Ah, questa volta, questa volta, egli non ebbe il coraggio di negare:
disse di sì, semplicemente, senz'altro. Ed ella, allargando le
braccia, fece un atto di persona vinta, che lascia andare la sua vita
al vortice soverchiante.
Pure, nella serata, ubbidendo alla sua natura buona e generosa, ella
andò a lui, nella pace fredda del grande salone e lo pregò che le
perdonasse. Si umiliava, tutta confusa, sentendo sempre più grande
farsi la lontananza fra loro, cercando, con la bontà, con la pietà, di
riavvicinare le loro anime, nuovamente. E lo vide tremare, come essa
tremava, di dolore, di tenerezza, di compassione: egli le carezzò
lievemente i capelli, con quel moto affettuoso, famigliare,
aggiungendo qualche vaga parola di conforto: e l'uno voleva consolar
l'altro, a forza, come di una grande sventura ignota, di cui nessuno
dei due voleva pronunziare il nome. Nell'ombra del salone che solo la
vampa del caminetto spezzava, gittando spruzzi sanguigni di luce sul
vecchio tappeto veneziano, essi si tenevano per mano, frementi di
dolore, balbettando incerte parole di consolazione e sembravano,
insieme, in quell'ora bruna, in quella camera, la rovina di una grande
cosa, i superstiti di un naufragio dove tutto avessero perduto.
Nè il sole novello, nè le miti giornate di ottobre, nè gli sforzi dei
loro cuori coraggiosi e onesti, nè la paura della catastrofe che
vedevano avvicinarsi e pure volevano scongiurare, potevano ridonare a
Grazia e a Ferrante, ciò che era irreparabilmente fuggito. Ancora per
vari giorni Venezia che tanti amori e tanti amanti ha visti e dovrà
ancora vedere, per vari giorni la soave città languente di morte, vide
questi due amanti nelle sue _calli,_ nelle sue piazze, nelle sue
chiese, sempre insieme, tenendosi sempre per mano, come se volessero
comunicarsi un fluido che li legasse per sempre, come se volessero
vincere un potere ignoto che aspirasse al dissolvimento. Incapaci di
reggere alla solitudine della loro stanza segregata, della loro casa
così piena di tristezza, incapaci di prolungare un dialogo solitario
senza che li conducesse, istintivamente, inconscientemente, a una
fatale conclusione, essi cercavano di mettere il mondo esteriore fra
loro, desiderosi di quanto potesse distrarre i loro occhi e le loro
anime. Quella semplice e bonaria vita esterna veneziana, li seduceva,
non in sè, ma perchè li toglieva alla tetra domanda della loro
coscienza; le lunghe stazioni sotto le Procuratie, innanzi ai piccoli
tavolini del caffè Florian, dove si ripetono, meno ingenue e meno
piacevoli, le scene goldoniane; le lunghe stazioni, in piazza,
guardando il volo dei colombi che discendono a mangiare il miglio,
buttato dalle candide mani di una fanciulla inglese, ammalata di
nostalgia e di anemia; le lunghe stazioni nella basilica dove, sotto
le arcate che pare abbiano profondità infinite, i lumicini delle
lampade moresche brillano innanzi alle sacre immagini cristiane,
innanzi ai santi e alle sante dalla faccia nera e dal vestito di
argento; le lunghe stazioni sulla riva degli Schiavoni, nell'ora del
tramonto, in una luminosità così fine, così trasparente che nessun
paese possiede, che nessun poeta ha saputo descrivere e nessun pittore
dipingere; le lunghe passeggiate per le straduccie strette che
sembrano corridoi di una immensa casa, la compra di gingilli, di
ricordi nelle microscopiche botteghe di Merceria e di Frezzeria; le
lunghe contemplazioni artistiche nei musei e nelle gallerie, innanzi
ai capolavori umani e divini di Carpaccio e di Gian Bellino, del
grande Paolo e del superbo Tiziano. Qui erano più lunghe e intanto più
pericolose le loro dimore, poichè la sublime arte veneziana è così
fatta di amore supremo e di amore terreno, che è impossibile non amare
o non parlare di amore, per essa. Queste manifestazioni così potenti
della passione, mentre li attraevano, li lasciavano turbati sino agli
strati imi del cuore. Più di una notte, levandosi nella veglia
affannosa, uscendo dalla sua stanza nella bianca vestaglia come un
fantasma che non avrà mai requie, Grazia andava fino alla porta della
stanza di Ferrante e sentiva che anche lui vegliava, passeggiando,
fumando, schiudendo la sua finestra per guardare il negro Canal
Grande. Due volte sentì che egli scriveva, che scriveva tanto
concitatamente che la penna strideva sulla carta. E a chi scriveva?
Ella non osò mai chiamarlo, mai chiederglielo. Due volte Ferrante era
uscito, solo, forse per impostare queste sue lettere; mai era giunta
una lettera di risposta. L'angoscia che li ardeva, adesso, non era più
che dolorosa: era una vampa che li consumava in una lotta contro un
nemico sconosciuto che prendeva sempre più terreno, che ogni giorno
guadagnava una piccola o una grande battaglia; era una fiamma che li
devastava da cima a fondo, facendo il vuoto in essi, senza che le
lacrime alla tenerezza valessero a smorzarne l'incendio. Nè l'uno
diceva all'altro il segreto di queste veglie ardenti e desolate; ma
ognuno lo indovinava questo segreto, sul volto dell'altro, senza
parlare, anzi temendo di parlare. Ancora camminavano accanto, nella
vita, tenendosi per mano: ma a un motto, a un gesto, tremavano di
veder sparire l'amata figura daccanto. La solitudine, la solitudine a
cui nessun segreto resiste, la solitudine che risolve a rilento o
bruscamente tutti i grandi problemi morali dello spirito, era quella
che li sgomentava. Avevano deserta la casa, ora. Un giorno, sul finire
di ottobre, non sapendo dove portare il loro bizzarro tormento,
s'imbarcarono sul vaporetto che porta all'isola del Lido, un'isola
tutta verde, piena di piccole ville, che da una sponda dà sulla
laguna, sul mare immobile, dormiente, dall'altra sponda sullo
squillante, fragoroso, tempestoso Adriatico. È su quella sponda che si
erge il bello stabilimento di bagni marini, dove accorre tutta Venezia
e vengono italiani da tutte le parti, e anche stranieri, tanta è la
gaiezza estiva di quel ritrovo. Ma nulla è più stranamente malinconico
della città di svernatura al mese di agosto, e delle spiaggie di bagni
quando l'estate è fuggita via, da tempo. I viali dell'isola erano
deserti e il piccolo _tramvai_ andava e veniva, pian piano, vuoto,
tanto per fare le sue corse di quel giorno. Lo stabilimento aveva
tutte le porte dei suoi camerini aperte; alcune sbattevano contro le
pareti, per il vento forte del mare, le onde schiumavano rabbiose
contro i pali, frangendosi. Nel grande salone-terrazza, non un'anima;
solo il custode sonnecchiava nel suo casotto, malgrado il cattivo
tempo. Grazia e Ferrante andarono ad appoggiarsi alla ringhiera,
guardando quel grande mare burrascoso che li aspergeva di minute
stille gelide. A un tratto una voce amica li riscosse dalla triste
contemplazione: un altro solitario era, colà, un amico di entrambi, un
gentiluomo meridionale, cuore profondo sotto apparenze un po'
leggiere, un po' scettiche. Era il solo che aveva intravveduto la loro
passione: e trovandoli colà non mostrò nè meraviglia nè freddezza. Per
una stranezza Grazia e Ferrante oppressi dalla solitudine e dalle loro
segrete torture morali, per quanto prima avevano odiato ogni contatto
umano, per tanto in quel giorno furono contenti di trovare
quell'amico, quel terzo. E la conversazione, sui banchi umidi di
salsedine del vuoto stabilimento, fu insolitamente cordiale, come se
un misterioso vincolo legasse spiritualmente quelle tre persone. E
anche Giorgio, il gran signore ricercato dei balli e delle caccie,
lontano da Roma, in quel posto così deserto, in quella giornata di
temporale, pareva avesse dimenticato il suo leggiadro scetticismo,
pareva che una nota più sentimentale, più tenera, vibrasse nel suo
cuore e nella sua voce. Grazia che lo conosceva da anni glielo disse.
--È il contagio--disse Giorgio, con una velatura di sorriso.
--Della persona?--gli domandò Ferrante, serio serio.
--Anche. Ma è Venezia, sovra tutto. Io non posso ritornare in questo
paese, senza sentir rinascere in fondo al cuore tutte le onde
soffocate di tristezza.
--Anche voi?--mormorò Grazia, abbassando gli occhi.
--E perchè ci vieni?--chiese Ferrante.--Perchè scavare in sè questi
strati così amari? I saggi sanno dimenticare.
--Sei un saggio, tu?--gli chiese ironicamente Giorgio.
--No--fece l'altro, con un senso di umiltà nella voce.
--E io neanche. Ogni anno vengo qui per un pellegrinaggio
--Religioso?--chiese Grazia.
--.... pietoso--rispose Giorgio.--Quando la vita esteriore più mi ha
inaridito tutte le fonti del sentimento, quando più mi sento un freddo
egoista capace di sacrificare tutto al mio piacere, quando più mi
corrode la pazza vanità e la folle ambizione, allora io lascio Roma,
lascio Parigi, lascio Londra e vengo qui, solo, a guarirmi, a diventar
più umano, più buono. Voi ridete di me, forse?
--No, non rido--soggiunse Grazia, pensosa, guardando il mare coperto
di bianca spuma.
Ferrante taceva, pensando.
--Venezia mi contrista e mi guarisce--disse il bel gentiluomo, con la
contrizione di un penitente, passandosi la mano sulla fronte, a
scacciarne le ombre che la offuscavano.
Stettero in silenzio, tutti tre: ognuno era preso dal proprio pensiero
e il mare mugghiante accompagnava i voli di quelle fantasie. Fu
Ferrante che si risolse a rompere il silenzio per il primo, sospirando
chiedendo all'amico:
--Dicci questa istoria, Giorgio.
Giorgio guardò Grazia: e benchè ella non parlasse, lesse negli occhi
di lei una preghiera.
--Che vi può importare, una storia d'amore?--domandò Giorgio ad
ambedue, guardandoli.
Ma nuovamente vide in ambedue tanto ardente e doloroso desiderio di
sapere, di conoscere, di misurare, che intravvide financo, dietro il
desiderio, l'angoscia di ambedue. Intravvide, non si spiegò: intese
che come a lui era necessario, in quel momento, uno sfogo, ad essi era
necessario, in quello stesso momento, l'appagamento di quel tormentoso
desiderio.
--Sentite--disse.--Io ho conosciuta quella soave donna a Livorno,
quattro anni fa. Era una polacca; si chiamava Anna; aveva un marito
brutale, e che ne era molto, molto geloso. Ella era piccola, delicata,
con certi lunghi e folti capelli fulvi e una salute così delicata, che
il più piccolo soffio di vento la faceva tossire. Così leggiadra e
così debole, io l'ho amata più di tutte le donne opulente, trionfali,
maestose, l'ho amata più di qualunque donna abbia mai incontrata, più
di qualunque donna potrò mai incontrare sul mio cammino....
--Ella vi ha amato?--chiese ansiosamente donna Grazia.
--Sì--disse Giorgio con semplicità,--Era buona e pia; ma mi ha amato,
con tanto ingenuo trasporto, che io consumato alle esaltazioni della
passione, fui scosso per la prima volta. Era così geloso il marito,
che non le lasciava un'ora di libertà: qualche volta soltanto, quando
ella andava in chiesa, poichè ella era cattolica e lui ateo. Bene, la
cercai in chiesa: ella tremava, povera piccola, poichè diceva che
questo era un sacrilegio, un'offesa a Dio, il quale ci avrebbe puniti,
nell'amore nostro. Ma non poteva fuggirmi come io non potea
trattenermi dal seguirla dovunque, dovunque....
Ferrante e Grazia, ora si guardavano.
--Tanto che--soggiunse Giorgio, preso dall'amarezza eccitante della
sua narrazione--tanto che qualche cosa fu detta al marito; e da un
giorno all'altro egli decise di partire. Oh quella notte! Coi piedi
nudi nelle pianelle, ravvolta in uno scialle, tremando di freddo e di
paura, Anna ebbe il coraggio di lasciare la sua stanza, senza
svegliare suo marito e di venire da me, disperata, soffocando i
singhiozzi. Ogni minuto che passava, di quella notte, poteva metterci
in pericolo di morte, entrambi, eppure non sapevamo dividerci,
delirando di amore e di dolore. Quando dovette lasciarmi, ella
s'inginocchiò per terra e disse una breve preghiera, e sempre
inginocchiata, giurò sopra un piccolo crocifisso di argento che le
pendeva dal collo, che per il giorno venti di ottobre, alle dieci di
sera, ella si sarebbe trovata a Venezia, ad aspettarmi: e che solo la
morte avrebbe potuto impedirglielo....
--Venne?--domandò Grazia.
--Sì--riprese Giorgio--venne.--Aveva giurato. Io era da dieci giorni
all'albergo _Danieli_, nascosto, inquieto, folle talvolta di paura,
talvolta di speranza. Venne. Ma era morente, la piccola adorata; nè io
seppi mai come aveva potuto sfuggire alla sorveglianza del marito, e
quale lotta l'aveva ridotta in quello stato. Pure fingeva di star
bene, per amarmi, per amarmi assai, sempre meglio, sempre più, mentre
discendeva precipitosamente alla morte....
--Una breve stagione d'amore?--chiese Ferrante.
--Diciotto giorni.--Una sera che era andato fuori, costretto da un
dovere inrecusabile, trattenendomi due o tre ore, al ritorno, non la
ritrovai più. Era venuto il marito, improvvisamente, e l'aveva portata
via. Per due giorni girai Venezia come un pazzo, cercandola. Non
credevo a una immediata partenza. Poi mi misi disperatamente in via
per la Polonia....
--E la raggiungeste?--disse Grazia, quasi affannando.
--No--fece Giorgio--era morta per viaggio.
.............................................................
I tre amici, come si avanzava l'ora pomeridiana, uscirono dallo
stabilimento e si avviarono lentamente verso la spiaggia lagunare dove
ancorava il vaporetto che doveva ricondurli a Venezia.
--Voi avete dovuto molto soffrire di quella morte--osservò mestamente
Grazia che camminava fra i due uomini, rivolgendosi a Giorgio.
--Molto: ma per poco tempo. Sapete che il mondo dove viviamo e la vita
che facciamo, non ci permette di soffrire che intensamente.
--È vero--disse Ferrante.
--Però--soggiunse Giorgio--quella poveretta è stata per me la grande,
fuggente, sparente, idealità, buona e pura di cui tutti abbiamo
bisogno per vivere, sia essa una finzione o una realtà, una donna o
un'idea. Intendete ora perchè chiamo Venezia un pietoso
pellegrinaggio; perchè Venezia mi sembra la tomba dove è sepolta tutta
la poesia della mia vita; e perchè quando mi sento divenire perverso a
furia di frivolezze e di scetticismo, io vengo qui a ricordare la
dolce creatura vissuta e morta solo per l'amore.
S'imbarcavano, soli, sul vaporino; poichè niuno faceva più il tragitto
dal Lido a Venezia. Rosso, rotondo, come disco di rame arroventato, il
sole tramontava, basso sull'orizzonte. Erano seduti tutti tre sulla
terrazzina di prora e tacevano. A un tratto Grazia, scuotendosi,
disse:
--Povera donna! Avrebbe potuto vivere, amare, esser felice....
--Chissà!--disse profondamente Giorgio.--Se non fosse morta lei,
sarebbe morto l'amore.
--È vero---disse Ferrante.
--È vero--disse Grazia.
Nè più sino alla sera riparlarono di tal soggetto: tennero compagnia a
Giorgio fino a che egli ripartì, alle dieci e mezzo per Roma,
discorrendo quietamente e freddamente di arte, di poesia, di viaggi,
della società romana e napoletana, cui appartenevano. Invece di
prendere la gondola, per ritornare alla loro casa, in quell'avanzata
ora notturna, essi, per un tacito accordo, se ne andarono per le
strette vie, a piedi, ombre rasentanti le alte muraglie dei palazzi
patrizii, salienti e discendenti per i ponticelli, fermantisi ogni
tanto, per tacito accordo, a contemplare le nere acque dei canali. Non
si davano il braccio, non si tenevano per la mano, non si parlavano:
andavano col capo chino, senza neanche guardarsi, quasi l'uno non si
accorgesse più della compagnia dell'altro. La stazione era assai
lontana, dalla loro casa; il tragitto era lungo e camminando così vi
misero più di un'ora. Arrivati innanzi alla piccola porta di terra,
con una chiave Ferrante la schiuse. Ma non entrarono: si guardarono,
immobili, con una gelida occhiata.
--Addio, Ferrante--ella disse, glacialmente.
--Addio, amore--egli disse, glacialmente.
E si allontanò, nella notte. La porticina si richiuse subito. In
ambedue, la grande fiamma era spenta.
TRAMONTANDO IL SOLE.
_A Enrico Nencioni._
I.
--Chiarina, ti presento un amico, Giovanni Serra--disse la padrona di
casa, mentre Serra faceva un grande inchino.
--Oh Anna, ma io lo conosco!--esclamò Clara Lieti, vivacemente,
stendendogli la mano con un atto famigliare.
--Veramente? E come?--soggiunse Anna, con quel falso interesse
mondano, che copre di amabilità la perfetta indifferenza.
--Da vari anni.... da moltissimi anni.... da un numero infinito di
anni, lo conosco--e Clara finì con una risatina squillante.
--Non tanti, poi, signora Lieti--osservò Giovanni Serra, quasi facendo
una correzione di pura cortesia.
--Allora, tutto va bene, vi lascio insieme--concluse la gentile e
frettolosa padrona di casa, allontanandosi verso gli altri gruppi che
popolavano il suo salone.
Serra restò in piedi, presso la signora Lieti: e taceva. Malgrado la
luce bonaria dei suoi occhi azzurri, la sua fisonomia aveva qualche
cosa di austero, che contrastava con la mondanità dell'ambiente.
--Non sedete?--chiese Clara, reprimendo un breve moto d'impazienza.
Egli ebbe una fugace esitazione; poi, si sedette in una poltroncina,
accanto a lei. A poca distanza da loro, tre signorine chiacchieravano
e ridevano con due giovanotti.
--Perchè vi siete fatto presentare?--domandò Clara a Serra, rompendo
il silenzio, parlandogli con una intonazione più intima nella voce.
--Non sono stato io. Mi ha detto, la signora Anna: venite, vi presento
a una donna di spirito.
--Sono io, disgraziatamente....
--Come, disgraziatamente?
--Lo spirito è una gran disgrazia, per una donna--ella sentenziò, con
una di quelle tetraggini improvvise che le oscuravano la sorridente
faccia.
--Perchè, signora? E un dono affascinante, un dono conquistatore....
--Per conquistare che?
--I cuori degli uomini.
--Bella conquista!
--Non l'apprezzate più?
--No, Serra--ella disse, profondamente.
Egli la guardò, ma senza stupore. Si vedeva che non le credeva. Ella
abbassò le palpebre, per celare un lampo d'ira passeggiera nei suoi
dolci, ma anche fieri occhi castani.
--Mi duole, che vi abbiano presentato....--mormorò, poi, quasi
parlando a sè stessa.
--Lo ripeto, non è colpa mia.
--... come se foste un estraneo--ella soggiunse, vagamente--mentre io
ho pensato a voi.... spesso....
--Oh!--disse lui, con una incredulità modesta e cortese.
--... molto spesso--ella terminò, senz'aver l'aria di accorgersi della
sua negazione.
--E come mai?--domandò lui, con un po' d'ironia, niente altro.
--Così--disse Clara tristemente e brevemente.
Giovanni Serra abbassò gli occhi, quasi celando una domanda che si
potea forse leggere nel suo sguardo. Di lontano, mentre attraversava
il salone per pregare una signora di cantare, Anna mandò loro un
sorriso: li vedea discorrere, era contenta di aver bene collocati due
suoi ospiti.
--Voi non credete alle voci interne dello spirito?--ella gli chiese,
guardandolo fiso, con quei suoi occhi che il pensiero rendea più
oscuri.--Voi non avete inteso che io pensava a voi?
--No, signora.
--Non credete a queste voci, o non ne avete inteso?
--Io ci credo, come credo purtroppo, a tutte le cose sentimentali: ma
nulla mi ha detto nulla--e sorrise.
--Peccato! peccato!--ella soggiunse, a bassa voce.
Cantavano, adesso. Era una signora bionda e fine che, in giovinezza,
si destinava al teatro e che un felice matrimonio aveva tolta al
palcoscenico. Ma ella cantava dovunque, sempre, appena le domandavano
di cantare, posando il suo manicotto o il suo ombrellino, levando la
testolina dal colletto di pelliccia che ornava la sua mantellina, come
un uccelletto canoro che vive del suo canto e morrebbe, se non
cantasse. Tutti tacevano, nel salone: donna Clara Lieti ora guardava
la cantatrice, quasi non volendo perdere una espressione di quel
volto, sereno nella soddisfazione del canto. Poi, voltandosi verso
Serra, pianissimo, gli disse, con un sorrisetto malizioso, tutta
mutata nel viso:
--Non vi siete ammogliato, poi?
--Io? E perchè avrei dovuto ammogliarmi?
--Dicevano....
--Voi ci avete creduto?--egli le chiese, mostrando per la prima volta
una ansietà nel viso.
--No, mai.
--Volevo dire--replicò lui, tranquillizzato.
--Mai creduto, mai--riprese Clara, sorridendo.--Poteano passar gli
anni, potevate viaggiare, cambiar paese, cambiar viso, dimenticare la
patria, ma ammogliarvi, no!
E le balenò il trionfo, nel viso. Egli si ritrasse: una espressione di
austerità, di nuovo, gli chiuse il volto.
--Siete fedele, voi--esclamò lei, ridendo.
--Io, sì--replicò, a occhi bassi, duramente.
--Fedele, _quand même_--e rideva sempre più.
--_Quand même_, no, signora Lieti.
--Vale a dire?
--Vale a dire che il fedele _quand même_, è l'uomo che seguita ad
amare, anche se è schernito, o vilipeso, o abbandonato. A me non è
accaduto nulla di questo.
--Come?--diss'ella, diventata grave.
--Io non ho amato nessuna donna frivola o perfida....
--Oh sì, Serra, voi avete amata la più frivola e la più perfida fra le
donne!--ella esclamò, pianissimo, con un velo di lacrime negli occhi.
--Che importa _quella_? Io ne ho amata _un'altra_--egli dichiarò
pianissimo, guardando innanzi a sè, come se vedesse la visione di una
creatura incorporea.
--Ahimè, sono la medesima persona--Clara disse, pianissimo, con una
mortale tristezza.
--Per me, no.
--È una illusione, Serra. Ella era cattiva, e voi avete gittato il
vostro cuore.
--Il mio cuore serba un divino ricordo, un ricordo ideale a cui resta
fedele: e giacchè tutto si riassume e si risolve in illusione,
signora, io preferisco la mia.
--E la donna umana, la donna terrena, quella fatta di ossa, di carne e
di nervi, quella che vi ha fatto soffrire e vi ha fatto piangere,
l'avete dimenticata, Serra?
A questa domanda così diretta, così limpida, che Clara gli faceva, con
voce pianissima, ma tremante, egli rispose subito, pianissimo, ma
senza tremare:
--No, per molto tempo.
--Per quanto tempo?
--Per cinque o sei anni, credo, portai questo tormento. Dopo, ebbi una
grave malattia. Quando guarii, ero guarito anche del mio segreto
tormento.
--Guarito? Completamente?
--Sì, signora, completamente.
--Felice? Felice?
--Sono come un uomo liberato da una grave e crudele croce. Quando la
depone, egli si sente mortalmente stanco: e, forse, si domanda, se
quella croce non era la sua vita.
--Non so che farei, per vedervi felice, Serra--essa gli mormorò,
pianissimo, con tenerezza.
--Quando volete, sapete anche esser buona.
--Non siate così amaro. È da un'ora, che vi parlo con la più grande
dolcezza.
--È così strana, per me, la cosa, che non la capisco.
--Perchè siete così ironico? Non sentite che vi parlo a cuore aperto?
--Quale cuore, donna Clara?
--Il mio cuore.
--Quello di dieci anni fa?
--Quello di oggi, Serra.
--Io non lo conosco, donna Clara.
--È un cuore pieno di umiltà e di tenerezza.
--E perchè?
--Così. Perchè la gente si stanca di essere cattiva, si disgusta della
propria perfidia, ha la nausea di sè stessa!
--Pare impossibile, donna Clara.
--Non mi chiamate così!
--Non è il vostro nome? Il vostro bel nome luminoso e glorioso?
--È il duro nome di altri tempi; chiamatemi: Chiarina.
--Vi chiamerò: signora.
--Non siate così duro, Serra, ve ne prego.
--Io non sono che rispettoso.
--Il vostro rispetto è freddezza, è sarcasmo. Sapete che odio questa
battaglia di freccie avvelenate.
--Signora Lieti, perdonatemi, se vi ho irritata.
--Non mi avete irritata, mi avete addolorata.
--E da quando in qua voi soffrite, signora?
--Ah il dolore è delle più trionfanti creature, sappiatelo!--ella
disse, battendo le palpebre per diradare le sue lacrime.
Giovanni Serra tacque.
--Scusatemi, se vi ho detto qualche parola pungente--egli riprese,
sottovoce.--Ma la vostra dolcezza, inaspettata, improvvisa, mi ha
sconvolto. Perdonatemi. Nessun cuore vi è più devoto del mio, signora.