CAPITOLO XVIII.

Nel quale è dimostrato che il diavolo non è così brutto come lo si

dipinge.

-- Anzitutto, diss'egli, -- tu non mi chiamerai più con questo misero

nome di Aporèma.

-- E perchè? -- dimandò conte Ugo.

-- Perchè così sogliono chiamarmi i profani. Aporèma (_sive dubium_,

direbbe un commentatore) è nome mondano, che mi serve per viaggiare

incognito. Il vecchio di lassù me lo ha imposto, dopo una certa

puntaglia che abbiamo avuto a sostenere tra noi, e nella quale egli, in

cambio di buone ragioni, m'ha risposto saette. Il nome che piace a me,

che ho avuto da principio, e che riavrò un giorno per fermo, è quello di

Helel.

-- Helel! Non significa dubbio?

-- No, significa luce, apportatore di luce.

-- Ah, invero, tu l'hai portata, la luce! -- esclamò conte Ugo. -- Lo

sperimento è stato fatto, ed hai vinto.

-- Ed ora tu maledici al mondo?

-- Perchè lo conosco, e posso ripetere oramai con re Salomone: vanità

delle vanità, ed ogni cosa è vanità.

-- Or bene, segui l'esempio di Salomone, vivi e sorridi; ammetti ogni

cosa e non credere a nulla; godi di sapere, e di comandare agli

elementi; disprezza gli uomini e adoprali a procacciarti quel che ti

giova; non metter tua fede nell'amor di una donna ed amane mille.

-- Vivere pel senso? Affè, non mi garba! -- rispose Ugo, crollando la

testa. -- C'è la sazietà in fondo alla coppa di tal piacere a cui la

voluttà dell'anima non conferisca il suo pregio. Sapere che una cappa è

sconcia, e seguitare ad indossarla; passeggiare nel fango e

inzaccherarmi i calzari.... nauseabonda esistenza! Odimi; o che io non

sono più saldamente convinto del re sapiente, o ch'io non son così forte

da reggere al paragone; in ogni modo non vo' durarla com'egli. --

Ciò detto, conte Ugo si sprofondò vie più nella gran seggiola di velluto

e vi rimase taciturno, col mento sul petto e gli occhi a terra.

Lo spirito gli si accostò, si curvò amorevolmente sulla spalliera e gli

parlò in questa guisa:

-- Ti ho fatto un triste dono, e adesso l'hai contro di me!

-- No, Helel, no, alla croce di Dio! -- rispose conte Ugo, volgendosi a

lui concitato. -- Io rendo grazie a te, che m'hai mostra la verità,

qualunque ella sia. Ho a dirti di più? Fossimo pure sei anni addietro,

in questa notte medesima, io tuttavia sarei pronto a bere il rosso

liquore dell'anello di Aporèma. --

A queste parole, Helel atteggiò le labbra ad un dolce sorriso.

-- Mi gode l'animo, -- ei disse, -- nello udirmi a ringraziare da

alcuno. Ciò m'accade ogni cent'anni una volta. I tuoi simili, per

solito, non sanno che maledirmi. Fatico per essi come un bue sotto il

giogo: vogliono ad ogni costo che io li faccia sapienti; poi; quando

hanno capito il giuoco, mi gridano la croce addosso, come se fosse colpa

mia che il giuoco è siffatto. Tu sei un uomo, Ugo di Roccamàla; dovresti

vivere e sorridere.

-- Non posso, ed amo meglio darti ciò che ormai ti appartiene.

-- Ah, baie! Tu m'hai profferto la tua vita per pietà della vita di

quella donna.... Ma io non la voglio; io mi contento ad ammirare la tua

magnanimità. Tu hai regalmente pagato una notte di gioie avvelenate.

-- Helel!...

-- Orbene, dimmi di no! Non eri tu per diventare, al primo lume

dell'alba, Ugo il vendicatore, una vera testa di Medusa, che avrebbe

fatto rimanere quella donna di pietra? Eri per farlo; il dovevi; questi

erano i patti. Non l'hai voluto; il tuo sdegno, implacato cogli altri,

s'è sciolto dinanzi al rossore di una donna, e mi hai chiesto una

grazia....

-- Per la quale ti ho profferto l'anima mia! -- interruppe Ugo.

-- Sta bene, -- soggiunse Helel, -- e fu mercede regale. Perchè ti duole

che io lo ponga in sodo, se è vero? --

Ugo non seppe risponder più verbo; ma il suo labbro, seguendo un intimo

pensiero, mormorò sommessamente: -- povera donna!

-- Sì, povera donna, tu l'hai detto! -- continuò lo spirito. -- Povera

donna, invero, poiché oggi ella vedrà Fiordaliso, Fiordaliso che non si

è mosso fino all'alba dal luogo ove cadde svenuto, Fiordaliso che ha

riconosciuto il suo diabolico competitore nella gaia scienza, Fiordaliso

che ha letto, poichè io gliel'ho lasciato da' piedi, il messaggio di

lei, e le chiederà perdonanza di non avere scalato il verone....

-- Ah! -- sclamò Ugo atterrito. -- Ed ella?...

-- Ella! -- sentenziò lo spirito della luce. -- Il morir subito le

sarebbe ventura.

-- Helel! te ne supplico!... Vedi, io stringo le tue ginocchia. Non ho

più nulla a profferirti; ma se avessi cento vite e cento anime, io le

porrei a' tuoi piedi. Helel, non uccidere quella donna, non fare ch'ella

abbia ad arrossire di sè!

-- Che mi domandi tu ora? -- rispose Helel. -- Vedi, io non posso mutar

nulla quaggiù. Quello che avvenne tu l'hai voluto. Io ti ho mostrata la

verità; ti ho fatto scorgere, sceverare l'apparenza dalla realtà, oltre

il costato de' tuoi simili, come si scorge la luce, scomposta in sette

colori, attraverso le facce d'un prisma. Per te ho potuto rinnovare

l'inganno delle forme mentite; altro non è in mio potere. Torniamo a

noi. Vivi, e tienti l'anima tua! Ricordi quel ch'io t'ho detto, la prima

notte, in questo luogo medesimo? «Io non ti pongo alcun patto; non ti

chieggo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a

sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliere, e non un giudeo che presti

ad usura.» Io, insomma, ho adoperato con te come col primo Ugo, col tuo

grande antenato; ti ho servito senza mercede; ti ho dato la sapienza;

fanne tuo pro'; sei forte, e l'uomo forte può dominar l'universo.

-- No, mille volte no! -- disse Ugo ricisamente; -- tornar nella vita,

dopo tutto ciò che ho veduto, non franca la spesa.

-- E scegli dunque il morire? --

Meravigliato, Ugo guardò fiso in volto il suo interlocutore.

-- Helel, -- diss'egli -- io non ti riconosco più. Sei tu, lo spirito

familiare di Roccamàla, tu lo scongiurato dal vescovo Gualberto, che mi

parli in tal guisa e ricusi l'anima mia?

-- Io, sì, io! -- rispose lo spirito della luce. -- M'hanno calunniato,

e tu ora, tu, animo forte, aggiusti fede alle panzane del volgo. Vedi,

m'hanno messo in voce di nimico dell'uomo, e non è punto vero.

Sbalestrato nel mondo, confesso di averlo amato da principio assai poco;

ma la necessità e la consuetudine m'hanno mutato per modo, che io mi

sono avvezzo a questa dimora e l'amo come si finisce mai sempre ad amare

una terra d'esilio. Gli uomini erano ciechi; io mi son fitto in capo di

restituir loro la potenza visiva e di insegnar loro a leggere nel gran

libro della vita. Ho gittato dapprima, e per molti sèguito a gittare la

semente in un gramo terreno. Dò loro la scienza del bene e del male; che

fanno eglino, i tristanzuoli? S'appigliano al male. Taluno m'intende; la

più parte, o mi fuggono, o venendo con me, mi passano il segno. Hanno

sempre passioni che la mia scienza accarezza, raramente virtù che ella

fortifichi. Laonde io mi sono già fatto parecchie volte a pensare se non

sia per avventura miglior consiglio, ed uso migliore del mio tempo,

lasciarli in balìa di sè medesimi e non darmi pensiero che di alcune

schiatte più nobili, di alcuni spiriti eletti, i quali, per le tarde ma

sicure vie del progresso, conducano al meglio l'umanità bambina, e me

vadano facendo migliore del pari. Ti sa di strano? Orbene, sappilo, la

mia virtù spirituale si accresce, col crescere, col progredire degli

uomini. Per tal guisa, Helel fu un tempo lo spirito malvagio, lo spirito

che turba; fu poscia lo spirito dubitatore, lo spirito che indaga, e non

andrà molto ch'egli diventi, non pure per pochi, ma per la umanità tutta

quanta, lo spirito della luce, lo spirito che consola.

-- Che dici tu mai? -- interruppe Ugo. -- Anche tu segui la legge

dell'uomo?

-- Sì certamente. Non sono io disceso? Posso adunque risalire. Per le

donnicciuole e pe' monaci ignoranti, sono sempre quel desso, Satana,

l'avversario, il tentatore. Pei violenti, pei tristi, sono il

compiacente consigliero, la chiave del male. Ma è colpa mia, se uno

strumento di bene anco al male si adopera? I venturi ne vedranno di

belle! Vedranno, verbigrazia, le armi forbite e scintillanti del

progresso impugnate dalla rugginosa manopola della tirannide. Ma la

contraddizione non sarà che apparente. L'arma gioverà a lei, ma l'elsa

fatata corroderà la manopola e brucierà la mano che l'avrà impugnata. Il

bene vince il male; la vittoria è dei meno. Ugo di Roccamàla, io ho

amata la tua schiatta, amo te senza fine; vuoi tu essere uno di costoro?

Egli c'è molto da operare ai dì nostri. Il nuovo Olimpo e il nuovo

Tartaro sono già anch'essi tarlati: l'edifizio minaccia rovina. Sì,

figliuol mio,

Tempo verrà che il grande iliaco regno

E Priamo e tutta la sua gente cada!

Non vedi? già il vecchio sire ha spartito col figlio, e chi sa che non

abbia anco a venire il nipote? Anche il diavolo, brutta copia del Pane

dei campi, lascierà dietro una siepe le corna e le unghie caprine, per

ridiventare il gran Pane, quegli che fu gridato morto dalla voce

misteriosa sulle acque del Tirreno. Oggi, io Satana, io Aporèma, non

sono che un concetto di questa età: ma cangerò, mi trasformerò senza

morire; morrà in cambio questa età di violenza, di superstizione; il

raggio di poche anime divinatrici muterà la faccia dell'universo. Anco a

loro malgrado io farò gli uomini migliori; per la storia dell'errore io

filtrerò loro la verità. Mi crederanno la pietra filosofale, la polvere

d'oro, l'elisire della vita, ed io insegnerò loro la chimica, che scopre

e sommette gli elementi del mondo. Mi chiederanno l'oroscopo, le

influenze dei pianeti sulle loro passioni, ed io insegnerò loro

l'astronomia, che descrive a fondo tutto l'universo. Il favoleggiato

prete Janni, la sognata Antilla e l'inganno ottico dell'Isola di San

Brandano, scopriranno un nuovo mondo, e la sete dell'oro sfrutterà la

scoperta. Intanto, io l'ho già fatta vaticinare da Seneca. Ai monaci poi

ed ai tormentatori della coscienza io serbo tal cosa che li manderà a

rotoli, la stampa, che toglierà dalle loro mani il traffico del libro, e

il privilegio di tenere sospeso lo spegnitoio sul lucignolo della

ragione. Altro ed altro farò, che il narrarti partitamente troppo mi

menerebbe ora a dilungo. Io t'amo, Ugo di Roccamàla, perchè tu sei forte

e gentil cavaliero; perchè mi hai guardato in volto senza tremare;

perchè mi hai profferto l'anima tua. Ma che ne farebbe il vecchio

diavolo, di questa, dato e non concesso che sia un'eredità sicura oltre

i confini della vita, e un patrimonio di cui si possa far donazione

_inter vivos_? Helel ha mestieri di uomini in questo mondo, non d'anime

ignude e disutili nei regni della morte. Suvvia, poichè un doloroso

esperimento t'ha sollevato sopra le illusioni della vita, vuoi tu essere

un gigante? Vuoi tu adombrare in un _Novum organon_ il progresso d'altri

tempi? Vuoi tu esser un martire di nuovi concetti? lo scopritore di una

forza che faccia sparir le distanze, o che faccia volare il pensiero? il

campione di un popolo? Bacone, Giordano Bruno, Galileo, Washington,

Bolivar, Garibaldi? Scegli e cominciamo fin d'ora! --

Ugo era rimasto attonito, trasognato, all'udire quel discorso di Helel,

al veder quasi grado a grado dipingersi, rilevarsi, illuminarsi sotto le

prodigiose parole la trasfigurazione dello spirito dannato; e già gli

pareva d'esser preso per mano e condotto via con un rapido volo verso

gli splendori lontani d'uno sterminato orizzonte. Il silenzio di Helel

lo ricondusse in sé medesimo; stette alquanto meditabondo; poi con

mestissimo accento rispose:

-- Tu mi fai scorgere invano le meraviglie dei secoli venturi. Io non

sono un forte come tu pensi; sono un povero guerriero trafitto nella

prima mischia della vita; non ho la virtù che in me vedi, troppo

amorevole consigliere, e se pure l'avessi, ad altro vorrei adoperarla.

Vedi, tutta la possanza che tu mi profferisci, tutta la gloria del

martirio, tutta la voluttà del trionfo, tutto io darei ora, pel solo,

per l'umile, pel ristretto potere di far salva una donna!...

-- Cotesto non è in mia balìa, te lo dissi.

-- Orbene, io vo' morire.

-- Per l'ultima volta, da senno?

-- Sì, per tutti i miei affetti contristati, per l'angoscia ineffabile

che mi siede nel cuore, per la vanità della mia esistenza, te lo giuro!

-- Sia fatta la tua volontà; nel primo lampo di folgore che solcherà

l'aria, noi partiremo. Ma in questa partenza è l'ultimo saluto di Helel.

La sua dimora è sulla terra; egli non ti seguirà dove vai.

-- E dove andrò io dunque?

-- Non so! -- disse lo spirito, a cui il volto si dipinse di profonda

mestizia.

E raccolto Ugo il felice nelle sue braccia, gl'impresse sulla fronte il

bacio dell'addio.

Il bagliore d'un lampo illuminò in quel punto la camera; la folgore

scoppiò sulla torre del Negromante, che crollò con orribile frastuono

dalle sue fondamenta.

Il Libro Nero · 第 26 / 42 题