Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina.
Pochi conoscono que' paesi appenninici, che si stendono in lunga e
frastagliata zona tra i greppi del versante ligustico e le Langhe
dell'alto Monferrato, nelle quali si confondono, creando come una stirpe
nuova, se pure non è più acconcio il dire che qui veramente si abbia a
trovare incorrotto l'antico sangue dei liguri, e dando vita ad una
parlata, genovese nella struttura, piemontese nelle desinenze, che
giunge all'orecchio piena di agreste leggiadria. Pochi, ho detto,
conoscono que' paesi, e tuttavia non so d'alcun luogo che li vinca in
montanina e silvestre bellezza.
La gente ricca va a consolar gli occhi in Isvizzera, e non sa di avere
una Svizzera in casa sua, degna di esser veduta e studiata; va a
rinfrescar le fonti dell'immaginazione sulle sponde leggendarie del
Reno, e non sa di avere un altro Reno, anzi più d'uno a due giornate
discosto, vo' dire la Bormida, il Tanaro, e gli altri fiumi minori che
hanno sorgente nei liguri Appennini.
Qui orride balze nevose donde lo sguardo specola tutto intorno per lunga
distesa di terre fino alla capitale lombarda; qui balze dove l'orizzonte
si stringe e l'acque rinchiuse rumoreggiano, cercandosi stentatamente
una via tra i massi; qui splendida verdura di pascoli e lunga sequela di
fitte boscaglie, che vanno scendendo per varia vicenda di larici,
quercie, faggi e castagni, fino alle regioni del salcio e del pioppo;
dappertutto rigogliosa vegetazione, imperocchè il benefico sole non
dimentica alcuna parte della terra italiana. E tutto lungo quelle creste
di monti, sia che digradino verso il mare, sia che accennino alle
Langhe, vedete star ritti ancora e minacciosi gli avanzi dei castelli
feudali, veri nidi di sparviero, donde non esce più e dove non va a
posarsi l'uccello di rapina, ma che tuttavia lo stuolo dei pennuti
minori non sa guardar senza tema.
Andate nei piccoli borghi, che paiono starsi ancora muti e paurosi sotto
la vigilanza di quei giganti dalle ossa sgretolate e dalle occhiaie
vuote, e troverete la gente più schiettamente cortese, i discendenti di
quella forte e semplice schiatta che la possanza romana non seppe
vincere del tutto; donne leggiadre che vi sorrideranno senza malizia;
uomini tagliati alla buona che non vi spoglieranno all'insegna dei tre
Re, nè a quella del Cannon d'oro; e un notaio, o un vecchio prete, i
quali non avran letto Alessandro Dumas e vi daranno per nulla, insieme
co' liquidi topazii di una vecchia bottiglia sturata in onore
dell'ospite, le commoventi leggende del castello vicino.
I miei pochi benevoli, quelli, io vo' dire, che vanno leggendo, a mano a
mano ch'io le scrivo, le mie povere storie paesane, conoscono già queste
alture, dai malinconici luoghi in cui a Calisto Caselli si maturarono i
germi della pazzia e dove la bella figura della giovane castellana di
Villacervia si mutò agli occhi suoi nella santa Cecilia del calendario
romano. Costoro io condurrò oggi a Torrespina, altro castello di quei
luoghi, ma facendo far loro un viaggio a ritroso di cinquecento ottanta
e più anni.
Giovinetto, io fui su quel poggio dove la gran mole sorgeva; mi
arrampicai, non senza danno delle mie vestimenta, tra i prunai della
ripida costiera, qua e là seminata di grossi macigni e dei ruderi enormi
de' bastioni sfranati. Le mille svariate erbe dei prati crescevano
rigogliose nel fosso colmato; la vispa lucertola correva liberamente su
per quelle pareti dove l'attento famiglio non avrebbe patito una
ragnatela; la serpe si scaldava al sole sopra un mucchio di rottami,
nell'angolo superstite di un torrione crollato dalle fondamenta. Io
colsi un ramoscello di menta selvatica lunghesso le mura maestre
dell'androne; col mio temperino da scolaro recisi una bacchetta di
nocciuolo nella gran sala, e mi foggiai una specie di flauto nella
fresca corteccia d'un ramo di castagno, tagliato colà, dov'erano forse
gli appartamenti dei signori del luogo. Poscia, con uno di quei felici
trapassi che arridono soltanto alle menti giovanili, mi diedi a pensare;
sognai che ero il padrone di quelle rovine, che avevo fatto restaurare
il castello, munitolo di feritoie tutt'intorno pe' miei balestrieri, e
resolo dentro un luogo di delizie, per darvi onorato ricetto alla donna
dei miei pensieri, che era ancora di là da venire.
Perchè dicevasi Torrespina? Gli archeologi dozzinali parlavano di una
famiglia Spina, la quale doveva essere alcun che di simigliante agli
Spinola; ma il notaio, uomo di sbardellata dottrina, che andava a
cercare ogni etimologia nel latino o nel greco, asseriva doversi
ripetere quel nome da _Turris poena_, fantasticando non so che fermata
di Annibale, allorquando discese in Italia. Con buona pace del notaio, e
dell'anima sua, imperocchè egli è di presente tra i più, io m'attengo ad
una vecchia cronaca dei signori Del Carretto, la quale ci narra essere
stata così battezzata la torre da Enrico il Guercio, che fiorì nel 1140,
e fu contemporaneo di Ugo il Negromante, imperocchè quella torre, o
castello, era una spina per lui, cioè un ostacolo all'accrescimento dei
suoi dominii da quel lato.
Non s'ha per cotesto a credere che i conti che l'abitavano fossero gente
di molta possanza. Destri erano in quella vece non poco, ed avevano
inteso il tornaconto di allearsi al valoroso signore di Roccamàla, per
far argine uniti allo strapotente marchese. Questa alleanza era poi
quasi una necessità politica; dappoichè Torrespina si trovava appunto in
mezzo ai due avversarli, e il manco forte dei due non sarebbe riuscito
mai un troppo pericoloso vicino. Donde poi venissero i Torrespina non
so; probabilmente ebbero una origine somigliante a quella dei Roccamàla,
il cui capo stipite veniva di Lamagna, o a quella dei marchesi di
Monferrato, derivati da un conte Guglielmo, condottiero giunto con
trecento uomini dalla Francia, in compagnia di quel Guido che fu poscia
duca di Spoleto e che premiò quella sua lancia spezzata con largo
presente di borghi e castella sul territorio conquistato.
Al tempo di cui narro, i Torrespina non erano degli ultimi signori che
tenessero corte tra la Liguria e le Langhe; ma il loro lustro, lo
splendor del casato, più ancora che alla feudale possanza, era da
attribuirsi a quella Giovanna, figliuola del marchese di Cengio,
celebrata per divina bellezza ed altissimo ingegno, moglie al conte
Corrado, ed amata, siccome già sanno i lettori, da Ugo di Roccamàla.
Torrespina era murata su in alto del monte, dove la sua triplice
merlatura e le sue svelte bertesche si dipingevano leggiadramente
nell'azzurro del cielo; ma a mezza costa scorgevasi il grosso del
castello, dove era l'abitazione della famiglia, congiunto all'edifizio
più in alto da una via coperta e da altre opere di fortificazione. Uno
spesso muro, intorno al quale correva da entro un ballatoio assai largo
per tenere gli arcadori all'altezza delle feritoie, scendeva fino alla
riva del fiume, dov'era una porta, ben difesa da due torrioni
tondeggianti, la quale portava scolpite in marmo, sul cordone dell'arco
a sesto acuto, le armi dei Torrespina; una torre su cui sorgeva un
prunaio, coll'impresa in lingua di oltre Alpi: «_qui s'y frotte s'y
pique_.»
Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari)
aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così
magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata,
gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo
giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il
conte Corrado non potesse raunare.
Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea.
Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La
signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro
marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di
quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per
molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. il più
ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà.
Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed
amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe.
Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già
nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad
alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli
unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben
altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli
imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle
piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè
riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro
vedette.
Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno
gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche.
La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa
Giovanna, l'aveva tramutata in una vera _corte d'amore_, famosa quanto
quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de'
cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa
di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei
bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza.
Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando
occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di
Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a
Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere
Erminio Avarizia, e avendone avuta la preghiera ch'ei volesse
insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima
veduta, prontamente rispose: _Fateci dipingere la Cortesia_. Siffatti
insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu
giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per
annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di
Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè
ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con
tutta la gualdana che gli faceva cortèo.
Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di
curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli
usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata.
Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini;
tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i
fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore
amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in
bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi
in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri
piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole.
Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello,
bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui
ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda
gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia
d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un
sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche
sopravvesti chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle,
lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto
portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato,
d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente
condotti.
Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo
nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco
cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti
al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente
il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove
s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli
sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo
stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si
messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al
fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di
quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo
il cammino percorso un nembo di polvere.
-- Bello e nobil maniere è Torrespina! -- esclamò messer Brandalino di
Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. -- E' merita
invero che si corra a precipizio per giungervi. --
Morello non rispose verbo, ma strinse più forte ne' fianchi la sua
cavalcatura. Il cuore gli batteva; gli occhi correvano desiosi innanzi,
divorando la strada.
-- Adagio! adagio! -- gli susurrò dall'altro lato all'orecchio Rambaldo
di Verrùa. -- Tu la vedrai tra breve. Ecco il conte Corrado, che già si
mostra sul ponte. --
Diffatti, gli arcieri posti alle vedette sul ponte, avevano già fatto
avvisato il conte Corrado dell'avvicinarsi della gualdana, e il
castellano era sceso fin là, per attendere al varco il suo ospite.
Il conte Corrado si potea scorgere da lontano, con la sua cappa di
velluto verde scuro foderata di saio e il berretto sormontato da una
piuma bianca, fermata da una rosetta di smeraldi. A' fianchi suoi si
notavano inoltre cinque o sei gentiluomini, assai bene in arnese, che
stavano, com'egli, aspettando i nuovi venuti.
-- Ah! ah! -- disse Rambaldo di Verrùa all'orecchio del suo signore. --
Que' cavalieri m'hanno aria di gente che tu conosca per bene. O non ti
sembra egli, Morello, che siano i tuoi nobilissimi e fedelissimi amici
di Roccamàla?
-- Sì, per mia fe'! -- gridò Morello. -- Bene essi mi sembrano al
portamento. E sono poi molto leggiadramente vestiti....
-- Non badare a cotesto! -- rispose l'altro, ghignando. -- Vestono le
gramaglie per la morte di un loro dilettissimo amico. --
Morello si volse con grave cipiglio a guardare il suo interlocutore.
-- E sono appena cinque giorni!... -- diss'egli poscia, chinando le
ciglia.
-- No, t'inganni, Morello. In una notte tu hai dormito trenta giorni;
Ugo di Roccamàla è già da un mese nelle tombe dei suoi maggiori.
-- Ah! -- sclamò il giovine. -- Tu non sei stato a' patti.
-- Chi lo dice? Tu devi sapermi grado dello averti tolto il fastidio
maggiore, imperocchè oramai gli è un negozio avviato, quello che avremo
alle mani. Io del resto ti giuro, in fede d'Aporèma, che il giungere un
mese prima alla prova, sarebbe stato un vantaggio per me.
-- Gli è ciò che vedremo; -- rispose Morello, rannuvolandosi in viso --
e se tu dici il vero... --
Così parlando erano giunti all'ingresso del ponte, e la frase del
giovine era interrotta dal saluto del conte Corrado, che si faceva
incontro a' suoi ospiti.
-- Ben venga Morello di Monferrato! -- diss'egli, mettendo cortesemente
la mano alle redini del destriero. -- Ben venga egli e ben vengano gli
amici e vassalli suoi nella povera corte di Torrespina.
-- Voi dite povera, messere? -- soggiunse Morello, in quella che
scendeva d'arcioni. -- Essa m'ha aspetto di bello e forte arnese, e i
gentiluomini che l'abitano hanno fama tra i migliori e i più liberali
della Marca Aleramica. --
Con queste parole il vecchio e il giovine signore vennero ad
abbracciarsi e baciarsi amorevolmente sulle guance, giusta il costume
dei tempi.
-- Ora, -- ripigliò il conte Corrado, -- eccovi, o messere, alcuni amici
che la fama di vostra venuta ha tratti fuori dalle loro castella a farvi
onoranza; Ansaldo di Leuca, Enrico Corradengo, Ottone di Cosseria,
Berlingieri di Camporosso...
-- Orrevoli nomi! -- rispose Morello, guardando in giro tutti quei
cavalieri, a mano a mano che il Torrespina li venìa nominando. -- La
voce di loro gesta è giunta da buona pezza alla corte di Guglielmo VII,
mio glorioso genitore: appo il quale e' saranno i benvenuti, quantunque
volte lor piaccia. Ora, eccovi, messer Corrado, gli amici miei; Rambaldo
di Verrùa....
-- Che già conosco da due ore; -- interruppe messer Corrado,
inchinandosi.
-- Brandolino di Cocconato, mio fedele compagno, -- proseguì Morello, --
e Gianni da Montiglio, ambasciator di mio padre presso la Repubblica
genovese. --
Qui, dopo i consueti inchini scambievoli, la comitiva prese la via del
castello, preceduta da messer Corrado, che dava cortesemente la diritta
a Morello di Monferrato.
Le lancie si fermarono in uno spazioso cortile, dove smontarono da
cavallo, e da' famigli e palafrenieri di Torrespina furono condotti nei
loro alloggiamenti, insieme coi fanti del cortèo.
Morello e gli altri gentiluomini, guidati da messere Corrado, salirono
per una larga scala, lungo i gradini della quale era steso un magnifico
tappeto di Balsòra, fino alla gran sala del castello.
Appena furono sul pianerottolo, Morello ebbe come un capogiro e sentì
mancarsi il cuore; ma Rambaldo di Verrùa, che gli era venuto da fianco,
fu sollecito a sostenerlo, senza che altri se ne addasse, e a
susurrargli alcune parole misteriose. Le quali certamente ebbero
possanza di rinfrancarlo, dappoichè il giovine signore ripigliò tosto la
sua pronta andatura.
Entrarono per tal modo nella gran sala, e si offerse ai loro sguardi
madonna Giovanna, la contessa di Torrespina.