CAPITOLO XIV.

Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver paura del

diavolo.

-- Che vuoi tu? -- chiese l'antico strozziere, dopo che ebbe squadrato

dal capo alle piante il nuovo venuto. -- In qual tuo bisogno può egli

giovarti il conte Anacleto di Roccamàla! --

Il conte di Roccamàla! E' bisognava vedere come egli si gonfiasse,

mettendo fuori quel nome, che aveva (così pensava egli) ad abbacinare il

nuovo testimone della sua grandezza. Ma ohimè, nulla è durevole quaggiù,

e quell'impeto di felice superbia aveva ad essergli ricacciato in gola.

-- Voi? -- esclamò il nuovo venuto, con atto di beffarda incredulità. --

Vive egli forse un conte di Roccamàla, poiché messer Ugo il felice ha

pagato il suo tributo alla gran madre antica? --

Il conte Anacleto (conte per grazia sua, come i lettori già sanno) fu ad

un pelo di uscire dai gangheri. Un'occhiata di frate Gualdo, che era lì

presso e gli mostrava il cielo con le palme tese, giunse in tempo a

trattenerlo. Si morse il labbro e quindi, sorridendo a malincorpo, uscì

in queste parole:

-- Tu vieni da lunge?

-- Sì, messere; vengo da terre assai lontane, e diverse eziandio di

costume da questa, imperocchè laggiù non si usa favellare così alla

domestica coi forastieri, come voi fate ora, dando del tu a cui non

conoscete.

-- O che? -- rispose lo strozziere ghignando. -- Sareste per avventura

il duca Namo di Baviera?

-- Lasciate le arguzie da banda; io mi son cavaliero e basta, se pure

non ce n'è d'avanzo.

-- Sia, messere; ma, in verità, il vostro arnese....

-- L'abito non fa il monaco! -- sentenziò il nuovo venuto. -- Chiedetene

al vostro reverendissimo sozio.

-- _Eheu nimirum!_ -- soggiunse fra Gualdo, facendo occhi da santo. --

Sì, certamente, voi dite il vero, messer cavaliero; siamo tutti

peccatori, e il glorioso san Bernardo, nostro patrono, fu il primo a

dire....

-- Ma insomma, -- gridò il castellano, dando sulla voce a frate Gualdo e

al suo glorioso patrono, -- che chiedete voi, messer cavaliero, al nome

di Dio?

-- Ah! -- disse tranquillamente l'interrogato. -- Ciò che mi ha condotto

quassù, risguarda un vecchio strozziere, e mi vedo in quella vece

dinanzi ad un conte. Me ne duole, per verità, dappoichè gli è un negozio

d'alto rilievo.... --

Benedicite, che già stava per mandarlo in falconeria, mutò subitamente

consiglio a quelle parole dello sconosciuto.

-- Messere, -- diss'egli, andando, come suol dirsi, a cercar le frasi

col fuscellino, -- io veramente.... poichè ciò che avete a dirci è cosa

d'alto rilievo.... non vi sarà ignoto quali siano, e come variabili, i

giuochi della fortuna.... _Tempora mutantur, et nos mutamur in illis_.

-- _Oh dictum bene!_ -- soggiunse fra Gualdo, con la sua arietta beata.

-- Che vuol dir ciò? -- chiese lo sconosciuto. -- Io non v'intendo....

-- Non sapete di latino, a quel che pare! Orrevole idioma, il latino; e

bisognerebbe non parlarne mai altro, perchè avesse finalmente a

rifiorire da noi. Io, vedete, vecchio qual sono, ho ripigliato a

studiarlo, insieme con questo reverendo amico.... Ma lasciamola lì, se

non vi garba. Volevo dirvi, con quella mia citazione, che io sono....

quel tale di cui cercate, e sono altresì il signore di Roccamàla. La

qual cosa vi sarebbe chiarissima da un pezzo, se non veniste, come dite,

_a longinquis regionibus_; e sapreste del pari che di questo dominio

avrò tra non molto l'investitura dallo imperator di Lamagna, al quale ho

mandato....

-- Sì, sì! -- interruppe lo sconosciuto. -- Questo io so bene,

quantunque venga _a longinquis_.... come voi dite. Gli avete fatto il

presente, per renderlo propizio alla vostra dimanda, de' più leggiadri e

destri randioni che il gran maestro de' cavalieri di Malta avesse

mandato a suo nipote, il conte Ugo, che Domineddio l'abbia in gloria! Ma

egli sarà un donativo sprecato, ed io vi giuro per la mia fede di

cavaliero, che non avrete il diploma di Cesare.

-- Domine, fallo tristo! -- urlò Benedicite, facendosi pavonazzo dalla

rabbia, e balzando dalla seggiola, come per avventarglisi contro.

-- Chetatevi, messere Anacleto! -- disse fra Gualdo, a mani giunte. --

_Esto prudens!_

-- Che _prudens!_ che _prudens!_ Le mani, le mani mi prudono ora, e non

so chi mi tenga ch'io non lo faccia balzare da quella finestra....

-- Provate! -- disse lo sconosciuto, incrocicchiando superbamente le

braccia sul petto.

-- Che sì.... che sì.... -- seguitò Benedicite, sempre più

riscaldandosi; ma fra Gualdo, levatosi da sedere, a malgrado del ventre,

andò a trattenerlo, e non senza fatica lo ridusse da capo sulla sua

scranna di cuoio cordovano.

-- _Pax tibi_, messere Anacleto! E voi, -- aggiunse il rubicondo

bernardone, voltandosi a dare la parte sua allo sconosciuto, -- non

dovreste uscire in cosiffatte sentenze, o metterle fuori con un po' più

di garbo. _Est modus in rebus...._

-- La mia gente! -- gridava intanto Benedicite. -- La mia gente! e sia

messo fuor del castello lo sciagurato!

-- No, neppur questo! -- soggiunse il paciere, -- non si usa tal

villania ad un forastiero, per una cosa mal detta. Oltre di che, vi

bisogna sapere chi egli sia...

-- Sì, orbene.... Lasciatemi, _pater reverendissime_, non mi state

dinanzi; sono tranquillo, non ho più nulla.... Ah, così va bene. Diteci

dunque, messer cavaliero, chi siete voi?...

-- Ah! -- rispose quegli, sorridendo. -- Di qui avevate a cominciare, e

non vi sareste guastato il sangue.... prima del tempo. Io sono il conte

di Roccamàla. --

Come si rimanesse il conte posticcio a quella improvvisa dichiarazione,

argomenti il lettore. Io dirò solamente che egli sentì traballarsi sotto

le membra la sua scranna feudale, e s'aggrappò forte ai bracciuoli, come

per sostenerla. Passato quel lampo di stupore e di paura, si provò a

ridere; ma le labbra sole si mossero e fecero una brutta smorfia; il

riso non venne dal cuore.

-- Ah, ah! il conte di Roccamàla! Questa è nuova di zecca.... E per ciò

appunto vi siete partito da casa vostra?

-- Messere, -- disse l'altro senza scomporsi, -- questa pergamena vi

farà fede dell'esser mio. Mi chiamo Ulrico di Roccamàla, e son figlio ad

Ottone, il fratello minore di Ruberto il taciturno. Questa è la

genealogia de' miei maggiori, che potrete raffrontare a quella del

castello, la quale il mio cugino Ugo non avrà certamente portata seco

sotterra. Che ne pensate voi?

-- Penso.... penso.... che tutto ciò è mirabilmente trovato, ma che non

m'importa un frullo. Le pergamene si possono scrivere....

-- _Sane!_ -- interruppe fra Gualdo, in quella che prendeva a sua volta

dalle mani del suo vecchio sozio la pergamena di Ulrico. -- Le pergamene

hanno questo pregio singolare, che esse non si richiamano mai delle

bugie che il tornaconto umano ci scrive. Ma, se questo è per avventura

un pregio per chi le ha da metter fuori, e non lo è di certo per coloro

che le hanno da leggere. --

Quell'altro non badò alle considerazioni del frate, e, volgendosi a

Benedicite, gli disse:

-- Questa pergamena porta il nome di un insigne araldo, e voi, dubitando

della sua autenticità, vi chiarireste, per ciò solo, indegno di cingere

spada. Ma, mettiamola pure in disparte; il mio volto non dice nulla a

voi, vecchio abitante di questo maniero, e testimone di tre generazioni?

Non vedete voi qui la fronte spaziosa, gli occhi fosforescenti e

l'aspetto leonino dei Roccamàla? Non vedete qui derivata la sporgenza

del loro labbro inferiore, il quale dimostra da due secoli che siamo

nati per comandare?

-- Non qui, mio bel sere, non qui! -- gridò Benedicite, stretto,

incalzato nelle sue ultime ridotte. -- Conte Ugo mi lasciò sue erede

universale, e ci ho un buon testamento che lo prova.

Il forastiero sorrise mestamente, in quella che volgeva una rapida

occhiata al monaco, e proseguì, in atto di chi, accostate le labbra ad

un'amara bevanda, vuol pure trangugiarla fino all'ultima stilla.

-- Io non dirò del vostro testamento quello che voi pur mo' della mia

pergamena. Vi dirò in quella vece che il vostro testamento non approda,

se vi manca il diploma di Cesare, che voi vassallo innalzi a condizione

di cavaliere e v'investa del dominio di così forte e ricco arnese. Ora,

siccome vi ho detto, questo diploma non avrete mai fino a tanto che io

viva, io conte Ulrico, io unico superstite del sangue dei Roccamàla.

Qui il conte Anacleto, che già stava assai male in arcioni, perdette a

dirittura le staffe.

-- Ah! -- gridò egli di rimando. -- E credete non ci sia più qui, non

rimanga nessuno di così nobile schiatta? Andate, tornate in Lamagna, _ad

bibendam cerevisiam vestram_; qui comanda il vecchio Anacleto, erede di

conte Ugo per forza di testamento e zio tutore del giovine conte

Anselmo, un vero e pretto Roccamàla, e, quel che più monta, di casa.

-- Tristo ed abbietto! -- tuonò il forastiero. -- Voi calunniate vostra

sorella!

-- Alla croce di Dio! -- gridò Benedicite, in atto di scagliarsi su lui.

Ma innanzi ch'egli avesse potuto colpire il suo avversario, fu colto da

un manrovescio così forte nel petto, che lo sbalestrò come un batuffolo

di cenci sulla sua scranna feudale.

Gli occhi, che aveva dovuti chiudere, videro nel buio delle palpebre un

subisso di fiamme; gli zufolarono le orecchie, e rimase un tratto come

tramortito. Quando finalmente potè trarre il respiro e riaprir gli

occhi, si trovò nelle braccia del monaco. Il forastiero era scomparso.

-- Frate Gualdo! -- diss'egli, con un fil di voce. -- A che tempi siamo!

-- _O tempora! o mores!_ -- rispose il monaco, alzando gli occhi alle

travi del soffitto. -- Pazienza, amico mio, pazienza ci vuole!

-- E in casa mia! e dentro una rôcca munita! -- proseguì Benedicite, a

cui tornava coi sensi la parlantina. -- E nessuno che si trovasse qui a

darmi man forte! E neppur voi vi siete mosso, fra Gualdo!...

-- O che potevo io, _fili mi dilettissime_? Come avrei potuto parare un

colpo così improvviso? E poi, a dirla schietta tra noi, non aveva egli

un pochettino di ragione?

-- Come? -- esclamò Benedicite, guardando in viso il compagno.

-- Sì certo, quella genealogia ei non l'aveva inventata; c'era il nome

di Guarnerio, uno dei più riputati araldi del tempo nostro....

-- E sia pure; -- rispose il castellano; -- ma il mio testamento val

tutte le pergamene araldiche del mondo.

-- Se fosse autentico! -- soggiunse con piglio sarcastico il

cisterciense.

-- Frate Gualdo!

-- Mastro Benedicite! --

A queste due esclamazioni tenne dietro una breve pausa, durante la quale

mastro Benedicite stette guardando attentamente fra Gualdo e fra Gualdo

rimase imperterrito a guardar Benedicite; questi, reggendo la muta

tranquillità del suo interlocutore, fu primo a rompere il silenzio.

-- Egli mi sembra, _pater reverendissime_, che voi dimentichiate un

tratto chi io mi sia,...

-- No, siete voi che lo dimenticate; -- ripigliò con un insolito accento

il cisterciense; -- ed io vo' rinfrescarvi la memoria. Voi siete il

fratello di latte di Ruberto il taciturno; avete veduto bambino e

cullato sulle vostre ginocchia Ugo il felice. Tutto ciò v'ha fatto dar

di volta il cervello. Il conte Ugo vi amava, il poverino, e lasciava a

voi molta più autorità che non si addicesse ad uno strozziere. Che dico

strozziere? Voi non lo eravate già più che per vostro diletto, per amore

ai falconi, non più per debito d'ufficio. In quella vece eravate voi il

visconte, il capitano degli arcieri, il gran siniscalco, il ser faccenda

della rôcca, nè si moveva qui foglia che voi non voleste. Quando messer

lo conte d'improvviso morì, voi giuraste di tenere in custodia il

castello e i dominii di Roccamàla, fino a tanto non giungesse il nuovo

signore, che si diceva esser vivo ancora, là dalle parti di Lamagna. Ma,

cresciuto di autorità, cresceste eziandio di superbia; e la superbia,

_fili mi dilectissime_, ha perduto animi più forti del vostro. _Experto

crede!_ Allora, solo ed ozioso, incominciaste ad amare un tantino di più

le anfore e le botti e ad ubbriacarvi sette giorni per settimana....

-- Con voi, fra Gualdo, con voi! -- interruppe mastro Benedicite, che

fino a quel punto non aveva potuto frenare quella ràffica d'eloquenza.

-- Sì, con frate Gualdo, non lo nego; ma nel vostro vino avete affogato

la voce della coscienza, e i fumi di quel vino si sono tramutati in un

sogno che piaceva al vostro orgoglio, in quella che recava offesa al

buon nome di vostra sorella....

-- Fra Gualdo! fra Gualdo! Io perdo la pazienza....

-- Gittatela a vostra posta; io tiro di lungo. Come se ciò non bastasse,

avete anco inventato un testamento....

-- Fatto da voi, frate Gualdo!... fatto da voi!

-- Sì anche stavolta, sì; io ci ho posto l'ingegno dell'amanuense. Ahimè

frate tapino! Amavo il vin di Cipro, io, l'ippocrasto, e sedere in

panciolle.... Giù al convento si mena una trista vita, si mangia scarse

pietanze in salsa di paternostri; e mi pigli il canchero, il vermocane,

se ogni altro soldato della milizia di San Bernardo, messo al mio posto;

non si sarebbe lasciato cogliere all'esca. Fra Gualdo ha peccato per la

gola, e ne avrà da far penitenza; ma il primo, il vero colpevole siete

voi, perchè a voi profittava il negozio. _Cui prodest? Nonne tibi?_

-- Frate! -- gridò Benedicite, provandosi a star su. -- Io ti farò

chiudere in tal chiostro che ti serva di cantina e di sepoltura!...

-- _Bene! optime!_ Ingrato.... calunniatore.... falsario.... fàtti anche

omicida! --

E così dicendo, il frate, di breve e corpacciuto ch'egli era, s'andava

allungando e curvando sempre più sulla persona di Benedicite, facendolo

rannicchiare da capo sulla scranna.

-- Gualdo, amico mio! -- mormorò egli, spaurito. -- Voi non mi avete mai

parlato in tal guisa....

-- Perchè aspettavo il mio giorno; perchè vo' lasciarti ora, innanzi di

partire, un ferro rovente nel cuore! --

Il tapinello chiuse gli occhi per non vedere quella sinistra figura, che

era ancora fra Gualdo e già incominciava a non esserlo. In quel mezzo,

una voce nasale si fe' udire sull'uscio.

-- _Pax Domini sit semper vobiscum!_

L'interlocutore di Benedicite volse lo sguardo, e vide quel che

aspettava. Ma il nuovo venuto non s'aspettava per fermo a quello che

vide, cioè alla sua immagine, al suo ventre, alla sua tonaca, a tutto sè

stesso insomma, raffigurato in un'altra persona, presso la sedia del

castellano.

Frate Gualdo, l'autentico frate Gualdo, fece per moto naturale il segno

della croce. Il suo Sosia si mise a ridere sgangheratamente. Benedicite,

che al suono dell'amica voce aveva riaperto gli occhi, guardava l'uno e

l'altro esterrefatto. E guardando più attentamente quello dei due che

gli era stato tutta la mattina da fianco, lo vide farsi lungo, lungo,

sottile, diafano, e finalmente sparire in uno scroscio di risa.

Per quel dì non fu bevuto nè Cipro, nè ippocasto, con sommo dolore del

vero fra Gualdo. Mastro Benedicite, preso dal farnetico, fu posto dai

suoi famigli a letto. Colà, egli vedeva fiamme e diavoli da ogni parte,

e perfino nella faccia rubizza e contenta del suo collega e complice,

che non ne capiva una iota.

Il Libro Nero · 第 22 / 42 题