De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di poetare.
Era una notte sullo scorcio di novembre, una notte stupendamente serena,
e rallegrata dal mite chiarore della luna crescente. L'amica dei
notturni viandanti, spuntando dietro al castello di Torrespina, facea
risaltare nel limpido cielo le opache sue cime, a guisa d'un nero
merletto su d'una veste bianca, e mandava uno sprazzo di luce sul
sentieruolo, che, costeggiando il fosso, saliva fino in capo all'erta
dov'era l'antico mastio della rocca.
Per quel sentieruolo andavano di buon passo salendo due uomini, chiusi
nelle loro cappe di pannolano, imperocchè l'aria notturna incominciava a
pungere, sugli Appennini.
Andavano, ho detto, di buon passo, ma non di buona voglia ambedue; chè
l'uno pareva trascinar l'altro quasi riluttante, o almeno infastidito di
quella briga ch'ei si era tolto di seguire il compagno. Come furono
giunti a mezza l'erta, il primo si fermò, e additando il muro del
castello dov'era aperto un verone illuminato, disse al vicino:
-- È là! Madonna s'è ridotta nelle sue stanze. Qui possiamo saltare nel
fosso, che andando più oltre potremmo essere scorti da qualcheduno. --
L'altro, come non avesse inteso lo invito, stava fermo a guardare il
verone.
-- Coraggio, figliuol mio! qui si parrà la tua fortezza d'animo. Molto
io t'ho detto, e più ancora ti resta a vedere.
-- Ma come? -- disse l'altro, senza muoversi tuttavia. -- Egli
ardirebbe?....
-- Oh bella, e perchè non vuoi tu che egli ardisca, se madonna
acconsente? Messer Corrado è da sei giorni alla corte d'Ivrea; ella è
rimasta a Torrespina, a cagione di una infermità che non saprei dirti.
Nel viluppo delle malattie femminili non ci trova il bandolo nemmanco il
demonio. Basta, eccola laggiù, l'inferma! La sua ombra si fa scorgere
nel vano della finestra. --
Infatti, era lei; Giovanna si avanzava sul verone, a respirare la fresca
aria della notte. Avvicinatasi alla balaustrata, si assise, appoggiò il
mento nella palma della mano, e rimase atteggiata per modo che il suo
bel volto apparve intieramente rischiarato da un raggio di luna. Su quel
raggio per fermo venìa difilato un genio notturno, a baciare quel viso
divino, e forse era lo stesso Oberone, che per lei dimenticava Titania e
le caste gioie del talamo.
-- Come è bella! come è bella! -- esclamò uno dei due, tendendo a quella
volta le palme.
-- Zitto! ecco l'altro che viene. Suvvia! non ti lasciar stregare, e
scendiamo nel fosso. --
Così dicendo, il Mèntore, pigliato per un braccio l'amico, lo trasse con
sè fino all'orlo del fosso, ove calarono prestamente ambidue, andando a
nascondersi dietro uno svolto di muro. Gli era tempo, imperocchè un
cavaliere, dalla persona snella e dal pronto passo, giungeva sul ciglio,
appunto in quella che i due si appiattavano, e, dopo aver agitata una
sciarpa di zendado, spiccava un salto al basso, e correva sotto ii
verone.
Uscito appena dalla penombra in cui era nascosta una parte del fosso, i
contorni del suo volto apparvero distinti allo sguardo scrutatore de'
due primi venuti. La luna rischiarava i biondi capelli inanellati, sui
quali posava una picciola berretta piumata, le apollinee forme del
petto, piuttosto messo in mostra che coverto da una leggiera saracina,
la spigliata e graziosa andatura delle gambe, chiuse in molli calze
divisate di seta, e le mani impedite dalla spada e da un liuto, arnesi
che aveva dovuto sollevare dal fianco, innanzi di spiccare il suo volo.
-- Ve' come si è fatto aitante della persona e di bella guisa! --
susurrò il Mèntore nell'orecchio all'amico. -- Cinque anni son presto
passati, e il fanciullo è diventato uomo, proprio come
quell'Anselmuccio, che oggi, la tua mercè, si godrà in pace il retaggio
di Roccamàla. Un bel cavaliero, in fede mia, e non mi fa stupore che
madonna se ne sia avveduta. L'uomo è fatto per la donna e tuttedue per
mettere il diavolo alla prova. Ma ecco, egli dà di piglio
all'istrumento; or vediamo s'egli abbia progredito nell'arte di poetare;
chè invero quella sua ballata di cinque anni or sono, la non valeva un
frullo, ed io gliel'ho lodata da fratello in Apolline, vo' dire per
misericordia. --
La voce di Fiordaliso, chè era egli infatti, interruppe le chiacchiere
con cui Aporèma andava trafiggendo lo spirito d'Ugo, di quel conte Ugo
che dovea passare alla posterità con l'appellativo di felice. Ed ecco
che cosa cantò, salendo soave al verone dove era assisa Giovanna, la
voce del biondo Fiordaliso:
-- Un giorno mi piacque
Di gaie canzoni
Il folle concerto
Tra' colmi bicchier;
O, lente le redini,
E fermo in arcioni,
Spronare all'aperto
L'ardente corsier.
Or vinta dal tedio
È l'anima mia;
Di strano languore
Morendo sen va.
Ah, contro l'effluvio
D'arcana malía,
Il povero core
Difesa non ha! --
-- Povero cuoricino! e' mi strappa le lagrime! -- borbottò fra i denti
Aporèma.
Ugo non disse verbo; ma ciò che dentro sentisse chiarì ad Aporèma la sua
mano, che convulsivamente gli strinse il braccio, accennandogli di non
interrompere il canto.
Fiordaliso, che non sapeva di avere così numeroso ed attento uditorio,
ma che non pensava a rallegrare altri orecchi fuor quelli dalla divina
Giovanna, così proseguì la ballata:
-- Smeraldo vivissimo
D'angelici lumi
Io vedo tra i cento
Doppieri brillar;
Galoppo e nell'aria
I noti profumi
D'un crine mi sento
Sul viso spirar.
Gioite, è vostr'opera,
Gentile mia fata;
Ma sensi più umani
Vi parlino al cor!
Vi prega d'un farmaco
La mente turbata....
Amore risani
Il male d'amor. --
-- Ah! ah! -- soggiunse ghignando Aporèma. -- Un'inferma lassù e un
infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani.
Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il
dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta
daddovero e voglio congratularmene seco lui.... Ah, eccolo finalmente,
il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta
legata ad un sassolino. --
Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio.
Frattanto un involto di piccola mole era caduto dall'alto del verone a'
piedi di Fiordaliso, e cinque dita raccolte alle labbra della divina
ascoltatrice dei suoi versi gli mandavano un bacio. Il cantore era
rimasto estatico a raccogliere il bacio; donde avvenne che non si
chinasse subito a raccogliere il messaggio, e quando, sparita la dama
dal verone, si volse per farlo, una mano traditora già l'avesse
ghermito.
Come si rimanesse Fiordaliso al non trovar più l'involto, che pure avea
veduto cadersi a' piedi, lascio che vel pensiate voi, o lettori. La luna
s'era poco dianzi nascosta dietro un querceto, e l'oscurità non gli dava
modo di veder molto lunge; tuttavia, guardando istintivamente dintorno a
sè, gli parve di scorgere un'ombra che sgattaiolasse verso lo svolto del
muro.
Animoso qual era, trasse incontanente il pugnale e si avventò da quella
banda. L'ombra nera gli si fece ritta dinanzi; ei s'avvinghiò
rabbiosamente a quel corpo, e giù colpi alla disperata. Ma nulla! la
punta del suo pugnale si rintuzzava su quel petto, e migliaia di
scintille sprizzavano dagli inutili colpi.
-- Chi sei tu? -- gridò egli allora, balzando indietro esterrefatto.
-- Sempre poeta! -- rispose l'altro, ridendo. -- Voi già vedete una
stregoneria dove non c'è che un giaco di assai buona tempera. Io porto
sempre quest'arnese sotto il farsetto, per custodirmi dalle furie dei
poeti come voi. La è questa una consuetudine che io vi consiglio del
pari, imperocchè adesso potrei rendervi pan per focaccia, e voi lasciar
qui la vita come un cane, dopo aver cantata come un cigno la vostra
ultima canzone. Una leggiadra ballata, in verità, e se voi mi
uccidevate, non avrei potuto darvene quella lode che vi si addice. Bene,
per Dio, giovinotto; _se tu segui la tua stella_ (ve lo dirò con un
poeta che non l'ha scritto ancora) _non puoi fallire a glorïoso
porto_. --
Fiordaliso tremava a verghe; quella voce stridula e quel piglio beffardo
non gli erano ignoti. Ancora non sapeva raccapezzarsi, ma un arcano
terrore gli serpeggiava per tutte le vene.
-- Messere, -- si provò egli a dire finalmente, -- voi avete posto mano
su d'un involto che non era per voi.
-- Nè per voi, messer Fiordaliso, e certo sta meglio nelle mie mani che
nelle vostre. Sareste voi per avventura uno di que' giullari da dozzina,
i quali vanno attorno, di corte in corte, di monte in piano, a rallegrar
le brigate con le loro coble e sirventesi, per farsi pagare di poi?
-- Che volete voi dire?
-- Che quella borsa, gittatavi da Madonna Giovanna di Torrespina, non è
fatta per voi, trovatore di alto grido, vincitore di giostre alla corte
di Napoli e armato cavaliero da Ataulfo imperator di Lamagna. Madonna ha
fatto gramo giudizio di voi, pagandovi per tal modo un'ora di sollazzo.
Voi, nobil cantore, spregiate l'oro e lasciate che ne goda un povero
menestrello. Non lo credete? Sono anch'io, ve lo giuro pel re David,
nostro santo patrono, un cultore della gaia scienza.... Non del vostro
valore, s'intende, non del vostro valore.... Io, a dir vero, non ho
ricevuto mai in premio una collana d'oro, come voi, cinque anni or sono,
dal vostro signore, dall'amante di quella gentil dama, a cui testè
chiedevate un farmaco per il male d'amore.
-- Ah! -- sclamò Fiordaliso, che avea finalmente riconosciuto Aporèma.
-- Il pellegrino di Roccamàla! --
E cadde al suolo, tramortito dallo spavento.
-- Il bighellone! Mi ha riconosciuto alla perfine; gli era tempo! Ugo,
figliuol mio, che fai tu ora? Animo, animo! Non vedi lassù.... da quel
verone?....
-- Io non vedo nulla. La luna è nascosta....
-- Guarda più attentamente; c'è lassù un'ombra bianca. La vedi tu ora?
Sta bene; e sai tu che faccia?
-- Or via, dillo, che fa?
-- Rafferma alla balaustrata una.... Mi duole in verità di avertelo a
dire; ma, tanto e tanto, l'avevi a sapere.... Anche questo messaggio può
fartene testimonianza....
-- Ma dimmi, alla croce di Dio, che fa ella ora?
-- Oh, una cosa da nulla! Le sue mani delicate raffermano il capo di una
scala di seta, che spenzola nel fosso.
-- Ah! per costui? -- urlò conte Ugo, mordendosi le mani.
-- Per costui! chi lo dice? -- soggiunse Aporèma. -- Se ti dà l'animo,
potrà essere per te.
-- Per me? in qual modo! -- chiese il giovane trasognato.
-- Sì certamente, per te! Suvvia, avventurato Fiordaliso! -- disse
Aporèma, percuotendolo con dolce dimestichezza sull'omero. -- Voi siete
nato vestito, e ancora non ve ne siete avveduto!
-- Fiordaliso!... che dici tu mai?
-- Dico, e puoi sincerartene dal capo alle piante, che tu se' biondo,
che porti sulla zàzzera una berretta piumata, che indossi una saracina e
le calze divisate di seta, che sei cresciuto di tre pollici, e che hai
tra mani un liuto.... ma questo puoi lasciarlo in basso, che oramai non
ti sarebbe d'alcun giovamento lassù, e potrebbe anco tornarti d'impaccio
nella tua corsa da scoiattolo.
-- Ah! -- gridò conte Ugo, a cui balenò negli occhi un lampo di gioia
sinistra.
E piantato Aporèma accanto al corpo dello svenuto, s'inoltrò verso il
verone, donde infatti spenzolava una tenue scala di seta.