CAPITOLO VIII.

Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina.

Pochi conoscono que' paesi appenninici, che si stendono in lunga e

frastagliata zona tra i greppi del versante ligustico e le Langhe

dell'alto Monferrato, nelle quali si confondono, creando come una stirpe

nuova, se pure non è più acconcio il dire che qui veramente si abbia a

trovare incorrotto l'antico sangue dei liguri, e dando vita ad una

parlata, genovese nella struttura, piemontese nelle desinenze, che

giunge all'orecchio piena di agreste leggiadria. Pochi, ho detto,

conoscono que' paesi, e tuttavia non so d'alcun luogo che li vinca in

montanina e silvestre bellezza.

La gente ricca va a consolar gli occhi in Isvizzera, e non sa di avere

una Svizzera in casa sua, degna di esser veduta e studiata; va a

rinfrescar le fonti dell'immaginazione sulle sponde leggendarie del

Reno, e non sa di avere un altro Reno, anzi più d'uno a due giornate

discosto, vo' dire la Bormida, il Tanaro, e gli altri fiumi minori che

hanno sorgente nei liguri Appennini.

Qui orride balze nevose donde lo sguardo specola tutto intorno per lunga

distesa di terre fino alla capitale lombarda; qui balze dove l'orizzonte

si stringe e l'acque rinchiuse rumoreggiano, cercandosi stentatamente

una via tra i massi; qui splendida verdura di pascoli e lunga sequela di

fitte boscaglie, che vanno scendendo per varia vicenda di larici,

quercie, faggi e castagni, fino alle regioni del salcio e del pioppo;

dappertutto rigogliosa vegetazione, imperocchè il benefico sole non

dimentica alcuna parte della terra italiana. E tutto lungo quelle creste

di monti, sia che digradino verso il mare, sia che accennino alle

Langhe, vedete star ritti ancora e minacciosi gli avanzi dei castelli

feudali, veri nidi di sparviero, donde non esce più e dove non va a

posarsi l'uccello di rapina, ma che tuttavia lo stuolo dei pennuti

minori non sa guardar senza tema.

Andate nei piccoli borghi, che paiono starsi ancora muti e paurosi sotto

la vigilanza di quei giganti dalle ossa sgretolate e dalle occhiaie

vuote, e troverete la gente più schiettamente cortese, i discendenti di

quella forte e semplice schiatta che la possanza romana non seppe

vincere del tutto; donne leggiadre che vi sorrideranno senza malizia;

uomini tagliati alla buona che non vi spoglieranno all'insegna dei tre

Re, nè a quella del Cannon d'oro; e un notaio, o un vecchio prete, i

quali non avran letto Alessandro Dumas e vi daranno per nulla, insieme

co' liquidi topazii di una vecchia bottiglia sturata in onore

dell'ospite, le commoventi leggende del castello vicino.

I miei pochi benevoli, quelli, io vo' dire, che vanno leggendo, a mano a

mano ch'io le scrivo, le mie povere storie paesane, conoscono già queste

alture, dai malinconici luoghi in cui a Calisto Caselli si maturarono i

germi della pazzia e dove la bella figura della giovane castellana di

Villacervia si mutò agli occhi suoi nella santa Cecilia del calendario

romano. Costoro io condurrò oggi a Torrespina, altro castello di quei

luoghi, ma facendo far loro un viaggio a ritroso di cinquecento ottanta

e più anni.

Giovinetto, io fui su quel poggio dove la gran mole sorgeva; mi

arrampicai, non senza danno delle mie vestimenta, tra i prunai della

ripida costiera, qua e là seminata di grossi macigni e dei ruderi enormi

de' bastioni sfranati. Le mille svariate erbe dei prati crescevano

rigogliose nel fosso colmato; la vispa lucertola correva liberamente su

per quelle pareti dove l'attento famiglio non avrebbe patito una

ragnatela; la serpe si scaldava al sole sopra un mucchio di rottami,

nell'angolo superstite di un torrione crollato dalle fondamenta. Io

colsi un ramoscello di menta selvatica lunghesso le mura maestre

dell'androne; col mio temperino da scolaro recisi una bacchetta di

nocciuolo nella gran sala, e mi foggiai una specie di flauto nella

fresca corteccia d'un ramo di castagno, tagliato colà, dov'erano forse

gli appartamenti dei signori del luogo. Poscia, con uno di quei felici

trapassi che arridono soltanto alle menti giovanili, mi diedi a pensare;

sognai che ero il padrone di quelle rovine, che avevo fatto restaurare

il castello, munitolo di feritoie tutt'intorno pe' miei balestrieri, e

resolo dentro un luogo di delizie, per darvi onorato ricetto alla donna

dei miei pensieri, che era ancora di là da venire.

Perchè dicevasi Torrespina? Gli archeologi dozzinali parlavano di una

famiglia Spina, la quale doveva essere alcun che di simigliante agli

Spinola; ma il notaio, uomo di sbardellata dottrina, che andava a

cercare ogni etimologia nel latino o nel greco, asseriva doversi

ripetere quel nome da _Turris poena_, fantasticando non so che fermata

di Annibale, allorquando discese in Italia. Con buona pace del notaio, e

dell'anima sua, imperocchè egli è di presente tra i più, io m'attengo ad

una vecchia cronaca dei signori Del Carretto, la quale ci narra essere

stata così battezzata la torre da Enrico il Guercio, che fiorì nel 1140,

e fu contemporaneo di Ugo il Negromante, imperocchè quella torre, o

castello, era una spina per lui, cioè un ostacolo all'accrescimento dei

suoi dominii da quel lato.

Non s'ha per cotesto a credere che i conti che l'abitavano fossero gente

di molta possanza. Destri erano in quella vece non poco, ed avevano

inteso il tornaconto di allearsi al valoroso signore di Roccamàla, per

far argine uniti allo strapotente marchese. Questa alleanza era poi

quasi una necessità politica; dappoichè Torrespina si trovava appunto in

mezzo ai due avversarli, e il manco forte dei due non sarebbe riuscito

mai un troppo pericoloso vicino. Donde poi venissero i Torrespina non

so; probabilmente ebbero una origine somigliante a quella dei Roccamàla,

il cui capo stipite veniva di Lamagna, o a quella dei marchesi di

Monferrato, derivati da un conte Guglielmo, condottiero giunto con

trecento uomini dalla Francia, in compagnia di quel Guido che fu poscia

duca di Spoleto e che premiò quella sua lancia spezzata con largo

presente di borghi e castella sul territorio conquistato.

Al tempo di cui narro, i Torrespina non erano degli ultimi signori che

tenessero corte tra la Liguria e le Langhe; ma il loro lustro, lo

splendor del casato, più ancora che alla feudale possanza, era da

attribuirsi a quella Giovanna, figliuola del marchese di Cengio,

celebrata per divina bellezza ed altissimo ingegno, moglie al conte

Corrado, ed amata, siccome già sanno i lettori, da Ugo di Roccamàla.

Torrespina era murata su in alto del monte, dove la sua triplice

merlatura e le sue svelte bertesche si dipingevano leggiadramente

nell'azzurro del cielo; ma a mezza costa scorgevasi il grosso del

castello, dove era l'abitazione della famiglia, congiunto all'edifizio

più in alto da una via coperta e da altre opere di fortificazione. Uno

spesso muro, intorno al quale correva da entro un ballatoio assai largo

per tenere gli arcadori all'altezza delle feritoie, scendeva fino alla

riva del fiume, dov'era una porta, ben difesa da due torrioni

tondeggianti, la quale portava scolpite in marmo, sul cordone dell'arco

a sesto acuto, le armi dei Torrespina; una torre su cui sorgeva un

prunaio, coll'impresa in lingua di oltre Alpi: «_qui s'y frotte s'y

pique_.»

Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari)

aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così

magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata,

gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo

giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il

conte Corrado non potesse raunare.

Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea.

Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La

signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro

marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di

quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per

molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. il più

ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà.

Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed

amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe.

Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già

nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad

alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli

unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben

altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli

imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle

piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè

riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro

vedette.

Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno

gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche.

La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa

Giovanna, l'aveva tramutata in una vera _corte d'amore_, famosa quanto

quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de'

cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa

di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei

bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza.

Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando

occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di

Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a

Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere

Erminio Avarizia, e avendone avuta la preghiera ch'ei volesse

insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima

veduta, prontamente rispose: _Fateci dipingere la Cortesia_. Siffatti

insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu

giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per

annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di

Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè

ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con

tutta la gualdana che gli faceva cortèo.

Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di

curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli

usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata.

Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini;

tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i

fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore

amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in

bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi

in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri

piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole.

Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello,

bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui

ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda

gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia

d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un

sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche

sopravvesti chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle,

lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto

portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato,

d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente

condotti.

Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo

nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco

cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti

al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente

il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove

s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli

sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo

stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si

messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al

fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di

quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo

il cammino percorso un nembo di polvere.

-- Bello e nobil maniere è Torrespina! -- esclamò messer Brandalino di

Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. -- E' merita

invero che si corra a precipizio per giungervi. --

Morello non rispose verbo, ma strinse più forte ne' fianchi la sua

cavalcatura. Il cuore gli batteva; gli occhi correvano desiosi innanzi,

divorando la strada.

-- Adagio! adagio! -- gli susurrò dall'altro lato all'orecchio Rambaldo

di Verrùa. -- Tu la vedrai tra breve. Ecco il conte Corrado, che già si

mostra sul ponte. --

Diffatti, gli arcieri posti alle vedette sul ponte, avevano già fatto

avvisato il conte Corrado dell'avvicinarsi della gualdana, e il

castellano era sceso fin là, per attendere al varco il suo ospite.

Il conte Corrado si potea scorgere da lontano, con la sua cappa di

velluto verde scuro foderata di saio e il berretto sormontato da una

piuma bianca, fermata da una rosetta di smeraldi. A' fianchi suoi si

notavano inoltre cinque o sei gentiluomini, assai bene in arnese, che

stavano, com'egli, aspettando i nuovi venuti.

-- Ah! ah! -- disse Rambaldo di Verrùa all'orecchio del suo signore. --

Que' cavalieri m'hanno aria di gente che tu conosca per bene. O non ti

sembra egli, Morello, che siano i tuoi nobilissimi e fedelissimi amici

di Roccamàla?

-- Sì, per mia fe'! -- gridò Morello. -- Bene essi mi sembrano al

portamento. E sono poi molto leggiadramente vestiti....

-- Non badare a cotesto! -- rispose l'altro, ghignando. -- Vestono le

gramaglie per la morte di un loro dilettissimo amico. --

Morello si volse con grave cipiglio a guardare il suo interlocutore.

-- E sono appena cinque giorni!... -- diss'egli poscia, chinando le

ciglia.

-- No, t'inganni, Morello. In una notte tu hai dormito trenta giorni;

Ugo di Roccamàla è già da un mese nelle tombe dei suoi maggiori.

-- Ah! -- sclamò il giovine. -- Tu non sei stato a' patti.

-- Chi lo dice? Tu devi sapermi grado dello averti tolto il fastidio

maggiore, imperocchè oramai gli è un negozio avviato, quello che avremo

alle mani. Io del resto ti giuro, in fede d'Aporèma, che il giungere un

mese prima alla prova, sarebbe stato un vantaggio per me.

-- Gli è ciò che vedremo; -- rispose Morello, rannuvolandosi in viso --

e se tu dici il vero... --

Così parlando erano giunti all'ingresso del ponte, e la frase del

giovine era interrotta dal saluto del conte Corrado, che si faceva

incontro a' suoi ospiti.

-- Ben venga Morello di Monferrato! -- diss'egli, mettendo cortesemente

la mano alle redini del destriero. -- Ben venga egli e ben vengano gli

amici e vassalli suoi nella povera corte di Torrespina.

-- Voi dite povera, messere? -- soggiunse Morello, in quella che

scendeva d'arcioni. -- Essa m'ha aspetto di bello e forte arnese, e i

gentiluomini che l'abitano hanno fama tra i migliori e i più liberali

della Marca Aleramica. --

Con queste parole il vecchio e il giovine signore vennero ad

abbracciarsi e baciarsi amorevolmente sulle guance, giusta il costume

dei tempi.

-- Ora, -- ripigliò il conte Corrado, -- eccovi, o messere, alcuni amici

che la fama di vostra venuta ha tratti fuori dalle loro castella a farvi

onoranza; Ansaldo di Leuca, Enrico Corradengo, Ottone di Cosseria,

Berlingieri di Camporosso...

-- Orrevoli nomi! -- rispose Morello, guardando in giro tutti quei

cavalieri, a mano a mano che il Torrespina li venìa nominando. -- La

voce di loro gesta è giunta da buona pezza alla corte di Guglielmo VII,

mio glorioso genitore: appo il quale e' saranno i benvenuti, quantunque

volte lor piaccia. Ora, eccovi, messer Corrado, gli amici miei; Rambaldo

di Verrùa....

-- Che già conosco da due ore; -- interruppe messer Corrado,

inchinandosi.

-- Brandolino di Cocconato, mio fedele compagno, -- proseguì Morello, --

e Gianni da Montiglio, ambasciator di mio padre presso la Repubblica

genovese. --

Qui, dopo i consueti inchini scambievoli, la comitiva prese la via del

castello, preceduta da messer Corrado, che dava cortesemente la diritta

a Morello di Monferrato.

Le lancie si fermarono in uno spazioso cortile, dove smontarono da

cavallo, e da' famigli e palafrenieri di Torrespina furono condotti nei

loro alloggiamenti, insieme coi fanti del cortèo.

Morello e gli altri gentiluomini, guidati da messere Corrado, salirono

per una larga scala, lungo i gradini della quale era steso un magnifico

tappeto di Balsòra, fino alla gran sala del castello.

Appena furono sul pianerottolo, Morello ebbe come un capogiro e sentì

mancarsi il cuore; ma Rambaldo di Verrùa, che gli era venuto da fianco,

fu sollecito a sostenerlo, senza che altri se ne addasse, e a

susurrargli alcune parole misteriose. Le quali certamente ebbero

possanza di rinfrancarlo, dappoichè il giovine signore ripigliò tosto la

sua pronta andatura.

Entrarono per tal modo nella gran sala, e si offerse ai loro sguardi

madonna Giovanna, la contessa di Torrespina.

Il Libro Nero · 第 16 / 42 题