CAPITOLO XII.

Nel quale si legge della differenza che corre fra astori e barbagianni.

I primi albori del giorno rischiaravano appena la morta campagna, e già

gli arcieri di Torrespina erano costretti a calare il ponte, per dare

uscita a due cavalieri che andavano alla quercia di Marenda, seguiti da

loro scudieri e donzelli.

Quantunque vestiti di pesante armatura, essi cavalcavano due palafreni.

Ma gli scudieri che venivano dietro a loro conducevano per le redini due

poderosi destrieri, bardati sulla cervice e sul collo con lamine di

ferro, e coperti di sotto all'arcione con ricche gualdrappe di tela

d'argento e di rosso. Ciascheduno de' donzelli, poi, recava sulle spalle

la lunga lancia di ferro e la mazza ferrata del suo signore.

Gli arcieri salutarono i due gentiluomini con l'aria di persone le quali

sapevano la cagione di quella gita mattutina. Infatti, fin dalla sera

innanzi, la voce della disfida era corsa e ognuno facea voti pel giovine

cavaliero del Monferrato. Tanto era amato a Torrespina messere Ansaldo

di Leuca!

-- Viva Morello di Monferrato, e il barone San Giorgio gli dia vittoria

de' suoi nemici! -- gridò il capo degli arcieri, scuotendo la berretta

col braccio teso sopra la testa.

Morello rispose con un sorriso e con un cenno della mano all'augurio del

soldato, ed uscì galoppando all'aperto. Egli portava il suo ghiazzerino,

armatura di cuoio cotto, contesta di lamine di ferro. Sul ghiazzerino

scendeva il sorcotto, del suo prediletto colore amaranto. L'elmo non

aveva corona, poichè il secondogenito di Guglielmo il grande, non

esercitava ancora il comando di terre e castella, ma era in quella vece

sormontato da due grand'ali spiegate, le quali, crescendo maestà alla

sua bella figura, significavano voler egli innalzarsi piuttosto col suo

valore che con la casuale nobiltà dei natali.

Rambaldo di Verrùa, vestito anch'egli di ferro, appariva di fuori tutto

rosso come un cardinale, o come un gambero cotto. Il suo elmo portava

due magnifiche corna, o trombe di torneo, contrassegni allora di chi era

stato riconosciuto nobile e _blasonato_ due volte nei torneamenti, cioè

pubblicato due volte a suon di tromba dagli araldi.

I due amici cavalcarono silenziosi fino alla quercia di Marenda, luogo

molto acconcio ad un combattimento, siccome aveva notato Morello, e che

già più volte doveva aver servito ad uso di giostra o torneo. Era esso

un campo assai lungo e di conveniente larghezza, pulito e piano come

un'aia, fiancheggiato da un ciglione, sul cui declivio sorgeva una gran

quercia, stendendo i lunghi e nodosi rami, a guisa di padiglione, fino a

mezzo l'arringo.

Il sole non era anco spuntato, e certe nuvole che coprivano il cielo

lasciavano intendere ch'egli per tutto quel giorno non si sarebbe

mostrato. L'aria mite faceva presagire un'altra nevicata imminente.

Morello, come fu giunto sotto la quercia, scese d'arcione, e lasciato il

palafreno ai donzelli, si fermò con le braccia incrociate sul petto a

contemplare la campagna e i monti lontani.

-- Che guardi tu, ora? -- gli chiese Rambaldo.

-- Di là da que' greppi, verso Roccamàla, dov'è morta e sepolta la

felicità di conte Ugo....

-- Ahi poca fortezza d'animo! -- disse Rambaldo. -- La mesta sapienza di

Morello non val forse la sciocca felicità del cieco signore di

Roccamàla?

-- Sarà, -- rispose il giovine, mettendo un sospiro, -- ma io ero

felice!...

-- Sì, -- soggiunse l'altro ghignando, -- col tuo fedele Ansaldo di

Leuca....

-- Ah! non mi parlare di lui!

-- Sto zitto; eccolo appunto col sozio, che viene a questa volta. Ve' i

capi scarichi! E' stancano fin d'ora i destrieri. --

Infatti Ansaldo di Leuca e il Corradengo venivano di buon trotto al

luogo del convegno sui loro destrieri di battaglia, e con le lance

sull'arresto della staffa.

Appena li ebbe veduti, Morello, che già era smontato dal palafreno,

siccome s'è detto, fu sollecito a salire sul destriero. Raffermatosi in

sella, volle sincerarsi che la sua mazza d'armi pendeva dall'arcione.

Calò la visiera, imbracciò lo scudo e tolse la lancia dalle mani del

donzello; si curvò un tratto per carezzare con la manopola le nari del

cavallo, e il generoso animale rispose a quel tocco amorevole del suo

signore, con un dolce nitrito; quindi, dato di sproni, lo fe' voltare

indietro per pigliar campo, intanto che gli avversarii giungevano.

Rambaldo, da esperto cavaliere, lo aveva prontamente imitato.

-- O che vuol dire, messeri, -- gridò Rambaldo, salutando con una

arguzia i nuovi venuti, -- che il sole di questi Appennini è tanto

scortese con voi?

-- Perchè dite voi ciò? -- chiese ruvidamente il Corradengo.

-- Perchè egli mi sembra, -- rispose Rambaldo, -- che non voglia punto

saperne di ammirar le prodezze de' barbagianni delle Langhe contro i

poveri astori del Monferrato. --

Il Corradengo si morse il labbro e non rispose; ma per lui rispose il

braccio, crollando fieramente la lancia in atto di minaccia.

-- Ah! ah! Sta bene; -- soggiunse Rambaldo ghignando, giusta il costume,

-- che cosa intendete di dire con quel vostro giunco in aria? Calatelo

alla misura della mia testa, e vedremo! --

Fu quello il segnale del combattimento. Ficcati gli sproni ne' fianchi

ai destrieri, corsero tutti e quattro, rovinarono gli uni sugli altri,

con le visiere calate, il corpo piegato sul dinanzi, lo scudo raccolto

sul petto e la lancia bassa. A que' tempi non era anche inventata la

resta, grosso ferro saldato alla corazza, su cui poggiare l'impugnatura

della lancia perchè il colpo riuscisse meglio assestato, epperò

l'antenna si volgeva diritta al petto dell'avversario tenendola a gran

forza di braccio raccomandata sotto l'ascella.

Le lance dei due maggiori combattenti si scontrarono con tutta la

veemenza che era loro conferita dall'impeto delle cavalcature. Ma la

lancia di Ansaldo colse di sguancio un lato dello scudo di Morello, e il

colpo andò a vuoto; laddove il ferro della lancia avversaria imbroccò il

suo così forte che essa si piegò ad arco, e, rimanendo egli saldo in

arcioni, andò in ischegge fin quasi all'impugnatura. S'impennò a quel

cozzo il cavallo di Ansaldo, e fe' cadergli la lancia di pugno. Ambedue

allora, seguendo l'impeto dei destrieri, trascorsero il campo, andando a

fermarsi più lunge, l'uno al posto dell'altro.

Morello intanto era stato sollecito a gittar via l'inutile troncone,

dando in quella vece di piglio alla sua mazza, arma poderosa la quale

portava ad uno dei capi, raccomandata ad una breve e solida catena, una

grossa palla di ferro, armata di aculei, che dovevano essere la

misericordia di Dio per quelle membra sulle quali andassero a cadere. E

già fornita la carriera, il valoroso giovane avea voltato il cavallo per

muover da capo sull'avversario; ma ciò ch'egli vide accadere in mezzo al

campo, tra gli altri due combattenti, lo fe' rimanere ammirato a

guardare.

Ansaldo di Leuca, s'era fermato del pari, ma con animo ben diverso,

imperocchè aveva veduto il suo compagno a mal partito, disteso a terra

supino, con un piede ancor nella staffa e le mani aggrappate alle redini

del suo destriero, che sparava calci per liberarsi da quella stretta, e

frattanto, ne' suoi sbalzi a dritta e a manca, lo trascinava dietro di

sè.

Ora, ecco come era andato il negozio. La lancia del Corradengo era

passata tra i due corni dell'elmetto di Rambaldo, che per cansare il

colpo s'era prontamente curvato fin sul collo del suo destriero, intanto

che la sua lancia, più fortunata, coglieva l'avversario sotto la

gorgiera, e lo balzava a dirittura di sella. Tardo delle membra com'era,

e per giunta stordito dal colpo, il Corradengo era rovinato a terra, e,

non potendo rimettersi sulle gambe, stringeva per moto istintivo le

redini del cavallo, in quella medesima guisa che l'affogato s'aggrappa

ad ogni cosa che gli venga tra mani.

-- Lasciate le redini, messer barbagianni, lasciate le redini! --

Il Corradengo, che già più non sapeva a qual santo votarsi, seguì il

consiglio dell'avversario, il cavallo fatto per tal guisa padrone di sè

medesimo, scappò via spaventato, non senza aver ricevuto sulla groppa la

puntura della lancia di Rambaldo, che continuava a ridere senza

misericordia.

Tutto indolenzito dalla caduta, ma furibondo pe' motteggi

dell'avversario, il Corradengo si rizzò in piedi, mentre Rambaldo, sceso

giù da cavallo e lasciate le redini al donzello, mettea mano alla spada.

-- Io mi penso, messer barbagianni, -- disse quest'ultimo, -- che noi

possiamo far capo a quest'arma. La vostra mazza se l'ha portata via il

destriero, ahi poco fedele! ed io rinunzio a far uso della mia, sebbene

sarei in diritto di giovarmene e pettinarvi con essa quel po' di

cervello che avete. --

Il Corradengo, che mal poteva schermire di lingua col trovatore di

Monferrato, non rispose; ma al piglio con cui si fece a cavare la sua

pesante spada dal fodero, era agevole argomentare che la rabbia tendesse

i nervi del gigante.

Egli era, siccome ho detto, di membra poderose, e la mezzana statura di

Rambaldo, messa a raffronto con la sua, non avrebbe certamente tenuto in

sospeso il giudizio di uno spettatore. Al Corradengo parve allora di

potersi rifare in un tratto del suo primo svantaggio e di tutti i

sarcasmi del suo avversario.

-- Astore del Monferrato, prendi questa! -- gridò, precipitandosi con un

fendente su lui.

Ma Rambaldo non s'era tolto nemmeno il fastidio di parare il colpo.

Agile e pronto come una lucertola, egli era guizzato da un fianco, e il

Corradengo, non avendo altro a tagliare che l'aria, era andato bocconi

sul terreno a contare la sua seconda caduta.

-- Ah, ah! il barbagianni! -- Ma se la dicevo io, che se il sole non ha

voluto comparire quest'oggi e' doveva averci le sue gravi ragioni! --

Furibondo, il Corradengo fe' per alzarsi, ma la spada di Rambaldo fu più

pronta di lui e gli piovve addosso una tempesta di colpi. Il povero

gigante ricadde, sotto quella rovina, per non sollevarsi più, e per la

rotta gorgiera, per le spezzate piastre che custodivano l'omero,

spicciarono rivi di sangue.

Pigliatasi quella satolla, Rambaldo si fermò, e al cenno ch'ei fece di

averne abbastanza, accorsero i donzelli del Corradengo, per trarre il

loro semivivo padrone fuori del campo.

-- Che ne dite voi, messere Ansaldo di Leuca? Vi par egli che fosse

tanto l'ippocrasto cioncato da Ugo di Roccamàla, quant'è il sangue

spillato dalla botte del vostro compare bugiardo?

-- Non cantate così presto vittoria! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- I

valorosi possono cadere, ed essere vendicati eziandio! A voi, Morello di

Monferrato, e fate buona custodia delle vostre membra leggiadre! --

Così disse, e, rotando la mazza sopra l'elmetto, spinse il cavallo a

carriera. L'animoso Morello non volle dal canto suo rimanersi ad

attenderlo e galoppò del pari verso di lui, andando a ricevere sullo

scudo la prima mazzata di Ansaldo. Qui spesseggiarono i colpi, come le

martellate dei favolosi Ciclopi nelle fucine dell'Etna, facendo balzar

scintille dalle armature percosse.

-- Bene! -- gridava Rambaldo dall'alto del ciglione, dov'era andato a

piantarsi, come un mastro di combattimento; -- questo è un colpo che val

quanto pesa; e non badate al bisticcio, che è di sovra mercato. Ah,

benissimo quest'altro! Morello, amico mio, tu me lo conci pel dì delle

feste, il leggiadro garzone! Ohè, bada a' fatti tuoi! Gitta lo scudo,

che ormai non serve che ad impacciarti. Ottimamente! Ve' ve' quest'altra

mazzata! Fischia la palla e va a battere l'elmetto. Addio, roba mia!

L'ha tocco: _habet, habet!_ direbbe mastro Benedicite, che sa di latino.

Compare Ansaldo, come vi sentite voi ora? --

Il compare Ansaldo, pesto e sanguinante per tutte le membra, sbalordito

dall'ultimo colpo di Morello, che gli avea rotto sul viso la ventaglia

dell'elmetto, andava riverso sulla groppa del suo destriero, e,

brancicando l'aria con le mani irrigidite, cadeva sul terreno, dove

Morello di Monferrato, balzando da cavallo, gli fu subitamente col

ginocchio sul petto.

-- Ansaldo di Leuca, mi conosci tu? -- disse egli con voce bassa ma

concitata, in quella che, alzata la visiera, metteva i suoi occhi contro

gli occhi del caduto.

Ansaldo lo guardò, e mise un grido di orrore. Egli aveva conosciuto

sotto quella visiera la pallida figura di Ugo di Roccamàla.

-- Ansaldo di Leuca, -- prosegui Morello, col medesimo accento di prima,

-- chiedi perdonanza delle tue scellerate menzogne!

-- No! no! -- urlò Ansaldo di Leuca; e, tratto il pugnale, cercava di

piantarlo nel fianco del suo nemico.

-- No? no? e tenti ancora di ferirmi? aspetta a me, e va in tua

malora! --

Alle parole di Morello andarono gli atti compagni. Cavato egli pure il

pugnale che gli pendeva dal fianco, lo immerse tre volte nella gola

dello sleale cavaliero. Gli occhi si ottenebrarono ad Ansaldo; tentò

parlare, e gli sgorgò dalle labbra un fiotto di sangue; volle alzare la

fronte, ma tosto ricadde, coi denti stretti e gli occhi sbarrati; era

morto.

-- Ora, a noi! disse Rambaldo, saltando nel campo, e prendendo pel

braccio l'amico. -- Il furfante t'aveva ammaccato per bene, ma tu hai

picchiato più forte di lui, e me ne congratulo teco, tanto più

schiettamente in quanto che Aporèma è rimasto affatto neutrale. Su, in

arcioni, adesso, e ognuno seppellisca i suoi morti! --

Il Libro Nero · 第 20 / 42 题