Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver paura del
diavolo.
-- Che vuoi tu? -- chiese l'antico strozziere, dopo che ebbe squadrato
dal capo alle piante il nuovo venuto. -- In qual tuo bisogno può egli
giovarti il conte Anacleto di Roccamàla! --
Il conte di Roccamàla! E' bisognava vedere come egli si gonfiasse,
mettendo fuori quel nome, che aveva (così pensava egli) ad abbacinare il
nuovo testimone della sua grandezza. Ma ohimè, nulla è durevole quaggiù,
e quell'impeto di felice superbia aveva ad essergli ricacciato in gola.
-- Voi? -- esclamò il nuovo venuto, con atto di beffarda incredulità. --
Vive egli forse un conte di Roccamàla, poiché messer Ugo il felice ha
pagato il suo tributo alla gran madre antica? --
Il conte Anacleto (conte per grazia sua, come i lettori già sanno) fu ad
un pelo di uscire dai gangheri. Un'occhiata di frate Gualdo, che era lì
presso e gli mostrava il cielo con le palme tese, giunse in tempo a
trattenerlo. Si morse il labbro e quindi, sorridendo a malincorpo, uscì
in queste parole:
-- Tu vieni da lunge?
-- Sì, messere; vengo da terre assai lontane, e diverse eziandio di
costume da questa, imperocchè laggiù non si usa favellare così alla
domestica coi forastieri, come voi fate ora, dando del tu a cui non
conoscete.
-- O che? -- rispose lo strozziere ghignando. -- Sareste per avventura
il duca Namo di Baviera?
-- Lasciate le arguzie da banda; io mi son cavaliero e basta, se pure
non ce n'è d'avanzo.
-- Sia, messere; ma, in verità, il vostro arnese....
-- L'abito non fa il monaco! -- sentenziò il nuovo venuto. -- Chiedetene
al vostro reverendissimo sozio.
-- _Eheu nimirum!_ -- soggiunse fra Gualdo, facendo occhi da santo. --
Sì, certamente, voi dite il vero, messer cavaliero; siamo tutti
peccatori, e il glorioso san Bernardo, nostro patrono, fu il primo a
dire....
-- Ma insomma, -- gridò il castellano, dando sulla voce a frate Gualdo e
al suo glorioso patrono, -- che chiedete voi, messer cavaliero, al nome
di Dio?
-- Ah! -- disse tranquillamente l'interrogato. -- Ciò che mi ha condotto
quassù, risguarda un vecchio strozziere, e mi vedo in quella vece
dinanzi ad un conte. Me ne duole, per verità, dappoichè gli è un negozio
d'alto rilievo.... --
Benedicite, che già stava per mandarlo in falconeria, mutò subitamente
consiglio a quelle parole dello sconosciuto.
-- Messere, -- diss'egli, andando, come suol dirsi, a cercar le frasi
col fuscellino, -- io veramente.... poichè ciò che avete a dirci è cosa
d'alto rilievo.... non vi sarà ignoto quali siano, e come variabili, i
giuochi della fortuna.... _Tempora mutantur, et nos mutamur in illis_.
-- _Oh dictum bene!_ -- soggiunse fra Gualdo, con la sua arietta beata.
-- Che vuol dir ciò? -- chiese lo sconosciuto. -- Io non v'intendo....
-- Non sapete di latino, a quel che pare! Orrevole idioma, il latino; e
bisognerebbe non parlarne mai altro, perchè avesse finalmente a
rifiorire da noi. Io, vedete, vecchio qual sono, ho ripigliato a
studiarlo, insieme con questo reverendo amico.... Ma lasciamola lì, se
non vi garba. Volevo dirvi, con quella mia citazione, che io sono....
quel tale di cui cercate, e sono altresì il signore di Roccamàla. La
qual cosa vi sarebbe chiarissima da un pezzo, se non veniste, come dite,
_a longinquis regionibus_; e sapreste del pari che di questo dominio
avrò tra non molto l'investitura dallo imperator di Lamagna, al quale ho
mandato....
-- Sì, sì! -- interruppe lo sconosciuto. -- Questo io so bene,
quantunque venga _a longinquis_.... come voi dite. Gli avete fatto il
presente, per renderlo propizio alla vostra dimanda, de' più leggiadri e
destri randioni che il gran maestro de' cavalieri di Malta avesse
mandato a suo nipote, il conte Ugo, che Domineddio l'abbia in gloria! Ma
egli sarà un donativo sprecato, ed io vi giuro per la mia fede di
cavaliero, che non avrete il diploma di Cesare.
-- Domine, fallo tristo! -- urlò Benedicite, facendosi pavonazzo dalla
rabbia, e balzando dalla seggiola, come per avventarglisi contro.
-- Chetatevi, messere Anacleto! -- disse fra Gualdo, a mani giunte. --
_Esto prudens!_
-- Che _prudens!_ che _prudens!_ Le mani, le mani mi prudono ora, e non
so chi mi tenga ch'io non lo faccia balzare da quella finestra....
-- Provate! -- disse lo sconosciuto, incrocicchiando superbamente le
braccia sul petto.
-- Che sì.... che sì.... -- seguitò Benedicite, sempre più
riscaldandosi; ma fra Gualdo, levatosi da sedere, a malgrado del ventre,
andò a trattenerlo, e non senza fatica lo ridusse da capo sulla sua
scranna di cuoio cordovano.
-- _Pax tibi_, messere Anacleto! E voi, -- aggiunse il rubicondo
bernardone, voltandosi a dare la parte sua allo sconosciuto, -- non
dovreste uscire in cosiffatte sentenze, o metterle fuori con un po' più
di garbo. _Est modus in rebus...._
-- La mia gente! -- gridava intanto Benedicite. -- La mia gente! e sia
messo fuor del castello lo sciagurato!
-- No, neppur questo! -- soggiunse il paciere, -- non si usa tal
villania ad un forastiero, per una cosa mal detta. Oltre di che, vi
bisogna sapere chi egli sia...
-- Sì, orbene.... Lasciatemi, _pater reverendissime_, non mi state
dinanzi; sono tranquillo, non ho più nulla.... Ah, così va bene. Diteci
dunque, messer cavaliero, chi siete voi?...
-- Ah! -- rispose quegli, sorridendo. -- Di qui avevate a cominciare, e
non vi sareste guastato il sangue.... prima del tempo. Io sono il conte
di Roccamàla. --
Come si rimanesse il conte posticcio a quella improvvisa dichiarazione,
argomenti il lettore. Io dirò solamente che egli sentì traballarsi sotto
le membra la sua scranna feudale, e s'aggrappò forte ai bracciuoli, come
per sostenerla. Passato quel lampo di stupore e di paura, si provò a
ridere; ma le labbra sole si mossero e fecero una brutta smorfia; il
riso non venne dal cuore.
-- Ah, ah! il conte di Roccamàla! Questa è nuova di zecca.... E per ciò
appunto vi siete partito da casa vostra?
-- Messere, -- disse l'altro senza scomporsi, -- questa pergamena vi
farà fede dell'esser mio. Mi chiamo Ulrico di Roccamàla, e son figlio ad
Ottone, il fratello minore di Ruberto il taciturno. Questa è la
genealogia de' miei maggiori, che potrete raffrontare a quella del
castello, la quale il mio cugino Ugo non avrà certamente portata seco
sotterra. Che ne pensate voi?
-- Penso.... penso.... che tutto ciò è mirabilmente trovato, ma che non
m'importa un frullo. Le pergamene si possono scrivere....
-- _Sane!_ -- interruppe fra Gualdo, in quella che prendeva a sua volta
dalle mani del suo vecchio sozio la pergamena di Ulrico. -- Le pergamene
hanno questo pregio singolare, che esse non si richiamano mai delle
bugie che il tornaconto umano ci scrive. Ma, se questo è per avventura
un pregio per chi le ha da metter fuori, e non lo è di certo per coloro
che le hanno da leggere. --
Quell'altro non badò alle considerazioni del frate, e, volgendosi a
Benedicite, gli disse:
-- Questa pergamena porta il nome di un insigne araldo, e voi, dubitando
della sua autenticità, vi chiarireste, per ciò solo, indegno di cingere
spada. Ma, mettiamola pure in disparte; il mio volto non dice nulla a
voi, vecchio abitante di questo maniero, e testimone di tre generazioni?
Non vedete voi qui la fronte spaziosa, gli occhi fosforescenti e
l'aspetto leonino dei Roccamàla? Non vedete qui derivata la sporgenza
del loro labbro inferiore, il quale dimostra da due secoli che siamo
nati per comandare?
-- Non qui, mio bel sere, non qui! -- gridò Benedicite, stretto,
incalzato nelle sue ultime ridotte. -- Conte Ugo mi lasciò sue erede
universale, e ci ho un buon testamento che lo prova.
Il forastiero sorrise mestamente, in quella che volgeva una rapida
occhiata al monaco, e proseguì, in atto di chi, accostate le labbra ad
un'amara bevanda, vuol pure trangugiarla fino all'ultima stilla.
-- Io non dirò del vostro testamento quello che voi pur mo' della mia
pergamena. Vi dirò in quella vece che il vostro testamento non approda,
se vi manca il diploma di Cesare, che voi vassallo innalzi a condizione
di cavaliere e v'investa del dominio di così forte e ricco arnese. Ora,
siccome vi ho detto, questo diploma non avrete mai fino a tanto che io
viva, io conte Ulrico, io unico superstite del sangue dei Roccamàla.
Qui il conte Anacleto, che già stava assai male in arcioni, perdette a
dirittura le staffe.
-- Ah! -- gridò egli di rimando. -- E credete non ci sia più qui, non
rimanga nessuno di così nobile schiatta? Andate, tornate in Lamagna, _ad
bibendam cerevisiam vestram_; qui comanda il vecchio Anacleto, erede di
conte Ugo per forza di testamento e zio tutore del giovine conte
Anselmo, un vero e pretto Roccamàla, e, quel che più monta, di casa.
-- Tristo ed abbietto! -- tuonò il forastiero. -- Voi calunniate vostra
sorella!
-- Alla croce di Dio! -- gridò Benedicite, in atto di scagliarsi su lui.
Ma innanzi ch'egli avesse potuto colpire il suo avversario, fu colto da
un manrovescio così forte nel petto, che lo sbalestrò come un batuffolo
di cenci sulla sua scranna feudale.
Gli occhi, che aveva dovuti chiudere, videro nel buio delle palpebre un
subisso di fiamme; gli zufolarono le orecchie, e rimase un tratto come
tramortito. Quando finalmente potè trarre il respiro e riaprir gli
occhi, si trovò nelle braccia del monaco. Il forastiero era scomparso.
-- Frate Gualdo! -- diss'egli, con un fil di voce. -- A che tempi siamo!
-- _O tempora! o mores!_ -- rispose il monaco, alzando gli occhi alle
travi del soffitto. -- Pazienza, amico mio, pazienza ci vuole!
-- E in casa mia! e dentro una rôcca munita! -- proseguì Benedicite, a
cui tornava coi sensi la parlantina. -- E nessuno che si trovasse qui a
darmi man forte! E neppur voi vi siete mosso, fra Gualdo!...
-- O che potevo io, _fili mi dilettissime_? Come avrei potuto parare un
colpo così improvviso? E poi, a dirla schietta tra noi, non aveva egli
un pochettino di ragione?
-- Come? -- esclamò Benedicite, guardando in viso il compagno.
-- Sì certo, quella genealogia ei non l'aveva inventata; c'era il nome
di Guarnerio, uno dei più riputati araldi del tempo nostro....
-- E sia pure; -- rispose il castellano; -- ma il mio testamento val
tutte le pergamene araldiche del mondo.
-- Se fosse autentico! -- soggiunse con piglio sarcastico il
cisterciense.
-- Frate Gualdo!
-- Mastro Benedicite! --
A queste due esclamazioni tenne dietro una breve pausa, durante la quale
mastro Benedicite stette guardando attentamente fra Gualdo e fra Gualdo
rimase imperterrito a guardar Benedicite; questi, reggendo la muta
tranquillità del suo interlocutore, fu primo a rompere il silenzio.
-- Egli mi sembra, _pater reverendissime_, che voi dimentichiate un
tratto chi io mi sia,...
-- No, siete voi che lo dimenticate; -- ripigliò con un insolito accento
il cisterciense; -- ed io vo' rinfrescarvi la memoria. Voi siete il
fratello di latte di Ruberto il taciturno; avete veduto bambino e
cullato sulle vostre ginocchia Ugo il felice. Tutto ciò v'ha fatto dar
di volta il cervello. Il conte Ugo vi amava, il poverino, e lasciava a
voi molta più autorità che non si addicesse ad uno strozziere. Che dico
strozziere? Voi non lo eravate già più che per vostro diletto, per amore
ai falconi, non più per debito d'ufficio. In quella vece eravate voi il
visconte, il capitano degli arcieri, il gran siniscalco, il ser faccenda
della rôcca, nè si moveva qui foglia che voi non voleste. Quando messer
lo conte d'improvviso morì, voi giuraste di tenere in custodia il
castello e i dominii di Roccamàla, fino a tanto non giungesse il nuovo
signore, che si diceva esser vivo ancora, là dalle parti di Lamagna. Ma,
cresciuto di autorità, cresceste eziandio di superbia; e la superbia,
_fili mi dilectissime_, ha perduto animi più forti del vostro. _Experto
crede!_ Allora, solo ed ozioso, incominciaste ad amare un tantino di più
le anfore e le botti e ad ubbriacarvi sette giorni per settimana....
-- Con voi, fra Gualdo, con voi! -- interruppe mastro Benedicite, che
fino a quel punto non aveva potuto frenare quella ràffica d'eloquenza.
-- Sì, con frate Gualdo, non lo nego; ma nel vostro vino avete affogato
la voce della coscienza, e i fumi di quel vino si sono tramutati in un
sogno che piaceva al vostro orgoglio, in quella che recava offesa al
buon nome di vostra sorella....
-- Fra Gualdo! fra Gualdo! Io perdo la pazienza....
-- Gittatela a vostra posta; io tiro di lungo. Come se ciò non bastasse,
avete anco inventato un testamento....
-- Fatto da voi, frate Gualdo!... fatto da voi!
-- Sì anche stavolta, sì; io ci ho posto l'ingegno dell'amanuense. Ahimè
frate tapino! Amavo il vin di Cipro, io, l'ippocrasto, e sedere in
panciolle.... Giù al convento si mena una trista vita, si mangia scarse
pietanze in salsa di paternostri; e mi pigli il canchero, il vermocane,
se ogni altro soldato della milizia di San Bernardo, messo al mio posto;
non si sarebbe lasciato cogliere all'esca. Fra Gualdo ha peccato per la
gola, e ne avrà da far penitenza; ma il primo, il vero colpevole siete
voi, perchè a voi profittava il negozio. _Cui prodest? Nonne tibi?_
-- Frate! -- gridò Benedicite, provandosi a star su. -- Io ti farò
chiudere in tal chiostro che ti serva di cantina e di sepoltura!...
-- _Bene! optime!_ Ingrato.... calunniatore.... falsario.... fàtti anche
omicida! --
E così dicendo, il frate, di breve e corpacciuto ch'egli era, s'andava
allungando e curvando sempre più sulla persona di Benedicite, facendolo
rannicchiare da capo sulla scranna.
-- Gualdo, amico mio! -- mormorò egli, spaurito. -- Voi non mi avete mai
parlato in tal guisa....
-- Perchè aspettavo il mio giorno; perchè vo' lasciarti ora, innanzi di
partire, un ferro rovente nel cuore! --
Il tapinello chiuse gli occhi per non vedere quella sinistra figura, che
era ancora fra Gualdo e già incominciava a non esserlo. In quel mezzo,
una voce nasale si fe' udire sull'uscio.
-- _Pax Domini sit semper vobiscum!_
L'interlocutore di Benedicite volse lo sguardo, e vide quel che
aspettava. Ma il nuovo venuto non s'aspettava per fermo a quello che
vide, cioè alla sua immagine, al suo ventre, alla sua tonaca, a tutto sè
stesso insomma, raffigurato in un'altra persona, presso la sedia del
castellano.
Frate Gualdo, l'autentico frate Gualdo, fece per moto naturale il segno
della croce. Il suo Sosia si mise a ridere sgangheratamente. Benedicite,
che al suono dell'amica voce aveva riaperto gli occhi, guardava l'uno e
l'altro esterrefatto. E guardando più attentamente quello dei due che
gli era stato tutta la mattina da fianco, lo vide farsi lungo, lungo,
sottile, diafano, e finalmente sparire in uno scroscio di risa.
Per quel dì non fu bevuto nè Cipro, nè ippocasto, con sommo dolore del
vero fra Gualdo. Mastro Benedicite, preso dal farnetico, fu posto dai
suoi famigli a letto. Colà, egli vedeva fiamme e diavoli da ogni parte,
e perfino nella faccia rubizza e contenta del suo collega e complice,
che non ne capiva una iota.