Nel quale si legge della differenza che corre fra astori e barbagianni.
I primi albori del giorno rischiaravano appena la morta campagna, e già
gli arcieri di Torrespina erano costretti a calare il ponte, per dare
uscita a due cavalieri che andavano alla quercia di Marenda, seguiti da
loro scudieri e donzelli.
Quantunque vestiti di pesante armatura, essi cavalcavano due palafreni.
Ma gli scudieri che venivano dietro a loro conducevano per le redini due
poderosi destrieri, bardati sulla cervice e sul collo con lamine di
ferro, e coperti di sotto all'arcione con ricche gualdrappe di tela
d'argento e di rosso. Ciascheduno de' donzelli, poi, recava sulle spalle
la lunga lancia di ferro e la mazza ferrata del suo signore.
Gli arcieri salutarono i due gentiluomini con l'aria di persone le quali
sapevano la cagione di quella gita mattutina. Infatti, fin dalla sera
innanzi, la voce della disfida era corsa e ognuno facea voti pel giovine
cavaliero del Monferrato. Tanto era amato a Torrespina messere Ansaldo
di Leuca!
-- Viva Morello di Monferrato, e il barone San Giorgio gli dia vittoria
de' suoi nemici! -- gridò il capo degli arcieri, scuotendo la berretta
col braccio teso sopra la testa.
Morello rispose con un sorriso e con un cenno della mano all'augurio del
soldato, ed uscì galoppando all'aperto. Egli portava il suo ghiazzerino,
armatura di cuoio cotto, contesta di lamine di ferro. Sul ghiazzerino
scendeva il sorcotto, del suo prediletto colore amaranto. L'elmo non
aveva corona, poichè il secondogenito di Guglielmo il grande, non
esercitava ancora il comando di terre e castella, ma era in quella vece
sormontato da due grand'ali spiegate, le quali, crescendo maestà alla
sua bella figura, significavano voler egli innalzarsi piuttosto col suo
valore che con la casuale nobiltà dei natali.
Rambaldo di Verrùa, vestito anch'egli di ferro, appariva di fuori tutto
rosso come un cardinale, o come un gambero cotto. Il suo elmo portava
due magnifiche corna, o trombe di torneo, contrassegni allora di chi era
stato riconosciuto nobile e _blasonato_ due volte nei torneamenti, cioè
pubblicato due volte a suon di tromba dagli araldi.
I due amici cavalcarono silenziosi fino alla quercia di Marenda, luogo
molto acconcio ad un combattimento, siccome aveva notato Morello, e che
già più volte doveva aver servito ad uso di giostra o torneo. Era esso
un campo assai lungo e di conveniente larghezza, pulito e piano come
un'aia, fiancheggiato da un ciglione, sul cui declivio sorgeva una gran
quercia, stendendo i lunghi e nodosi rami, a guisa di padiglione, fino a
mezzo l'arringo.
Il sole non era anco spuntato, e certe nuvole che coprivano il cielo
lasciavano intendere ch'egli per tutto quel giorno non si sarebbe
mostrato. L'aria mite faceva presagire un'altra nevicata imminente.
Morello, come fu giunto sotto la quercia, scese d'arcione, e lasciato il
palafreno ai donzelli, si fermò con le braccia incrociate sul petto a
contemplare la campagna e i monti lontani.
-- Che guardi tu, ora? -- gli chiese Rambaldo.
-- Di là da que' greppi, verso Roccamàla, dov'è morta e sepolta la
felicità di conte Ugo....
-- Ahi poca fortezza d'animo! -- disse Rambaldo. -- La mesta sapienza di
Morello non val forse la sciocca felicità del cieco signore di
Roccamàla?
-- Sarà, -- rispose il giovine, mettendo un sospiro, -- ma io ero
felice!...
-- Sì, -- soggiunse l'altro ghignando, -- col tuo fedele Ansaldo di
Leuca....
-- Ah! non mi parlare di lui!
-- Sto zitto; eccolo appunto col sozio, che viene a questa volta. Ve' i
capi scarichi! E' stancano fin d'ora i destrieri. --
Infatti Ansaldo di Leuca e il Corradengo venivano di buon trotto al
luogo del convegno sui loro destrieri di battaglia, e con le lance
sull'arresto della staffa.
Appena li ebbe veduti, Morello, che già era smontato dal palafreno,
siccome s'è detto, fu sollecito a salire sul destriero. Raffermatosi in
sella, volle sincerarsi che la sua mazza d'armi pendeva dall'arcione.
Calò la visiera, imbracciò lo scudo e tolse la lancia dalle mani del
donzello; si curvò un tratto per carezzare con la manopola le nari del
cavallo, e il generoso animale rispose a quel tocco amorevole del suo
signore, con un dolce nitrito; quindi, dato di sproni, lo fe' voltare
indietro per pigliar campo, intanto che gli avversarii giungevano.
Rambaldo, da esperto cavaliere, lo aveva prontamente imitato.
-- O che vuol dire, messeri, -- gridò Rambaldo, salutando con una
arguzia i nuovi venuti, -- che il sole di questi Appennini è tanto
scortese con voi?
-- Perchè dite voi ciò? -- chiese ruvidamente il Corradengo.
-- Perchè egli mi sembra, -- rispose Rambaldo, -- che non voglia punto
saperne di ammirar le prodezze de' barbagianni delle Langhe contro i
poveri astori del Monferrato. --
Il Corradengo si morse il labbro e non rispose; ma per lui rispose il
braccio, crollando fieramente la lancia in atto di minaccia.
-- Ah! ah! Sta bene; -- soggiunse Rambaldo ghignando, giusta il costume,
-- che cosa intendete di dire con quel vostro giunco in aria? Calatelo
alla misura della mia testa, e vedremo! --
Fu quello il segnale del combattimento. Ficcati gli sproni ne' fianchi
ai destrieri, corsero tutti e quattro, rovinarono gli uni sugli altri,
con le visiere calate, il corpo piegato sul dinanzi, lo scudo raccolto
sul petto e la lancia bassa. A que' tempi non era anche inventata la
resta, grosso ferro saldato alla corazza, su cui poggiare l'impugnatura
della lancia perchè il colpo riuscisse meglio assestato, epperò
l'antenna si volgeva diritta al petto dell'avversario tenendola a gran
forza di braccio raccomandata sotto l'ascella.
Le lance dei due maggiori combattenti si scontrarono con tutta la
veemenza che era loro conferita dall'impeto delle cavalcature. Ma la
lancia di Ansaldo colse di sguancio un lato dello scudo di Morello, e il
colpo andò a vuoto; laddove il ferro della lancia avversaria imbroccò il
suo così forte che essa si piegò ad arco, e, rimanendo egli saldo in
arcioni, andò in ischegge fin quasi all'impugnatura. S'impennò a quel
cozzo il cavallo di Ansaldo, e fe' cadergli la lancia di pugno. Ambedue
allora, seguendo l'impeto dei destrieri, trascorsero il campo, andando a
fermarsi più lunge, l'uno al posto dell'altro.
Morello intanto era stato sollecito a gittar via l'inutile troncone,
dando in quella vece di piglio alla sua mazza, arma poderosa la quale
portava ad uno dei capi, raccomandata ad una breve e solida catena, una
grossa palla di ferro, armata di aculei, che dovevano essere la
misericordia di Dio per quelle membra sulle quali andassero a cadere. E
già fornita la carriera, il valoroso giovane avea voltato il cavallo per
muover da capo sull'avversario; ma ciò ch'egli vide accadere in mezzo al
campo, tra gli altri due combattenti, lo fe' rimanere ammirato a
guardare.
Ansaldo di Leuca, s'era fermato del pari, ma con animo ben diverso,
imperocchè aveva veduto il suo compagno a mal partito, disteso a terra
supino, con un piede ancor nella staffa e le mani aggrappate alle redini
del suo destriero, che sparava calci per liberarsi da quella stretta, e
frattanto, ne' suoi sbalzi a dritta e a manca, lo trascinava dietro di
sè.
Ora, ecco come era andato il negozio. La lancia del Corradengo era
passata tra i due corni dell'elmetto di Rambaldo, che per cansare il
colpo s'era prontamente curvato fin sul collo del suo destriero, intanto
che la sua lancia, più fortunata, coglieva l'avversario sotto la
gorgiera, e lo balzava a dirittura di sella. Tardo delle membra com'era,
e per giunta stordito dal colpo, il Corradengo era rovinato a terra, e,
non potendo rimettersi sulle gambe, stringeva per moto istintivo le
redini del cavallo, in quella medesima guisa che l'affogato s'aggrappa
ad ogni cosa che gli venga tra mani.
-- Lasciate le redini, messer barbagianni, lasciate le redini! --
Il Corradengo, che già più non sapeva a qual santo votarsi, seguì il
consiglio dell'avversario, il cavallo fatto per tal guisa padrone di sè
medesimo, scappò via spaventato, non senza aver ricevuto sulla groppa la
puntura della lancia di Rambaldo, che continuava a ridere senza
misericordia.
Tutto indolenzito dalla caduta, ma furibondo pe' motteggi
dell'avversario, il Corradengo si rizzò in piedi, mentre Rambaldo, sceso
giù da cavallo e lasciate le redini al donzello, mettea mano alla spada.
-- Io mi penso, messer barbagianni, -- disse quest'ultimo, -- che noi
possiamo far capo a quest'arma. La vostra mazza se l'ha portata via il
destriero, ahi poco fedele! ed io rinunzio a far uso della mia, sebbene
sarei in diritto di giovarmene e pettinarvi con essa quel po' di
cervello che avete. --
Il Corradengo, che mal poteva schermire di lingua col trovatore di
Monferrato, non rispose; ma al piglio con cui si fece a cavare la sua
pesante spada dal fodero, era agevole argomentare che la rabbia tendesse
i nervi del gigante.
Egli era, siccome ho detto, di membra poderose, e la mezzana statura di
Rambaldo, messa a raffronto con la sua, non avrebbe certamente tenuto in
sospeso il giudizio di uno spettatore. Al Corradengo parve allora di
potersi rifare in un tratto del suo primo svantaggio e di tutti i
sarcasmi del suo avversario.
-- Astore del Monferrato, prendi questa! -- gridò, precipitandosi con un
fendente su lui.
Ma Rambaldo non s'era tolto nemmeno il fastidio di parare il colpo.
Agile e pronto come una lucertola, egli era guizzato da un fianco, e il
Corradengo, non avendo altro a tagliare che l'aria, era andato bocconi
sul terreno a contare la sua seconda caduta.
-- Ah, ah! il barbagianni! -- Ma se la dicevo io, che se il sole non ha
voluto comparire quest'oggi e' doveva averci le sue gravi ragioni! --
Furibondo, il Corradengo fe' per alzarsi, ma la spada di Rambaldo fu più
pronta di lui e gli piovve addosso una tempesta di colpi. Il povero
gigante ricadde, sotto quella rovina, per non sollevarsi più, e per la
rotta gorgiera, per le spezzate piastre che custodivano l'omero,
spicciarono rivi di sangue.
Pigliatasi quella satolla, Rambaldo si fermò, e al cenno ch'ei fece di
averne abbastanza, accorsero i donzelli del Corradengo, per trarre il
loro semivivo padrone fuori del campo.
-- Che ne dite voi, messere Ansaldo di Leuca? Vi par egli che fosse
tanto l'ippocrasto cioncato da Ugo di Roccamàla, quant'è il sangue
spillato dalla botte del vostro compare bugiardo?
-- Non cantate così presto vittoria! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- I
valorosi possono cadere, ed essere vendicati eziandio! A voi, Morello di
Monferrato, e fate buona custodia delle vostre membra leggiadre! --
Così disse, e, rotando la mazza sopra l'elmetto, spinse il cavallo a
carriera. L'animoso Morello non volle dal canto suo rimanersi ad
attenderlo e galoppò del pari verso di lui, andando a ricevere sullo
scudo la prima mazzata di Ansaldo. Qui spesseggiarono i colpi, come le
martellate dei favolosi Ciclopi nelle fucine dell'Etna, facendo balzar
scintille dalle armature percosse.
-- Bene! -- gridava Rambaldo dall'alto del ciglione, dov'era andato a
piantarsi, come un mastro di combattimento; -- questo è un colpo che val
quanto pesa; e non badate al bisticcio, che è di sovra mercato. Ah,
benissimo quest'altro! Morello, amico mio, tu me lo conci pel dì delle
feste, il leggiadro garzone! Ohè, bada a' fatti tuoi! Gitta lo scudo,
che ormai non serve che ad impacciarti. Ottimamente! Ve' ve' quest'altra
mazzata! Fischia la palla e va a battere l'elmetto. Addio, roba mia!
L'ha tocco: _habet, habet!_ direbbe mastro Benedicite, che sa di latino.
Compare Ansaldo, come vi sentite voi ora? --
Il compare Ansaldo, pesto e sanguinante per tutte le membra, sbalordito
dall'ultimo colpo di Morello, che gli avea rotto sul viso la ventaglia
dell'elmetto, andava riverso sulla groppa del suo destriero, e,
brancicando l'aria con le mani irrigidite, cadeva sul terreno, dove
Morello di Monferrato, balzando da cavallo, gli fu subitamente col
ginocchio sul petto.
-- Ansaldo di Leuca, mi conosci tu? -- disse egli con voce bassa ma
concitata, in quella che, alzata la visiera, metteva i suoi occhi contro
gli occhi del caduto.
Ansaldo lo guardò, e mise un grido di orrore. Egli aveva conosciuto
sotto quella visiera la pallida figura di Ugo di Roccamàla.
-- Ansaldo di Leuca, -- prosegui Morello, col medesimo accento di prima,
-- chiedi perdonanza delle tue scellerate menzogne!
-- No! no! -- urlò Ansaldo di Leuca; e, tratto il pugnale, cercava di
piantarlo nel fianco del suo nemico.
-- No? no? e tenti ancora di ferirmi? aspetta a me, e va in tua
malora! --
Alle parole di Morello andarono gli atti compagni. Cavato egli pure il
pugnale che gli pendeva dal fianco, lo immerse tre volte nella gola
dello sleale cavaliero. Gli occhi si ottenebrarono ad Ansaldo; tentò
parlare, e gli sgorgò dalle labbra un fiotto di sangue; volle alzare la
fronte, ma tosto ricadde, coi denti stretti e gli occhi sbarrati; era
morto.
-- Ora, a noi! disse Rambaldo, saltando nel campo, e prendendo pel
braccio l'amico. -- Il furfante t'aveva ammaccato per bene, ma tu hai
picchiato più forte di lui, e me ne congratulo teco, tanto più
schiettamente in quanto che Aporèma è rimasto affatto neutrale. Su, in
arcioni, adesso, e ognuno seppellisca i suoi morti! --