CAPITOLO IX.

Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le donne.

Ella era adagiata su d'un seggiolone alla foggia romana, tutto

incrostato a minuzzoli di avorio e metallo, secondo l'arte genovese e

veneziana di quei tempi. Le stava vicina una tavola rotonda, sulla cui

lastra marmorea era steso un drappo di tela di argento, e sul drappo uno

scrigno gentilmente lavorato e sparso di gemme, con alcuni volumi legati

in carte di cuoio cordovano ed ornati di bei fermagli d'argento dorato.

La luce riflessa di due ampie finestre da ponente, rischiarava, senza

offenderlo, il suo viso stupendamente bello e stupendamente bianco.

La contessa Giovanna era vestita con maestosa semplicità. Una gonna di

candida lana di Provenza, aggiustata alla vita, scendeva con poche

pieghe da una cintura di verde zendado mollemente rigirata sui fianchi.

I capegli di un bel castagno scuro, uscivano vagamente crespati di sotto

una sottil corona d'oro, ornata di smeraldi, andando a raccogliersi alla

nuca dopo aver nascosto alcun poco il sommo degli orecchi. Le maniche

della veste, soppanate di zendado dello stesso colore della cintura,

pendevano aperte fin dal cominciamento dell'omero, lasciando trapelare

un braccio mirabilmente tornito, attraverso il tessuto di una camicia di

finissimo lino. Raro ornamento era questo per una dama di que' tempi, e

quelle d'oltralpi, le celebrate Isotte e le Isabelle, che pur vestivano

di sciamito e di broccato, forse non n'avevano mai udito parlare.

Ed era bella, così modestamente vestita; tanto più bella in quanto che i

contorni severi del volto e delle membra, degni d'essere espressi nel

marmo, a riscontro della Venere di Milo, spiccavano mirabilmente da

quella semplice acconciatura e da quella foggia modesta. E quella sua

bellezza maestosa, veduta a prima giunta, comandava il rispetto, anzi

che ispirare il desiderio. Era in lei alcun che della Beatrice di Dante,

dinanzi alla quale ammutoliva tremando ogni labbro, e gli occhi non

ardivano pure di guardarla, imperocchè la era cosa venuta «di cielo in

terra a miracol mostrare.»

La natura, creando Giovanna di Torrespina, aveva fatto una delle sue

meraviglie, ahi troppo rare, se pure l'infrequenza non ha a reputarsi

maggior ventura per gli uomini; e, creatala bellissima tra tutte, le

aveva conferito un segno di particolar leggiadria, tingendole i grandi

occhi di un verde che pareva smeraldo.

Questo regal colore è assai raro a trovarsi negli occhi, ma non è

altrimenti fuori di natura. E questo va detto per taluni, i quali hanno

notato d'inverosimiglianza un ritratto di donna, già fatto in qualche

altro libro dall'autore di questo gramo racconto. Egli ha veduto di

simili occhi, li ha amati (quand'era giovine, s'intende), e sa benissimo

quel che dice. E molto prima di lui lo seppero i greci, che fecero

Minerva _glaucopide_. Un latinista che sapeva il fatto suo, tradusse

_cæsios oculos habens_, e un italiano che forse non aveva mai veduto

occhi verdi, tradusse _occhiazzurra_. Ma egli non sarebbe caduto in

errore se avesse letto il Calepino, dove dice che il _cæsius «est color

subviridis igneo quodam splendore intermicans»_ e non avrebbe mutato il

verde in azzurro, se avesse ricordato quel che dice Cicerone nel suo

libro intorno alla natura degli Dei: «_cæsios oculos Minervæ cæruleos

Neptuni_».

Non avendo il povero scrittore altra ringhiera che questa per dire le

sue ragioni contro i suoi avversarii, gli si condoni questa filologica

tantafèra, la quale dimostra incontrastabilmente che gli occhi verdi

erano conosciuti dagli antichi, e chi non ne ha veduti a' tempi nostri,

suo danno.

Ora, gli occhi verdi della castellana di Torrespina erano del più bel

verde marino che si potesse vedere, e sfolgoravano alla luce, come fa

per lo appunto l'onda marina, quando la penetrano i primi raggi del

sole. E la bella Giovanna, a cui lo specchio non aveva taciuto il pregio

singolare delle sue grandi pupille, amava il verde sopra ogni altro

colore; smeraldi erano le sue gemme predilette; verde zendado la

cintura; il verde era maritato mai sempre al bianco delle sue vesti; e

il verde dava risalto alla morbida bianchezza delle sue carni.

Torno a' miei greci con una breve digressione. Questi sacerdoti del buon

gusto, questi felici interpreti della natura nelle sue forme più elette,

ci hanno tramandato due tipi di bellezza femminea, la Venere de' Medici

e la Venere di Milo. La prima di esse è giunta intera fino a noi, vo'

dire con tutte le sue membra, epperò si mostra all'universale in tutta

la leggiadria delle sue forme, in tutto lo splendore delle sue

attrattive. La Venere di Milo è guasta; non ha più ciò che attira e

trattiene; cionondimeno è stupenda a vedersi, e l'amore si mescola

nell'ammirazione. Tutta la sua persona spira una divina maestà, ma i più

dolci pensieri si destano alla sua vista; la si guarda riverenti, e

frattanto un non so che ci bisbiglia nel cuore che l'essere amati da lei

sarebbe la somma felicità. Che avverrebbe egli mai del riguardante, se a

quella divina non mancassero le braccia? Nol so; ma so bene che ho

contemplato la Venere de' Medici, ed ho adorato la Venere di Milo; che

quella mi è piaciuta, e questa mi ha soggiogato.

La più bella delle Veneri stava seduta, leggendo uno di quei volumi

dalle carte miniate che erano sulla tavola daccanto alla sua scranna

intarsiata; ma come gli ospiti di Torrespina comparvero sul limitare, si

alzò, e la sua svelta persona, cui aggiungevano dignità le severe pieghe

della sua lunga e stretta veste di candida lana, apparve a Morello di

Monferrato in tutta la sua regale maestà.

Il giovine s'inoltrò verso la gentildonna, che lo accolse con un

inchino, ma con gli occhi bassi, senza averlo guardato nel volto. Egli,

come le fu giunto vicino, curvò leggiadramente il ginocchio e le prese

la bella mano, che era bianca e fredda come di donna morta.

Ma la vita fu pronta a mostrarsi, se non in quelle vene, in que' muscoli

delicati, imperocchè la castellana, vedendo l'atto inusitato, fe' per

ritrarre la mano. Morello la rattenne, e, baciandole il sommo delle

dita, temprò l'atto con queste cortesi parole:

-- Regale onoranza è dovuta a madonna Giovanna di Torrespina da quanti

hanno in pregio bellezza e cortesia. --

Quando Giovanna, costretta dal dialogo, sollevò gli occhi a guardarlo,

Morello notò come fossero smorti. In quelle due iridi verdeggianti più

non risplendeva la fiamma; anche il viso era dell'usato più bianco; la

voce medesima, armonica voce, quando la udì, non gli parve più quella.

-- Messere, -- disse Giovanna, con molta lentezza d'accento, che

dimostrava lo sforzo -- voi volete farmi andar troppo superba; e la

superbia disdice ad una povera castellana di queste squallide

montagne. --

Morello fu turbato da quel malinconico accento; quello «_squallide

montagne_» gli andò diritto al cuore. Tuttavia, facendo forza a sè

medesimo, rispose:

-- Chi non conosce Torrespina? Gentile è il sangue, se non è vasto il

reame; e fosse pure il più grande, la sua cerchia sarebbe angusta mai

sempre al nome della figlia di Lionello del Cengio, la quale ha fama per

tutta Europa di alto ingegno e di sovrana bellezza. --

Madonna non rispose; ma con gesto leggiadro accennò a lui e a tutta la

comitiva le scranne che erano disposte in giro. Morello si assise su

quella che era più vicina alla gentildonna, e si assisero del pari i

compagni, dopo che messer Corrado li ebbe presentati a Giovanna,

chiamandoli per nome.

-- Voi leggevate, madonna? -- chiese Morello, guardando il volume che

stava ancora aperto daccanto a lei sull'orlo della tavola.

-- Sì, messere; per conforto a queste lunghe ore del giorno.

-- Le canzoni de' trovatori forse? O il _San Graal_ di Filippo di

Fiandra, che di presente è in voga per la traduzione francese di

Cristiano di Troyes?

-- No, messere; gli è un libro manco lieto, ma molto più utile: _Les

pélerinages de l'âme séparée du corps_, di Hardouin de Blancheville.

-- Il famoso trovatore che si chiuse in un monistero, poichè la sua dama

fu morta? -- disse Rambaldo di Verrùa.

-- Lo conoscete voi? -- chiese la dama.

-- Sì madonna, conosco i suoi mirabili scritti, ed ho goduto della sua

amabile compagnia, l'anno scorso, all'abbazia di Citeaux.

-- Un uomo di molta dottrina! -- soggiunse ella.

-- Sì certo, madonna, e pochi mesi prima che io andassi in Francia, si

era appunto trattato di farlo abate; ma egli non volle a nissun patto

saperne; il pover uomo è in uno stato veramente compassionevole; l'età

non lo tormenta, ma l'adipe....

-- Ah! che dite voi mai, messer Rambaldo! -- esclamò il conte Corrado,

ridendo. -- Voi ora guastate con siffatti particolari il bel romanzo

della sua vita.

-- Intendo benissimo tutto ciò, -- rispose il Verrùa; -- ma non è colpa

mia se la storia soverchia il romanzo. Io pure, andando all'abbazia e

sapendo la vita di messere Arduino, immaginavo di trovare un povero

frate macilento e scarno, una di quelle figure che fanno pensare a

quelle lame irruginite le quali corrodono la guaina, e argomentate la

mia meraviglia quando mi vidi dinanzi un frate rubizzo, co' bargiglioni

sotto il mento, e costretto a sciogliere tratto tratto il cingolo della

pazienza. Egli è là, il biondo Arduino di Biancavilla, pasciuto e

tranquillo come un gaudente cavalier di Maria. Ora io non posso leggere

una pagina dei suoi malinconici _Pélerinages_ senza ricordare, a guisa

di contrapposto, quell'altra di un suo libro, ancora inedito, ch'egli mi

lesse, intitolato: «_Des hauts faits de messire Jean Nitouche_» che è

tale da sbellicarsi dalle risa. --

Giovanna s'era grandemente rattristata all'udire quel racconto del

trovatore.

-- Voi mi dite cosa, messere, -- soggiunse ella dopo una breve pausa, --

che mi disavvezzerà dal leggere più oltre questi suoi _Pélerinages_!

-- Ah, madonna! la vita è cosiffatta; i morti si piangono qualche volta,

ma si dimenticano sempre. --

E così dicendo, Rambaldo di Verrùa, torse cortesemente lo sguardo da

lei, per dare un'occhiata in giro ad Ansaldo di Leuca e agli altri amici

del conte Ugo di Roccamàla. Arrossirono costoro, e turbati chinarono gli

occhi sul pavimento.

Giovanna era rimasta sovra pensieri, e non badava al senso riposto della

sentenza del trovatore. I suoi grandi occhi di smeraldo erravano, senza

guardare, lunghesso le tappezzerie di cuoio dorato che decoravano la

parete. -- A che pensa ella ora? -- chiedeva angosciato a sè stesso il

giovane Morello. E la spina d'un rimorso lo pungeva nel cuore, e gli

doleva amaramente che Ugo di Roccamàla avesse accettato il patto di

Aporèma.

Per metter fine ad una conversazione che aveva così dato nel grave,

giunse in buon punto la proposta di messer Corrado: i suoi ospiti, dopo

una lunga cavalcata, aver mestieri di scuotere la polvere e di mutar

panni; si riducessero dunque a' loro appartamenti, dove, come la povertà

del castellano consentiva, avrebbero avuto ogni cosa ad essi

bisognevole.

Egli stesso condusse Morello di Monferrato nella stanza a lui assegnata.

Quivi il giovine signore, deposta la maglia d'acciaio, indossò una

leggiadra saracina, specie di farsetto bene aggiustato alla vita, che

era del suo prediletto color amaranto, con liste di tela d'argento.

Indi, dopo una breve refezione, andò con la brigata a visitare in ogni

sua parte il castello, e, intendente com'era di cose militari, ebbe a

commendare di molto le difese naturali ed artificiali del luogo.

In questi discorrimenti venne l'ora del pranzo, che fu squisito

daddovero e sontuoso pe' tempi d'allora. Io, per non parer digiuno, e

perchè l'occasione di ragionare intorno a simiglianti materie non mi si

potrebbe di frequente offerire, farò di dirne loro quel tanto che basti

a conciliarmi la benevolenza dei dilettanti d'archeologia gastronomica.

Spazioso era il tinello, e potea fare un degno riscontro alla gran sala

della corte. Il solaio era di grosse travi di quercia, disposte a

cassettoni, leggiadramente intagliate; le pareti dipinte di grandi rose

vermiglie sopra un fondo turchiniccio; le finestre alte e a sesto acuto,

ma spartite, nel fondo della strombatura, da agili colonnette, sulle

quali giravano due archetti a tutto sesto, e custodite dall'aria esterna

con quadrelli di vetro colorato, insieme commessi e saldati da liste di

piombo. Questa era gran novità per quei tempi, e segnatamente per quei

luoghi dentro terra, dove era comune l'uso delle impannate bianche, e

soltanto i più ricchi costumavano farle dipingere a fiori, rabeschi,

animali favolosi, ed altre simiglianti capestrerie.

Sorgeva da una parete un gran camino di pietra rossa, sulla cui cappa

ornata di sculture si ammirava lo stemma dei Torrespina, e nel cui

focolare crepitava la stipa, rallegrando del suo calore le membra dei

convenuti alle mensa. Per contro, rallegrava gli occhi, facendo bella

mostra di sè dall'opposta parete, una credenza a scaglioni, coperta d'un

ricco tappeto; la quale portava sui gradini più alti, vagamente

ordinato, il vasellame, i taglieri, le idrie, ed altri arredi d'argento

per bastare ai bisogni della tavola, e negli inferiori sorreggeva certi

barlozzi e fiaschi, col ventre colmo dei preziosi topazii di Candia, di

Cipro e di Metelino.

La mensa era nel mezzo, disposta a ferro di cavallo, ma coi posti da un

lato solo, per modo che gli scalchi, i coppieri e i donzelli, potessero

correre lungo il lato interno e servire i convitati. Una bianca

tovaglia, i cui lembi scendevano fino a terra, correva lungo la mensa,

nel mezzo della quale si vedevano a giusti intervalli candelabri e

salsiere di pregevole lavoro, e sul margine esterno, a doppia distanza

di quello che oggidì si costuma, i piccoli taglieri, o piatti di

argento; presso ognuno dei quali sorgeva una coppa, e si notavano due

coltelli e due cucchiai dello stesso metallo. Le forchette a que' tempi

erano arnesi sconosciuti, e i due coltelli co' due cucchiai intorno ad

un medesimo tondo, significavano che due persone usavano mangiare ad un

solo tagliere. Anche una sola tazza bastava per due; cosa che di

presente appare disdicevole, ma allora non era, ed anzi aveva il suo

pregio. Oh buona usanza del tempo antico! E chi poi non ricorda con

desiderio i lieti desinari del campo, fatti con cinque o sei cucchiai

intorno ad una medesima scodella, che si chiamava la scodella

dell'amicizia? E chi non amerebbe metter le labbra sugli orli di quel

bicchiere che s'accostò alle labbra della donna amata?

Innanzi che il conte Corrado e i suoi convitati si mettessero a tavola,

i donzelli andarono in giro con guastade e catini di argento cesellato,

per dare acqua alle mani, acqua stillata con odori di rosa e di mammole.

Sedutasi poscia la comitiva, Morello ad un tagliere con la gentil

castellana e gli altri a coppie del pari, vennero le prime imbandigioni;

semolino in brodo fortemente pepato; vitelli, capretti, cinghiali,

salsiccie e carni salate. Tutte queste vivande erano recate in grosse

pile su vasti piatti d'argento. Lo scalco, ad ogni portata, traeva un

lungo coltello dalla sua guaina di metallo, e trinciava la vivanda con

quella pronta sicurezza che è data dal lungo uso; quindi i più eletti

spicchi erano posti sui taglieri, dove, la mercè di una stiacciata di

pane che stava tra la carne e il metallo, erano agevolmente fatti a

minuzzoli.

Un gastronomo de' tempi nostri farebbe le boccacce alle salse, ai

guazzetti, ai condimenti, onde erano accompagnate le vivande d'allora.

Ma i gastronomi di quei tempi le farebbero del pari, se tornassero in

vita, ai condimenti, ai guazzetti e alle salse odierne. Io dunque non mi

curo dei gusti mutati, e racconto che le prime mense del pranzo dei

Torrespina erano di carni lesse ed arrostite, parte inorpellate con

torte e galantine, altre rotte in salse, nelle quali entravano alla

mescolata il pepe, il garofano, la cannella, la noce moscata, il cubebbe

e lo zenzero. Si notavano inoltre certi pasticci di pollo in salsa

bianca, la quale era composta di zucchero, mandorle e capperi, battuti

insieme con albume d'uovo. Una cosa che anco i buongustai nel tempo

nostro avrebbero mandato giù senza controversia, era il vino; ma di

questo s'è già detto più sopra.

Così finite le prime mense, si sparecchiò; i donzelli vennero da capo

con le guastade e i catini, per dar l'acqua odorosa alle mani; quindi si

venne alle seconde mense, che erano giuncate, formaggi, datteri di

Catalogna, mandorle di Liguria, uva passa e fichi secchi di Grecia,

miele, confetti, zuccherini di ogni sorta, ippocrasso ed altri vini

aromatici.

Giovanna di Torrespina assaggiò a mala pena delle vivande che le erano

imbandite e che Morello, da cortese servente, le andava sminuzzolando

sul tagliere. La sua mente era altrove; egli tal fiata era costretto a

ripeterle una frase, poiché ella la udiva senza ascoltarlo, e la

cortesia comandava di chiedergli che cosa avesse egli detto.

Per tal guisa, a malgrado del tagliere e della coppa comune, il pranzo

durò troppo a lungo per Morello di Monferrato. Come fu notte ed egli si

trovò solo nelle sue stanze con Rambaldo di Verrùa, così volse la parola

al compagno:

-- Or bene, Aporèma, tu il vedi; costei non dimentica.

-- Ah sì, non lo nego; -- rispose lo spirito del dubbio. -- Ella è

addolorata, e tanto più fortemente, in quanto che dura un orribil

supplizio per nascondere il suo dolore a messer Corrado; e tuttavia....

-- Tuttavia, che cosa?

-- Tuttavia, dà tempo al tempo, e vedrai!

Il Libro Nero · 第 17 / 42 题