CAPITOLO VII.

Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col

diavolo.

Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso,

innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente

una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura

dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra

orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per

la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita,

facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio

lavorato a rilievo.

-- Ah! -- sclamò conte Ugo. -- Il libro nero non era dunque una favola?

-- No; la leggenda diceva il vero; -- rispose Aporèma -- eccolo, il

libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il

fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! --

Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle

prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta

scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il

costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e

avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di

quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:

In nomine Domini, amen.

_In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII,

ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur

nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat.

Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis

de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam

castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat

prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus

assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus

scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum

esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset

quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter

in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo

lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per

tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et

hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi

adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis

adveniat._

+ _Gualbertus_

_Aporèma._

-- Intendi tu dunque? -- disse Aporèma, facendosi cortesemente a

volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. -- «Al nome di Dio,

_amen_! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera

incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta

del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita.

Egli mi ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di

Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare

il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo

vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo

scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto

eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare

senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque

volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si

tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il

suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e

a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si

nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e

dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non

ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo

accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro

sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia

consuetudine.

-- Ma che vuol dir ciò? -- chiese Ugo ammirato. -- Che fine riposto è

egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?

-- Ah, si! -- disse ridendo Aporèma. -- Il sant'uomo non sapeva

capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare

stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava

tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era

avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella

Gerusalemme celeste, ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e'

rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. --

Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! -- gli dissi; -- tanto peggio

per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua

pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.

-- E tu mi rispondi ora -- soggiunse Ugo -- come hai risposto al vescovo

Gualberto!...

-- No, in fede mia, -- rispose Aporèma; -- e vo' dirti ogni cosa,

sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento.

Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea

veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea

fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio;

Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano

corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di

Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò

a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua

felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò

a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del

castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli

fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più

non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto

soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un

volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol

racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e

i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra fronte

andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le

rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non

inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia

all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi

discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile,

della verità.

-- Anselmo di Leuca!... -- sclamò il giovine signore di Roccamàla. -- Io

dunque....

-- No, non temere per la bontà del tuo sangue! -- interruppe Aporèma. --

I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo

fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e

nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.

-- E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? -- chiese Ugo.

-- Nol so, -- disse Aporèma; -- o, per dirla col vescovo Gualberto,

_haud mihi clarum est_; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi,

per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. --

Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo

impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile

frastuono della folgore.

-- To' vedi! -- soggiunse Aporèma. -- Sembra ch'ei ci abbia uditi a

parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra.

-- L'anello, Aporèma; porgi l'anello!

-- Eccolo! --

Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne

minutamente il castone, facendo girare il diamante sulla cerniera. Poche

gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che

era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una

profonda meditazione.

-- A che pensi tu ora? -- gli chiese Aporèma.

-- A lei! -- disse Ugo. -- O non le fo oltraggio, forse, tentando una

simile prova?

-- Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; -- soggiunse Aporèma.

-- Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre,

odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento

durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non

ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a

sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti

ad usura.

-- Oh, egli non è di ciò che m'importa! -- gridò conte Ugo. -- Se tu di'

il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo

mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere

vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! --

E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e

avidamente succhiò il rosso liquore.

-- Ah! che mi hai tu dato? -- sclamò egli, a mala pena ebbe finito.

-- Guarda! -- gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi.

Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra,

disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi.

-- Guardalo, -- prosegui Aporèma, -- guardalo, il tuo sozio fedele, il

tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non

ti ha mai abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce;

quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo

ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia

quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata

d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su

quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba

leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo

spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore

d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo

desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente

dimentica. --

In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il

costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto

per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia;

quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi

la persona.

-- Ed io... io... chi sono io mai, se il mio corpo è costì?

-- Va, quello è uno specchio; -- disse Aporèma. -- Conte Ugo corse

difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla

parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e

l'alzò fino presso il volto del giovine.

Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli

occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina

capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si

contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia;

quindi si volse a cercare l'antica spoglia: ma essa non era più nella

camera.

-- Dov'è andato il mio corpo? -- chiese allora ad Aporèma.

-- O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è

già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte

avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà

il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore

adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli

che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che

griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato

fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a

venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a

taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si

avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate

Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga

pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua

santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le

tombe de' tuoi maggiori. _Amen!_

-- E lei.... -- chiese Ugo peritoso -- e lei che dirà?

-- Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne

saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi.... vo'

dire con quelli che hai tolti a prestanza da me.

-- E quando la vedrò?

-- Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con

grossa e nobil masnada verso il suo castello, dal quale sei ancora

cinque giornate lontano.

-- Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento?

-- Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di

Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno

condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata

all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo.

-- Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a

Falconara.... E tu, chi sei?

-- Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore

Rambaldo di Verrùa.

-- Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il

castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno

alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente.

-- Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di

Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena

che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio

fino al mare.

-- No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese

-- gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e

i concetti del suo nuovo stato. -- Giungerà colà lo ambasciator di mio

padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito

dell'ambasceria.

-- A Torrespina, non è egli vero?... -- chiese ghignando Aporèma.

-- A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del

marchese di Monferrato è così orrevole personaggio, che ognuno abbia a

tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.

-- Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la

castellana. --

A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un

verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno

un'occhiata sdegnosa.

-- Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon

cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di

fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri

non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. --

Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso

lui ne' vapori del nascente mattino.

Il Libro Nero · 第 15 / 42 题