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MATILDE SERAO
LE AMANTI
LA GRANDE FIAMMA--TRAMONTANDO IL SOLE
L'AMANTE SCIOCCA
SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1894.
OPERE di MATILDE SERAO,
(_Edizioni Treves_).
_All'erta, Sentinella!_ racconti napoletani, 3.ª ed. L. 4--
_Il romanzo della fanciulla_, 4.ª edizione 2--
_Il paese di cuccagna_, romanzo, 2.ª edizione 5--
_Il ventre di Napoli_ (1885), 3.ª edizione 1--
_L'Italia a Bologna_. Con 15 incisioni 2--
GLI _Amanti_, pastelli, 2.ª edizione 4--
LE _Amanti_ 4--
MATILDE SERAO
LE AMANTI
LA GRANDE FIAMMA--TRAMONTANDO IL SOLE
L'AMANTE SCIOCCA
SOGNO DI UNA NOTTE D'ESTATE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1894.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_Riservati tutti i diritti._
Milano. Tip. Treves
LA GRANDE FIAMMA.
_A Rocco Pagliara._
I.
Nell'ora tarda della sera, partita l'ultima persona amica o
indifferente, per la quale essa provava l'orgogliosa e invincibile
necessità di mentire, chiuse tutte le porte ermeticamente, piombata la
casa nel profondo silenzio notturno, interrogate con lo sguardo
sospettoso fin le fantastiche penombre della sua stanza solitaria,
dove sola vivente era una pia lampada consumantesi innanzi a una sacra
immagine, prosciolto il suo spirito dall'obbligo della bugia e le sue
labbra dall'obbligo del sorriso, ella si lasciava abbruciare dalla
grande fiamma. Immobile, con le palpebre socchiuse e le mani
abbandonate lungo il corpo, ritta come un bianco fantasma nel mezzo
della sua stanza, sentiva un flusso di calore salire alle guancie
delicatamente brune e smorte, un flusso di calore vivificarle il
cervello, un'onda di lacrime calde pungerle i bellissimi grandi occhi
bruni. Scorrevano taciturnamente, senza singhiozzi, le lacrime calde
sulle guancie e le avvampanti guancie se le ribevevano: dal cuore e
dal cervello che ardevano, si diffondeva per tutta la persona
l'impetuoso torrente di quel calore ed ella sentiva tutte le sue
piccole vene palpitare nella fiamma che le dilatava. Lo scoppio della
passione lungamente represso, in quel generoso organismo, assumeva la
forma di febbre ad altissima temperatura: ed essa, vacillante, come se
avesse smarrito il senso di ogni altra cosa che la sua febbre non
fosse, si lasciava cadere sul letto, rigida, con la vestaglia bianca
che si stendeva come un sudario sul broccato scuro della coltre. Così,
sola, con gli occhi sbarrati ove si disseccavano le estreme lacrime,
guardando il soffitto pieno di ombre, col petto sollevato da affannosi
sospiri come i febbricitanti, ella abbruciava di passione per
l'assente, per il lontano: nè le sue labbra convulse osavano
pronunziarne il dolce nome, temendo che le fatali sillabe pronunziate
in quel silenzio, in quella solitudine, rivelassero a tutto il mondo
il suo segreto. Sopra un fondo di fiamma, nella sua fantasia che
vampeggiava, ella vedeva scritte le sillabe divoratrici di quel nome,
in lettere nere e vive, talvolta immobili, talvolta confondentisi in
una bizzarra danza; ma non osava pronunziare quelle sillabe
seduttrici; temeva di struggersi, dicendole; temeva di morire di
dolcezza, pronunziandole.
Quell'entrata così vibrante di febbre appassionata, nelle prime ore
della notte, si ripeteva due o tre volte; pareva che ella si assopisse
in un soave abbruciamento di sangue, in un seguirsi di fiammeggianti
visioni, dove talvolta, accanto al nome adorato, si veniva a delineare
vagamente un fiero profilo maschile, dove uno sguardo superbo e
amoroso lampeggiava; ed ella sentiva tutto il suo spirito carezzato,
cullato da questa visione; la veglia si tramutava in sopore febbrile e
in sogno. Ma, ogni tanto, la visione diventava così vera, così viva,
così fremente di amore che ella udiva, sì, udiva, una voce sommessa
pronunziare il suo nome: ella trabalzava, ripresa da un soffocante
impeto di passione, cercando con le mani, nell'oscurità, quelle calde
mani amate; soffocava, bruciava. Si levava come un'anima errante,
andava al balcone, sollevando la pesante tenda di broccato, schiudendo
le imposte di legno, appoggiando l'acceso volto sul gelido cristallo.
Era alta la notte; nella strada non passava alcuno; spesso, il freddo
vento notturno agitava le fioche luci dei lampioni, riempiendo la via
di bizzarre forme oscure; o qualche viandante in ritardo, ignoto, a
capo basso, passava senz'accorgersi di quel balcone quietamente,
mitemente, illuminato, dietro il quale stava un'ombra immobile;
qualche malinconica carrozza notturna, vuota, dal cocchiere
sonnacchioso, dal sonnacchioso cavallo, veniva lentamente dall'alta
ombra della via, si perdeva lentamente, lontana, nella bassa ombra
della via. Ella guardava questo spettacolo di oscurità e di pace, con
gli occhi intenti, sentendo il freddo esteriore penetrare dalla
fronte, dalle guancie, dalle labbra che quasi baciavano il cristallo:
la sua febbre si calmava; le vene battenti si chetavano; il petto,
oppresso, respirava più liberamente; macchinalmente ella si staccava
dai cristalli, richiudeva le imposte, lasciava ricadere le molli,
strascicanti tende di broccato, faceva un paio di giri nella sua
stanza, guardando talvolta nell'alta e stretta specchiera la sua
figura bianca e i suoi occhi che bruciavano sempre. Come tutti quelli
che soffrono d'insonnia, per una forte causa morbosa o per una forte
causa morale, ricoricandosi, ella sentiva come un grande refrigerio,
dolcissimamente parea che si dovesse addormentare nel ricordo, nella
speranza del suo amore. La passione consumatrice nell'ora che fuggiva,
si faceva tutta tenerezza letificante, diventava un fresco soffio che
le alitava sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra, sulle mani, come a
vincerne il bruciore, ed ella si assopiva, nuovamente, con le labbra
che si muovevano a una benedizione. Ma, ad un tratto, un incubo
mostruoso, senza nome, qualche cosa come un'orribile paura, la
scuoteva, la faceva balzare sul letto, come cercando soccorso, non
sapendo, non conoscendo, non pensando più nulla, vinta da uno spavento
folle. Era allora che, levatasi, nella penombra, in preda a un
delirante bisogno di soccorso, ella andava a buttarsi innanzi alla
sacra immagine, prostrandosi sul gradino dell'inginocchiatoio,
abbassando il capo sul duro legno di quercia, dicendo rapidamente le
preghiere, per non pensare, per non sentire, pregando, pregando,
pregando, con un fervore di anima disperata, restando lì, attaccata a
quel legno, come se fosse quello della sua salvazione. Ma sia che
l'alba la sorprendesse dietro i cristalli del suo balcone, o distesa
sul letto con gli occhi spalancati, o sonnecchiante malamente, o
immersa in preghiere con le labbra frementi sui grani di legno del suo
rosario, certo che, a quell'ora gelida, la sua febbre era domata, era
caduta: ella tremava di freddo, pallida, con le labbra violacee, con
la bocca amara, con le ossa rotte, quasi uscisse dal terribile
abbraccio della terzana; il viso le si era allungato e come
pietrificato in un'espressione di sofferenza; i capelli le ricadevano
sul collo, disciolti, prendendo certi profili tragici, che solo le
chiome delle donne appassionate hanno. Invano cercava di riscaldarsi,
buttando sul letto una pelliccia, facendo un gran fuoco nel caminetto,
accendendo tutti i lumi della sua stanza: fra quel grande calore
esteriore ella batteva i denti, si addormentava rabbrividendo,
rabbrividendo, livida, con la fiamma del caminetto che crepitava, con
le candele la cui fiammella strideva nel calore, col sole mattinale
che entrava, scintillando, fra i velluti, i broccati e le pelliccie,
non giungendo a riscaldare quel gelido corpo di donna dormiente, dalle
palpebre scure e fredde come il granito, dalle labbra assottigliate e
tremanti ancora di freddo. Come la mattinata scorreva, entrava la
cameriera, trovando le candele che si consumavano, le legna arse che
si coprivano di cenere, il sole che invadeva tutta la stanza
gaiamente, e quel cadavere dormiente, che riaprendo gli occhi,
rabbrividiva ancora, come se ritornasse dal gelo di un sepolcro. Ogni
mattina, sopra un piatto di argento, la cameriera porgeva una lettera.
Ma già la maschera umana aveva velato la sembianza della povera
febbricitante: ed ella stendeva la mano, con indifferenza, a prendere
quella lettera, aspettava che la cameriera avesse spento i lumi,
riacceso il caminetto, spalancato le imposte al sole, aspettava,
intorpidita e immobile.
--Si sente male?--diceva la cameriera, guardando il volto bruno e
smorto della sua padrona che ella amava.
--No: ho freddo--mormorava la padrona, stringendo la lettera d'amore
nella mano sottile e agghiacciata, senza neppure guardarne la busta,
come se fosse inutile aprirla.
La fanciulla devota le riassettava le molli coltri scomposte
dall'insonnia, le rialzava i cuscini disordinati su cui era
abbandonata la foltezza dei capelli neri, la interrogava con una umile
occhiata: ma vista la padrona tutta perduta in un pensiero, usciva
discretamente dalla stanza, chiudendone la porta, aspettando di esser
chiamata per ritornare. Allora soltanto, con un atto breve, quasi
convulso, la smorta signora faceva saltar via la busta lacerata e
leggeva la lettera tutta bruciante di passione che il suo amore le
scriveva.
Lettera incoerente e puerile, balbettìo talvolta bizzarro, talvolta
monotono di frasi stravaganti che si ripetevano, si accavallavano, si
confondevano, si affannavano sulla carta, come nell'anima malata di
chi le scriveva. Eppure egli non era nè un fanciullo, nè un pazzo, nè
un infermo; era un uomo di trent'anni, vigoroso, completo nella sua
manifestazione morale, che aveva saputo vivere, amare, soffrire. Era
un forte lottatore che le aveva coraggiosamente combattute le sue
battaglie, talvolta vinto, spesso vincitore, mai domato: era un sagace
conoscitore di sè stesso, delle cose e degli uomini, capace di grande
scetticismo e di grande entusiasmo, poichè questa è la vita, e saggio
chi sa apprezzarla e viverla così. Eppure quell'amore nato tardi, nato
improvvisamente, come quei misteriosi e voluttuosi fiori del tropico
che germogliano ricchi e violenti, in una notte, quell'amore impetuoso
destinato a essere soffocato sotto le apparenze fallaci della
cortesia, gli faceva tremare i polsi come se lo assalisse, a ogni suo
nuovo tumulto, il ribrezzo tragico dell'agonia. In certe ore di
pensiero, quando gli era concesso di dialogare con l'anima sua, egli
si stupiva della brevità di quella passione, della sua semplicità,
mentre sentiva dentro sè scardinato ogni senso della realtà, mentre si
sentiva preso per la vita e per la morte. Una sera, in un ballo, egli
aveva scambiato poche parole con la bruna e pallida signora che ancora
portava il nero vestito del lutto, dopo tre anni di vedovanza, che
bizzarramente trascinava al ballo il nero vestito e la persona stanca,
senza sorrisi, senza gioia: e come per un'attrazione ipnotica, egli
aveva seguito dovunque il nero strascico di velluto ondeggiante, cupo
velluto bruno, simile alle acque nere di un lago che gli alberi
coprono: egli aveva fissato gli occhi sedotti sopra la mezzaluna di
opali lattee, scintillanti in riflessi siderali azzurrini, che mettea
una luce selenitica fra i neri capelli di donna Grazia: e come la
snella persona muliebre si muoveva, indolentemente, da un salone
all'altro, egli sentiva di doverla seguire, come un'ombra. Levando
lenta lenta le palpebre, essa lo guardava, ogni tanto, tacendo: e una
irradiazione di fascino partiva da quei grandi occhi neri, arrivava
sino a lui, intensa, vibrante, conquidendolo, a poco a poco, ma
continuamente, ma sicuramente. Nè egli tentava difendersi. Aveva, in
quell'ora, il cuore arido e la vita fatta deserta, se non libera da
una secreta catastrofe famigliare: la donna cui avea dato il suo nome
era assente, lontana, nemica, egli era solo, in tutta la sua lunga
giornata, solo. Perchè difendersi? Si sentiva debole e misero come un
fanciullo abbandonato, mentre tutti applaudivano alla sua fermezza di
carattere, al suo coraggio virile, alla dignità fiera che gli aveva
suggerito la risoluzione più confacente al suo onore; egli si sentiva
timido e fragile come lo stelo secco, che nelle mattinate di autunno
va in cenere sotto il piede brutale del viandante, e lo sguardo di
quella donna parea tremasse di tenerissima pietà, parea che gli
dicesse:
--Vieni.
Breve romanzo e intenso, condotto fuor di loro da una mano invisibile:
un giorno si erano incontrati fuori Roma, in quella umida, lugubre via
Angelica, lungo il fiume tragico che ogni giorno ha il suo morto. Chi
aveva strappato la dama ai suoi convegni aristocratici per mandarla a
contemplare i vortici traditori del Tevere? Chi aveva preso l'uomo
alla sua ambizione, alla sua politica, ai suoi affari? Esiste dunque
una fatalità nella passione; o il cuore ha la sua seconda vista, che è
anche qualche cosa di fatale; o vi è nell'anima una seconda vita
latente, incosciente, sopra cui nulla può la volontà?
--È vero che mi ami?--le aveva chiesto lui, arrossendo e impallidendo,
come se quella fosse la prima volta che parlasse di amore.
--Sì--ella aveva detto, senz'altro.
La virile mano dell'uomo aveva sfiorato la sottile mano guantata di
nero. Si guardavano e si sentivano bruciare di passione; una uguale
grande fiamma li ardeva. Più la reprimevano e più essa divampava
internamente, consumando le loro forze in una febbre singolare.
Temevano il mondo, malgrado che fossero liberi; lo temevano con una
paura di tutti i momenti, con un tremore come d'imminente catastrofe.
Niuno aveva il diritto di muovere loro un rimprovero, eppure essi
temevano tutto, l'uomo che passa e sogghigna, la donna che passa e
sorride, l'impiegato postale che consegna la lettera con uno sguardo
d'intelligenza, il servo che domanda permesso prima di entrare,
l'amico che assume un'aria discreta, l'amica che interroga con un
cenno: la più umile, la più sciocca creatura li faceva fremere di
spavento. Forse, amandosi in quella forma così rovente, sentivano di
abbandonarsi a una passione tanto diversa dai miseri e fallaci amori
quotidiani, da dover meritare l'invidia, il biasimo e la calunnia;
forse, il segreto è la grande condizione dell'intensità. Così si
vedevano, alla sfuggita, ogni tanto, avendo messo nella rapida ora
tanti sogni, tante speranze, tanto fuoco d'amore, che non trovavano
parole, soffocati, come coloro che hanno le vertigini degli altissimi
pinnacoli; in tre o quattro mesi, fra la primavera e l'estate, vivendo
egli a una villa sui colli albani, essa nella palazzina campestre fra
gli aranci di Sorrento, si erano incontrati due volte, per due
giornate, in un villaggio presso Milano, la prima volta, a Baia la
seconda volta. Tutta la loro vita era sospesa a quei due giorni di
passione ardente; tutto l'intervallo fra quei due giorni non era che
una lunga aspettazione di giorni aridi e annoiati, di notti vegliate,
in una rivoluzione del cuore e dei nervi. Ad ambedue, quando, per
consolare le ore di lontananza, essi evocavano quelle due giornate,
appariva come una grande fiamma lieta e alta e divorante; il ricordo
era vasto, immenso, vago, quale un oceano di fuoco, sopra cui qualche
punta appariva, come estremo albero di nave sommersa. Insistentemente
egli si rammentava il volto smorto di lei, quando ella si affacciò al
vagone fermato nella stazione di Monza e, malgrado ogni suo impeto di
evocazione, pur volendo fermamente rivederla col suo delicato e
profondo sorriso delle ore più felici, egli continuava ad avere
innanzi quella faccia pallida di donna morente. Egli cercava di
rianimare tutti i suoi ricordi, di quei due giorni, come ella era
vestita, la foggia della sua acconciatura, le parole che aveva dette,
il tono della sua voce: ma una sola sensazione, acuta, squisita, gli
ritornava, con la persistenza di un martello sull'incudine: il profumo
che avevano i guanti morbidi di Grazia e le mani sottili profumate.
Quando le scriveva di quei giorni, confusamente, egli ritornava sempre
a dire di quella faccia pallida allo sportello e di quelle mani
odorose, di quei guanti così profumati "...che è quel profumo, dimmi,
dimmi, amore, perchè io l'ho confitto nell'anima e ogni tanto mi fa
piangere, come un fanciullo, perche il mio amore è lontano e io non
posso avere, sotto le mie labbra, le sue mani inebrianti?..." Ed ella
nella fiorita campagna sorrentina, quando i villeggianti vicini, o i
suoi ospiti, ritirandosi, l'avevano lasciata sola, libera, ella voleva
far riapparire fantasticamente quei due indimenticabili giorni di
oasi; ma armandosi con la stessa forza, con la stessa intensità, lo
stesso inesplicabile fenomeno psicologico avveniva in lei ed ella non
poteva che ricordare qualche scintilla della grande fiamma. Fra un
turbine roteante d'impressioni, rammentava soltanto, Grazia, un
sorriso enigmatico alla sua domanda: e tu, perchè mi ami? Sì, egli
aveva avuto un sorriso bizzarro, lungo, pieno di un segreto profondo:
ella rivedeva sempre innanzi agli occhi quel sorriso acuto, crudele,
che parea le nascondesse la verità, tormentosamente. E nelle orecchie,
nel cervello di Grazia restava una sensazione fissa, continua,
invincibile, il ricordo della _sua_ voce, quando la chiamava
sommessamente, teneramente, dolorosamente, come se chiedesse amore e
soccorso, come se invocasse pietà: Grazia, Grazia, Grazia!...
Così identica era la loro passione nel carattere, nella profondità,
nella misura che il grande sogno da realizzare nacque nelle loro
fantasie esaltate, contemporaneamente, germogliando nello stesso
pomeriggio autunnale, nella stessa ora di disperazione, mentre erano
lontani lontani, per molte miglia. Ambedue furono colpiti dal
medesimo, irresistibile desiderio, contro cui nulla più poteva
difenderli; ambedue arsero di tale desiderio come se fosse il più
alto, l'estremo delle loro anime. L'immenso avvenire innanzi, alle
loro esistenze ancora giovani, li sgomentava con la sua solitudine
arida, mentre essi portavano in cuore di che riempirlo per sempre, di
una strabocchevole felicità. Al punto in cui la grande fiamma che li
ardeva era giunta in entrambi, era loro insopportabile vivere ancora,
divisi, lontani, estranei: lo stesso cupo dolore li abbatteva. La
paura del mondo, delle sue ciarle, delle sue calunnie veniva man mano
scomparendo innanzi a questo bisogno di amore, di felicità che è in
fondo a tutti i temperamenti umani, più freddi e più silenziosi, e che
nell'ora della passione parla di una voce che nulla fa tacere. Per chi
si sacrificavano? In nome di quale principio, di quale idea, di quale
persona? Su quale altare sconosciuto deporre l'olocausto della loro
passione?
--Io non posso più soffrire, la mia vita finisce--scriveva Grazia.
--Io non posso più soffrire, il mio coraggio è esausto--scriveva
Ferrante.
In tale ardente impazienza, la loro sensibilità sentimentale raffinata
dai sogni, dalle insonnie, dalle lettere incoerenti, si era fatta così
acuta, così squisita, così fremente alla minima impressione, che
quanto li circondava era complice del loro abbandono. Quando donna
Grazia passeggiava sotto gli ombrosi viali della sua villa di Sorrento
e fra gli aranci odorosi le arrivava il canto sottile di qualche voce
innamorata, un improvviso fiotto di lacrime la inteneriva: e coloro
che l'accompagnavano, si meravigliavano. Quando ella vedeva, nella
sera, dalla sua terrazza, levarsi la luna sul golfo napoletano e tutte
le case intorno soffondersi di bianca luce molle, una collera le
saliva alla gola, di non essere via, di non essere con lui, in
quell'ora di dolcezza, una collera contro il tempo che fuggiva, contro
gli ostacoli che si frapponevano al suo amore e contro sè stessa che
non sapeva vincere gli ostacoli. E a Roma, l'autunno è apportatore di
novi, profondi turbamenti alle anime già turbate: quando Ferrante
portava il suo vagabondaggio a Villa Borghese, dove ancora i viali
pare che conservino la appassionata fantasima di Beatrice Cenci, ogni
ombra femminile, snella, dal volto pallido e bruno dietro la veletta,
lo facea trasalire; quando egli portava il suo vagabondaggio serotino
a uno dei teatri, bastava che dietro alla nuca bionda di una donna, in
un palchetto, si profilasse il volto di un uomo innamorato perchè egli
si sentisse, a un tratto, immerso in una disperazione inguaribile.
Allora, lontani, divisi, si tendevano le braccia come creature
anelanti, che sanno un posto solo dove appoggiare il capo stanco: ed è
questo il petto della persona che adorano, assente, lontana.
E allora, confusamente, nella crisi fatale di questa passione, si
venne delineando un piano di amore, imperfetto, vago, ma che conduceva
a un sol desiderio: quello di rivedersi, di stare insieme, lungamente,
per sempre. Ognuno di loro, invece di perdere la propria forza in vani
conati di dolore, avrebbe cercato di adoperarla a vincere tutti gli
ostacoli morali e materiali per potersi riunire, fra quindici, fra
otto giorni, in un paese solitario, tranquillo, in un ambiente di
poesia e d'amore, dove potessero passare sconosciuti o indifferenti
alla folla, o ravvolti in una comune indulgenza. Chi di loro due disse
la parola: Venezia? Chissà! Fu così, naturalmente, che i loro cuori si
fermarono su quel mite orizzonte di arte e di quiete, su
quell'ambiente di case mute e sommerse nel languore che la morte
precede, su quella città dove l'amore pare abbia la sua naturale
atmosfera di pensiero, di lirica umana. Venezia, Venezia! Fu il nome
amabile, seducente, che videro brillare ogni giorno, ogni ora; innanzi
alla loro immaginazione; parola magica che fece scomparire tutte le
altre; sillabe ravvolgenti e incantatrici da cui le loro anime prese,
legate, non si potettero svincolare mai più. E man mano le loro
lettere andarono perdendo tutto quel carattere d'indefinito, tutta
quella vaghezza di contorni, quel continuo agitarsi errabondo dello
spirito, quella incoerenza di anime deliranti: la passione addossata
al muro della realtà, era entrata in un periodo positivo, pratico,
preciso. Ogni giorno, sotto la volontà inflessibile, sotto la doppia
inflessibile volontà, il loro piano acquistava linea, colore, cifra;
il suo aspetto di fatto si veniva così minutamente facendo reale, che,
già quasi quasi, per Grazia e per Ferrante, parea di vivere in quella
realtà. Accanto a questi particolari definiti, matematici, dove la
loro insofferenza si appagava, come per il fatto compiuto, ogni tanto,
ma sempre più scarsamente, si veniva allogando qualche scoppio
improvviso di frase amorosa: oppure una parola soltanto: Venezia.
Anche l'aspetto degli amanti era mutato. Si eran fatti,
nell'esteriore, freddi, risoluti, distratti in un pensiero o in
un'azione, sempre occupati in qualche cosa, schivando, con la
freddezza, la folla degli estranei e anche quella degli amici.
Parlavan poco, brevemente. Non più le belle passeggiate della penisola
sorrentina vedevano comparire il bruno volto pensoso di donna Grazia:
ma in una stanza accanto alla sua erano aperti tutti i bauli, tutte le
valigie della casa e la cameriera, che le voleva bene, ignorava ancora
la destinazione che prendeva la sua signora. Ella vedeva che ogni
giorno donna Grazia veniva chiudendo, in quei bauli e quelle valigie,
tutto quanto aveva di prezioso come valore e come ricordo: ella vedeva
che donna Grazia si aggirava per la casa, in vestaglia di lana bianca
stretta alla cintura da un mistico cordone di seta nera, guardandosi
intorno come trasognata, considerando le pareti vuote e i cassetti
aperti, come se volesse portare via ancora qualche cosa.
--La signora parte per un lungo viaggio?--chiese timidamente, un
giorno, la fanciulla devota.
--Lungo, lungo....--mormorò vagamente, donna Grazia.
--E io debbo venire?
--No.... Meglio che non veniate--soggiunse donna Grazia.
--Tutta sola, un lungo viaggio?--osò chiedere ancora la ragazza.
Donna Grazia chinò il capo e non rispose: un velo di tristezza le
passò sulla faccia. Tacquero.
E Ferrante, come il giorno della partenza si approssimava, non andava
più nei soliti ritrovi di Roma autunnale: male o bene, ma con una
febbre di uomo preoccupato, aveva cercato di risolvere alcuni affari
stringenti, assorbito, distratto, accettando qualunque peggiore
risoluzione, purchè fosse immediata. Quando i suoi intimi lo vedevano
ricomparire, per un momento, gli domandavano, sorpresi:
--Ma che fai, dunque?
--Parto--rispondeva lui, pensando ad altro.
--Dove vai?
Egli faceva un cenno vago, come di paese molto lontano. Per
discrezione, gli intimi non chiedevano altro: sapevano quale tragedia
morale avesse sconquassata la sua famiglia e molti supposero qualche
improvvisa, bizzarra decisione. Anzi, la voce ne corse, avvolta in
veli misteriosi. Una sera, un amico più affettuoso, più insistente,
andò a casa di lui: e lo trovò solo, fumando, con le finestre aperte,
ma col caminetto acceso dove buttava delle carte, dopo averle lette.
Sul tavolino vi erano altri pacchi di lettere, un grosso portafoglio
di pelle, tutto sdrucito, due o tre libri dalla legatura usata e un
paio di minute pistole nella loro scatola che pareva quella di un
gioiello.
--Che fai, ti vuoi ammazzare?--domandò ridendo l'amico.
--Forse--rispose Ferrante, ridendo un poco, ma poco. Nè dissero altro,
mentre nel caminetto le lettere avvampavano allegramente.
Così, nell'alba bigia in cui donna Grazia partì da Sorrento per
Napoli, mentre aveva detto ai suoi amici che sarebbe partita solamente
la sera, in quell'alba bigia, la sua devota cameriera, vedendola andar
via, avvolta nel grande mantello bruno, avvolta nel bruno velo che le
circondava il capo, il viso, il collo, si chinò, commossa, a baciarle
la mano:
--Io la rivedrò, nevvero?--chiese, cercando di trattenere le lacrime.
--Forse--disse donna Grazia, andandosene, senza voltarsi.
Tanto la fatalità li aveva vinti, ambedue.
Donna Grazia non vedeva nè il mite sole che rallegrava le vie di
Napoli, nè le azzurrità fini del cielo e del mare, nè la folla lieta
che si godeva quel giorno soave: chiusa nella carrozza da nolo,
guardando ogni istante il piccolo orologio sospeso alla cintura pur
senza vederne l'ora, ella divorava lo spazio con la mente, cercava di
ripetere per la millesima volta il calcolo del tempo e dello spazio,
per chetare la propria impazienza. Sarebbe partita da Napoli per Roma
alle due e cinquantacinque, col treno più celere, tutta sola nel suo
compartimento; sarebbe giunta a Roma alle otte e trentacinque della
sera; alla stazione avrebbe ritrovato Ferrante e dopo un'ora e mezzo,
in cui non sarebbero neppure entrati in Roma, sarebbero ripartiti, via
Firenze e Bologna, per Venezia, insieme. Insieme! Pensando,
ripensando, pronunciando sottovoce questa parola, ella vedeva
scomparire l'ora, il tempo, lo spazio tutto, una nebbia le scendeva
sugli occhi, una lieve vertigine le confondeva ogni moto. Insieme! Fu
macchinalmente che pagò il cocchiere, scendendo alla _partenza_, nella
stazione, stringendo fra le mani il sacchetto dove erano i suoi valori
più preziosi. La grande galleria coperta dove si prendono i biglietti
era quasi vuota. Ella non vi badò.
--Di prima, per Roma--disse, affannando un po' al bigliettinaio.
--Ecco--fece quello--ma si affretti, perchè il treno parte.
Improvvisamente, presa da una orribile paura, ella si mise a correre,
vedendo appena la sua strada, urtando le persone, lasciando appena il
tempo alla guardia di tagliare il biglietto, arrivando sul terrapieno,
appena a tempo per vedere il treno delle due e cinquantacinque
allontanarsi lentamente. Ella tese le braccia e gridò, come se avesse
potuto fermarlo. Un facchino sorrise; mentre gli impiegati della
stazione, raccolti in gruppo, la guardavano con curiosità. Alla paura
ella sentì subentrare una grande angoscia e una grande vergogna:
rientrò nella sala di aspetto, deserta, si andò a buttare in un
cantuccio, stringendo le labbra per non singhiozzare dietro il velo,
stringendo nelle mani nervose, convulsamente, il manico di cuoio della
borsetta. Perdere il treno, che miseria, che disgrazia ridicola, che
tragedia buffa! Le pareva un'avventura così sciocca, così volgare che
non sembrava possibile fosse capitata proprio a lei, nel momento
supremo in cui si decideva la crisi del suo amore; era fremente di
sdegno e di onta. Tanta forza di volontà, tanto impeto vincitore,
tanto magnetismo trionfante di amore, tanta elettricità condensata...
e farsi buttare a terra da un orologio che non va, o da un cocchiere
che non ha saputo sferzare il suo cavallo. Avrebbe pianto di collera.
Vediamo, quale era la piccola, meschina causa, la causa stupida per
cui tutto l'edifizio era crollato? E cercava, invano, di ricordarsi:
se era stata la propria lentezza nell'annodarsi il velo in casa sua, a
Napoli, nel suo appartamento solitario; o l'esser tornata indietro, un
momento, per aver dimenticato un taccuino da cui non si separava mai;
o il non aver trovato immediatamente la carrozza da nolo; o perchè il
cocchiere avea prescelto la stretta, difficoltosa e ingombra via di
Forcella alla via della Marina, per andare alla stazione. Chi lo sa!
Si trattava di cinque minuti, di soli cinque minuti, cinque
piccolissimi, cortissimi, brevissimi minuti, che si perdono così
naturalmente, così facilmente un po' qui, un po' là, senza saper come:
e la loro perdita, poi, equivale alla rovina di tutto un sogno!
Fu solamente dopo un'ora di riflessioni amarissime, che ella sentì un
soffio di rassegnazione penetrarle nel cuore: ma pur essendosi
calmata, un'amaritudine gliene rimase. Si levò, risolutamente: andò a
leggere l'orario, sulla parete stuccata di bianco. Avrebbe potuto
partire soltanto la sera, alle dieci e quarantacinque. Circa sette ore
di attesa! Pure, non ebbe il coraggio di rientrare in città, a Napoli;
le sarebbe parsa una rinunzia completa. Avrebbe aspettato nella
stazione. Non l'avrebbero mandata via, da quella sala d'aspetto? Non
aveva mai viaggiato sola: non sapeva niente. Il guardiano le si
accostò, guardandola curiosamente. Ella gli donò subito cinque lire:
si sentì meno timorosa. Cercava di ricostruire il suo piano.
Bisognava, innanzi tutto, telegrafare a Ferrante--e tal pensiero la
faceva arrossire, pensava che avrebbe egli detto, trovandola così
sciocca, così distratta da perdere il treno. Che dirà, che dirà?--si
andava domandando, mentre girava intorno alla stazione, senza
ritrovare l'ufficio telegrafico. Alla fine lo trovò. E allora non
seppe dove indirizzare il telegramma; non seppe che cosa dire, si
sentiva così irritata e umiliata, con sè stessa, col caso, che lacerò
i fogli, senza riescire. Alla fine, mettendo l'indirizzo della
stazione di Roma gli telegrafò, così confusamente, che le riesciva
impossibile partire prima delle dieci e quarantacinque, senza
aggiungere le ragioni di questo _impossibile_ e soggiunse, umilmente:
_perdonami_. Lo soggiunse, poichè non potea resistere all'idea del
dolore di lui, Ferrante, non vedendola giungere alla stazione di Roma,
trovando un telegramma invece della sua persona. Oh quelle sette ore
di attesa! La pallida signora, vestita di un grande mantello bruno,
tutta chiusa in un grande velo di garza bruna, snella e flessuosa
nella persona, dall'andatura un po' lenta, un po' stanca, fu vista da
per tutto, ripetutamente, nella stazione, per quel pomeriggio e per
quella sera. Innanzi alle lunghe vetrine del libraio e nella sala
gelida dei bagagli, camminando, fermandosi, sfogliando distrattamente
un libro, aprendo un giornale illustrato; di nuovo alla sala del
telegrafo, donde telegrafò a Sorrento, a due o tre persone che non la
interessavano punto; verso le sette nella sala del _buffet_, dove
prese un brodo e una tazza di caffè, malgrado che non avesse fame,
seguendo con l'occhio distratto i multicolori avvisi della _macchina
Singer_, della _Coca Buton_ e della ferrovia lombarda ai _Tre laghi_;
fu vista finanche fuori stazione, passeggiare in giù e in su, facendo
voltare tutti quelli che la incontravano, mentre essa guardava, certo
senza vederli, il malinconico giardinetto della piazza, e le carrozze
da nolo disposte intorno come i raggi di un cerchio, e le insegne
dondolanti degli equivoci alberghi dal fanale verde o rosso; e da
capo, come se ella non potesse stare ferma, fu incontrata al
telegrafo, alla posta, nei terreni incolti della Piccola Velocità,
presso il venditore di libri e di giornali, su e giù, su e giù per
tutte le gallerie. Questo irrequieto fantasma muliebre vide empirsi e
vuotarsi le sale di aspetto dei viaggiatori che partivano
successivamente per le linee di Salerno, di Castellammare, di Foggia,
di Aquila: vide fermarsi e andarsene i treni carichi di uomini, di
donne, di borghesi e di contadini, che se ne andavano ai loro affari,
al loro lavoro, alle loro cure. E nella ultima ora di attesa la invase
una stanchezza profonda; rincantucciata in un angolo della sala di
aspetto, silenziosa, immobile, col sacchetto sulle ginocchia, ella
guardava le ondeggianti fiammelle del gas che il vento della sera
agitava, e fu il guardiano della sala che l'avvertì della
partenza--tanto in lei si era fatta la convinzione che era inutile più
partire, che Ferrante non l'amava più, che tutto era finito. Tutta la
notte del viaggio, lunga, lenta, con le sue numerose, monotone
fermate, ella la passò in una veglia dolorosa alternata da qualche
torpore doloroso, tutta sola nel suo compartimento, tremando di freddo
malgrado le coperte e le pelliccie. L'alba si levò sulla severa
campagna romana; donna Grazia dormiva, ora, pallida pallida, e solo i
tre lunghi, striduli fischi del treno che entrava in Roma la
riscossero. Le parve di uscire da un sogno triste: il sole illuminava
le prime case di Roma, e la nebbia romana, e il fumo del treno, una
felicità di calore e di luce l'avvolse, scendendo dal vagone,
poggiando la sua mano sottile guantata sempre di nero in quella
tremante di Ferrante. Si guardarono, così, lungamente, fra la folla,
tenendosi per mano, camminando quasi portati.
--Sei venuta, poi....--mormorò lui, cercando di dominare la propria
emozione, intensa, soffocante.
--Credevi che non venissi più?--chiese lei, con uno sguardo
scrutatore, fermandosi un minuto.
--Sì, l'ho creduto--soggiunse lui, chinando gli occhi, confessando con
quelle parole tutte le angoscie della sua serata e della sua nottata.
--Mi perdoni?--domandò lei, umilmente, dolorosamente, sentendo bene
che fra loro era già sorto e consumato il primo dolore.
--Non dir così: tu ti puoi dare e ti puoi ritogliere--disse fermamente
lui, guardando altrove, per non far vedere che sforzo questa fermezza
gli costava.
Essa non rispose. Poteva dirgli che il proprio ritardo non era stata
una crudele esitazione, l'idea novamente feroce di spezzare
quell'amore: poteva semplicemente dirgli che era stata la perdita di
cinque minuti, per annodare il velo del cappello, o per prendere il
taccuino dimenticato e che quindi ella aveva perduto il treno. Le
parve, questa ingenua narrazione, così ridicola, così volgare, che non
osò farla; e lasciò, per viltà, che perdurasse quell'amaro malinteso,
quel senso triste di sfiducia che era nato nell'animo di Ferrante.
Adesso, col facchino dietro, erano in piazza della stazione.
--Dove andiamo?--ella chiese.
--Non so....--rispose Ferrante, incerto.--Avremmo dovuto partire ieri
sera. Stanotte, io non sono rientrato in casa mia, ero così
turbato....
--Quando parte, il prossimo treno, per Firenze?--diss'ella,
brevemente.
--Alle dieci e mezzo, fra tre ore.
--Tre ore, tre ore....--mormorò Grazia, come pensando.
--Vuoi che ti accompagni a casa mia.... non vi è nessuno.... o in
albergo?--E il verbo _accompagnare_ era stato molto sottolineato.
--No, no, a casa tua--rispose subito Grazia, con una paura nella voce.
--Allora, in albergo?--soggiunse lui, pazientemente.
--.... Sì,... ma senza entrare in Roma--e abbassò gli occhi, come
vergognandosi.
--Vi è il _Continentale_ qui dietro, in Piazza Margherita, non ti
stancherai molto.
Seguìti dal facchino che portava le loro robe, vi andarono; sottovoce
come se indovinasse le intenzioni di Grazia, Ferrante chiese due
stanze al segretario dell'albergo; sottovoce costui gli domandò se le
voleva vicine, e Ferrante gli disse subito che non importava. Grazia
saliva innanzi, chinando il capo; alla porta della sua stanza, il
segretario li salutò. Ella restò ferma, guardando Ferrante, con la
mano appoggiata sulla maniglia della porta.
--Rammentati, è alle dieci e mezzo: verrò a prenderti alle
dieci--disse Ferrante, gelidamente.
Le fece un saluto corretto e si allontanò subito.
II.
Ella entrò nella sua stanza e vi si chiuse, buttandosi pesantemente
sopra una poltrona: si sentiva morire di tristezza, sentiva di essere
disamorata, crudele con Ferrante, eppure non trovava ancora uno
slancio di tenerezza, un impeto di passione per fargli dimenticare
tutte quelle noie, quelle punture, quei disinganni, quelle amarezze.
Ma tanta gente era loro intorno, dovunque, alla stazione, in piazza,
nell'albergo, gente estranea, è vero, ma curiosa, dall'orecchio teso,
dallo sguardo acuto! Ella si era chiusa nella sua stanzetta, stanzetta
piccola, linda, ma banale come tutte le stanze di albergo, ma fredda
con tutto il lieto sole autunnale che vi entrava; Grazia si era chiusa
lì dentro, e un profondo pentimento le veniva in cuore, pel modo come
aveva trattato Ferrante; la propria ingiustizia verso quel forte e
docile amante che nulla chiedeva, che non si lagnava, che cercava di
allontanarsi, di ecclissarsi sempre, onestamente, correttamente,
mentre nell'anima gli ardeva la grande fiamma, questa propria
ingiustizia, le faceva orrore, le sembrava un egoismo mostruoso, la
crudeltà di una donna glaciale che pospone sempre il mondo all'amore.
Rivoltata contro sè stessa, si levò per chiamare, per far avvertire
Ferrante di venire da lei: voleva buttarglisi alle ginocchia per farsi
perdonare, poichè egli solo era buono e giusto. Ma mentre era lì per
premere il campanello elettrico, udì parlare sommessamente, nella
stanza attigua. Si fermò: non era sola dunque, malgrado che si fosse
chiusa a chiave? Aveva dei vicini, a destra e a sinistra, forse da
tutte le parti, che, come ella udiva la loro, avrebbero udita la voce
di Ferrante e la sua, parlando d'amore? Oh questi alberghi, che
realtà, che realtà meschina, sconfortante, nauseante! Tornò alla
poltrona, vi si sedette, senza far rumore, aspettando che le voci
cessassero; forse i vicini sarebbero usciti, partiti: allora ella
avrebbe chiamato Ferrante, per farsi perdonare. Ma le voci dopo
qualche intervallo di silenzio, brevissima pausa, si udivano di nuovo:
erano quelle di un uomo e di una donna, che discutevano pacatamente;
si afferrava ogni tanto una parola, facevano il conto del loro
viaggio. Ella fremeva, si agitava sulla poltrona, sperando sempre, a
ogni momento di silenzio, che i vicini se ne fossero andati: ma
quietamente essi ricominciavano a chiacchierare, con un'intonazione
monotona, senza stancarsi. Per un momento Grazia si turò le orecchie
quasi piangendo, al colmo di un urto nervoso che le poche ore di
cattivo riposo del treno non avevano calmato: malediceva questi vicini
che le rubavano quelle altre ore di felicità. Andò ad aprire la
finestra della stanzetta, per sottrarsi a quell'incubo: il sole
allietava tutto il piazzale della stazione, la giornata era dolce e
bella, Grazia, stette guardando come un fanciullo che un nulla
distrae, le persone che passavano sulla piazza. Così assorta, non udì
che la seconda volta, quando bussarono alla sua porta. Era Ferrante:
ma non entrò, rispettosamente.
--Andiamo?--diss'ella sorridendogli.
--Sì--disse lui, sentendo e vedendo la luce di quel sorriso, per la
prima volta.
Ella mise il suo braccio sotto quello di lui: si appoggiava
lievemente. Non potea dirgli nulla: ma vi era nei suoi occhi, nella
sottile mano guantata, in ogni movimento della persona tanta femminile
tenerezza, una così affettuosa domanda di perdono che egli dovette
intenderla, in tutta la sua manifestazione: due volte, per le scale in
penombra, si fermò a guardare il volto della sua donna, quasi volesse
imprimersi nel cuore quella espressione così viva. Chi li vide passare
di nuovo, sulla piazza, per la stazione, andando a mettersi nel
vagone, in quella bionda mattinata di autunno, intese, certamente, che
passava sul capo di quei due felici una silenziosa ora celestiale. Di
quanto intorno ad essi avveniva, quei due più non sapevano: una
macchinale coscienza, memore di altri viaggi, di altre partenze li
guidava nella loro vita esteriore: una coscienza meccanica che si
chetò, anch'essa, quando il treno fu partito da Roma. Erano soli. Una
parte delle tendine color di legno erano tirate, contro il sole che si
avanzava; solo da due cristalli si vedeva il paesaggio fuggente.
Ferrante si era seduto accanto a Grazia: la mano di lei era fra le
sue, stretta mollemente: a un certo momento ella la ritirò, ma
soltanto per sollevare il suo velo bruno; la picciola mano fedele
ritornò subito fra quelle dell'amor suo. Nè dicevano nulla. La delizia
di due amanti, soli nel vagone fuggente per la campagna, fuggente
innanzi ai villaggi e alle piccole città, ha poche delizie che la
eguaglino: tanto è acuto il senso di libertà, di amore inconturbato,
di oblìo terreno che dà quella fuga. Non esistono più nè lo spazio, nè
il tempo, nè l'uomo, nè la vita: esiste solamente l'amore, nella sua
massima condizione d'indipendenza, trasportato lontano, lontano, dove
non vi sia che amore. Che dirsi? Ogni tanto ella sentiva che Ferrante
la chiamava per nome, ripetendone due o tre volte le sillabe
incantatrici: ma forse non la voce di Ferrante, era l'anima che
parlava e l'anima di Grazia stava a sentire. Due o tre volte, a un
lembo di paesaggio illuminato di sole, a un piccolo paese sospeso
lungo i fianchi di una collina, innanzi a una grande pianura maestosa,
i due volti si accostavano, dietro allo stesso cristallo, per vedere
come era bello il mondo esteriore, non quanto quello che portavano nel
cuore. Tacevano. Sentivano che era quella l'ora invocata tante volte,
nelle insonnie della notte, nelle vuote mattinate, nelle sere
affannose; sentivano che era quella la realtà del loro infinito
desiderio, l'amore nella solitudine suprema; e sembrava loro che
qualunque parola dovesse turbare questo sacro raccoglimento, questa
concentrazione di felicità. Niuno sapeva più nulla di loro: essi non
sapevano più nulla, di niente: e poteano dire che il mondo era
scomparso, o era stato assorbito nella incommensurabile dolcezza del
loro amore. Solo quando il sole cominciò a discendere sulla poetica
campagna toscana, un senso di malinconia si mescolò, naturalmente, a
tanta dolcezza. Era una mestizia fuor di loro, che veniva dalle cose:
il paesaggio verde, i colli così pittoreschi, e le bianche case, e il
fiume mormorante sul greto, e i campanili dei villaggi si fecero prima
rossi, poi violacei, poi bigi: tutti i veli avvolgenti, misteriosi,
malinconici del tramonto salirono dalla terra al cielo. Parve che il
treno corresse meno rapidamente, come preso anch'esso da una
fiacchezza; le voci delle stazioni erano meno vivaci, meno allegre,
alcune sembravano rauche, altre fioche; il fiume, apparendo,
riapparendo, assunse un aspetto tragico, di acqua traditrice
gorgogliante; la stretta di mano di Ferrante che teneva nella sua
quella sottile di Grazia, si allentò, come se lo cogliesse una
improvvisa, crescente debolezza e la mano sottile si raffreddò sotto
il guanto. Videro un cimitero: un piccolo cimitero di paesello a mezza
costa, con quattro o cinque cipressi e poche lapidi bianche.
--Beati i morti--ella disse sottovoce quasi parlasse a sè stessa.
--Chissà!--le rispose lui, sul medesimo tono.--Forse amano ancora.
--Tu hai tombe, per il mondo?--gli domandò lei, piegandosi a
guardarlo, in quella penombra crepuscolare.
--No: ma tutti abbiamo delle tombe, in noi.
--Molte cose hai veduto morire?
--Molte cose e molte persone che son vive.
--È triste, è triste--diss'ella ributtandosi indietro, sulla
spalliera.
--La tristezza è in fondo alle anime: non bisogna andarla a
cercare--soggiunse Ferrante, come se pronunziasse una sentenza.
Tacquero. Ella aveva abbassato il velo sul viso di nuovo e il capo sul
petto. Egli si levò, guardò dallo sportello opposto, nella penombra,
per qualche tempo; poi ritornò vicino ad essa, sedendosi.
--Grazia?
--Ferrante?
--Che hai?
--Nulla--fece lei, con un gesto largo.
--Dimmi, dimmi che hai.
--Quello che hai tu--rispos'ella, enigmaticamente.
--Non parlare di me: io sono una quercia fulminata. Tu non puoi essere
come me; sei così giovane, e così bella, Grazia, e così destinata alla
felicità!
--Io ho paura.... paura....
--Di che, amore, hai paura?
--Della vita.
--Fole!--egli esclamò, sorridendo nella penombra.
--E della morte, della morte, assai più.
--La morte è lontana--fece lui.
--Taci, taci--mormorò Grazia--forse passiamo innanzi a un altro
cimitero.
Quasi presa da un vago ma forte terrore, ella si era stretta a lui,
infantilmente, poggiandogli la guancia sulla spalla, chiudendo gli
occhi. Quei due sportelli su cui non erano tirate le tendine di lana,
quegli sportelli oramai neri, nella sera fitta, affascinavano la
donna, come se fossero aperti sull'infinito. Egli se ne accorse,
vedendola immobile, estatica, con gli occhi sbarrati sul nero
orizzonte che fuggiva dietro i cristalli: volle fare un moto per
levarsi, per tirare le altre due tendine.
--No, no--lo supplicò lei, stringendosi ancora, socchiudendo gli
occhi.
Restarono così: il lumicino ad olio del vagone tremava, pareva dovesse
spegnersi ogni momento. Bizzarre ombre danzavano. sui divani:
tenendola stretta a sè, bimba spaurita, Ferrante sentiva che Grazia
affannava un poco. L'aria si era raffreddata. Una angoscia li
opprimeva, entrambi, angoscia ignota, angoscia di chi ha intravvisto
il negro problema dell'infinito. Due o tre volte egli volle muovere
una mano per carezzarle i bruni capelli: ma ella temendo che Ferrante
la lasciasse, rabbrividì di paura. Due o tre volte egli disse,
sottovoce, come un soffio amoroso:
--Grazia! Grazia!
Ma ella fremeva, fremeva, e gli diceva:
--Taci, taci, taci.
Tanto che il lungo, sonoro fischio, triplicato fischio della
vaporiera, le fece gittare un grido di spavento.
--È il fischio di allarme, nevvero--domandò, piena di ambascia, quasi
che non fosse possibile, in quel momento, altro che una grande
catastrofe.
--No, no, è Firenze.
--Tre fischi, grave pericolo--balbettò lei ostinata.
--È Firenze, è Firenze, cara.
L'arrivo spezzò l'incubo. La carrozza in cui essi viaggiavano avrebbe
proseguito sino a Venezia, attaccandosi, al treno in partenza da
Firenze; ma per la partenza ci voleva un'ora e mezzo.
--Scendiamo?
--Sì, sì, sì--disse lei, levandosi, subito, avida di moto, di luce.
--Vuoi pranzare, nevvero, cara?--chiese lui, trattandola
infantilmente.
--Sì, subito, subito--fece ella, attaccandosi al suo braccio, con
un'improvvisa disinvoltura.