo da

quei cari occhi: si baciarono nella penombra della stazione, senza

pensare a chi li guardava. Il treno si mosse, ella restava a guardare

e lui si sporgeva dallo sportello, salutando.

Ella gli scrisse, nei giorni successivi, otto o dieci lettere, folli:

egli non rispose. Aveva giurato di ritornare: non ritornò. Ella

ripartì per Roma, prima che la villeggiatura finisse.

V.

Le Amanti · 第 7 / 15 段