Però, ambedue, chiudendo gli occhi, si lasciarono andare a questa

consolante fiducia. Egli cominciò a vederla più spesso. Ella era molto

stanca, invincibilmente stanca della vita mondana che aveva fatta

sempre: e si appartava volentieri. Se andava a una passeggiata, era in

ore strane e in posti deserti: lo avvertiva, egli ci veniva. Se andava

in un teatro era alle terze rappresentazioni, in serate vuote; e dieci

minuti dopo il suo arrivo, entrava lui, nel palco, si sedeva in fondo,

ella si tirava indietro, un poco. Vestiva di scuro, sempre; sapeva di

piacergli così. Si può essere una semplice amica, ma si deve piacere

all'amico. Parlavano con fredda tenerezza. Molto ella ascoltava: ma

quando diceva qualche parola, era sempre sapiente, detta con la più

squisita cautela sentimentale. Giammai un'allusione al proprio cuore,

al proprio stato, nè diretta, nè indiretta: sempre la massima pietà

per gli altri, la massima indulgenza per ogni peccato, come chi sa che

è impossibile non peccare, quando si deve peccare. Egli si era mutato,

però. Non poteva tenere il patto di non evocare il passato. Era la sua

vita, il suo amore di dieci anni prima, e ricompariva sempre più

spesso, fino a che divenne il solo soggetto dei suoi discorsi. Taceva

da tanti anni e con tutti, che ora la verità di quella mortale

passione sgorgava infrenabile. Ella ascoltava, stupefatta; ma non

interrompeva mai. Veramente, egli aveva ragione: Clara non aveva mai

capito quanto era stata amata: ora, lo capiva. Ogni tanto, quando egli

le diceva una delle sue torture ineffabili di gelosia, di allora, ella

faceva un atto come per chiedere perdono, un atto in cui ella si

dichiarava colpevole, sì, ma incosciente, ma ignorante, ma degna di

perdono. Egli la guardava con tanta tenerezza, che, senza parlare, le

diceva di averle perdonato. Quando egli si meravigliava che ella

avesse potuto essere così atroce, essa gli diceva di esserne stupita,

di stupirsene, lei stessa: e ciò come se si parlasse di una donna

assente, di cui si compatissero gli errori. E quando egli giungeva a

narrare certe ore terribili in cui avrebbe voluto morire, pure di

strapparsi dal petto questo amore, ella aveva una frase di pietà

profonda, intima, raumiliata, la frase del carnefice pentito innanzi

alla sua vittima:

--Voi siete buono.

Niente altro, diceva. Ella non si difendeva mai, nè si accusava:

quando egli l'accusava, gli dava ragione, con un'occhiata, con un

triste sorriso, con un cenno espressivo della bella bocca. Vi era un

ritornello, che egli pronunziava sempre, nervosamente, a traverso i

suoi racconti scuciti; un ritornello che rivelava l'attossicamento

della sua vita, in tutte le sue più pure sorgenti, l'avvelenamento

crudele di un sangue giovane e di un'anima, resa inetta a vivere e

incapace di morire così. Il ritornello:

--Che veleno mi avete dato, che veleno!

Quando ella lo udiva, aveva un moto così pessimista della testa e

della persona, sulla crudeltà muliebre, che egli si commoveva.

Talvolta, tornava la frase:

--Quanto veleno, Clara, quanto veleno!

Ella diceva, allora, umilissimamente:

--Avete ragione.

Ma da questa sua umiltà voluta, e poi quasi fatta naturale, nei loro

colloqui, da questo suo abbassarsi nella coscienza dei suoi gravi

torti, da questo non difendersi giammai, da questo dargli ragione,

sempre, da questo racconto triste e violento di un amore

infelicissimo, ella trasse una nuova sensazione e un nuovo sentimento.

Il senso della sua colpevolezza, verso Giovanni, giganteggiò ai suoi

occhi: e il sentimento della riparazione divenne acuto e ardente,

quanto era stata la colpa.

Così, mentre Giovanni risaliva tutta la piena della sua grande

sciagura sentimentale e con la sua sensibilità fine e tenera ne

approfondiva, narrandoli, tutti i dolorosi particolari, Clara che

aveva un temperamento più fantastico che sensibile, esagerava, con una

dura voluttà di abbassamento, contro sè stessa, la propria aridità

passata e l'atroce perfidia. Tanto che, alla fine, secondandolo e

sorpassandolo ella, ambedue sembrarono accanirsi contro una persona

assente, lontana, morta, che ad ambedue avesse commesso i più gravi

torti. Anzi quella lunga istoria intima, tenuta chiusa nel cuore per

dieci anni di esistenza triste, priva di spirituali conforti,

traboccando dalle labbra di Giovanni perdeva molta amarezza, nello

sfogo: e la naturale indulgenza di quel cuore virile che non sapeva

dimenticare, ma sapeva perdonare, trovava delle misteriose scuse alla

donna che era stata con lui senz'amore, senza carità, senza pietà.

Invece, quella medesima istoria, a Clara sembrava più lugubre e più

ignobile che mai, quando ella pensava il come e il perchè della sua

perfidia e della sua durezza. Internamente, ella si maltrattava, molto

più che Giovanni l'avesse maltrattata mai, nei momenti di maggior

furore. Ogni tanto, quando egli le aveva descritto una delle sue sere

tragiche, di quel tempo, quando egli passeggiava le serate intiere

sotto la sua casa, non per vederne le finestre illuminate, giacchè

ella era fuori, a ridere, a divertirsi, ma per aspettarla quando

tornava, per vedere con chi tornasse, per vedere il suo bianco volto

nella oscurità, per udire quel riso alto e beffardo e per

allontanarsi, non salutato, non riconosciuto, non visto, non

rammentato, egli, col più tenero dei rimproveri, le prendeva le mani e

le chiedeva:

--Come avete potuto essere così cattiva?

Ella non s'inteneriva, col viso chiuso, con le sopracciglia

aggrottate, piena d'ira e di disprezzo contro questa Clara tanto

colpevole, e rispondeva, duramente:

--Io sono stata sempre cattivissima.

--Chi sa....--mormorava lui, nella semplice clemenza del suo

animo--chi sa per quali strane ragioni....

--Non v'illudete, Giovanni: per nessuna misteriosa ragione. Non vi

fate di me una figura romantica. Io ero civetta, volgare e cattiva

come l'ultima delle donne, ecco tutto.

--No, no, cara donna, non vi avvilite così--soggiungeva lui, colpito

dai più bizzarri sentimenti, in contraddizione--io non voglio che vi

avviliate. Forse, io fui ingiusto: forse, sono ingiusto ancora adesso.

Chi soffre, chi ama, è così facilmente ingiusto.

--Voi siete il più onesto e il più buono fra gli uomini--ella

rispondeva, con gli occhi velati dalle lacrime.

Tacevano. Spesso, in quel periodo acuto di reminiscenze, mentre

Giovanni si lasciava andare alla immensa consolazione di parlare del

suo amore passato, egli intravedeva confusamente, in queste tenere e

tristi confidenze, non so quale pericolo. L'intensa attenzione con la

quale Clara lo ascoltava, la squisita furberia sentimentale con cui lo

interrogava, i suoi silenzii pieni di una repressa emozione, a un

tratto facevano risorgere tutti i suoi dubbii e la sua anima

sofferente si rigettava indietro, sgomenta di essersi troppo

abbandonata. Spesso, diffidente vagamente, egli tentava di togliere il

discorso, dicendo che questi ricordi lo turbavano troppo: ma ella

l'obbligava, prima con la dolcezza, poi con una certa energia di

volontà coperta di dolcezza, a ritornare alla triste istoria. Una

sera, in una passeggiata al chiaro di luna, gli disse:

--Ditemi tutto. Forse mai più ci potremo vedere così liberamente e

così spesso: forse, fra una settimana, fra un giorno, non ci vedremo

più. Dite, dite, che io sappia, che io non muoia senza aver saputo,

che qualcuno mi ha veramente amata.

--Potremmo non vederci più, Clara?

--La vita è oscura--ella rispose, profondamente.

Forse, per questo, ella moltiplicava gli incontri, dandogli sempre dei

nuovi convegni, ansiosa, affannosa, come se il tempo le fuggisse, come

se ella avesse qualche misteriosa chiamata altrove e che la

presentisse. Ella arrivava più presto, portando dei fiori nelle mani,

come era il suo costume, un po' pallida sempre, sotto le fini velette

nere, vestita quasi sempre di nero, piccola, con un viso che si levava

verso lui, esprimente una immensa ansietà negli occhi dolci che egli

aveva adorato, nella bocca ancora fresca e vivida che era stata la sua

adorazione. Si stringevano appena la mano e si mettevano accanto,

passeggiando piano, non vedendo nessuno, andando per le vie più strane

e più remote, perdendosi per ore intiere, parlando di quel passato che

ella evocava, con un motto, con un gesto. E più il tempo trascorreva,

più cresceva in lei, in duplice corrente spirituale, un infinito

rimpianto per il passato e un acuto rimorso. Di lontano, questo amore

di cui ella aveva riso, in pubblico, questo amore di cui ella si era

burlata, come una pessima femminetta, questo amore per cui ella aveva

avuto il più palese disprezzo, questo amore si faceva più alto, più

puro, più spirituale, staccato dal tempo e dallo spazio, sciolto dalla

realtà dei fatti. In certe sere, in cui lui la riaccompagnava a casa,

sino al portone, non volendo mai salire sopra--non voleva salire, era

inflessibile, non voleva metter piede in casa sua--dopo aver ancora

chiacchierato a lungo, nell'ombra, ella saliva sopra, così smorta che

pareva svenisse. Nella casa non vi era che un sol lume, nella sua

stanza da letto; ed ella l'attraversava, questa muta e deserta casa,

all'oscuro, a tentoni, guardando nell'ombra. Ma quando giungeva nella

sua stanza da letto, ella si gittava sul letto, col capo nascosto nei

cuscini, piangendo, singhiozzando, sull'irreparabile:

--Che ho fatto, che ho fatto! Che amore ho perduto, per sempre, per

sempre!

Acuto rimpianto e acuto rimorso! Essa, forse, nel furore contro sè

stessa, esagerava, dipingendosi come l'anima femminile più turpe

comparsa nella gran falange muliebre; ma non era men vero che la

esistenza di Giovanni Serra era stata infranta da quella passione

infelice, tanto che egli non aveva raggiunto, come il suo cuore e il

suo talento meritavano, nè la gloria, nè la felicità: non era men vero

che egli era un essere senza molla interna che lo spingesse, senza

desiderii e senza speranze: non era men vero che, per questo amore,

egli aveva gittato la sua salute, la sua gioventù e la sua fortuna:

non era men vero che egli possedeva la più preziosa qualità umana, che

è l'onestà, e la sublime virtù che è la bontà. Come non doveva Clara

piangere, nella solitudine della sua stanza, tutte le più ardenti e le

più amare lacrime su questo amore perduto e su questo cuore infranto?

Come non doveva sentire in sè, temperamento mobile e violento,

assetato di amore, assetato di felicità, la ribellione contro

l'irreparabile?

Invero, si trovava di fronte all'irreparabile: ed era quello che le

faceva torcere le braccia, nella notte, quando per tutta una serata

ella aveva udito il mormorio dell'amore, al suo orecchio, ma di un

amore finito, morto. Giacchè ogni parola, ogni frase di Giovanni

Serra, pur restando nella più fine gentilezza da uomo a donna, pur

avendo la poesia della tenerezza, diceva a Clara, che egli non l'amava

più. Invano ella, con l'animo ansioso--era questa, la sua

ansietà--interrogava ogni tono di voce, scrutava il senso riposto di

ogni motto, rifaceva, da sola, tutto il loro dialogo, per scoprirvi

una sottil luce presente. No, non l'amava più, malgrado la commozione

che egli aveva, sempre, nel lasciarla, nel rivederla, malgrado il

fascino che subiva, malgrado la gran tenerezza che dominava ogni suo

atto. Amore vissuto tanto tempo e così ardentemente e ora sepolto

sotto un mucchio di gelida cenere che una mano andava smovendo, mano

sapiente che conosceva la storia di quel fuoco e di quella vampa e che

la rievocava, sulla fredda cenere. Giovanni non parlava quasi mai del

presente, con un atto di finezza d'animo, quasi dolendogli di non

poter ancora ardere come prima, quasi sembrandogli un'offesa al suo

idolo, la fiamma spenta e le ceneri gelate. Non diceva nulla, ma si

capiva così chiaramente, che nulla più, più nulla, non la più piccola

scintilla ardeva innanzi alla cara donna, simulacro vano della

passione, morto, come la passione era morta. Ed ella, sì, singhiozzava

nelle sue notti senza sonno su quella grande fiamma spenta, sentiva di

essere passata accanto alla felicità senza vederla, allontanandosene

per sempre, ma esclamava, fra l'inutile pianto:

--Ha ragione, di non amarmi più, ha ragione: egli soltanto ha ragione,

egli che ha amato!

Ma da queste nascoste battaglie dello spirito che Clara combatteva,

con tutto l'impulso di una natura appassionata, sebbene fugace; da

questa umiliazione in cui la sua anima era caduta, tanto che parea si

prostrasse innanzi a Giovanni Serra; da questo indicibile rimpianto

dell'amore, acutissimo in una donna che aveva amato l'amore sovra

tutte le cose umane e a cui l'età non calmava l'anima; da questo

tormentoso rimorso che si sollevava da tutti gli istinti di giustizia

e di equità offesi, sorse dentro Clara una impetuosa volontà di

correggere e di vincere il destino. Ella pensò, questo: che era suo

dovere morale amare Giovanni Serra, di un amore profondo e devoto che

fosse l'estremo della sua vita, e in cui ella prodigasse tutte le

ultime e supreme dolcezze del suo cuore; che non solo era suo dovere,

ma che era questo il suo desiderio sentimentale più forte, più

immediato, più irresistibile; che non solo era un desiderio

irresistibile, ma che era, questo amore, la più cara speranza del suo

cuore che voleva lavarsi, che voleva purificarsi e diventar nuovo e

candido come il cuore del Salmista; che non solo era la sua più cara

speranza, ma che era la salvazione della sua dignità di donna,

l'assoluzione dei suoi errori trascorsi, la vecchiaia percorsa senza

più sentire rimorsi, aspettando serenamente la morte. Sorto dalle ire

soffocate e dai profondi disprezzi di sè stessa, questo pensiero di

amore l'avea in un baleno soggiogata e tutta l'anima ebbe il calore

del metallo in fusione. Nessuna voce interna l'avvertì di non mettersi

a questo periglioso passo, nelle sue condizioni, alla sua età, con un

uomo come Giovanni Serra: e se talvolta, un nero presentimento la

colpì, a traverso le esaltazioni del suo entusiasmo, se il negro

presentimento le susurrò che ella si avviava a un errore anche più

fatale e anche più irrimediabile degli altri, ella ebbe il cenno

disperato di coloro che sono ebbri di sacrificio.

Giovanni non l'amava più: è vero. Che importava? Il suo cuore di donna

che ella aveva sentito morto, duro come una pietra, per tanti anni,

dentro il suo petto, ardeva di un sentimento dove tutto era elemento

di ardore, il rimorso, il rimpianto, la pietà, la tenerezza, il

bisogno di devozione, il bisogno di darsi, il bisogno di abbandonarsi.

Che importava che Giovanni Serra non l'amasse più? Ella voleva amarlo

così profondamente, così piamente, con tanto completo abbandono di

ogni amor proprio e di ogni orgoglio, con tanto perfetto oblio di ogni

vanità e di ogni altro istinto mediocre umano, che tutto il dolore

passato sarebbe pagato da questa immensa abnegazione amorosa. Ella

voleva espiare il suo passato, soffrendo come egli aveva sofferto,

dando il suo cuore a un essere che non poteva più amarla; voleva

espiare di non avere amato, amando senza speranza, solitaria anima che

recitava un monologo appassionato e doloroso. In fondo, come per tutti

i grandi penitenti, la sua espiazione sarebbe stata anche il pascolo

della sua anima. Oramai, la sua esistenza di donna era deserta. Aveva

trentaquattro anni: e nell'abbandono in cui era caduta, si sentiva

assai più vecchia, incapace di tentare un'altra volta l'ignoto

dell'amore. Era stata molto amata, due o tre volte: ma fatalmente,

questi amori si erano dileguati, come se mai fossero esistiti: e due

volte ella aveva dato il suo cuore, e due volte era stata abbandonata.

Esistenza finita, dunque, giacchè le illusioni non risorgono mai dalla

loro tomba: e le stanchezze morali sono più forti di quelle fisiche.

Che restava a Clara, se non questa ultima speranza di potersi dare a

un sentimento vivido e duraturo, a null'altro simile, senza fallacie e

senza disfatte? La sua espiazione, quella di voler amare Giovanni

Serra, era anche la sua salvazione, giacchè ella sapeva di non poter

vivere senza l'amore, un amore qualunque, ma un amore, un amore!

Meglio, meglio, se ciò non era un'avventura in un cuore sconosciuto,

innanzi a un'anima misteriosa, un'avventura di incerto risultato, ma

portante con sè, forse, una disperazione e un'onta novella: meglio, se

era l'amare una creatura nota, stimata, ammirata per le sue

nobilissime virtù, una creatura senza amore, è vero, ma che aveva

saputo amare, ma che si sarebbe lasciata amare, dolcemente,

teneramente. L'espiazione sarebbe stata la vita della sua anima ed

ella vi si sarebbe buttata con ebbrezza, giacchè quello che più

temeva, per sè e intorno a sè, non era il dolore, ma era l'aridità,

non era la tortura, ma era il silenzio, non era la passione infelice,

ma era l'indifferenza. Un mese prima, ella era immersa nel marasma più

profondo, moralmente così misera che non osava neppur dire a nessuno

la sua miseria: ella si vedeva già finita, senz'amore, senza amicizia,

coi soli legami frivoli mondani, ritenuta per una donna senza

cuore--giacchè questa, fatalmente, era la sua reputazione--e gemente

intanto nel desiderio dell'amore. Ora, ora, da quel pomeriggio in casa

di Anna, ella aveva dato una sublime ragione alla sua esistenza.

Dai grandi occhi spiranti uno strano turbamento, dai subitanei pallori

che le coprivano il volto, quando egli appariva, dalle mani che si

facevano fredde nelle sue, da certi più prolungati silenzii che

regnavano fra loro, dall'imbarazzo crudele di certi momenti, dai

sussulti che ella non sapeva reprimere, a certi atti, a certe parole,

Giovanni intravide che accadeva qualche grave fatto nell'anima di

Clara. Una o due volte, la interrogò:

--Che avete?

--Nulla--ella diceva, chinando gli occhi, mordendosi lievemente il

labbro, come quando non pronunziava la parola che voleva pronunciare.

Egli credette che Clara gli nascondesse un fatto dispiacevole, forse

una lettera dell'uomo che l'aveva abbandonata, o il suo ritorno,

forse. Diventò più freddo, più riservato. Mancò a un appuntamento.

Ella lo rimproverò assai, quando lo rivide.

--Io vi disturbo, Clara--diss'egli, malinconicamente.

--Che vi fa pensare ciò?--gli chiese ella, precipitosamente.

--Sono stato sempre così superfluo, nella vostra vita. È sempre

l'ultimo venuto, che mi ha scacciato. Almeno, confessatemi la verità.

--Non ho nulla da confessarvi, Giovanni.

--Ma voi siete agitata, molto, da qualche tempo.

--Sì, è vero.

--E non volete dirmi perchè?

--No, non ve lo voglio dire.

--Non me lo merito?

--È inutile.

--Non vi posso metter rimedio?

--No--ed ella voltò la testa in là.

--Nè consolazione?

--Consolazione? Forse.

--Ditemi come e lo farò.

--Non qui, Giovanni.

--Dove, dunque?

--Nella mia casa--ella rispose, tendendo a sè stessa, e a lui,

inconsciamente, il più terribile tranello.

--Sapete che non ci verrò mai--egli, disse, sgomento, sentendo il

pericolo.

--Ebbene, io non vi narrerò le mie pene, Giovanni--diss'ella,

tetramente.

--Scrivetemi....

--No.

--Parlate qui, altrove....

--Nella via, in teatro? No, no.

--Io non posso venirci, lo sapete, in casa vostra--egli mormorò, già

più debole, già affascinato.

--Perchè?

--Non mi obbligate a dirlo.

--Ditelo.

--È la casa dove avete amato _un altro_.

--Che ve ne importa, se non mi amate più?--ella disse, levando le

spalle, amaramente.

--Ah io soffro sempre, Clara, anche non amando!

--Quante volte, lo ripetete, che non amate, Giovanni! è troppo--e il

suo tono fu così lamentoso che egli s'intenerì.

--Verrò.... forse.... una sera....

Ella sorrise, nel fondo dell'anima.

III.

Tre volte Giovanni Serra mancò alla sua promessa. Le diceva: verrò

domani sera, alle nove. Clara lo aspettava in preda a una emozione

nervosa, a cui la sua fantasia dava un carattere passionale. Ella dal

pomeriggio dava ordine che nessun altro venisse introdotto e ripeteva

le sue raccomandazioni, alla cameriera, con insistenza: quando l'ora

si appressava, per frenare la sua torbida impazienza, ella si metteva

a riordinare delle carte, prendeva un libro, forzandosi a intendere

ciò che leggeva. Giovanni non veniva. Le fresche rose che ella aveva

messe nei vaselli nitidi, rientrando a casa, parea che declinassero e

languissero, quasi per morte; il fuoco si covriva di cenere, nel

caminetto; ed ella, discesa dalle esaltazioni sentimentali, cadeva in

uno snervamento profondo. Alla fine di queste serate d'inutile attesa,

la parte più sincera di lei pensava che era meglio, lasciar finire,

senza finirla, questa singolare avventura, che le cose morte non si

vivificano e che anche per lei, Clara, così innamorata dell'amore, era

troppo tardi per tentare un ultimo fatto del cuore. Ma l'istinto della

vanità muliebre, mediocre istinto, ma che non isbaglia mai, tanto è

finemente esercitato, le diceva che quegli appuntamenti mancati erano

tante vittorie negative, è vero, ma vittorie, sul cuore di Giovanni:

che chi non va, ha paura di andare; e chi ha paura di andare, ha

sempre il cuore debole e facile a essere trascinato, in un impeto

dell'altrui energia. Così, ella, nelle immense prostrazioni di una

vivacissima speranza delusa, trovava novelle forze per ritentare

l'anima di Giovanni. Egli balbettava, inventava delle scuse magre, per

colorire la sua assenza: ma ella lo vedeva molto confuso. Dietro il

pretesto di un impegno dimenticato, di un ostacolo improvviso, il

freddo istinto della vanità intravedeva il combattimento del cuore di

Giovanni; ed ella se ne compiaceva, dimenticando il suo nobile

divisamento di amare Giovanni, senza domandargli il ricambio. Alla

terza sera, ella lo aspettò dietro i cristalli del balcone; più

nervosa, più triste, più esaltata che mai, ella finì per aprire il

balcone, malgrado il freddo della serata. Ebbene, all'ora indicata,

ella lo vide giungere frettolosamente, a capo basso, fermarsi due

minuti sotto il portone, ed uscire di nuovo, lentamente

allontanandosi. Non aveva avuto la forza di salire. Era un gran freddo

nell'aria, quella sera: ma ella rientrò con le guancie brucianti. E

l'indomani non gli fece nessun rimprovero. Sentiva che Giovanni aveva

subìto una tortura segreta.

Egli venne, al quarto appuntamento, quando ella non lo aspettava più,

alle dieci e mezzo, invece che alle nove. Il suo orecchio fine udì il

suono timido e debole del campanello, udì la voce bassa con cui egli

domandava di lei, in anticamera, e il passo cheto con cui egli si

avanzava, a traverso l'appartamento. Clara soffocava per il battito

del suo cuore: e l'accoglienza che gli voleva fare, disinvolta e

serena, come a un amico che venisse sempre, e le parole che gli voleva

dire, tutto sparve, ed egli la trovò in mezzo alla stanza,

aspettandolo con troppo palese ansietà e porgendogli una mano glaciale

e tremante. Sedettero ambedue non accanto, ma dirimpetto: taciturni,

imbarazzati. Clara non osava aprir bocca; intendeva che la sua voce

l'avrebbe tradita. Egli guardava, come trasognato, i galloni rossi e

azzurri che adornavano il vestito di lana bianca di Clara.

--Mi volevate:--eccomi--egli disse, con un sospiro, chinando gli

occhi.

--Grazie--mormorò ella, semplicemente.

--Chiederete voi che io faccia qualche altro sacrifizio, al vostro

fascino?

--Tanto vi è costato, questo?--Clara interrogò, ansiosamente,

piegandosi verso lui.

Egli si arretrò, quasi temendo la vicinanza di quel volto. Disse:

--Mi è costato moltissimo.

--Ma perchè?--e aveva un tono così ingenuo, chiedendo ciò, ella!

--Proprio, non lo capite?

--No.

--Questa casa mi è odiosa.

E un riflesso di tetraggine gli si diffuse sul volto. Clara si guardò

intorno.

--Non capisco--disse.--Siamo soli....

--Siamo soli?

--Dubitate di ciò?--ed ebbe, sulle belle labbra un riso forzato.

--Io credo che vi sia possibile fare tutto--egli soggiunse,

guardandola con quel misterioso terrore, come quando gli parea veder

sorgere un mostro nella donna.

--Tutto, che?

--Non mi domandate troppe cose, Clara: io sono molto turbato. Parlate

voi, piuttosto.

--Sì--ella annuì, cercando di vincere, prima di tutto, sè stessa.--Lo

vedete, siamo soli. Nessuno può venire e nessuno ha diritto di

entrare. Qui vi è la vostra amica, che vi aspetta da tanto tempo, che

è così felice di passare un'ora, con voi, in una stanza chiusa....

Le Amanti · 第 5 / 15 段