Ora, per il livido chiarore del gaz, nella calda sala del Doney,

seduta di fronte a lui, togliendosi lentamente, con un moto

seducentissimo, i lunghi guanti neri, raddrizzando i numerosi anelli

delle sue mani gemmate, appoggiando le lunate spalle a un seggiolone e

distendendo i piedini sopra uno sgabello, ella era ridiventata la

bella, vivace signora dei convegni aristocratici, dei balli

inebbrianti, dei folleggianti _pique-niques_. Anzi, mentre i nervi le

si chetavano nel senso di riposo che dà una sala lucente, tiepida, con

qualche mazzo di fiori sparso qua e là, con una folla rumorosa che si

rallegra nell'apprestamento del cibo, a questa sua bella serenità si

mescolava la maliziosa soddisfazione della donna che gusta la libertà,

il piacere bizzarro e pericoloso della prima, audace avventura di

amore. Essere in compagnia di Ferrante che l'amava, che ella amava,

guardandosi negli occhi, sorridendosi, innanzi a molta gente e senza

punto curarsi della gente, pranzando insieme, come due sposi

innamorati, parlando pianissimamente, a fior di labbro, ciò costituiva

per lei una nuova, acre, vivida, soddisfazione umana, quasi, che ella

esercitasse una lungamente meditata vendetta, di tanti pranzi di

cerimonia, noiosi, banali, fra persone indifferenti e antipatiche. Una

novella impensata trasformazione si faceva in lei: ella si sentiva

fatta di umana argilla, si sentiva donna, si sentiva felice di quella

libertà conquistata a prezzo di tante lacrime, assaporava con lentezza

raffinata la sua parte di felicità terrena. Ferrante, con lo sguardo

profondo dell'amore, le leggeva nell'anima; uno strano sorriso di

conquista gli vagava sulle labbra; ed ella che vedeva questo sorriso

di conquista, non se ne offendeva, no, anzi ne pareva singolarmente

orgogliosa. Un senso segreto ma traboccante di sfida le saliva dal

cuore, ribellatosi al cervello: una sfida contro tutto quello che

aveva venerato, di cui aveva avuto, sino allora, rispetto e paura:

parevale sentire, in quell'ora, la inutilità dell'abnegazione, la

vacuità del sacrificio, la ingratitudine del mondo a qualunque

privazione morale fatta per esso. E come questi superbi e acri

pensieri le passavano nell'anima, corrodendone il buon metallo lucido

del carattere, Ferrante seguiva questo passaggio e nel suo orgoglio di

uomo si gloriava del cangiamento. Donna Grazia prese dei fiori, una

grossa manciata di fiori, dalla fioraia che glieli offriva non senza

timidezza: i morti fiori autunnali di cui ella adornò il suo grande

mantello bruno, fra occhiello e occhiello: e dopo aver aspirato

lungamente il fiore, quasi impercettibile profumo di una rosa thea, lo

offrì a Ferrante con un muto cenno, con uno sguardo pieno di amore,

sguardo così vibrante di elettricità che l'uomo impallidì. Adesso

passeggiavano su e giù, nella galleria di aspetto, coperta di

cristalli, e curiosamente donna Grazia si fermava a tutte le piccole

botteghe, dove si vendevano dei nonnulla, piccoli ricordi fiorentini,

chincaglieria povera di viaggiatori sentimentali ed economici. Essa

volle comprare le noci intagliate che raffigurano la cupola di Santa

Maria del Fiore, le scatolette di legno d'ulivo che vengono da Lucca e

portano sul coperchio le due rondinelle fuggenti, col motto francese;

_je reviendrai_, le scatole da guanti, di paglia, foderate di raso

azzurro o rosso. Pareva una bimba bizzarra e ingenua, al suo primo

viaggio; essa risalì nel vagone, ridendo, ridendo, buttando sui sedili

i fiori, gli oggettini, andando e venendo, con le guancie un po' calde

e le belle mani che sembravano farfalle gemmate, volitanti di qua e di

là. Siccome non si partiva ancora, Ferrante le chiese permesso di

passeggiare sul terrapieno, per fumare una sigaretta.

--Fuma pure--disse lei, crollando il capo, ridendo ancora sottovoce.

Egli accese la sigaretta e si appoggiò a uno dei pilastri della

tettoia, fumando silenziosamente, immobile, guardando il vagone,

fisamente, come se là fosse tutta la sua vita, come se gli fosse

impossibile di perderlo d'occhio. Improvvisamente ella si era fermata,

nel vano dello sportello aperto, appoggiando la testa allo stipite di

legno, e guardava Ferrante che fumava. Attorno a loro i viaggiatori si

arrabattavano per trovare i migliori posti, per la notte: qualcuno si

fermava innanzi al vagone, di cui donna Grazia sbarrava l'entrata, ma

si ritirava subito, tanto quell'alta e snella figura di donna pareva

lei posta a guardia della carrozza. Ferrante prese ancora un'altra

sigaretta bionda, l'accese, la fumò, imperturbabile fra il chiasso di

quella partenza per la linea Bologna-Venezia. Donna Grazia si era

seduta dietro lo sportello, ma teneva il busto un po' inclinato, per

guardare ancora il suo compagno di viaggio: quando gli vide gittare

metà della seconda sigaretta, spenta, mormorò sommessamente:

--Non vieni?

Egli dovette più che udire, intendere, tanto era fioca la voce

seduttrice: fu nel vagone in un attimo, tirandosi dietro lo sportello.

--Fuma anche qui: non mi fa male--disse lei, mettendosi di nuovo i

guanti, mollemente.

--No, no, tu devi dormire--rispose lui, con una tenerezza quasi

fraterna.

Ma fra le pelliccie, gli scialli, le coperte, al caldo, ella si

addormentò assai tardi. Teneva gli occhi chiusi, però, lasciandosi

prendere da tutta quella dolcezza dell'amore e delle cose; ogni tanto,

con un moto adorabile di stanchezza, li schiudeva e trovava gli occhi

di Ferrante fissi su lei, così teneri, così amorosi che la

magnetizzavano di nuovo, nella dolcezza.

--Non dormi?--chiedeva ella, vagamente, come se parlasse in sogno.

--Non ho sonno--diceva lui facendole cenno di chetarsi, sorridendo

tacitamente.

Solo nel mezzo della notte, ella trabalzò, scossa da un grande

fragore, vedendo una gran luce rossastra.

--Che è?--gridò, levandosi a metà.

--Niente, non aver paura: passiamo sul Po.

Sulle rive nere del fiume, nella notte, grandi cataste di legna secca

bruciavano: attorno ad esse i guardiani del fiume vegliavano e si

riscaldavano, temendo l'inondazione autunnale.

--Dormi, non aver paura--soggiunse lui, lasciando ricadere la tendina,

sedendosi accanto a lei, passandole lievemente la mano sui capelli,

per chetarla.

Quando ella si risvegliò di nuovo, all'alba, avevano già oltrepassato

Mestre, erano sulla stretta lingua di terra che attraversa la laguna.

E non si vedeva altro, da tutte le parti, che una grande estensione di

acqua immobile, senza che un solo soffio ne agitasse la tinta

argentina, opaca. Ogni tanto una pianta acquatica, senza fiori, senza

foglie, cioè un cespuglio di rami nudi e neri, irti come spini, usciva

dall'acqua: o un pilone nero, un po' inclinato, sorgeva dal fondo. Una

lieve nebbia argentina ma senza luccicori fluttuava sull'acqua, e

tutto l'orizzonte era della stessa tinta, senza che si potesse

distinguere dove l'acqua finisse, dove cominciasse il velo di nebbia.

Un vento umido e molle alitava. E il vagone parea molle di umidità,

tutto il treno pareva andasse sull'acqua dormiente, attraverso la

nebbia, fra il fiato umido e soffocante.

--Ecco Venezia--disse Ferrante, un po' ansioso, guardando più il viso

di Grazia che il paesaggio.

--Non vi è--diss'ella, vedendo solo la laguna e la nebbia, tremando un

po' nella voce, pallidissima.

Si risedette; due volte mise la testa fuori del cristallo, guardò

attorno, lungamente; si passò le dita sulla manica, come per sentire

se fosse molle di umidità. Alla fine, fra la laguna e la nebbia, sorse

qualche profilo bigio di una massa più oscura.

--Ecco Venezia--ella mormorò, quasi fra sè.--Pare una tomba.

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Come tutte le altre mattine, fosse avvolto nella bigiastra velatura il

Canal Grande e la chiesa della Salute, e lontano, laggiù, scomparisse

addirittura il canale della Zuecca; o la lenta pioggia di ottobre

piovesse solingamente su quell'acqua dormiente, su quella chiesa

dormiente, su quei palazzi dormienti; o il biondo sole illuminasse i

tenui azzurri del cielo e le sagome fini della chiesa e circondasse

l'isola di San Giorgio in un'aureola di luce; come in qualunque

mattinata, Ferrante entrando nel salotto pieno di fiori, trovò donna

Grazia seduta, nel vano dello stretto e lungo balcone a ogiva,

guardando vagamente il paesaggio. Ella portava sempre una delle sue

vestaglie di lana bianca, dalla forma di peplo, che odoravano di

violetta, poichè fra le arricciature di merletto del collo, fra le

morbide pieghe del petto, alla cintura, spuntavano dei freschi

mazzolini di violette. Ella guardava, con gli occhi fatti quasi più

grandi e un po' vitrei dalla lunga contemplazione.

--Che hai?--disse Ferrante, baciandole le mani.

--Nulla--fece lei, con un piccolo sorriso.

--Mi ami sempre?

--Sempre, sempre.

E un cenno largo, come ad accennare un fatto ineluttabile, accompagnò

la monotonia di quella voce dove pareva si fosse infranta ogni corda

di vivacità.

--Sei triste, mi pare--disse lui, chinandosi a guardarla meglio.

Ella sorrise ancora, senza rispondere, gli dette, con un atto gentile,

uno dei suoi mazzolini di violette; egli lo prese, l'odorò e poi lo

rigirò fra le dita, senza parlare.

--Anche tu sei triste?--chiese ella, levando su la testa, con un gesto

affettuoso.

--No, cara. Venivo a chiederti se volevi uscire.

--.... Sì--disse lei, dopo una pausa,--Dove andiamo?

--In giro--fece lui.--Dove tu vuoi.

Invece, la voce di lui era un po' stanca. Senza dire altro, ella si

levò e passò nella sua stanza a vestirsi. Occupavano un vasto

appartamento mobiliato, in uno dei magnifici palazzi del Canal Grande,

dirimpetto alla chiesa di San Giorgio: appartamento mobiliato con

qualche traccia del lusso antico, a cui si mescolava tutta la

confusione fra comoda ed elegante del lusso moderno. Ma le stanze

erano tanto grandi che parevano vuote, sempre; le finestre, i balconi

erano così piccoli che la luce vi entrava scarsamente, anche nelle più

limpide giornate; e malgrado i fiori di cui Grazia riempiva tutte le

stanze, tutti gli angoli, tutti i tavolini, i saloni non si

rianimavano, restavano freddi e muti come se fosse impossibile farvi

risuscitare anche una finzione di vita. Grazia e Ferrante stavano

sempre insieme; spesso, lui, per discrezione, si ritirava nella sua

camera, lasciava Grazia libera; ma dopo un poco, era preso da tale

insoffribile malinconia, che cercava di lei, e la trovava così

insoffribilmente malinconica, che si tendevano le mani, come se l'uno

dovesse salvare l'altro. Quando erano insieme, certo, di fronte a quel

paesaggio grandioso ma dormiente, in quell'ambiente di cose morte e di

cose moribonde, fra quei colori che erano stati vivaci ed erano

pallenti, fra quel silenzio grande di uomini e di fanciulli, certo,

non avevano la grande giocondità delle anime intensamente felici; ma

si teneano per mano, quieti, silenziosi, senza sussulti e senza

tristezza. Si ricercavano, dunque, ansiosamente, come se dovessero

sempre partire per un lungo viaggio, come se dovessero iniziarsi ad un

altissimo diletto spirituale, come se dovessero raccontarsi tutto un

romanzo misterioso, il romanzo del proprio cuore: ma, essendo insieme,

parean subito appagati, senza bisogno di dire nulla, anime che già

l'ambiente aveva impregnate di sè. Così quel giorno, come tutti i

giorni, solo dopo pochi minuti di assenza, donna Grazia ritornò per

uscire, vestita tutta di nero, come sempre, mentre in casa era sempre

vestita di bianco: sul nero vestito, qua e là, dai merletti, dalla

cintura, facevan capolino i freschi mazzolini di violette.

III.

Andarono, per i grandi saloni, per la scalea scuriccia: un servo aprì

loro il portone che dava, per tre scalini, sulla laguna. L'acqua

appena appena fiottava, contro il marmo corroso. Il barcaiuolo che

sedeva a prora della gondola, senza far nulla, aspettando, si levò

subito e domandò qualche cosa, nel suo dolce dialetto:

--Ha detto--spiegò Ferrante a Grazia, interrogandola--se deve togliere

il _felze_.

--Sì, sì--rispose ella subito--lo tolga pure; lì sotto si soffoca.

E aspettarono: il gondoliere, con un certo moto bizzarro, essendo

entrato nella negra cabina dagli ornamenti di ferro lucido, ne sollevò

con le spalle tutta la parte superiore, simigliante alla gobba nera di

un dromedario, al coverchio di una lunga bara di ebano dalle

intarsiature artistiche e dalle finestrine microscopiche: sempre

portandola sulle spalle, la depose innanzi al portone, raccomandando

al servo questo negro _felze_. La gondola ora aveva la sua aria di

barca da passeggiata, con l'elegante rostro lucido a prora, i due

posti di divano, a poppa, foderati di panno nero, adorni di cordoni e

di fiocchi di lana nera, sgabelli neri su cui appoggiare i piedi.

Grazia e Ferrante vi si sedettero, senza dire nulla: e il gondoliere

cominciò a remare verso il Rialto, senza aver loro chiesto nulla. Quel

giorno lo scirocco era più pesante del solito e dava pena al respiro.

Delle zàttere cariche di carbone andavano per il Canal Grande, con un

moto così lento che pareva quasi indistinto; l'uomo della zàttera

puntava sul fondo del canale con una lunga pertica e, facendo forza, e

camminando sulla zàttera in senso inverso della corrente, la faceva

avanzare. Era tutto bruno, arcuato, quasi piegato in due, e passando

vicino, Grazia udì uscirgli dal petto un gemito rauco e cadenzato,

quello che esce dal petto dello spaccalegna.

--Questo non canta certo le ottave di Torquato Tasso, come dicono i

poeti di Venezia--osservò Ferrante, nel cui cuore lo scetticismo

soverchiava ogni tanto il sentimento.

--Eppure questa laguna avrebbe dovuto esser fatta solo per l'amore e

per l'arte--mormorò ella, aspirando il profumo di un mazzolino di

violette--non per il duro lavoro e per la miseria.

--Gli uomini guastano tutto--osservò sentenziosamente Ferrante.

--Sì--approvò lei, chinando il capo.

La gondola andava lentamente, fra il gorgoglìo delle acque smosse; a

un certo punto, lasciando il Canal Grande, infilò un piccolo canale,

fra due alti palazzi grigio-verdastri. Così faceva sempre il

gondoliero che li conduceva in giro, senza chieder loro dove volessero

andare. Due o tre volte lo aveva chiesto: ma essi si erano guardati in

faccia, esitanti, non sapendolo. Ora, non domandava più. A ogni

voltata di piccolo canale gli usciva dal petto un grido gutturale di

avvertimento; a cui spesso rispondeva un altro grido, simile,

dall'altro gondoliere che gli veniva incontro, con la sua gondola.

--Perchè le gondole sono così nere, nere dappertutto, nel panno, nel

legno, nei cordoni, nei fiocchi?--domandò distrattamente donna Grazia.

--Portano il lutto della repubblica--rispose Ferrante, che aveva

accesa una sigaretta e fumava.

--Veramente?--fece ella, guardandolo.

--Veramente.

--È triste, è triste--susurrò lei, colpita.

Ma sbucavano in Cannaregio, il quartiere popolare, le cui case sono

piccole, le cui finestre sono adorne del bucato familiare, le cui

_fondamenta_ sono continuamente battute dai vivaci zoccoletti delle

donne: ed è un andirivieni, al sole, di bimbi biondi, di donnine dai

capelli neri e ricci, a ondate fulve, di uomini piccoli e tarchiati

dai mustacchi folti, ispidi e rossastri, mentre l'allegro e lezioso

dialetto forma un brusìo, dovunque. Anzi, dinnanzi a una casa, vi

erano certi suonatori di chitarra, seduti per terra, mentre una donna

in piedi, sotto l'arco del portone, cantava una bizzarra melopea,

gutturale, quasi orientale, chiamata la _strega_, che un coro di donne

e di bambini riprendeva, a ogni ritornello, con voce sorda e grave.

--Qui sono allegri, almeno--disse donna Grazia, un po' rinfrancata,

sollevandosi sui cuscini.--Restiamo qui, un poco.

Sotto l'arco di un ponticello, accanto al traghetto, la gondola si

fermò. I due amanti tacevano, mentre il gondoliere si riposava. La

canzone della _strega_ continuava, grave, come una canzone di

Costantinopoli o di Algeri: ma i suonatori e i cantanti sogguardavano

spesso i due signori della barca, intimiditi, mentre la musica, a poco

a poco andava diventando più debole, più bassa, come scoraggiata dalla

presenza di quegli estranei. Una ragazza snella, dallo sciallino di

lana rossa, che distendeva una fune da un anello ad un altro sulle

_fondamenta_, per mettervi ad asciugare delle matasse di seta tinta,

si fermò nel suo lavoro, facendo solecchio con la mano, per vedere se

quei signori se ne andavano.

--Andiamo via, non disturbiamo questa buona gente--disse Grazia.

--Sono poco abituati ai forestieri: il Cannaregio è un quartiere di

poveri, di operai--rispose Ferrante.

La barca si allontanò, mentre, alle spalle, ricominciava l'allegro

brusìo del dialetto, ricominciava il ticchettìo degli zoccoletti sulle

_fondamenta_ di pietra levigata, ricominciava la canzone

costantinopolitana della _Strega_. Andarono innanzi molto tempo,

incontrando pochissime gondole, trovandosi a un tratto in un largo

canale deserto: un canale così vasto, così torbido nelle sue acque

immobili, così malinconicamente intonato che donna Grazia, per

vincerne l'impressione, ne chiese il nome al gondoliere.

--È il Canale Orfano, eccellenza.

E la gran leggenda tragica, che era durata, sinistra e tetra, per

centinaia di anni, la leggenda di tutti quei condannati, innocenti o

rei, che dopo aver agonizzato per giorni e mesi nelle carceri

soffocanti della Repubblica, in una notte oscura, facevano l'ultimo

loro viaggio sotto il _felze_ opprimente della gondola, per essere

strangolati tacitamente e gittati nelle acque profonde del Canale

Orfano, si parò innanzi alla fantasia dei due amanti, con tutti i

fremiti di sgomento che tale visione truce può dare.

--Il fondo deve essere coperto di scheletri--disse donna Grazia,

guardando fissamente l'acqua.

--Torniamo indietro--soggiunse Ferrante con voce alterata.

Tornarono: e come il gondoliere affrettava il movimento dei suoi remi,

donna Grazia gli fece cenno, con la mano, di far piano: pareva che

temesse di disturbare quei morti. Ancora, silenziosi, vogarono per i

canali, muti, quasi stanchi, non guardandosi neppure. Il movimento

della gondola, a lungo, li gittava in un intorpidimento di tutti i

sensi; tanto che neppure l'ora fuggente aveva più valore per essi.

Canali seguivano canali: l'acqua era, dove verdastra, dove bigia, dove

semplicemente torbida, dove con un'opaca oscurità di carbone: palazzi

seguivano i palazzi, portoni pesanti chiusi come da secoli, gradini

corrosi dalla salsedine, alti pilastri piantati nelle acque per

legarvi le gondole e che s'inclinavano come se fossero presi da una

inguaribile debolezza, finestre senza cristalli, ma le cui imposte

verdi sembravano sbarrate per sempre. Ogni tanto un monastero, una

chiesa, una bottega d'infilatrice di perle; di nuovo portoni chiusi a

catenaccio e finestre serrate sino all'ultimo piano. La linea era

pura, bella, artistica: la poesia che traspirava da tutto l'ambiente

era grande, ma portava un profumo di fiori morti. E i due cadevano in

un languore di mestizia che ne domava ogni entusiasmo, che ne

annullava ogni impeto di vitalità.

--Qui, dicono fuggisse Bianca Cappello, per andarsene con l'amante a

Firenze--disse Ferrante indicando una finestra bassa di un grande

palazzo.

--Oh!...--fece Grazia, senza aggiungere altro.

E dopo un poco, sogguardando l'uomo che amava, facendo cadere le

parole, ad una ad una, gli chiese:

--Tu sei stato un'altra volta, a Venezia?

Egli intese la profondità della domanda e il pericolo della risposta:

una rapida emozione gli scompose il volto. Ma fu incapace di mentire.

--Sì: un'altra volta--rispose nettamente, buttando nel canale la

sigaretta spenta.

--.... Molto tempo fa?--aggiunse ella, con la freddezza e la tenacità

di un giudice che interroga.

--.... Non molto.

Ella tirava, macchinalmente, ad una ad una, le violette dal mazzolino

che teneva nelle mani e dopo averle fatte girare intorno al dito, le

buttava in acqua, seguendole un momento con l'occhio. Poche ne

rimanevano, smorte, quasi appassite nella larga foglia verde che le

accartocciava, penzolanti sugli stelucci.

--Eri solo?--finì d'interrogare lei, sempre tenendogli piantati gli

occhi sul volto.

Egli non rispose, nè prima, nè dopo, sentendo la crescente crudeltà di

quel dialogo. Non rispose e volse il capo altrove. Allora ella, con

l'aria di una persona perfettamente convinta, guardò un'altra volta le

sue ultime violette e con un atto risoluto, le buttò in laguna, tutte.

Ostinatamente, per nascondere il rivolgimento del suo spirito, egli

guardava dall'altra parte; e anch'essa si mise a fissare un punto

qualunque dell'orizzonte. Una brutta gondola passò: le finestrine del

_felze_, senza i soliti delicati ornamenti di ferro lucido, erano

chiuse coi lucchetti, come una cassa forte. E sulla porticina del

_felze_, a guardia, stavano seduti due carabinieri in tenuta di

viaggio e coi fucili fra le gambe, immobili, in quell'attitudine

seria, pensosa, che dà loro come una nova aureola di rispetto. Era la

gondola del carcere che avendo preso alla stazione i carcerati e i

carabinieri, li conduceva per la laguna, alla tetra dimora. Grazia

seguì con l'occhio il nero convoglio filante sulle acque; poi abbassò

il capo sul petto, reprimendo le ardenti lacrime che le salivano agli

occhi. Fu più innanzi, in un canale laterale che si lega al Canal

Grande nel sestiere di Dorsoduro, che incontrarono la più tetra barca

della laguna. Era tutta nera, come le altre, ma mancava di quella

grazia civettuola della gondola di passeggiata: non aveva, a prua, il

rostro lucido; era più larga, più piatta; si dondolava goffamente

sulle acque: e i due gondolieri, invece del solito gabbano fra

cittadino e marinaro, invece del solito berretto, portavano una

giacchetta nera e un cappello a cilindro, con una coccarda nera. Stava

ferma, la gondola, innanzi a un portoncino aperto; due o tre donne

erano sotto il portoncino.

--Che è quella gondola?--disse Grazia al gondoliere, scattando in

piedi.

--È la gondola dei morti, eccellenza: quelli sono i becchini.

--Andiamo via, andiamo via, Grazia--disse Ferrante rompendo il

silenzio, dolcemente, volendo infrangere il malo incantesimo di quella

giornata.

--No, no, voglio vedere--disse lei, duramente--gondoliere, fermati un

poco.

--È meglio andare, cara, è meglio--ribattè lui, umilmente, crollando

il capo.

Ma ella non gli dette retta. In piedi, appoggiata al divanetto di

destra, guardava nel portoncino nero, donde arrivava un confuso

mormorio.

--Voglio vedere questo morto--disse a sè stessa, senza distogliere gli

occhi dal portoncino.

E quasi la sua anima desiosa di dolore, avesse avuto una forza

magnetica, un tumulto si fece nell'ombra del portoncino, e fra un

piccolo gruppo di donne e di uomini, portata da due altri becchini,

comparve la bara; dietro le persiane di una finestra, al primo piano,

si udiva un singhiozzo disperato e si vedeva una mano convulsa che

tentava di aprirle, mentre qualcuno si opponeva, tenendole ferme.

Questi volevano vedere la bara, che veniva caricata nella gondola

funeraria: la piccola bara, la sottile bara, poichè era la bara di un

bambino, e lassù, era certamente la madre del bimbo che singhiozzava e

tentava disperatamente di aprire la finestra. A un tratto, con un moto

svelto di gente pratica, i becchini gondolieri ficcarono la piccola

bara sotto il _felze_ e ne richiusero con un colpo secco la porticina.

Il picciolo morto era solo, là sotto. Ai quattro lati del _felze_

furono sospese delle povere e pallide corone di sfatti crisantemi, che

una fanciulla piangente in silenzio aveva porto ai becchini.

--Andiamo via, presto, presto--disse nervosamente Grazia al

gondoliere, ricadendo a sedere sul divanetto.

A un tratto era stata presa dall'orribile paura di dover fare la

stessa via del morticino; e soggiungeva, mentre si allontanavano,

senza voltare il capo indietro, _presto_, _presto_. Alle spalle il

singhiozzo della persona che si disperava dietro la gelosia si era

fatto più forte, più alto: la barca funeraria si metteva in moto. Ma

era così lenta, che la gondola di Grazia e di Ferrante scomparve

subito. Quando ebbero camminato per un pezzo, allora soltanto ella si

voltò a guardare Ferrante, ma lo vide così travolto, così pallido, che

ne ebbe orrore e pietà. E dopo un minuto di intensa riflessione, ella

intuì, ella indovinò il pensiero di lui:

Le Amanti · 第 2 / 15 段