Dove si stilla in dieci pagine ciò che potrebbe stemperarsi in cento.
Ho letto, non so più in qual libro, di un filosofo che sudò di molte
camicie a cercare se il tempo fosse un gran veneno, come l'ha dichiarato
il Petrarca, o un gran rimedio, siccome è dimostrato da tanti e tanti
casi della vita. Inutile studio, a parer mio! Spesso i veleni più
possenti riescono farmachi, e i farmachi più blandi riescon veleni. La
scienza vi discorre e vi spiega queste apparenti contraddizioni della
natura; e a me l'esperienza, questa durissima scienza della vita, ha
insegnato che il tempo, rimedio e veleno, non rammargina le antiche
piaghe se non per aprirne di nuove, che la immagine di un alto dolore
scorre impunemente su quelle fibre che nel tempo antico avea fatte
frizzare, e un lieve rammarico, fresco di quel dì, fa metter grida e
guaiti più forti che non ne mettesse Prometeo sulla rupe, ai colpi di
rostro del vorace avoltoio.
Ahi, Ugo di Roccamàla! ahi, povero martire d'un dubbio! Tu volevi
sapere, e non ti peritasti di mettere la posta più grossa nel tuo
esperimento doloroso. Ora ecco che noi, senza fatica, senza stregonerie,
riusciamo a saperne altrettanto; poniamo a sindacato gli affetti del
cuore, tiriamo giù la sua brava equazione, troviamo la formola che li
crea e quella che li distrugge. La vita, per tal modo considerata, ci si
dimostra una cosa assai più da ridere che da piangere, e da non francar
sempre la spesa d'esser vissuta.
Ma lasciamo l'algebra del cuore in disparte. Perchè parlavamo noi del
tempo? Volevamo chiedergli cinque anni, da farli trascorrere in un
batter d'ali, per comodo del nostro racconto. Ed ecco, i cinque anni
sono passati, mie belle lettrici, e quel che più monta, senza mescolare
un filo d'argento nei vostri capegli, senza scavarvi una ruga traditora
alle tempie. Se così fosse mai sempre, se gli anni passassero, senza
avvizzirci sulle guance il fiore della gioventù, senza raffreddarci a
gradi a gradi il lago del cuore, chi non amerebbe invecchiare, poichè lo
andare innanzi negli anni non è altro che vivere? Ma ohimè, il tempo
passa e, non pure ogni anno, ogni giorno ci ruba qualcosa; il miracolo
di far volare il tempo senza danno d'alcuno, non ve lo fa che un
romanziero, e pur troppo gli è un miracolo per celia!
Basta, sono trascorsi cinque anni dalla morte di Ansaldo di Leuca. Il
savio lettore ha già capito che Morello ha tolto commiato quel dì
medesimo dalla corte di Torrespina. Non si sta accanto ad una donna con
le mani tinte del sangue di chi pure l'amò. Il combattimento era leale,
necessario; la vostra vittoria desiderata; ma guai a rimanere dopo quel
combattimento e dopo quella vittoria!
Tutto ciò aveva inteso Morello, anche prima di sentirselo a dire dal suo
fedel consigliero. Inoltre, che cosa poteva egli sperare di ottenere
eziandio? Quella donna aveva fatto per lui tutto ciò che le era concesso
dal suo stato d'allora. Egli portava sul petto una sciarpa di verde
zendado, testimonio, se non d'amore, di benevolenza singolare, e
scolpite nel cuore queste gravi parole: «se uomo al mondo potessi amar
tuttavia, voi sareste quel desso.» Chieder di più in quel momento,
fermarsi a mendicare un quotidiano sorriso, sarebbe stato un cadere in
quella mediocrità, che può parer d'oro a molti, ma che non ha uscita, nè
speranza di fortuna migliore. Savio consiglio il partire; un amore che
vicino spaventa, o infastidisce, lontano si vagheggia senza timore,
cresce quasi inavvertito e soggioga.
In tal guisa e con tali propositi, Morello si partì da Torrespina, nè
per cinque anni più vide quei luoghi. Dormì egli cinque anni in una
notte, o gli passarono dinanzi agli occhi rapidi come un baleno? Questo
ed altro potea fare Aporèma.
Comunque ciò fosse, la storia dice che Morello di Monferrato fu alla
corte paterna; quindi, per la via di Lamagna, fino a Tessalonica, reame
di sua famiglia, e di là navigò a Costantinopoli e corse molta terra
d'Asia, dappertutto celebrando la bellezza sovrumana della figliuola del
Lionello del Cengio, e rompendo in onor suo molte lance contro francesi
e saracini.
E Giovanna, nella solitudine del suo maniero, udiva di frequente il nome
di Morello. Talfiata gli era un povero monaco, che se ne tornava
pedestre dal sepolcro di Cristo, e le recava novelle del prode e memore
cavaliero, insieme con un pezzettino del santo legno; tal altra un gaio
menestrello, che le ripeteva d'udita i versi, divenuti famosi, del
giovine innamorato.
Ma che sapeva egli del cuore di lei? Aporèma gli aveva chiesto di dar
tempo al tempo, ed egli assaporava la triste voluttà di un mutamento,
lontano o vicino, ma certo; spiava ansioso e tremante il giorno che la
memoria di Ugo di Roccamàla fosse tradita nel cuor di Giovanna.
E già forse non era? Che cosa avea ottenuto Ugo in suo vivente, da lei?
Ciò che ebbe a dire più tardi un altro martire del dubbio: _parole,
parole, parole!_ Morello potea dunque, e ragionevolmente, argomentare di
esser giunto ad uguale ventura, e il suo sperimento avrebbe potuto
credersi finito, se un nuovo dubbio non fosse nato nell'anima sua.
-- Amerà me finalmente.... Aporèma lo giura. Ma, se pure ciò avvenga,
che vorrà dire? potrò io farne colpa a lei e crederla dimentica
dell'amato estinto? Se lo spirito che muove queste membra è quel desso
di prima, non potrà dirsi che ella, amando Morello, obbedisca all'arcana
possanza dello spirito di Ugo?...
E qui nuove incertezze, ed una tenerezza ineffabile per quella donna. E
con questo pensiero, vagheggiato nella mente senza farne motto al
compagno, un cavaliero, male in arnese e stanco in apparenza come chi
abbia fornito assai lungo cammino, saliva l'erta di Roccamàla, una
mattina di novembre, sei anni dopo la morte di Ugo, andando a chiedere
ospitalità al nuovo signore del castello.
Ora il nuovo signore del castello non era altri che quel burlesco
personaggio, già noto ai lettori, di mastro Benedicite, il vecchio
strozziere.
Com'egli di vassallo fosse giunto a quell'alto stato s'è detto, e son
note le grasse risa che ne erano state fatte a Torrespina. Ma ben più
avrebbe riso la corte di messere Corrado, se avesse saputo in qual modo
l'antico falconiere di Ugo rispondesse al nobile ufficio di successore.
A me, per dipingervi a modo questo ridevole castellano, bisognerebbe la
penna e il buon umore di Rabelais; _ma poi ch'io non l'abbo_ (direbbe
Dante) mi ridurrò al più modesto ufficio di raccontarvi come il nuovo
signore passasse i suoi giorni feudali.
Anzitutto ei dormiva, oh! dormiva come un ghiro, e non c'era verso che
il ponte di Roccamàla si calasse prima delle undici del mattino, ora in
cui l'ottimo gaudente si alzava dal suo letto comitale. Chiunque avesse
bisogno di entrare, era cortesemente pregato di attendere, foss'anco
stato Carlomagno redivivo. Que' che volevano uscire innanzi l'ora ci
avevano la scappatoia delle scale di corda; ma qui bisognava farla
netta; se no, guai al trasgressore della comune disciplina; il
castellano non lasciava correre lo scherzo!
I negozi del castello andavano innanzi, come al tempo di Ugo il felice,
con questo solo divario che i parassiti dell'estinto signore erano stati
con bel garbo messi fuori e che lo stesso Fiordaliso, il quale era di
nobil sangue, non volendo stare ai servigi di un villan rifatto, se
n'era andato, _sua sponte_, da Roccamàla, per cercarsi ventura altrove.
-- Buon viaggio! -- aveva detto Benedicite. -- _I in malam crucem!_ --
aveva soggiunto tra' denti.
Ma se il paggio era andato, il castellano non era altrimenti rimasto
senza un fedele compagno. Un certo fra Gualdo, buon bernardone del
monistero vicino (ho detto fin dal principio di questo racconto che cosa
fossero i bernardoni e perchè chiamati in tal guisa), faceva compagnia
quotidiana a messer lo conte. E se il castello non risuonava più degli
accordi del liuto e delle gaie canzoni del biondo Fiordaliso, echeggiava
per contro delle nasali salmodie del cirsterciense e del suo protettore,
_arcades ambo_, e così bene pasciuti, che l'uno pareva sant'Antonio, e
l'altro.... quel suo collega che sapete.
Il conte Benedicite s'incamminava di buon passo sulla via della santità.
Egli e fra Gualdo recitavano ogni giorno insieme il breviario, e tra un
salmo e l'altro, tra un'antifona ed un _oremus_, solevano bagnarsi
l'ugola, per rinfrescare la voce. Cominciavano a centellare, a
sorseggiare quel famoso vin di Cipro, che l'uguale (giusta la nota frase
di Benedicite) non si beveva alla mensa del serenissimo doge di Venezia;
poi tracannavano addirittura le ciòtole; e finivano ogni sera col
disfidarsi a chi bevesse meglio a garganella, senza imbrodolarsi la
giubba.
Per tal modo non riusciva strano che ogni notte fossero in cimberli, e
il più delle volte i famigli fossero costretti a raccappezzarli sotto la
tavola, per levarli di peso e portarli a dormire.
Il conte Benedicite! Notate rotondità di nome! Ma al castellano non gli
andava ai versi. Diventato padrone, egli s'era affrettato a
ribattezzarsi col suo antico nome di Anacleto, comandando, sotto pena di
andare a marcire nei sotterranei della rocca, che nessuno fosse tanto
ardito da dimenticarselo.
Ma le furon novelle. A nessuno veniva fatto di chiamarlo conte Anacleto;
e qualche esempio da lui dato a' trasgressori fece sì che nel
rivolgergli il discorso non gli si desse più verun nome. Lui assente,
del resto, non si diceva altro che conte Benedicite, ed anzi v'era
taluno la cui lingua ribelle non sapeva dir «conte» e tirava innanzi a
dir mastro Benedicite, come nel tempo passato.
Il solo che lo chiamasse col suo vero nome, troppo tardi svecchiato, era
lo strozziere di Roccamàla, persona nuova, e successore del nuovo
padrone in quella aucuparia dignità. Conte Anacleto (lo storico
imparziale gli farà anch'egli il torto di non chiamarlo a modo?), conte
Anacleto avea fatto venire assai da lontano quel personaggio, perchè
avesse cura delle sue nobilissime bestie.
Di insegnare il mestiero all'Anselmuccio non gli era infatti più nulla.
Quel biondo nipotino, che i lettori conoscono per la sua lezione sulle
varie generazioni di falchi, poteva essere allora sui diciassett'anni, e
nato, come era, da una sorella di Benedicite, il quale non aveva
figliuoli, diventava per conseguenza il contino, l'erede della corona,
salvo (s'intende) il caso d'una rivoluzione, od altro accidente che
avesse a turbare il prestabilito ordine dinastico.
Lassù si andava bisbigliando che l'Anselmo fosse un figlio _extra torum_
di Roberto il taciturno e fratellino carnale di conte Ugo. Benedicite,
che in ogni altra occasione si sarebbe recato di questa diceria come di
ingiuria gravissima alla memoria della sorella, or la lasciava correre,
come quella che gli pareva una consacrazione del diritto di successione.
Onore umano, come cangi spesso di nome e di luogo!
Ma, il lettore dirà, e non c'era il testamento per raffidarlo? Ahimè,
nessuno lo aveva veduto, quel testamento, e non se ne parlava che
d'udita, perchè lo avea detto egli...
Così il conte Anacleto passava il suo tempo abbastanza felice. Egli era
una specie di Macbeth, senza i delitti, ma con tutte le sperticate
ambizioni e con la più sperticata ingratitudine verso la memoria del suo
estinto signore.
Al nuovo feudatario non mancava che una cosa, la castellana. Talfiata,
nelle sue bacchiche conversazioni con frate Gualdo, e quando il vino gli
dava nell'elegiaco, il conte Anacleto Benedicite si lasciava ire alla
tristezza di questo pensiero.
-- _Vae soli_, frate Gualdo, _vae soli!_ lo ha detto re Salomone; ed
egli doveva intendersene, che, pel timore di rimaner solo, s'era tolto
settecento mogli, e trecento... ausiliarie. Or dove ne troverò io una?
-- Che dite voi, messere? -- rispondeva frate Gualdo, il quale aveva un
altissimo concetto del vino di conte Anacleto. -- Qual donna non si
recherebbe a ventura di avervi in marito, _felicem adire thalamum_?
-- Voi non direste male, _pater reverendissime_, se io fossi giovane,
_si mihi rideret ætas_. Ma oramai la è passata, l'età degli amori
onnipossenti, e qual Sabina di queste castella si lascierebbe rapire da
un vecchio par mio?
-- Mi viene in mente una bella pensata; -- disse fra Gualdo. -- O non
potreste sposare la figlia dell'armaiuolo? Quella è una bellissima
femmina, _mulier formosissima_, non troppo giovine....
-- Ah, ah! -- gridò mastro Benedicite, cioè scusate, il conte Anacleto.
-- _Bibisti quam maxime, pater reverendissime!_ Voi mi proponete di far
casaccia....
-- O come, casaccia?
-- Maisì, un gramo parentado. O che, vi par egli dicevole? Un signore di
Roccamàla.... la figlia d'un fabbro.... Ella è belloccia, _mehercle!_ e
non nego che se fossi il re Salomone, non avrei nessuna difficoltà a
farla la millesima prima....
-- Messer Anacleto! -- interruppe scandolezzato il monaco. -- Re
Salomone cadde per questi suoi peccati in disgrazia di Dio.
-- Ah, me n'ero scordato; ma basta, io non corro di simiglianti
pericoli, a questi lumi di luna. Io volevo dirvi soltanto che un signore
di Roccamàla non può scender di condizione, e che i vostri argomenti
peccano contro il senso comune.
-- Io dicevo così per dire; -- rispose fra Gualdo. -- Non ne parliamo
più. --
«Non ne parliamo più» gli era presto detto! Cotesto era in quella vece
il discorso che veniva in tavola ogni giorno, poichè il pensiero del
matrimonio era l'unica spina del conte Anacleto.
Per ventura, ogni sera, il vin di Cipro veniva pietoso ad affogare il
dolore del conte.
E adesso che abbiamo rifatta conoscenza, con gli abitanti di Roccamàla,
ripigliamo il filo del nostro racconto, torniamo al forastiero, che ha
avuto tempo a salir l'erta, agio ad aspettare la calata del ponte, e
modo di giungere fino alla gran sala del castello, dove il conte
Anacleto, _quondam_ strozziere, seduto sulla scranna feudale, riceveva i
cavalieri e rendeva giustizia ai vassalli.