CAPITOLO XI.

Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla giostra.

Dirvi come si rimanesse Giovanna di Torrespina a que' concitati

discorsi, mi sarebbe troppo malagevole ufficio. Una penna così mal

destra, come la mia, non verrebbe certamente a capo di ritrarvi quella

delicatezza di pensieri e di sentimenti onde fu agitato l'animo della

leggiadra castellana, fino al momento che ella, inavvertita quasi, si

ritrasse dalla sala del banchetto, accompagnata dalle sue damigelle.

Pochi istanti dopo la sua dipartita, si fece innanzi un paggio, per dire

a messer Corrado e agli ospiti suoi, come madonna Giovanna, sentendosi

alquanto stanca, si fosse ridotta nel suo appartamento; l'avessero per

iscusata, se quella sera non sarebbe venuta a godere di così gentil

compagnia.

Intesero tutti la scusa, e Ansaldo di Leuca ed Enrico Corradengo furono

i primi ad uscire dalla sala, togliendo anzi commiato da Torrespina pel

giorno vegnente.

Strana condizione di quattro cavalieri, i quali avevano stanza nel

medesimo castello, ospiti di un medesimo signore, e che dovevano la

mattina appresso uscire dalla medesima porta per combattere ad oltranza

gli uni cogli altri!

Ma in que' tempi non si badava più che tanto a simili cose, chè le

consuetudini sociali non avevano ancora, come di presente, tante

sottigliezze e lisciature, e come le parole erano pronte alle labbra,

così le mani erano pronte alle spade, e il sangue si spandeva

allegramente per cose da nulla. Le dame assistevano di lieto animo alle

tenzoni, e in loro onore solea farsi l'ultimo colpo e il più pericoloso

d'ogni torneo, che dicevasi «correr la lancia delle dame.»

Questo di Morello con Ansaldo era uno scontro all'antica maniera de'

Paladini, e non dovea farsi in campo chiuso, ove potessero andar

spettatrici e giudichesse le dame. Esso tuttavia non usciva punto dalle

costumanze cavalleresche, come non era insolito che due cavalieri seduti

alla medesima mensa si disfidassero a combattimento per loro private

ragioni, od anche semplicemente per qualche sconsiderata parola;

imperocchè la misuratezza del dire, e la rispettosa cortesia delle

frasi, non si riserbavano che per parlare alle dame, ed era notato

d'infamia chiunque ad una donna rivolgesse un manco riverente discorso.

Era migliore la costumanza d'allora, o la nostra odierna? Io, per me,

m'attengo all'antica. Abbiamo ora mille vincoli di galateo così per gli

uomini come per le donne, e non è chiaro se siamo più riguardosi per

osservanza della legge comune, o per vero sentimento di cavalleresca

devozione al bel sesso. V'ha poi di peggio nel secolo nostro. Il

giovanotto che può vantare un maggior numero di conquiste amorose e che

ha lasciato più Olimpie sullo scoglio, è più invidiato che biasimato

dall'universale, e v'ha anzi chi lo pregia di più. Ma a' tempi antichi,

Bireno era notato di slealtà; chiunque avesse mancato alla fede verso la

sua donna, n'aveva il biasimo universale, ed ella non era punto fatta

argomento di riso, come oggi si suole; chè anzi, ogni dama ed ogni

cavaliero parteggiava per lei, e il disleale amatore non poteva più

assidersi a mensa, nè entrare in giostra con gentiluomini, fino a tanto

la dama sua, commossa dal suo pentimento, non l'avesse in mercè, e non

gli perdonasse il suo fallo.

Ma gli è tempo oramai di tornare al racconto. Uscito Ansaldo di Leuca

col Corradengo, anche Morello e Rambaldo chiesero licenza di andarsene

nelle loro stanze, per prepararsi (diceva Rambaldo) cristianamente alla

pugna del dimani.

Morello era chiuso in sè stesso e non diceva parola; solo l'aggrottar

delle ciglia faceva fede di non soavi pensieri.

-- Morello, amico mio! -- gli disse Rambaldo, scuotendolo, -- non ti dar

pensiero oggi di quello che farai domani. La rabbia accieca, ma non so

di verun caso in cui essa abbia fatto calare più forte un colpo di

mazza, o di spada. E poi, che cosa vuol dire questo centellarti fin

d'ora il piacere che berrai a larghi sorsi domattina, correndo il

saracino contro il tuo tenero amico, il tuo Eurialo diletto?

-- Oh, bene hai detto, il saracino! -- esclamò il giovine Morello. -- Ma

io ferirò, te lo giuro, nel bel mezzo della quintana.

-- E per questo, -- prosegui Rambaldo, -- ti bisogna non aver le

traveggole. Ma, a proposito di vedere, hai tu veduto gli occhi della

castellana?

-- No, io non guardavo che lui!

-- Male! Io l'ho guardata a mio bell'agio. La s'era sbiancata in viso

come la sua veste di lana bianca. Seguì con molta attenzione il tuo

dialogo coll'amico prediletto di conte Ugo, e quanto tu dicesti:

«orbene, messere, vedremo se gli atti risponderanno alle parole» si alzò

a stento da sedere e fe' per andarsene, ma certo sarebbe stramazzata sul

pavimento, se le sue damigelle non erano pronte a sostenerla.

-- E che argomenti da ciò? -- disse Morello, pensieroso.

-- Nulla, in fede mia! Gli è naturale che una gentildonna non possa

reggere ad una giostra di parole minacciose, come quella che tu hai

regalato a così nobile udienza.

-- Potevo io operare diverso? Dovevo io contenermi?

-- No, per.... l'anima mia! Amo la pugna, io; sebbene, mentre tu, già

salito in arcioni, mediti i fendenti, i manrovesci e le stoccate, io,

più modesto, vagheggio gli sberleffi e le piattonate sulle spalle di

quel tristanzuolo del Corradengo. Ah! ah! Egli ci ha chiamati _astori

del Monferrato_, come se credesse di dirci villania. Li vedrà lui, gli

astori del Monferrato, questo barbagianni delle Langhe! -- E Rambaldo di

Verrùa, sostenendo coscienziosamente la parte del personaggio che

rappresentava, proseguì allegramente di questa conformità, fino a tanto

che giunsero al loro appartamento e, congedati i donzelli, ognuno di

essi si chiuse nella sua camera.

Esacerbato ancora dalle parole del suo avversario, e con l'animo

travolto in una grande tempesta di feroci pensieri, Morello non fece

altro che slacciar la cintura e deporre il pugnale: indi si diede a

passeggiar concitato per la stanza. Ma egli non aveva ancor rifatto

cinque volte il suo breve cammino, che un lieve picchiar di nocche

sull'uscio di quercia venne a distoglierlo dalla sua occupazione.

Egli andò all'uscio, lo aperse, e gli comparve dinanzi un grazioso

paggetto, il quale con aria misteriosa gli susurrò queste parole:

-- Cavaliere, una gentil damigella di Torrespina che ha in gran pregio

il vostro valore, vi prega a muovervi per amor suo e lasciarvi guidare

da me, fin dove ella m'ha comandato che io vi conduca. --

Quella misteriosa imbasciata fe' strabiliare Morello.

Siffatte avventure, a dir vero, non erano strane nè rare a quei tempi,

in cui il bel sesso, con assai più voce in capitolo, aveva eziandio più

arditezza di spirito e più prontezza di partiti, che non di presente; ma

per intender quella, bisognava a Morello avere almeno dato uno sguardo

alle damigelle di Torrespina, imperocchè non gli pareva naturale che,

senza pure aver fatto omaggio degli occhi alla loro leggiadria, dovesse

venirgli un invito di quella fatta. Ora questo sguardo fuggevole non si

ricordava egli aver dato, nè questo tacito omaggio aver fatto a Peretta

di Montezemolo, o ad Agnese de' Ferreri, che così si chiamavano le

damigelle di Torrespina.

In questi pensieri, Morello era già per rispondere al paggio com'egli

non potesse tenere lo invito. Ma la gentilezza cavalleresca, non

lasciandogli trovare una scusa dicevole al rifiuto, gli porse un

migliore consiglio, e senza risponder verbo, si fece a seguitare

l'adolescente, che per un gran giro di sale lo condusse dalla parte

opposta del castello, fino agli appartamenti delle donne.

Il cuore gli batteva forte allo entrare nella camera dove il paggio gli

disse di fermarsi e di attendere; ma ben più forte ebbe ad essere la sua

commozione, allorquando, invece di Peretta o di Agnese, e' vide venirgli

incontro quella che il cuor suo desiderava, ma che mai avrebbe ardito

sperare, la stessa Giovanna, la divina Giovanna.

La vista della donna amata ha in sè (chi lo ignora?) alcun che di così

forte, di così acuto, che a prima giunta non torna neppure a diletto.

Siccome avviene di certi fiori più odorosi, che la loro fragranza va

diritta al cervello, quell'«incognito indistinto» di splendori e di

fragranze che si sprigiona dal volto e da tutta la persona di lei,

t'investe il cuore per guisa, che il sangue bolle e sollecito rifluisce

alle tempie, lo sguardo si offusca, e pare che la forza di reggerti in

piedi sia per fuggire da te.

-- Messere, -- disse Giovanna con voce tremante, -- non vi fate

meraviglia del mio ardimento....

-- Oh, che dite voi, madonna? Vedervi è ventura che il cielo non

saprebbe mandar la migliore, e non lascia luogo ad altri pensieri. Io,

poi, bene intendo come tutto ciò che oggi è avvenuto....

-- Sì, per l'appunto di ciò volevo parlarvi.

-- Vi ascolto, madonna! -- disse Morello, sedendosi sull'orlo della

scranna che la bella castellana gli aveva additata, nell'atto di sedersi

ella stessa daccanto a lui.

Non era quello il tempo di pigliar la strada più lunga, e Giovanna di

Torrespina, guardando fiso in volto il giovine Morello, gli volse questa

dimanda:

-- Conoscevate voi Ugo di Roccamàla?

-- No, madonna; -- rispose il giovine, -- di lui seppi, soltanto l'altro

dì, che mi era congiunto di sangue.

-- E allora.... -- disse ella, con una sospensione che pareva compendiar

tutto l'accaduto della giornata.

-- Madonna, -- fu pronto a soggiungere Morello, con una di quelle frasi

improvvise, rapide ed efficaci come il lampo, -- io odio Ansaldo di

Leuca!

-- Ah! e perchè?

-- Perchè egli vi ama; -- proruppe Morello.

Giovanna non soggiunse parola; stette a lungo muta, ed egli del pari,

ambidue cogli occhi bassi.

Quando ella finalmente li alzò, fu per dirgli soavemente:

-- Messere, quello che voi avete scoverto, io medesima non ho saputo

mai, fino all'altro dì, che mi parve accorgermi di qualche cosa e ancora

non ne avevo certezza.

-- Ed ora che v'è noto, madonna, -- disse Morello incalzando, -- ora vi

duole di ciò che avverrà domattina....

-- Sì, mi duole; -- rispose Giovanna, senza badare allo intendimento

riposto delle parole di Morello, -- mi duole per voi, che mettete a tal

repentaglio la vostra utile vita; mi duole, poichè voi lo diceste pur

mo', che io mi sia la cagione di questo combattimento; ma ho speranza

che Iddio v'aiuti, messere, perchè la buona causa è quella che voi

sostenete.

-- Ahimè, madonna, a che mi approderà il vincere? -- disse Morello,

chinando mestamente il capo sul petto.

-- Che dite voi ora, messere?

-- Che voi non mi amate, -- gridò egli, tendendo le palme verso di lei,

-- e che, non amato da voi, mi sarà forse miglior sorte il morire. --

Queste di Morello erano parole che volevano una pensata risposta,

imperocchè da essa dipendeva, non pure il dialogo di quella sera, ma la

sorte sua presso di lei.

Madonna lo guardò, ma senza sdegno; chinò i grandi occhi di smeraldo;

tornò a volgerli su lui; quindi con piglio solenne, stendendo la mano in

atto di far giuramento, gli disse:

-- Morello di Monferrato, se uomo al mondo potessi amare tuttavia, voi

sareste quel desso. --

Egli cadde ginocchioni, afferrò quella mano, e la cosperse di baci e di

lagrime, senza che ella pensasse a ritrarla.

-- Ma voi non morrete, -- proseguì ella, -- voi non morrete, cavaliero

gentile, nato alle grandi imprese, per cui va giustamente famoso il

vostro legnaggio. Il mondo ha dovizia di donne, più di me a gran pezza

leggiadre, ed ognuna di esse sarà superba dell'amor vostro. Che potrei

darvi io, in quella vece? Il mio cuore, divorato da una profonda

amarezza, non ha più luogo per l'affetto. --

L'anima di Ugo di Roccamàla suggeva avidamente quelle meste parole; ma

il cuor di Morello era triste; e Morello ed Ugo, la carne nuova e lo

spirito antico, furono ad una per dire a Giovanna:

-- Oh, io non amerò mai altra donna che voi!

-- Mai! -- ripetè Giovanna, sorridendo malinconicamente. -- La è una

grave parola. Chi ardisce dir «mai» quando non è alcuna fidanza del

futuro, e nulla è durevol quaggiù?

-- Voi stessa, -- rispose prontamente Morello, -- voi stessa che dite

nel vostro cuore non essere più luogo all'affetto, come se la carne

inferma non potesse risanare, come se....

-- Tacete, messer Morello, tacete! E per ricordarvi di me, togliete

questa sciarpa di verde zendado, che cingerete, se pur l'avete in

qualche pregio, intorno al vostro giaco di maglia, e che io desidero

abbia a portarvi ventura. --

Il giovine non trovò parole da rispondere; strinse la sciarpa sul seno,

e rimase ginocchioni, estatico a guardar lei, che, con un leggiadro

gesto di commiato, si era mossa per andarsene. I suoi occhi la seguirono

fino all'uscio interno per dove era venuta dapprima; colà, innanzi di

sparire, ella mandò al cavaliero un altro saluto amorevole.

Quando tornò nel suo appartamento, Morello fu meravigliato di scorgere

il lume acceso nella camera di Rambaldo.

-- Che fai tu? -- chiese egli, affacciandosi sul limitare.

-- Non vedi, Morello? Forbisco e metto in assetto i pezzi delle nostre

armature.

-- Fatica rubata agli scudieri! -- disse Morello.

-- No, -- rispose Rambaldo, -- io penso che in questi negozi assai

meglio vedano gli occhi del cavaliero. Egli ha da indossare le armi,

egli ha da esser sicuro del fatto suo, segnatamente allorquando, com'io

ora, egli non ha certe guarentigie...

-- Che vuoi tu dire?

-- Che io non ho, -- soggiunse Rambaldo ghignando, -- favori di dame da

sospendermi al collo, nè cuori innamorati a palpitare per me. --

Morello non rispose nulla ai motti di Rambaldo; voltò le spalle, e andò

nella sua camera a coricarsi sul letto.

Il Libro Nero · 第 19 / 42 题