CAPITOLO XVII.

Come il conte Ugo ragionasse della sua felicità senza pari.

La sera del 29 novembre, sesto anniversario dello arrivo del romèo alla

mensa di Ugo il felice, era giunta.

Il cielo buio incombeva come una cappa di piombo sui bastioni di

Roccamàla. Il tuono brontolava nell'aria; spessi lampi solcavano

quell'ammasso di negri vapori; la tempesta era vicina.

Nella torre del Negromante nulla era mutato. Lo stipo dalla fascia di

ferro, il letto dalle nere colonne, il seggiolone di velluto dalle

borchie dorate, ogni cosa, insomma, era al suo posto consueto.

Senonchè, cosa inusitata e non più vista da sei anni, nella triste

camera la lucerna era accesa, e nel seggiolone di velluto era assiso, o,

a dire più veramente, sprofondato, un giovine pensieroso.

Giovine! Tale almeno appariva dalla snellezza delle membra e dal lampo

degli occhi. Ma i capegli erano imbiancati da un verno precoce; ma un

fascio di rughe gli solcava il mezzo della fronte, mostrando

sopracciglio raccostato a sopracciglio per effetto di interna

convulsione; il suo viso pallido e smunto era d'uomo pur mo' uscito

dalla tomba, anzichè vissuto nel consorzio dei suoi simili.

E bello cionondimeno era quel viso; bello per la severa nobiltà dei

contorni, bello per l'aria di profonda inconsolabile tristezza onde era

come velato, bello per il raggio della mente che traluceva dagli occhi,

e tutt'intorno appariva giustamente diffuso.

Il labbro inferiore proteso in atteggiamento d'infinita amarezza, i

pugni stretti sui bracciuoli della scranna, gli occhi fisi in un punto

ignoto, egli pensava. Ed ecco i suoi pensieri quali erano:

«Nessuno è felice quaggiù.

«L'uomo nasce maledetto: le sacre carte dissero il vero. Egli è plasmato

di fango; e di ciò non si dubita. Egli è avvivato da una particella

dello spirito di Dio; e ciò non è vero, le sacre carte hanno mentito.

«Invero, se l'invisibile nume avesse spirato in questa sordida creta

alcuna parte di sè, ei non l'avrebbe fatta in pari tempo malvagia; le

avrebbe dato un'anima per intendere il vero, non per vagar di continuo

d'errore in errore; le avrebbe dato un cuore da affinarsi nell'amore e

nella ricordanza, non da invilirsi nell'odio e nell'oblio.

«O non saremmo noi piuttosto lo effetto di una grande baldoria d'ignote

possanze? Ecco, in apparenza, ci ha fatti germogliar dalla terra il

caso, quegli che è quel che non è, quel negativo eterno male divinizzato

dagli antichi, il quale ha fatto volare il germe della pratellina

accanto a quello della parietaria nel crepaccio d'un muro. E forse, non

dissimilmente da me, non previsto nè meditato frutto di un istante

d'ebbrezza, il cielo, la terra, e tutto quanto essa contiene, non sono

che il frutto degli amori del nume ignoto con la nota, ahi! troppo nota

materia, frutto a cui egli non avrà badato più che tanto, dopo la sua

apparizione nel vuoto.

«Comunque ciò sia, la materia ci è madre, noi riteniamo di lei!

Pensanti! come? perchè? più, forse, e meglio della bestia? No,

diversamente; ecco tutto. L'uomo non è il leone, per ciò solo che il

leone non è uomo. Siamo i migliori, sì veramente; ce ne fa accorti il

soffrire. La virtù del pensiero e della parola, congenita in noi, ci fu

aguzzata via via dalla turpe necessità. La guerra per la vita è

l'origine del verbo; il quale in principio _non era_.

«Viviamo, siccome la farfalla, la nostra vita d'un giorno; ieri

vermicciuolo, oggi larva, domani crisalide, quindi verme da capo, senza

curarci del giorno di poi; cercando talvolta e non trovando mai il

perchè.

«Siamo tristi? Forse neppure cotesto; siamo soltanto figli della

materia, fragili al pari di lei. E v'hanno forse eccezioni? Nemmanco;

vasi meglio costrutti, di più delicata fattura, può essere; perfetti no.

Tutti abbiamo l'egoismo nel mezzo del cuore, coi sette peccati capitali

che gli fanno onorato cortèo. Temperati, paion virtù; appunto come

avviene di lui, sovrano di tutti.

«La virtù! Donde è nata? È ella una forma della nostra mente? No, gli è

assurdo. Noi i quali non sappiamo far altro che copiare, o raffazzonare

in altre guise ciò che è in noi o si specchia in noi, non possiamo di

certo aver tratto una forma nuova, assoluta, da ciò che è relativo; nè

mai potremmo far sorgere ad esemplare della vita quello che in noi non

esistesse e non comandasse dapprima. Esiste, sorride a noi l'esemplare

della virtù; essa dunque non è una nostra finzione.

«Il filosofante la negherà, argomentando ch'ella non è un concetto

assoluto; che qui assume una forma, là un'altra, per conseguenza non è

che un modo di vivere, mutevole secondo i luoghi, i tempi, i costumi.

Egli vi ebbe infatti una gente che soleva ardere i cadaveri dei parenti;

un'altra che solea seppellirli; un'altra ancora che li uccideva, per

sottrarli ai mali della vecchiezza; e tutte operavano per reverenza ai

maggiori, e quella che in un modo faceva, gli altri reputava inumani.

L'argomentazione non regge. Tutti quei modi svariati concordavano in

cotesto, di rendere omaggio agli antichi; il concetto era dunque uno,

superiore alle forme diverse della sua manifestazione.

«Contraddico a me stesso? Non mi pare. Io non ho già negato Dio; ho

detto che non lo intendo, e che non intendo le cagioni dell'esser mio.

«Ma se la virtù esiste, perchè non c'è egli un uomo, un sol uomo che si

conformi a lei? Se Dio ci ha creati, se ci ha spirato il suo soffio,

perchè non ci ha fatti migliori? Questa virtù, è specchio di un passato

distrutto da una colpa nostra? È adombramento di un atteso e preparato

futuro? Giungeremo al vertice, o tutto è infinito, anche il nostro andar

tentoni nei secoli?

«Ah, povero spirito, che cerchi? Ecco, io non so ancora quel che io mi

sia, e già chieggo quel che sarò!

«Intanto, io soffro; intanto io sto per morire. La fede, questa fallace

compagna della vita, mi ha preceduto nell'abisso. Credevo, ed ho

veduto.... ho veduto! E avventurato ancora tra gli altri, i quali vivono

nell'inganno, stolti! e non ardiscono guardare più oltre, simili al

fanciullo che in una notte tempestosa si rimpiatta sotto le coltri, per

non iscorgere il bagliore dei lampi!

«L'esperimento ha trascorso i confini segnati alla umana natura. È un

male? Forse. Noi siamo dannati all'apparenza delle cose. Ma perchè si

svegliò in me questa sete di verità? Perchè, sire Iddio, m'avete indotto

in tentazione, per modo che io volessi scrutare i cuori e le reni di

coloro che io proseguiva della mia amicizia, del mio amore e dei miei

benefizi? Ecco ora, li ho conosciuti alla prova; erano fragili e tristi.

E poi? Sono forte io? sono migliore? Altro mistero! Mistero! sempre

mistero!...

«Aporèma, che ne sai tu?...» --

-- Nulla! -- rispose una voce, che, quantunque invocata, fe' trasaltare

Ugo di Roccamàla.

E dopo quella parola, insieme con la luce di un lampo e col fragor d'un

tuono, comparve nella camera del Negromante il fido Aporèma, non sotto

la forma del romèo, nè di Rambaldo di Verrùa, nè di frate Gualdo,

sibbene sotto quella splendidissima, abbagliante, dell'arcangelo

fulminato nei cieli.

Il Libro Nero · 第 25 / 42 题