egli aveva adorato la gaiezza, lo colpirono. Anna si avanzava, tutta
contenta, attraverso la gente che discorreva un po' qua, un po' là, ma
riunita secondo le simpatie o gli interessi.
--Ebbene, sono rifioriti i ricordi?--chiese, mostrando i suoi bei
denti bianchi di donna grassottella, elegante, fredda e felice.
--Rifioriti, certo--disse, levandosi, Clara.
--Viole mammole? Rose bianche?
--Crisantemi, crisantemi, Anna!--e sulla tetra parola fece una gran
risata, si licenziò con un sorriso da Serra, con una stretta di mano
da Anna, attraversò il salone, salutando ancora qualcuno ed escì.
Donna Clara Lieti, sotto l'atrio del gran portone magnatizio, in
piazza Santi Apostoli, sentì un gran freddo. Erano gli ultimi di
febbraio: ma sovra, nel salone, il caminetto era acceso, tanta gente
vi si agitava, sotto le lampade coperte dai larghi paralumi rosei. Giù
la via era fredda, nella prima ora della sera: nè via Santi Apostoli è
molto frequentata. Ella affrettò il passo, chiudendosi meglio nella
sua giacchetta di lontra, abbassando la faccia sotto la veletta,
stringendo le mani nel manicotto. Tutto quello che era accaduto,
sopra, da Anna, le appariva molto confusamente in questo primo momento
di solitudine; ma a traverso il tumulto delle sue sensazioni, ella
sentiva, nitidamente, tutta l'amarezza di una delusione. Come, perchè?
Avrebbe forse preferito che Giovanni Serra le avesse parlato del
passato, scherzando, come qualunque altro uomo avrebbe fatto,
violando, nella realtà del presente e dell'oblio, tutta la
sentimentalità di un grande e violento amore? No, lo scherzo l'avrebbe
offesa intimamente, dandole una delusione. Avrebbe ella preferito che
Giovanni Serra, l'uomo che ella avea ragione di stimare come il più
leale che avesse incontrato mai, fingesse, innanzi a lei, un rimpianto
che non sentiva? No, ella avrebbe inteso l'ipocrisia e ne sarebbe
stata tristemente delusa. Avrebbe ella preferito che egli le facesse
una scena violenta, come nei tempi in cui ella infliggeva a un amore
giovane, onesto e ingenuo le torture di una glaciale civetteria e le
perfidie di una fantasia muliebre mobilissima? Chi sa! Ella non sapeva
bene che cosa avrebbe preferito, in quell'incontro con l'antica sua
vittima, se l'oblìo assoluto, o la menzogna gentile, o il rinfocolarsi
della passione: ma quello che era accaduto, non le piaceva. Era
scontenta e triste. Sentiva di aver fatto troppi passi sovra un
terreno infido, su cui aveva vacillato varie volte: e si pentiva della
via intrapresa, così, obbedendo a non so quale segreto impulso del
cuore. E dire che da tanto tempo, nel mistero della sua anima, ella si
preparava a un incontro con Giovanni Serra; dire che aveva tanto
desiderato, mitemente desiderato questo incontro e pensato con umiltà,
con tenerezza, tutte le cose umili e tenere che gli avrebbe dette;
dire che ella aveva tanto creduto all'effetto della bontà e della
dolcezza, sovra un cuore che ella aveva abbeverato di fiele!
L'incontro vi era stato, ma stupidamente combinato, senza poesia; ella
aveva detto le cose umili e le cose tenere, ma le aveva dette male ed
egli non le aveva credute; era stata buona e dolce, e non aveva fatto
che tentarlo dolorosamente, rammentandogli i dolori passati. Ah come
era triste, e scontenta, e affaticata, e infinitamente delusa, di
tutto quello che era accaduto!
--Queste cose del passato, _forse_, bisogna lasciarle stare--pensò fra
sè, e un sospiro le uscì dal petto.
Per andare al Corso ella non aveva osato, a quell'ora, prendere la via
dell'Archetto che è deserta e male illuminata: così, aveva
attraversato tutta la via Santi Apostoli, sul marciapiede, uscendo a
piazza Venezia. Pensò se non fosse meglio, per rientrare in casa sua,
in via Babuino, prendere una carrozza. Ma la folla, di quell'ora, al
Corso, la rincorò: la sua vivace immaginazione ricevette una
impressione, immediata, di distrazione.
--Non ci pensiamo--disse ancora fra sè, sentendo in fondo all'anima
una delusione infinita.
Così, camminò lungo le botteghe fulgidamente illuminate, guardando con
occhio distratto le vetrine. Quanto si pentiva di essere stata così
affettuosa e così dolce, con Giovanni Serra! No, non avrebbe mai
voluto apparirgli leggiera, frivola e schernitrice, come dieci anni
prima; ma avrebbe dovuto trattarlo con disinvoltura, ecco, come se
nulla fosse stato. Come un altro indifferente qualunque. Quasi quasi
aveva tentato di farsi fare una dichiarazione d'amore, da lui! Quasi
quasi gliene aveva fatta una, lei! E quello, intanto, glielo aveva
detto così chiaramente, che non l'amava più! E tutto lo scetticismo
naturale e giusto, che egli aveva alimentato nel cuore dieci anni, non
era sgorgato, quando quasi quasi ella gli aveva detto di amarlo! Ora,
nella via, Clara Lieti, soffriva atrocemente nell'orgoglio. Quasi
aveva chiesto e non aveva ottenuto: quasi si era abbandonata ed era
stata respinta. Un'ira si mescolava alla delusione; ella camminava più
presto, internamente esaltata dalla ferita che aveva scoperto alla sua
superbia. Poi, camminando, ad un tratto, l'ira cadde:
--Bene mi sta--pensò.--Raccolgo quel che ho seminato. Giovanni ha
ragione.
Un uomo la raggiunse: erano in piazza San Marcello.
--Signora, buonasera....--e si cavò il cappello, mettendosele accanto.
Era Giovanni Serra. Un po' pallido, niente altro.
--Buonasera--ella rispose, con voce stanca.--Siete venuto via?
--Sì: avrei voluto scendere con voi di là.... ma siete fuggita,
così.... e poi, si poteva notare....
--Oh, non importa!--diss'ella con un sorriso amaro.
--A me, importa.
La voce di Giovanni pareva meno breve, meno secca. Evitava di guardare
Clara.
--Posso accompagnarvi, un poco?--le chiese, frenando il tremore di
emozione che lo vinceva.
--Sì, sì, anche molto.
--Non seccherà nessuno?
--Chi, _nessuno_?
--Qualcuno che vi ami e che voi amiate.
--Io non amo nessuno e nessuno mi ama, Serra--ella rispose,
freddamente.
--Non è possibile, signora.
--Oh è possibilissimo, credetelo.
--Voi mi parete una donna degna dell'amore di tutto il mondo--e la
guardò con un impeto di ammirazione, in cui parve risorgesse l'uomo di
dieci anni prima.
--Siete stato sempre molto esagerato, per me, Serra--continuò ella a
dire, con un freddo e triste sorriso--e mi avete abituata male. Vi
assicuro che la gente fa di meno di amarmi, senza nessuno sforzo.
--Non vi conoscono--egli disse, a bassa voce.
--Anche chi mi conosce. Specialmente chi mi conosce.
--Siete in un periodo di pessimismo, signora.
--In verità, Serra, niuno pensa di me tutto il male che io ne penso. E
sì che tutti mi giudicano assai mediocremente.
--Non parlate così--egli mormorò.
--Voi stesso, Serra.
--Io ve ne domando perdono. Ero tanto turbato.... mi avete parlato in
un modo così strano....
--Già: è la mia nuova maniera, quella di esser buona--disse Clara, con
un sorrisetto amaro e gelido--ma mi riesce poco, come vedete.
--Fare il male, vi piaceva di più?--egli le chiese, chinandosi a
guardarla attentamente, come quando gli parea intravvedere la verità
di quell'anima femminile.
Ma ella schivò la confessione. Rispose, di scatto:
--Piaceva di più agli altri.
--La perfidia? A chi, dunque?
--A voi.
--A me?
--Proprio. Se io fossi stata una buona e affettuosa donnina e non una
civetta infernale, se fossi stata un'anima pia e tenera e non una
beffarda e arida creatura, mi avreste amata ben poco, credetemi--e le
lampeggiarono gli occhi, come in quei tempi in cui egli delirava per
quegli occhi.
--Se voi foste stata non buona, ma umana, semplicemente umana,
Clara--egli disse, a voce bassa--allora, voi non avreste disfatta la
mia vita.
--Veramente, disfatta? Mi sembra che stiate benissimo--e sogghignò.
--Io non mi lagno, signora--rispose Serra, semplicemente, ma senza
durezza--e non vi rimprovero.
Ella lo guardò, in silenzio. Veramente, in quel momento, mentre
attraversavano piazza Colonna tutta fulgida di lumi, Giovanni Serra le
parve invecchiato. Su quegli occhi azzurri che ogni tanto aveano
qualche cosa d'infantile, parea che veli e veli di lacrime fossero
passati, nell'ombra e nella solitudine, quando l'uomo può lasciar
erompere il suo dolore, oltre le dighe della fierezza. Su quelle
labbra si era posata una stanchezza che ella soltanto ora scorgeva, la
stanchezza di aver invano chiamato un nome, di aver invano invocato un
bacio, di aver invano singhiozzato, nelle ore solinghe dell'abbandono.
Per la prima volta, e con una intensità profonda, ella sentì che vi
hanno ferite che non si chiudono mai, e sentì che il tempo può portare
via una vita, ma non può portare via un dolore da un uomo vivente.
--Quanti anni avete, ora, Serra?
Ella lo chiedeva, così, vagamente, tristemente.
--Trentaquattro, signora.
--Un uomo è giovane, a questa età.
--Anche una donna--egli disse, cortesemente.
Clara ebbe un lieve moto della testa. E con una infinita tristezza,
soggiunse:
--Io non ne ho più trentaquattro, amico mio.
--No? Non eravamo coetanei?
--Eravamo? Non siamo più. Io ho centotrentaquattro anni, credo. È
incalcolabile quanto io sia vecchia, Serra.
E mentre ella si abbandonava a quest'asserzione, piena di un vero
dolore--ella soffriva moltissimo d'invecchiare--tendeva l'orecchio, a
raccogliere la contraddizione. Ma egli non contraddisse; disse, con un
ritorno di candore ammirativo:
--Per me, non sarete mai vecchia.
--Vecchissima, vecchissima!--insistette lei, a denti stretti.
--Non dite questo, non lo credete: io non lo credo.
--Io ho dei capelli bianchi, fra i neri.
--Ma non si vedono: io non li vedo.
--Perchè li nascondo o li mostro con disinvoltura. Se mi guardate
bene, di giorno, ho una quantità di piccole rughe, accanto agli occhi
e accanto alle labbra.
--Non si vedono; io non le vedo.
--Perchè rido sempre. Ma se sono triste, non so come, i miei capelli
bianchi appariscono subito e le mie rughe si vedono tutte, sottili,
che tagliano leggermente la pelle, visibilissime. Che orrore!
Aveva detto questo in fretta, eccitata, come una persona che si
confessa di un suo grave errore, piena di dolore, con una brutalità di
particolari, che le rendean fischiante, quasi flagellante la voce.
--Io vi vedrò sempre come vi ho amata, Clara--egli le rispose, con la
sua buona voce consolante.
--Ah io sono vecchia, Serra: nessuno mi ama più e nessuno mi amerà
più!--gemette ella, levando il manicotto, sino alla bocca, a soffocare
un singhiozzo.
Turbato sino al profondo del cuore, egli non trovò parole per
esprimere il suo pensiero. Forse non ne aveva neppure uno preciso, in
quell'agitazione di sentimenti. Delicatamente, con una tenerezza
paterna, egli le prese una mano guantata e la carezzò fra le sue:
--Poveretta, poveretta!
--Se sapeste, se sapeste!--ella balbettò, al massimo dell'emozione.
--So.... so qualche cosa....--e il calore della piccola mano che egli
sentiva, dall'apertura del guanto, aumentava immensamente la sua
confusione.
--Se potessi dirvi.... amico mio.... se potessi dirvi tutto--ed
affannava, come se i più terribili segreti la soffocassero.
--Tacete.... non dite niente--egli le susurrò, all'orecchio.
--Che bene mi farebbe il parlare, amico mio! ah io mi sento affogare.
Da anni e da giorni, io vorrei gridare, urlare, pur di gittar via la
mia pena.
E lo guardava con occhi così dolorosi e così interrogativi, così
invocanti un orecchio pietoso alle confidenze, che egli si arretrò.
Era pallidissimo: ma Clara, nell'egoismo della sua angoscia, non se ne
accorgeva.
--Non potrei ascoltarvi, Clara.
--E perchè, e perchè?
--Così: non potrei.
--Non mi siete amico, allora?
--Sì, vi sono amico--e parlava con un evidente sforzo.
--E non vorreste confortarmi?
--Vorrei, vi giuro che lo vorrei; ma così, non posso.
--Che crudele siete! Voi sapete che se io potessi dirvi la mia croce,
essa sarebbe meno schiacciante, meno pesante; voi sapete che se io
potessi piangere accanto a voi, a lungo, a lungo, piangere
immensamente, infinitamente, queste lacrime mi laverebbero da ogni
torbido proposito: e mi negate questo sollievo. Ah siete un crudele!
Non eravate, crudele!
Si erano fermati all'angolo di via Babuino, dopo aver attraversata
piazza di Spagna. Egli la guardava, immobile, con gli occhi pieni di
dubbio.
--Ma che donna siete voi, Clara, che non dovete intendermi nè prima,
nè poi? Io, vi debbo consolare, quando tutto il tempo della vostra
gioia è stato dato ad altri? Io? Chi sono io? Niente, nessuno Così
avete voluto che io fossi: niente e nessuno.
--Avete ragione--ella disse, domata a un tratto, caduta nella
rassegnazione e nell'umiltà.
--Non vi rammentate che vi ho adorata come uno schiavo e che avete
battuto sul mio cuore, come si batte sul dorso di uno schiavo? Non vi
rimprovero, non mi lamento: ma voi mi domandate anche della pietà, voi
che non ne avete avuta mai!
--Avete ragione--Clara ripetè, umilmente.
--Vi rammentate, Clara, che vi ho voluto bene così teneramente e che
non me ne avete voluto mai? Vi ricordate che avete lasciato che io vi
amassi, incoraggiandomi talvolta, talvolta avvilendomi, facendomi
passare dalla gioia alla disperazione, in un giorno, e non volendomi
bene mai, mai, nè prima, nè dopo, nè mai? È vero, o no?
--È vero, è vero--ella annuì, chinando il capo, fatta quasi più
piccola dall'annichilimento, in cui la gittavano il rimorso e il
rimpianto.
--Vi rammentate, Clara, che ne avete amato un altro, me presente, che
avete voluto che io lo sapessi, che me lo avete detto, ridendo?
--Sì, sì, è vero.
--E ora, Clara, ora che sono passati dieci anni, ora che voi avete
mutato il vostro cuore, come dite, ora voi siete come allora, voi
volete che io vi conforti, perchè un altro vi ha lasciata. Voi siete
crudele come in quel tempo, Clara: allora ridevate, adesso piangete,
ecco la differenza!
--Scusatemi--ella mormorò, nel colmo dall'avvilimento.
--Ma io sono un uomo, Clara, e se posso avere spezzato il mio cuore,
se posso aver vinto ogni desiderio e ogni speranza, sono sempre un
uomo, e voi non mi potete raccontare i dolori, che vi ha dato l'amore
di un altro!
--Perdonatemi!
E fece l'atto di volergli prendere la mano. Ma egli la ritrasse.
--Non mi avrete capito, mai, Clara. Morirò, ma non saprete nulla di
me--concluse egli, più freddamente, essendo giunto quasi a vincere la
sua emozione.
Così camminarono in silenzio verso la casa di Clara. Ella andava a
capo basso, sentendo di avere errato ancora, di avere inutilmente
violato la fierezza del proprio cuore, mostrandone il segreto dolore,
a un uomo che non poteva avere pietà di lei: sentendo di avere
nuovamente offeso quel cuore che era stato così intieramente suo e che
ora non aveva più forza pel desiderio, avendone solo per la dignità.
Più amaro crebbe in lei il rimpianto, comprendendo di essere passata
accanto all'amore, alla devozione, alla dedizione più completa, senza
accorgersene, abbandonando alla solitudine, all'angoscia questo cuore
inutilmente devoto e inutilmente affezionato. Era troppo tardi,
oramai, anche per far risorgere in questo cuore una mite affezione:
troppo tardi, per ridare a questo cuore la bella luce della fiducia.
Due volte, quasi fosse sola, ella fece un piccolo cenno definitivo,
con la mano aperta che pendeva lungo la gonna e le cui dita pareva
avessero lasciato andare un piccolo e prezioso tesoro. Camminavano
accanto: ma ella che non aveva mai capito chi egli fosse, intendeva
che le loro strade erano diverse. Quando furono innanzi al portone, si
fermarono. Egli aveva l'aspetto più stanco che mai; ma niuna durezza
vi fu nello sguardo con cui la fissò.
--Buonasera--ella disse, con un'intonazione monotona.
--Buonasera--egli rispose, cavando il cappello e facendole un grande
saluto.
Ma non si lasciarono subito. Parea che si dovessero dire qualche altra
cosa. Parea che ambedue sapessero di non doversi veder più e che una
qualche cosa, più intima, più misteriosa, si dovessero dire. Ella gli
stese la mano: egli la rattenne un poco fra le sue, ma senza
stringerla. Ambedue sedavano a stento il tumulto delle loro anime.
Poi, a un tratto, egli le domandò una cosa strana, impensata:
--Che fate ora, sopra?
--Io? Nulla.
--Qualcuno vi aspetterà?
--No. Nessuno.
Il tono era della più perfetta franchezza.
--E voi, che fate?--chiese ella con eguale incoscienza.
--Vado a casa.
--A casa! E che ci farete?
--Non so.
--Buona sera, Giovanni--ella mormorò, facendo per andarsene.
Ah, quale sussulto, lo scosse! Ella che aveva sempre trovato
antipatico, brutto, volgare il suo nome di battesimo, tanto che egli
aveva finito per odiarlo, ella lo pronunciava adesso, dopo dieci anni,
con tanta soavità! Egli s'inchinò e le baciò la mano, leggermente. Si
guardarono: ella volse le spalle; pian piano entrò nel portone,
cominciò a salire le scale. Non era forse incerto il passo della
donna, salendo per quelle scale, alla sua casa deserta? Il passo
dell'uomo era incerto, andando alla sua casa deserta.
II.
Ella lo ricercò, dopo soli tre giorni: ed egli che l'aveva fuggita per
quattro o cinque anni, da quando Clara, dopo un lungo viaggio, era
ritornata in patria, egli si lasciò ricercare e tenne l'invito.
Fatalmente, Clara era troppo sola e troppo libera, adesso. Gli aveva
scritto un biglietto fra il malinconico e scherzoso, per dirgli che la
sera istessa sarebbe andata al vecchio teatro Argentina, dove
cantavano una vecchia musica, l'_Armida_, di Glück. Ella vi arrivò
prima. Vi era un gran ballo, quella sera, all'Ambasciata
d'Inghilterra, e tutta la grande società romana era colà: l'Argentina
era quasi vuota, male illuminata, freddina: pochi amatori di musica
antica stavano nelle poltrone, immobili, a pregustare le melodie
incantatrici. Clara era vestita di nero: stava in un palco di terza
fila, di fianco, scelto apposta: una veletta nera le scendeva dal
cappellino molto semplice e molto carino. Così, sembrava più piccola e
più giovane. Serra tardò. Due o tre volte, ella pensò che non sarebbe
venuto e si pentì di avergli scritto. Aveva la più ferma volontà di
essere umile e schietta, ma il suo amor proprio dava dei sobbalzi
all'idea di un rifiuto sprezzante. Però, quando egli entrò, senza far
rumore, ella chiuse gli occhi, a nascondere la gioia del suo sguardo.
Ella si voltò, gli sorrise e gli stese la mano:
--_O ma belle ténébreuse_....--egli disse, con una certa disinvoltura.
Il tono disinvolto durò così, un pochino. Poi, a lui sfuggì una frase
pericolosa:
--Io non voleva venire....
--E perchè?
--Mah.... per paura.
--Paura di chi?
--Di voi.
--Di me? Paura?
--Me ne avete sempre fatta un poco, Clara.
--Io sono una povera scema--diss'ella, con la più perfetta umiltà--io
non faccio paura a nessuno.
Ed era umile e semplice, nello stesso tempo: e una gran bontà le si
leggeva negli occhi, nel sorriso, trapelava nella sua voce. Gli parve
piccolina, così giovane e sempre così cara! Pure, volle dire
quest'altra cosa lui:
--Credevo che non sareste venuta....
--Io? E perchè?
--Per farmi soffrire....
--Io vorrei che foste l'uomo più felice della terra, amico
mio--esclamò ella, con una sincera convinzione.
Giovanni ebbe un sorriso malinconico. Disse, di nuovo:
--Sì, sì, ho creduto che non sareste venuta....
--Come avete potuto credermi così cattiva?
--Il mio animo è così combattuto dai dubbi, Clara--e il volto gli si
turbò.
--No, no, non parliamo di ciò--ella replicò, subito,
interrompendolo.--Fa male ad ambedue.
--È vero--egli consentì. Un sospiro di sollievo gli uscì dalle labbra.
Ma il pessimo demonio che si annida nelle anime buone e le fa
tormentate e tormentatrici, gli fece soggiungere:
--Mancavate così spesso ai convegni, allora!
Ella guardò sul palcoscenico, un momento. Lo chiamò, poi:
--Giovanni?
--Che volete?
--Mi fate un piacere?
--Sì, subito.
--Vogliamo lasciare in pace il passato? Vogliamo non amareggiarci
qualche ora graziosa, che possiamo passare insieme? Vogliamo essere
anche per un mese, anche per una settimana, anche per una sera, due
cari amici che si ritrovano, che non ricordano più i torti comuni, i
torti di uno, è più giusto, e che si dànno, ingenuamente, alla
serenità e alla letizia di un colloquio senza ira e senza malintesi?
Vogliamo?
--Potremo noi far questo?--chiese Giovanni ansiosamente.
--Se voi lo volete, sì.
--Io lo voglio, Clara.
E quetamente, tirandosi un po' indietro, i due si posero a discorrere
sottovoce, guardandosi con dolcezza, l'uno prendendo la parola
dall'altro, senza mai alterarsi, senza mai alzare il tono della voce,
mentre la soave musica glückiana che culla l'incantesimo del cavalier
Rinaldo, pareva cullasse quel dialogo così mite e così dolce. In
verità, Clara fu perfetta, quella sera. Giustamente malinconica, ella
seppe a tempo sorridere, perchè il loro colloquio non cadesse nella
tetraggine, dove sarebbero risorti gli amarissimi ricordi del passato:
e tutta una dolcezza fioriva dalla sua malinconia e dal suo sorriso,
dalle sue parole come dal suo silenzio. Più, dal suo silenzio. Giacchè
ella lasciò molto che parlasse lui, con le manine inguantate di nero
congiunte sul suo ventaglietto a stelline d'argento, con il viso
intento dietro il sottil velo nero, con gli occhi placidi e dolci, con
la bocca tranquilla e dolce che approvava, con un gentil motto delle
labbra. Sovra tutto, ella non rise mai. Si rammentava che egli, dieci
anni prima, nei tempi dell'amore e del tormento, detestava quel suo
riso squillante e clamoroso che le scopriva tutti i denti bianchi, che
dava un non so che di feroce alle labbra rosee e che le riempiva gli
occhi di scintille. Lo aveva tante volte visto fremere e impallidire,
dieci anni prima, a quel mal riso beffardo e aveva sempre più riso,
per ucciderlo a forza di risate, come in una leggenda! Non rise mai,
quella sera, mentre Armida cantava le sue magiche canzoni, che davano
le visioni ineffabili al sonno di Rinaldo. Lo ascoltò, serena,
raccolta, con un'attenzione così dolce, che l'animo di Giovanni,
restato in grande trepidanza sino all'entrata in teatro, si venne
rassicurando, rianimando, rallegrando. Due o tre volte,
involontariamente, egli alluse al passato, giacchè troppo il suo amore
mancato aveva influito sulla sua esistenza, deviandola, torcendola ad
altri ideali dello spirito, più alti, più inaccessibili e più
tormentosi. Ma ella, dolcemente, non rispose alle allusioni che con un
cenno di umiltà, abbassando il capo: ed egli si riprese subito,
commosso da tanta dolcezza. Solo a vederla così, ascoltatrice intenta
e cheta, tutta data alle parole che, egli le diceva, coi begli occhi
limpidi nella loro nerezza, piccola, vestita di nero, senza gioielli,
senza nulla che sfolgorasse, senza nulla che stridesse, egli si sentì
invadere da una tale letizia dell'anima che giammai gli parve di
averne provata una simile. Ella fu, in questo, perfettissima: giacchè
lasciò svolgersi quell'alta consolazione spirituale, senza avere
l'aria di sospingerla, di provocarla, di goderne come di un trionfo: e
quando lo spettacolo finì, si levò in piedi, pian piano, prendendo il
suo mantello. Egli fu più lesto di lei: ed ella sentì che mentre
l'aiutava ad indossarlo, le sue mani tremavano. Allora, ella ebbe un
pensiero orgoglioso, muliebre. Pensò:
--Ora mi dà un bacio.
Egli s'indugiò a metterle questo mantello ed ella sentì il suo
respiro, sulla sua nuca: ma Giovanni non le dette il bacio. E come
Clara aveva nascosto la sua subitanea ambiziosa idea, così nascose la
sua pronta delusione. Nè fu una delusione fortissima. La dolcezza di
quella serata, aveva ingannato anche lei. Ella sapeva bene di fare uno
sforzo su sè stessa, per reprimere gli impeti del suo temperamento
bizzarro e per essere assolutamente dolce: ma sperava di poter
continuare così, sempre che lo volesse seriamente. E come lui credeva
di aver innanzi una creatura trasfigurata, che gli avrebbe dato le
fredde, tranquille e ultime tenerezze senz'amore, ma tenerezze sicure
di un'amicizia muliebre, così ella si lusingava di poter essere questa
amica gelida, affettuosa e quieta.