Qui si conta di un angelo, il quale aveva perdute le ali.
La bella castellana era seduta nella penombra della sua camera, di
ricontro al verone, in atto di donna che pensi.
A che pensate, madonna? A nulla, per fermo. Quel momento che precede
l'arrivo e il primo bacio dell'uomo amato, non è invero da lunghi
pensieri, nè da soliloquii di coscienza, e gran mercè se il passato può
scorrere, immagine fuggitiva e sbiadita, dinanzi agli occhi dell'anima.
Il pensiero è geloso come un sultano; vuol esser solo a regnare.
Ma pensate voi mai? Vi giova egli alcuna volta raccogliervi da sola a
sola con questo interno signore che non patisce rivali, con questo
giudice che fa salire alle guance le vampe del rossore non visto, con
questo accusatore che parla le tristi e le dure verità, con questo
tormentatore che fa dar volta dolorosamente sul più molle de' guanciali,
che ronza e morde, molesto, ostinato, come la zanzara, nelle lunghe,
interminabili ore di una notte d'estate?
E a cui non avviene di pensare in tal modo, di soggiacere a questo
incubo? È la legge comune dei nati dalla creta; e voi pure siete di
creta, o angelo di bellezza: voi pure sentite i mali dell'umanità, e i
rimorsi del cuore.
Orbene, in quelle ore solitarie, non pensaste voi mai ad Ugo di
Roccamàla? La sua pallida figura non vi si offerse mai alla mente,
spiccata come un'immagine del sogno, gli occhi atteggiati ad un muto
rimprovero?
Ahimè, madonna! Dove n'andò quella virtù severa, virtù più bastionata
ancora del vostro castello, virtù che si lasciava ammirare, adorare
eziandio, ma sempre fuori del tratto della balestra? Come lungi da quel
tempo! E per che, poi, e per chi? Per qual filiera di ravvedimenti, la
dea, crudele co' buoni, è giunta a farsi pietosa co' tristi?
Ahi, cuore umano! ahi, cuore della migliore tra le donne!
A lui, schietto e gentile amatore, nulla! Lo amavate, diceva ognuno, e a
voi pure pareva. Era bello, possente, dalle donne desiderato, dagli
uomini temuto, e vi piacque lasciarvi amare da lui. Certo, se altri
avesse chiesto in mercè di poter baciare più oltre della vostra mano
regale, i vostri occhi avrebbero mandato lampi di sdegno; laddove a lui,
a' suoi preghi, a' suoi confessati dolori, soleva rispondere un angelico
riso, il quale non dava e nemmanco toglieva la speranza. Questa era la
gran differenza tra lui e il volgo de' vostri corteggiatori; le
conseguenze, pari. E lo amavate!
Più assai dell'estinto s'ebbe Morello di Monferrato, falcon pellegrino
che vi trascorse un giorno da lato, e strappò, passando, uno spicchio
dal vostro cuore.
Più assai d'ambedue dovrà oggi ottenere un nuovo venuto, un traditor
dell'antico, quegli che al pari d'Ansaldo di Leuca dovrebbe farvi
risovvenire di Ugo?
Ma, ohimè! Noi si dimentica. La nostra fibra non regge alla tensione
degli affetti. Soventi volte dissimuliamo sotto il nome di amore una
ebbrezza del senso, e quando l'ebbrezza è svaporata, diamo cagione al
tempo della morte d'amore. Il tempo! povero tempo! Gli antichi lo
accusarono di mangiare i suoi figli; ora i suoi figli lo addentano con
ogni maniera di calunnie. Oh almanco la creta vile non cercasse scuse
all'oblio! Ma no; ella che ha mestieri di credersi alito di Dio
immortale, ella che dimanda superbamente l'eternità dopo la morte, e non
sa concederla poi nella vita agli affetti, ella ha scoperta
l'assoluzione del più grave tra tutti i peccati, l'oblio, non nella sua
propria fragilità, ma nella forza delle cose. Non vedete come tutti
fanno? Se dimentica Fiordaliso, perchè non dimenticherebbe Giovanna?
Così, reputandoci angioli, e superiori ad ogni altra creatura nel volo,
amiamo, quando ci torni, reputarci tutti di una forza e d'una misura
nella caduta; così la colpa nostra chiede la scusa ed accetta l'esempio
nella colpa d'un altro.
Per Fiordaliso adunque, per questo tornitore di versi leggiadri,
oscurato il raggio della severa virtù, la domestica quiete turbata,
accolte con grand'animo le ansie, i terrori della colpa! Qual nuovo
pregio lo facea degno di un tanto olocausto? Una simigliante voluttà di
acri profumi, che Ugo avrebbe volentieri pagata col sagrifizio della
vita presente e delle speranze future, Fiordaliso la otterrà dunque per
nulla?
O donne, a cui date troppo spesso il cuor vostro! O migliore delle
donne, come vi siete fatta pari alla moltitudine delle figlie d'Eva! O
angelo, come avete perdute le ali!
Ma infine, povera donna! E perchè Ugo non seppe aspettare? Ella era
sull'alba degli affetti; il cuor suo era tocco, ma le voci arcane che
comandano di amare non avevano ancora parlato. Perchè morì egli? perchè
non attese?
Morello venne, e turbò, non il suo cuore, l'anima sua; la turbò perchè
era un nobile garzone; la turbò dolcemente perchè aveva difeso la
memoria d'un caro estinto contro le villanie d'un uomo dappoco.
Ella per fermo non aveva mai amato Ansaldo di Leuca, nè altri, nè altri!
Che si domanda di più ad una donna? Che abbia a morire, perchè un uomo è
morto? Di simiglianti tragedie si sono già viste; ma la scienza dirà che
l'aneurisma e la tisi presuppongono il male preparatore, di guisa che
una testimonianza di più fine sensibilità non sarebbe altro che
l'effetto di un guasto dell'organismo.
Suvvia, che volete di più? Chiedete la continuazione dell'amore dopo la
morte? Vorreste venire la notte, vampiri, a riposarvi sul cuore della
superstite e suggerle il sangue? Non vi basta ch'ella si condanni alla
solitudine?
E la solitudine, vedete, è traditrice; abbiate dunque misericordia. Egli
è nella solitudine che l'anima va trascinata in balìa dei sogni fallaci.
Una donna, fatta segno all'amore di taluno, è sempre alle difese;
combatte, perchè il pericolo è presente, armato di tutte le sue
lusinghe, di tutti i suoi incantesimi. Ma lasciatela sola, lungamente
sola. Il sapere che nimici non incalzano al vallo, rallenta la vigilanza
del presidio. Si spalancano le porte, giova uscire all'aperto, vedere i
deserti accampamenti. Qui fummo stretti! qui potevamo cedere! E allora
venga pure, ci sopraggiunga il pericolo; il cavallo di legno fa quello
che non aveva fatto Achille, nato di Dea, nè il Tidide, nè il Telamonio;
l'occasione afferra e carpisce quello che un affetto ardente, verace,
profondo, non aveva potuto ottenere.
Così cade la donna; così cadeva Giovanna, la miglior delle donne.
Angioli del domestico lare, celatevi il volto! Il verone è superato;
un'ombra nera scende dalla balaustrata; l'aspettato è giunto.
Fu scritto che un gran dolore è muto; e un grande amore io credo sia
muto del pari. Il giovine innamorato cadde alle ginocchia di lei, e
rimase a lungo in quella postura, estatico a contemplarla. Dalle prime
angosce di un colloquio, da que' naturali ritegni del pudore che è
l'ultimo ad abbandonare la donna, la sciolse un nembo di baci, o più
veramente un bacio solo, ma lungo, errabondo, che volea dirle: perdonate
a me, perdonate a voi stessa. L'adorazione vince la vergogna della
caduta. La donna non è più angelo; ma che importa, se, in cambio
d'angelo, è dea?
O voluttà, voluttà dell'anima, che precorri e fai più divina,
ritardandola, quella dei sensi! In queste ore celesti, la donna è sulla
terra quello che la divinità sull'altare. Soventi volte, l'amante è
Pigmalione che adora l'opera delle sue mani; altre volte è un felice,
che, giunto a sollevare il lembo del velo d'Iside, aspetta animoso la
morte, pur d'essersi inebbriato nella contemplazione di ciò che non
videro mai gli occhi del volgo profano. Ma, comunque sia, quella donna
si vede, si ode, si sente adorata, nella forma e nella sostanza; dea sul
piedestallo, scorge un giovine ed amato sacerdote che le si prostra, le
inonda il piè divino di baci e di lagrime, e le riflette nella sua
l'adorazione di una moltitudine che il suo sguardo trapela fra mezzo una
nube d'incenso. I desiderii s'innalzano a lei, soavi odori di mirra
eletta, e la inebbriano; ogni sguardo di quegli occhi peritosi ma
ardenti, ogni tocco di quelle mani paurose ma dardeggianti elettriche
scintille, dice a lei che è la divina delle donne, che nessun'altra al
mondo è amata, adorata, venerata al pari di lei. Ardono i ceri
tutt'intorno; l'incenso sale in fumanti spire fino alla volta del
sacrario; le canne di un organo invisibile sciolgono celesti armonie;
come potrebb'ella ravvisarsi angiolo caduto, in quell'oceano di
splendori, di fragranze e di suoni?
Nè manco felice, nè manco inebbriato è il sacerdote. Ogni parola che
esca dalle labbra della dea, è una musica ineffabile; ogni sguardo che
si posi su di lui, è un raggio di luce; l'alito che scende a carezzargli
la fronte, è un'aura di paradiso; da tutta quella persona, dai veli che
l'adornano, dall'aria stessa che la circonda, si svolge un incognito
indistinto di mille odori, una soavità di promesse, una novità di arcane
attrazioni, che fanno raggiar gli occhi, precipitare il sangue,
sprigionarsi tutte quante le forze dell'esistenza e sciogliersi dintorno
a lei in un palpito di solenne agonia.
Ore dolci, ore divine di un colloquio che nulla turba, nè sguardo
importuno, nè minaccioso rumore di passi vicini! Ore in cui l'anima,
sciolta d'ogni sospetto, si espande rigogliosa e distende i rami
flessuosi, all'ombra de' quali due vite confidenti riposano! È sonno o
veglia? È vita o visione? E quei nonnulla che labbro mormora a labbro,
che l'orecchio non ode e che la bocca respira! E il bacio traditore che
improvviso scocca e confonde le due esistenze!...
Angioli del domestico lare, celatevi il volto!...
Giunse l'alba, e con l'alba un gran dolore nell'anima del felice.
Sollevandosi per condurre la donna a respirare la fragranza del nascente
mattino, vide la faccia sua riflessa nella spera metallica che pendeva
dalla parete. E' ricordò per quale inganno fosse penetrato lassù, e qual
virtù vendicatrice in lui fosse.
Il volto del felice garzone non era ancora quello di Ugo, ma non era già
più quello di Fiordaliso.
E allora gli scese nel cuore una immensa pietà per quella donna, che
perduta pendeva dal suo braccio. Sentì quel cuore palpitare di rincontro
al suo braccio. Quella bocca, che egli aveva divorata coi suoi baci,
sospesa al suo omero, ripeteva ancora sommessamente: ti amo!
-- La ucciderò io, discoprendomi a lei? Ugo di Roccamàla, giustiziero di
uomini, fulminerà il suo sdegno contro una donna? contro questa creatura
così fragile, ma pur così bella? --
E mentalmente chiese una grazia ad Aporèma.
-- La mia è anima tua, demonio, ma non uccider costei, ma lasciami
ancora un istante il volto di Fiordaliso!
-- Fanciullo! -- mormorò una voce nell'aria.
Egli crollò le spalle al sarcasmo; si guardò da capo nella spera, e mise
un respiro.
Ella alzò gli occhi turbati, e, mettendogli le braccia al collo, gli
disse:
-- Che hai tu, mio dolce signore?
-- Nulla; io penso che tu sei bella, divinamente bella. Vedi, guarda là
dentro! --
E le accennava la spera.
Ella rivolse da quel lato la faccia ridente, ma senza toglier le braccia
dal collo di lui.
E la spera, illuminata dolcemente dai barlumi dell'alba, riflesse un
sorriso, un amplesso ed un bacio.