--Tu pensi al tuo bambino?--gli disse, sottovoce, nella faccia.

Ah, questa volta, questa volta, egli non ebbe il coraggio di negare:

disse di sì, semplicemente, senz'altro. Ed ella, allargando le

braccia, fece un atto di persona vinta, che lascia andare la sua vita

al vortice soverchiante.

Pure, nella serata, ubbidendo alla sua natura buona e generosa, ella

andò a lui, nella pace fredda del grande salone e lo pregò che le

perdonasse. Si umiliava, tutta confusa, sentendo sempre più grande

farsi la lontananza fra loro, cercando, con la bontà, con la pietà, di

riavvicinare le loro anime, nuovamente. E lo vide tremare, come essa

tremava, di dolore, di tenerezza, di compassione: egli le carezzò

lievemente i capelli, con quel moto affettuoso, famigliare,

aggiungendo qualche vaga parola di conforto: e l'uno voleva consolar

l'altro, a forza, come di una grande sventura ignota, di cui nessuno

dei due voleva pronunziare il nome. Nell'ombra del salone che solo la

vampa del caminetto spezzava, gittando spruzzi sanguigni di luce sul

vecchio tappeto veneziano, essi si tenevano per mano, frementi di

dolore, balbettando incerte parole di consolazione e sembravano,

insieme, in quell'ora bruna, in quella camera, la rovina di una grande

cosa, i superstiti di un naufragio dove tutto avessero perduto.

Nè il sole novello, nè le miti giornate di ottobre, nè gli sforzi dei

loro cuori coraggiosi e onesti, nè la paura della catastrofe che

vedevano avvicinarsi e pure volevano scongiurare, potevano ridonare a

Grazia e a Ferrante, ciò che era irreparabilmente fuggito. Ancora per

vari giorni Venezia che tanti amori e tanti amanti ha visti e dovrà

ancora vedere, per vari giorni la soave città languente di morte, vide

questi due amanti nelle sue _calli,_ nelle sue piazze, nelle sue

chiese, sempre insieme, tenendosi sempre per mano, come se volessero

comunicarsi un fluido che li legasse per sempre, come se volessero

vincere un potere ignoto che aspirasse al dissolvimento. Incapaci di

reggere alla solitudine della loro stanza segregata, della loro casa

così piena di tristezza, incapaci di prolungare un dialogo solitario

senza che li conducesse, istintivamente, inconscientemente, a una

fatale conclusione, essi cercavano di mettere il mondo esteriore fra

loro, desiderosi di quanto potesse distrarre i loro occhi e le loro

anime. Quella semplice e bonaria vita esterna veneziana, li seduceva,

non in sè, ma perchè li toglieva alla tetra domanda della loro

coscienza; le lunghe stazioni sotto le Procuratie, innanzi ai piccoli

tavolini del caffè Florian, dove si ripetono, meno ingenue e meno

piacevoli, le scene goldoniane; le lunghe stazioni, in piazza,

guardando il volo dei colombi che discendono a mangiare il miglio,

buttato dalle candide mani di una fanciulla inglese, ammalata di

nostalgia e di anemia; le lunghe stazioni nella basilica dove, sotto

le arcate che pare abbiano profondità infinite, i lumicini delle

lampade moresche brillano innanzi alle sacre immagini cristiane,

innanzi ai santi e alle sante dalla faccia nera e dal vestito di

argento; le lunghe stazioni sulla riva degli Schiavoni, nell'ora del

tramonto, in una luminosità così fine, così trasparente che nessun

paese possiede, che nessun poeta ha saputo descrivere e nessun pittore

dipingere; le lunghe passeggiate per le straduccie strette che

sembrano corridoi di una immensa casa, la compra di gingilli, di

ricordi nelle microscopiche botteghe di Merceria e di Frezzeria; le

lunghe contemplazioni artistiche nei musei e nelle gallerie, innanzi

ai capolavori umani e divini di Carpaccio e di Gian Bellino, del

grande Paolo e del superbo Tiziano. Qui erano più lunghe e intanto più

pericolose le loro dimore, poichè la sublime arte veneziana è così

fatta di amore supremo e di amore terreno, che è impossibile non amare

o non parlare di amore, per essa. Queste manifestazioni così potenti

della passione, mentre li attraevano, li lasciavano turbati sino agli

strati imi del cuore. Più di una notte, levandosi nella veglia

affannosa, uscendo dalla sua stanza nella bianca vestaglia come un

fantasma che non avrà mai requie, Grazia andava fino alla porta della

stanza di Ferrante e sentiva che anche lui vegliava, passeggiando,

fumando, schiudendo la sua finestra per guardare il negro Canal

Grande. Due volte sentì che egli scriveva, che scriveva tanto

concitatamente che la penna strideva sulla carta. E a chi scriveva?

Ella non osò mai chiamarlo, mai chiederglielo. Due volte Ferrante era

uscito, solo, forse per impostare queste sue lettere; mai era giunta

una lettera di risposta. L'angoscia che li ardeva, adesso, non era più

che dolorosa: era una vampa che li consumava in una lotta contro un

nemico sconosciuto che prendeva sempre più terreno, che ogni giorno

guadagnava una piccola o una grande battaglia; era una fiamma che li

devastava da cima a fondo, facendo il vuoto in essi, senza che le

lacrime alla tenerezza valessero a smorzarne l'incendio. Nè l'uno

diceva all'altro il segreto di queste veglie ardenti e desolate; ma

ognuno lo indovinava questo segreto, sul volto dell'altro, senza

parlare, anzi temendo di parlare. Ancora camminavano accanto, nella

vita, tenendosi per mano: ma a un motto, a un gesto, tremavano di

veder sparire l'amata figura daccanto. La solitudine, la solitudine a

cui nessun segreto resiste, la solitudine che risolve a rilento o

bruscamente tutti i grandi problemi morali dello spirito, era quella

che li sgomentava. Avevano deserta la casa, ora. Un giorno, sul finire

di ottobre, non sapendo dove portare il loro bizzarro tormento,

s'imbarcarono sul vaporetto che porta all'isola del Lido, un'isola

tutta verde, piena di piccole ville, che da una sponda dà sulla

laguna, sul mare immobile, dormiente, dall'altra sponda sullo

squillante, fragoroso, tempestoso Adriatico. È su quella sponda che si

erge il bello stabilimento di bagni marini, dove accorre tutta Venezia

e vengono italiani da tutte le parti, e anche stranieri, tanta è la

gaiezza estiva di quel ritrovo. Ma nulla è più stranamente malinconico

della città di svernatura al mese di agosto, e delle spiaggie di bagni

quando l'estate è fuggita via, da tempo. I viali dell'isola erano

deserti e il piccolo _tramvai_ andava e veniva, pian piano, vuoto,

tanto per fare le sue corse di quel giorno. Lo stabilimento aveva

tutte le porte dei suoi camerini aperte; alcune sbattevano contro le

pareti, per il vento forte del mare, le onde schiumavano rabbiose

contro i pali, frangendosi. Nel grande salone-terrazza, non un'anima;

solo il custode sonnecchiava nel suo casotto, malgrado il cattivo

tempo. Grazia e Ferrante andarono ad appoggiarsi alla ringhiera,

guardando quel grande mare burrascoso che li aspergeva di minute

stille gelide. A un tratto una voce amica li riscosse dalla triste

contemplazione: un altro solitario era, colà, un amico di entrambi, un

gentiluomo meridionale, cuore profondo sotto apparenze un po'

leggiere, un po' scettiche. Era il solo che aveva intravveduto la loro

passione: e trovandoli colà non mostrò nè meraviglia nè freddezza. Per

una stranezza Grazia e Ferrante oppressi dalla solitudine e dalle loro

segrete torture morali, per quanto prima avevano odiato ogni contatto

umano, per tanto in quel giorno furono contenti di trovare

quell'amico, quel terzo. E la conversazione, sui banchi umidi di

salsedine del vuoto stabilimento, fu insolitamente cordiale, come se

un misterioso vincolo legasse spiritualmente quelle tre persone. E

anche Giorgio, il gran signore ricercato dei balli e delle caccie,

lontano da Roma, in quel posto così deserto, in quella giornata di

temporale, pareva avesse dimenticato il suo leggiadro scetticismo,

pareva che una nota più sentimentale, più tenera, vibrasse nel suo

cuore e nella sua voce. Grazia che lo conosceva da anni glielo disse.

--È il contagio--disse Giorgio, con una velatura di sorriso.

--Della persona?--gli domandò Ferrante, serio serio.

--Anche. Ma è Venezia, sovra tutto. Io non posso ritornare in questo

paese, senza sentir rinascere in fondo al cuore tutte le onde

soffocate di tristezza.

--Anche voi?--mormorò Grazia, abbassando gli occhi.

--E perchè ci vieni?--chiese Ferrante.--Perchè scavare in sè questi

strati così amari? I saggi sanno dimenticare.

--Sei un saggio, tu?--gli chiese ironicamente Giorgio.

--No--fece l'altro, con un senso di umiltà nella voce.

--E io neanche. Ogni anno vengo qui per un pellegrinaggio

--Religioso?--chiese Grazia.

--.... pietoso--rispose Giorgio.--Quando la vita esteriore più mi ha

inaridito tutte le fonti del sentimento, quando più mi sento un freddo

egoista capace di sacrificare tutto al mio piacere, quando più mi

corrode la pazza vanità e la folle ambizione, allora io lascio Roma,

lascio Parigi, lascio Londra e vengo qui, solo, a guarirmi, a diventar

più umano, più buono. Voi ridete di me, forse?

--No, non rido--soggiunse Grazia, pensosa, guardando il mare coperto

di bianca spuma.

Ferrante taceva, pensando.

--Venezia mi contrista e mi guarisce--disse il bel gentiluomo, con la

contrizione di un penitente, passandosi la mano sulla fronte, a

scacciarne le ombre che la offuscavano.

Stettero in silenzio, tutti tre: ognuno era preso dal proprio pensiero

e il mare mugghiante accompagnava i voli di quelle fantasie. Fu

Ferrante che si risolse a rompere il silenzio per il primo, sospirando

chiedendo all'amico:

--Dicci questa istoria, Giorgio.

Giorgio guardò Grazia: e benchè ella non parlasse, lesse negli occhi

di lei una preghiera.

--Che vi può importare, una storia d'amore?--domandò Giorgio ad

ambedue, guardandoli.

Ma nuovamente vide in ambedue tanto ardente e doloroso desiderio di

sapere, di conoscere, di misurare, che intravvide financo, dietro il

desiderio, l'angoscia di ambedue. Intravvide, non si spiegò: intese

che come a lui era necessario, in quel momento, uno sfogo, ad essi era

necessario, in quello stesso momento, l'appagamento di quel tormentoso

desiderio.

--Sentite--disse.--Io ho conosciuta quella soave donna a Livorno,

quattro anni fa. Era una polacca; si chiamava Anna; aveva un marito

brutale, e che ne era molto, molto geloso. Ella era piccola, delicata,

con certi lunghi e folti capelli fulvi e una salute così delicata, che

il più piccolo soffio di vento la faceva tossire. Così leggiadra e

così debole, io l'ho amata più di tutte le donne opulente, trionfali,

maestose, l'ho amata più di qualunque donna abbia mai incontrata, più

di qualunque donna potrò mai incontrare sul mio cammino....

--Ella vi ha amato?--chiese ansiosamente donna Grazia.

--Sì--disse Giorgio con semplicità,--Era buona e pia; ma mi ha amato,

con tanto ingenuo trasporto, che io consumato alle esaltazioni della

passione, fui scosso per la prima volta. Era così geloso il marito,

che non le lasciava un'ora di libertà: qualche volta soltanto, quando

ella andava in chiesa, poichè ella era cattolica e lui ateo. Bene, la

cercai in chiesa: ella tremava, povera piccola, poichè diceva che

questo era un sacrilegio, un'offesa a Dio, il quale ci avrebbe puniti,

nell'amore nostro. Ma non poteva fuggirmi come io non potea

trattenermi dal seguirla dovunque, dovunque....

Ferrante e Grazia, ora si guardavano.

--Tanto che--soggiunse Giorgio, preso dall'amarezza eccitante della

sua narrazione--tanto che qualche cosa fu detta al marito; e da un

giorno all'altro egli decise di partire. Oh quella notte! Coi piedi

nudi nelle pianelle, ravvolta in uno scialle, tremando di freddo e di

paura, Anna ebbe il coraggio di lasciare la sua stanza, senza

svegliare suo marito e di venire da me, disperata, soffocando i

singhiozzi. Ogni minuto che passava, di quella notte, poteva metterci

in pericolo di morte, entrambi, eppure non sapevamo dividerci,

delirando di amore e di dolore. Quando dovette lasciarmi, ella

s'inginocchiò per terra e disse una breve preghiera, e sempre

inginocchiata, giurò sopra un piccolo crocifisso di argento che le

pendeva dal collo, che per il giorno venti di ottobre, alle dieci di

sera, ella si sarebbe trovata a Venezia, ad aspettarmi: e che solo la

morte avrebbe potuto impedirglielo....

--Venne?--domandò Grazia.

--Sì--riprese Giorgio--venne.--Aveva giurato. Io era da dieci giorni

all'albergo _Danieli_, nascosto, inquieto, folle talvolta di paura,

talvolta di speranza. Venne. Ma era morente, la piccola adorata; nè io

seppi mai come aveva potuto sfuggire alla sorveglianza del marito, e

quale lotta l'aveva ridotta in quello stato. Pure fingeva di star

bene, per amarmi, per amarmi assai, sempre meglio, sempre più, mentre

discendeva precipitosamente alla morte....

--Una breve stagione d'amore?--chiese Ferrante.

--Diciotto giorni.--Una sera che era andato fuori, costretto da un

dovere inrecusabile, trattenendomi due o tre ore, al ritorno, non la

ritrovai più. Era venuto il marito, improvvisamente, e l'aveva portata

via. Per due giorni girai Venezia come un pazzo, cercandola. Non

credevo a una immediata partenza. Poi mi misi disperatamente in via

per la Polonia....

--E la raggiungeste?--disse Grazia, quasi affannando.

--No--fece Giorgio--era morta per viaggio.

.............................................................

I tre amici, come si avanzava l'ora pomeridiana, uscirono dallo

stabilimento e si avviarono lentamente verso la spiaggia lagunare dove

ancorava il vaporetto che doveva ricondurli a Venezia.

--Voi avete dovuto molto soffrire di quella morte--osservò mestamente

Grazia che camminava fra i due uomini, rivolgendosi a Giorgio.

--Molto: ma per poco tempo. Sapete che il mondo dove viviamo e la vita

che facciamo, non ci permette di soffrire che intensamente.

--È vero--disse Ferrante.

--Però--soggiunse Giorgio--quella poveretta è stata per me la grande,

fuggente, sparente, idealità, buona e pura di cui tutti abbiamo

bisogno per vivere, sia essa una finzione o una realtà, una donna o

un'idea. Intendete ora perchè chiamo Venezia un pietoso

pellegrinaggio; perchè Venezia mi sembra la tomba dove è sepolta tutta

la poesia della mia vita; e perchè quando mi sento divenire perverso a

furia di frivolezze e di scetticismo, io vengo qui a ricordare la

dolce creatura vissuta e morta solo per l'amore.

S'imbarcavano, soli, sul vaporino; poichè niuno faceva più il tragitto

dal Lido a Venezia. Rosso, rotondo, come disco di rame arroventato, il

sole tramontava, basso sull'orizzonte. Erano seduti tutti tre sulla

terrazzina di prora e tacevano. A un tratto Grazia, scuotendosi,

disse:

--Povera donna! Avrebbe potuto vivere, amare, esser felice....

--Chissà!--disse profondamente Giorgio.--Se non fosse morta lei,

sarebbe morto l'amore.

--È vero---disse Ferrante.

--È vero--disse Grazia.

Nè più sino alla sera riparlarono di tal soggetto: tennero compagnia a

Giorgio fino a che egli ripartì, alle dieci e mezzo per Roma,

discorrendo quietamente e freddamente di arte, di poesia, di viaggi,

della società romana e napoletana, cui appartenevano. Invece di

prendere la gondola, per ritornare alla loro casa, in quell'avanzata

ora notturna, essi, per un tacito accordo, se ne andarono per le

strette vie, a piedi, ombre rasentanti le alte muraglie dei palazzi

patrizii, salienti e discendenti per i ponticelli, fermantisi ogni

tanto, per tacito accordo, a contemplare le nere acque dei canali. Non

si davano il braccio, non si tenevano per la mano, non si parlavano:

andavano col capo chino, senza neanche guardarsi, quasi l'uno non si

accorgesse più della compagnia dell'altro. La stazione era assai

lontana, dalla loro casa; il tragitto era lungo e camminando così vi

misero più di un'ora. Arrivati innanzi alla piccola porta di terra,

con una chiave Ferrante la schiuse. Ma non entrarono: si guardarono,

immobili, con una gelida occhiata.

--Addio, Ferrante--ella disse, glacialmente.

--Addio, amore--egli disse, glacialmente.

E si allontanò, nella notte. La porticina si richiuse subito. In

ambedue, la grande fiamma era spenta.

TRAMONTANDO IL SOLE.

_A Enrico Nencioni._

I.

--Chiarina, ti presento un amico, Giovanni Serra--disse la padrona di

casa, mentre Serra faceva un grande inchino.

--Oh Anna, ma io lo conosco!--esclamò Clara Lieti, vivacemente,

stendendogli la mano con un atto famigliare.

--Veramente? E come?--soggiunse Anna, con quel falso interesse

mondano, che copre di amabilità la perfetta indifferenza.

--Da vari anni.... da moltissimi anni.... da un numero infinito di

anni, lo conosco--e Clara finì con una risatina squillante.

--Non tanti, poi, signora Lieti--osservò Giovanni Serra, quasi facendo

una correzione di pura cortesia.

--Allora, tutto va bene, vi lascio insieme--concluse la gentile e

frettolosa padrona di casa, allontanandosi verso gli altri gruppi che

popolavano il suo salone.

Serra restò in piedi, presso la signora Lieti: e taceva. Malgrado la

luce bonaria dei suoi occhi azzurri, la sua fisonomia aveva qualche

cosa di austero, che contrastava con la mondanità dell'ambiente.

--Non sedete?--chiese Clara, reprimendo un breve moto d'impazienza.

Egli ebbe una fugace esitazione; poi, si sedette in una poltroncina,

accanto a lei. A poca distanza da loro, tre signorine chiacchieravano

e ridevano con due giovanotti.

--Perchè vi siete fatto presentare?--domandò Clara a Serra, rompendo

il silenzio, parlandogli con una intonazione più intima nella voce.

--Non sono stato io. Mi ha detto, la signora Anna: venite, vi presento

a una donna di spirito.

--Sono io, disgraziatamente....

--Come, disgraziatamente?

--Lo spirito è una gran disgrazia, per una donna--ella sentenziò, con

una di quelle tetraggini improvvise che le oscuravano la sorridente

faccia.

--Perchè, signora? E un dono affascinante, un dono conquistatore....

--Per conquistare che?

--I cuori degli uomini.

--Bella conquista!

--Non l'apprezzate più?

--No, Serra--ella disse, profondamente.

Egli la guardò, ma senza stupore. Si vedeva che non le credeva. Ella

abbassò le palpebre, per celare un lampo d'ira passeggiera nei suoi

dolci, ma anche fieri occhi castani.

--Mi duole, che vi abbiano presentato....--mormorò, poi, quasi

parlando a sè stessa.

--Lo ripeto, non è colpa mia.

--... come se foste un estraneo--ella soggiunse, vagamente--mentre io

ho pensato a voi.... spesso....

--Oh!--disse lui, con una incredulità modesta e cortese.

--... molto spesso--ella terminò, senz'aver l'aria di accorgersi della

sua negazione.

--E come mai?--domandò lui, con un po' d'ironia, niente altro.

--Così--disse Clara tristemente e brevemente.

Giovanni Serra abbassò gli occhi, quasi celando una domanda che si

potea forse leggere nel suo sguardo. Di lontano, mentre attraversava

il salone per pregare una signora di cantare, Anna mandò loro un

sorriso: li vedea discorrere, era contenta di aver bene collocati due

suoi ospiti.

--Voi non credete alle voci interne dello spirito?--ella gli chiese,

guardandolo fiso, con quei suoi occhi che il pensiero rendea più

oscuri.--Voi non avete inteso che io pensava a voi?

--No, signora.

--Non credete a queste voci, o non ne avete inteso?

--Io ci credo, come credo purtroppo, a tutte le cose sentimentali: ma

nulla mi ha detto nulla--e sorrise.

--Peccato! peccato!--ella soggiunse, a bassa voce.

Cantavano, adesso. Era una signora bionda e fine che, in giovinezza,

si destinava al teatro e che un felice matrimonio aveva tolta al

palcoscenico. Ma ella cantava dovunque, sempre, appena le domandavano

di cantare, posando il suo manicotto o il suo ombrellino, levando la

testolina dal colletto di pelliccia che ornava la sua mantellina, come

un uccelletto canoro che vive del suo canto e morrebbe, se non

cantasse. Tutti tacevano, nel salone: donna Clara Lieti ora guardava

la cantatrice, quasi non volendo perdere una espressione di quel

volto, sereno nella soddisfazione del canto. Poi, voltandosi verso

Serra, pianissimo, gli disse, con un sorrisetto malizioso, tutta

mutata nel viso:

--Non vi siete ammogliato, poi?

--Io? E perchè avrei dovuto ammogliarmi?

--Dicevano....

--Voi ci avete creduto?--egli le chiese, mostrando per la prima volta

una ansietà nel viso.

--No, mai.

--Volevo dire--replicò lui, tranquillizzato.

--Mai creduto, mai--riprese Clara, sorridendo.--Poteano passar gli

anni, potevate viaggiare, cambiar paese, cambiar viso, dimenticare la

patria, ma ammogliarvi, no!

E le balenò il trionfo, nel viso. Egli si ritrasse: una espressione di

austerità, di nuovo, gli chiuse il volto.

--Siete fedele, voi--esclamò lei, ridendo.

--Io, sì--replicò, a occhi bassi, duramente.

--Fedele, _quand même_--e rideva sempre più.

--_Quand même_, no, signora Lieti.

--Vale a dire?

--Vale a dire che il fedele _quand même_, è l'uomo che seguita ad

amare, anche se è schernito, o vilipeso, o abbandonato. A me non è

accaduto nulla di questo.

--Come?--diss'ella, diventata grave.

--Io non ho amato nessuna donna frivola o perfida....

--Oh sì, Serra, voi avete amata la più frivola e la più perfida fra le

donne!--ella esclamò, pianissimo, con un velo di lacrime negli occhi.

--Che importa _quella_? Io ne ho amata _un'altra_--egli dichiarò

pianissimo, guardando innanzi a sè, come se vedesse la visione di una

creatura incorporea.

--Ahimè, sono la medesima persona--Clara disse, pianissimo, con una

mortale tristezza.

--Per me, no.

--È una illusione, Serra. Ella era cattiva, e voi avete gittato il

vostro cuore.

--Il mio cuore serba un divino ricordo, un ricordo ideale a cui resta

fedele: e giacchè tutto si riassume e si risolve in illusione,

signora, io preferisco la mia.

--E la donna umana, la donna terrena, quella fatta di ossa, di carne e

di nervi, quella che vi ha fatto soffrire e vi ha fatto piangere,

l'avete dimenticata, Serra?

A questa domanda così diretta, così limpida, che Clara gli faceva, con

voce pianissima, ma tremante, egli rispose subito, pianissimo, ma

senza tremare:

--No, per molto tempo.

--Per quanto tempo?

--Per cinque o sei anni, credo, portai questo tormento. Dopo, ebbi una

grave malattia. Quando guarii, ero guarito anche del mio segreto

tormento.

--Guarito? Completamente?

--Sì, signora, completamente.

--Felice? Felice?

--Sono come un uomo liberato da una grave e crudele croce. Quando la

depone, egli si sente mortalmente stanco: e, forse, si domanda, se

quella croce non era la sua vita.

--Non so che farei, per vedervi felice, Serra--essa gli mormorò,

pianissimo, con tenerezza.

--Quando volete, sapete anche esser buona.

--Non siate così amaro. È da un'ora, che vi parlo con la più grande

dolcezza.

--È così strana, per me, la cosa, che non la capisco.

--Perchè siete così ironico? Non sentite che vi parlo a cuore aperto?

--Quale cuore, donna Clara?

--Il mio cuore.

--Quello di dieci anni fa?

--Quello di oggi, Serra.

--Io non lo conosco, donna Clara.

--È un cuore pieno di umiltà e di tenerezza.

--E perchè?

--Così. Perchè la gente si stanca di essere cattiva, si disgusta della

propria perfidia, ha la nausea di sè stessa!

--Pare impossibile, donna Clara.

--Non mi chiamate così!

--Non è il vostro nome? Il vostro bel nome luminoso e glorioso?

--È il duro nome di altri tempi; chiamatemi: Chiarina.

--Vi chiamerò: signora.

--Non siate così duro, Serra, ve ne prego.

--Io non sono che rispettoso.

--Il vostro rispetto è freddezza, è sarcasmo. Sapete che odio questa

battaglia di freccie avvelenate.

--Signora Lieti, perdonatemi, se vi ho irritata.

--Non mi avete irritata, mi avete addolorata.

--E da quando in qua voi soffrite, signora?

--Ah il dolore è delle più trionfanti creature, sappiatelo!--ella

disse, battendo le palpebre per diradare le sue lacrime.

Giovanni Serra tacque.

--Scusatemi, se vi ho detto qualche parola pungente--egli riprese,

sottovoce.--Ma la vostra dolcezza, inaspettata, improvvisa, mi ha

sconvolto. Perdonatemi. Nessun cuore vi è più devoto del mio, signora.

Le Amanti · 第 3 / 15 段