Dove si legge del patto che il vescovo Gualberto aveva fermato col
diavolo.
Così dicendo, Aporèma si accostò allo stipo, da cui era già disceso,
innanzi la minaccia di andarsene via dal castello, e toccata leggermente
una delle cento borchie ond'era fregiata l'esterna fasciatura
dell'armadio, fe' scattare una molla. A quel colpo, una sbarra
orizzontale, che parea semplice ornamento dello stipo, si mosse, e per
la fessura che lasciò scoverta, Aporèma ficcò destramente le dita,
facendone balzar fuori un libro grande e sottile, dalle carte di cuoio
lavorato a rilievo.
-- Ah! -- sclamò conte Ugo. -- Il libro nero non era dunque una favola?
-- No; la leggenda diceva il vero; -- rispose Aporèma -- eccolo, il
libro che i tuoi maggiori hanno sempre vanamente cercato. Apri il
fermaglio di ottone; vedi la pergamena, com'è intatta e pulita! --
Ugo afferrò il libro, e corse al lume della lucerna per leggere. Sulle
prime gli occhi abbacinati non distinsero nulla in quella fitta
scrittura, le cui parole erano la più parte abbreviate, giusta il
costume del tempo; ma a poco a poco, chetandosi lo spirito confuso, e
avvezzandosi gli occhi allo scritto, incominciò a cogliere il senso di
quello scarabocchio. Ora ecco ciò che egli lesse:
In nomine Domini, amen.
_In hac die novembris XXIX, anno a nativitate Domini MCLXIII,
ego Gualbertus episcopus veni ad hanc turrim quae dicitur
nigromantis in Arce mala et diabolum adjuravi qui eam inhabitat.
Et mihi respondit ille, se dæmonem, famulunque comitis Hugonis
de Arce mala fuisse, et sibi nomen Aporèma. Addidit se nunquam
castrum hoc deserere voluisse, juramenti caussa, quod fecerat
prædicto comiti Hugoni, dum ille vivebat, se sobolem ejus
assidue protecturum. Et iterum adjurans eum efficacibus
scripturae verbis, mihi etiam respondit se libenter discessurum
esse et hoc sine perfidia facere posse, dummodo redire posset
quotiescumque aliquis praedicti Hugonis nepos felix aut aliter
in re sua beatus haberetur; nam sibi nomen antea Lucifer, ideo
lucem ferendi officium sibi, cui numquam deesse poterit per
tempora. Quid lateat sub hac conditione haud mihi clarum est, et
hoc tantum obtinui et huic foederi accedere debeam. Deus mihi
adsit et comitibus de Arce mala, ne quid detrimenti ex hoc nobis
adveniat._
+ _Gualbertus_
_Aporèma._
-- Intendi tu dunque? -- disse Aporèma, facendosi cortesemente a
volgarizzargli il latino del vescovo Gualberto. -- «Al nome di Dio,
_amen_! In questo dì 29 novembre dell'anno 1163 dalla fruttifera
incarnazione, io Gualberto vescovo son venuto nella torre che è detta
del negromante, in Roccamàla, ed ho scongiurato il demonio che l'abita.
Egli mi ha risposto essere stato lo spirito familiare del conte Ugo di
Roccamàla e aver nome Aporèma, aggiungendo non aver mai voluto lasciare
il castello a cagione di sacramento fatto al predetto conte Ugo, in suo
vivente, che mai sempre avrebbe protetta la sua stirpe. E da capo
scongiuratolo, con le efficaci parole della Scrittura, mi ha risposto
eziandio non aver egli difficoltà a partirsene, e poter anzi ciò fare
senza mancamento alla data fede, purchè potesse tornarvi quantunque
volte fosse un discendente del conte Ugo che nella comune estimazione si
tenesse felice, od altrimenti nelle sue faccende beato; imperocchè il
suo primo nome era Lucifero, epperò l'ufficio suo era di portar luce, e
a cotesto suo debito e' non avrebbe mai potuto fallire. Che cosa si
nasconda sotto questa condizione m'è oscuro, ma ciò solo ho ottenuto, e
dovrò contentarmene. Iddio protegga me e i conti di Roccamàla, che non
ce n'abbia a derivare alcun danno.» Tu vedi, c'è il nome del vescovo
accompagnato dalla croce e scritto d'inchiostro nero, e c'è quest'altro
sgorbio che vuol dire Aporèma, fatto con inchiostro rosso, giusta la mia
consuetudine.
-- Ma che vuol dir ciò? -- chiese Ugo ammirato. -- Che fine riposto è
egli questo tuo, che il vescovo Gualberto non ha potuto penetrare?
-- Ah, si! -- disse ridendo Aporèma. -- Il sant'uomo non sapeva
capacitarsi di quel mio disegno, che egli anzi non si peritò di chiamare
stramberia. E' giunse perfino a dirmi che quella condizione tornava
tutta a mio danno, dappoichè veramente sulla terra nessuno era
avventurato, e la felicità risiedeva soltanto nella città di Dio, nella
Gerusalemme celeste, ed altre storielle di quella fatta. Ma, comunque e'
rigirasse i periodi, non gli venne fatto cavarmi il segreto di corpo. --
Tanto peggio per me, vescovo Gualberto! -- gli dissi; -- tanto peggio
per me se non potrò più tornare; intanto scrivi il patto sulla tua
pergamena, e ti basti sapere che io manterrò la promessa.
-- E tu mi rispondi ora -- soggiunse Ugo -- come hai risposto al vescovo
Gualberto!...
-- No, in fede mia, -- rispose Aporèma; -- e vo' dirti ogni cosa,
sebbene con quella riserbatezza che si addice a così scabroso argomento.
Sappi che il tuo antenato era un uomo felice, poichè tale si credea
veramente. La sorte aveva arriso alle sue armi: il suo valore lo avea
fatto padrone di assai più terra che a te non ne sia rimasta in dominio;
Roccamàla era il lieto ritrovo di nobilissimi baroni che a lui facevano
corteggio e alla bionda Gerberga, la figliuola del marchese di
Monferrato che gli era stata data in isposa. Come avvenisse, non istarò
a dirti per filo e per segno; ma un giorno il conte Ugo dubitò della sua
felicità. Giù in fondo al burrone su cui pende questa torre, taluno andò
a sfracellarsi la cervice; ma nulla parve mutato nelle consuetudini del
castello. Soltanto, fu detto di un barone Anselmo di Leuca, che egli
fosse andato pellegrino in Terra Santa, e di questo barone Anselmo più
non si ebbe novella, e nessun ciglio parve aggrottarsi, nessun volto
soave arrossire, quando il nome di lui era pronunziato in Roccamàla. Un
volto soave incominciò bensì a scolorarsi lentamente, fino a tanto nol
racchiuse la tomba qualche anno di poi, e ci fu un magnifico funerale, e
i frati del convento vicino venerarono una santa di più. Un'altra fronte
andò a mano a mano rannuvolandosi, e non ci fu più verso di spianarne le
rughe. Fu in quel torno che Aporèma, il maestro della scienza che non
inganna, pose dimora in questa torre; fu egli che chiuse le ciglia
all'amico, con la promessa che le avrebbe aperte a qualunque dei suoi
discendenti avesse amato di tenerle chiuse alla luce faticosa, ma utile,
della verità.
-- Anselmo di Leuca!... -- sclamò il giovine signore di Roccamàla. -- Io
dunque....
-- No, non temere per la bontà del tuo sangue! -- interruppe Aporèma. --
I signori di Leuca sono di nobil legnaggio, e Ansaldo, l'amico tuo
fedelissimo, può andarne superbo; ma tu sei un Roccamàla davvero, e
nelle vene del secondo Ugo scorre qualche goccia di sangue del primo.
-- E dov'è egli ora, il mio nobile antenato? -- chiese Ugo.
-- Nol so, -- disse Aporèma; -- o, per dirla col vescovo Gualberto,
_haud mihi clarum est_; ma egli ben potrebbe essere qui presso di noi,
per vedere com'io gli abbia tenuta la fede. --
Un improvviso bagliore rischiarò in quel punto la camera, facendo
impallidire il lume della lucerna, e tosto gli tenne dietro l'orribile
frastuono della folgore.
-- To' vedi! -- soggiunse Aporèma. -- Sembra ch'ei ci abbia uditi a
parlare di lui e che ti conforti ad essere un uomo della sua tempra.
-- L'anello, Aporèma; porgi l'anello!
-- Eccolo! --
Ugo prese l'anello dalle mani di Aporèma e si diede a considerarne
minutamente il castone, facendo girare il diamante sulla cerniera. Poche
gocce di liquore color di fuoco gli apparvero nella piccola cavità che
era rimasta scoverta, ed egli, poichè l'ebbe guardate, cadde in una
profonda meditazione.
-- A che pensi tu ora? -- gli chiese Aporèma.
-- A lei! -- disse Ugo. -- O non le fo oltraggio, forse, tentando una
simile prova?
-- Non ti mettere a questa impresa, se ciò temi; -- soggiunse Aporèma.
-- Io già te l'ho detto: non vo' nulla per violenza da te. Inoltre,
odimi bene, Ugo di Roccamàla! Io non ti pongo alcun patto; l'esperimento
durerà quanto ti aggradi, e tornerai Ugo ogni qual volta ti piaccia. Non
ti chiedo l'anima tua; non ti pungerò una vena perchè tu abbia a
sottoscrivere una carta; Aporèma è cavaliero e non un giudeo che presti
ad usura.
-- Oh, egli non è di ciò che m'importa! -- gridò conte Ugo. -- Se tu di'
il vero, se nulla resiste o sopravvive alla morte, nè la vita di questo
mondo, nè la ignota che ci promettono, francano la spesa di essere
vissute. Orbene, eccoti contento, ho bevuto! --
E così dicendo, pose le labbra intorno al castone dell'anello, e
avidamente succhiò il rosso liquore.
-- Ah! che mi hai tu dato? -- sclamò egli, a mala pena ebbe finito.
-- Guarda! -- gli disse Aporèma, accennandogli col dito a' suoi piedi.
Ugo guardò e mise un grido di spavento. Un corpo morto giaceva a terra,
disposto per modo che i piedi del cadavere toccavano i suoi.
-- Guardalo, -- prosegui Aporèma, -- guardalo, il tuo sozio fedele, il
tuo unico amico verace, quantunque un tal po' prepotente; quello che non
ti ha mai abbandonato un istante, dacchè hai aperto gli occhi alla luce;
quegli che ha sempre sorriso e pianto, goduto e patito con te; guardalo
ed usagli la cortesia di qualche carezza; stringi fra le tue braccia
quel petto rilevato e robusto, appariscente sotto una maglia aggiustata
d'acciaio, come sotto un giustacuore di seta di Bagdad; metti le mani su
quelle chiome nere e lucenti che svolazzavano in aria con superba
leggiadria quando serravi Aquilante tra le vigorose ginocchia e lo
spingevi a galoppo; bacia quella fronte bianca, ahi troppo immemore
d'altri baci e pur mo' desiosa di nuovi; tanto è vero che l'uomo
desidera ciò che egli non ha avuto ancora, e ciò ch'egli ebbe facilmente
dimentica. --
In quella che Aporèma così parlava tra grave e beffardo, secondo il
costume, Ugo si era curvato su quel corpo morto e l'avea riconosciuto
per la sua spoglia mortale. Lo contemplò un tratto e non senza mestizia;
quindi, come percosso da un pensiero improvviso, si alzò per guardarsi
la persona.
-- Ed io... io... chi sono io mai, se il mio corpo è costì?
-- Va, quello è uno specchio; -- disse Aporèma. -- Conte Ugo corse
difilato ad una larga spera di terso metallo, che era sospesa alla
parete daccanto alla finestra; il demone taumaturgo prese la lucerna e
l'alzò fino presso il volto del giovine.
Ugo vide allora l'immagine sua, che era quella d'un bel cavaliero, dagli
occhi azzurri, dalla florida carnagione a cui dava più risalto una fina
capigliatura bionda, dalla svelta statura, e sfarzosamente vestito. Si
contemplò ammirato, mosse gli occhi, il capo, il petto e le braccia;
quindi si volse a cercare l'antica spoglia: ma essa non era più nella
camera.
-- Dov'è andato il mio corpo? -- chiese allora ad Aporèma.
-- O che? pensi tu forse ch'io non sappia fare le cose a dovere? Esso è
già nella tua camera, disteso nel tuo letto e porta i segni di una morte
avvenuta per riflusso di sangue al cervello. Tra due o tre ore entrerà
il biondo Fiordaliso a svegliarti. Immagina le grida del trovatore
adolescente! Tosto il castello sarà a soqquadro; gli amici e i famigli
che correranno di qua e di là all'impazzata; mastro Benedicite che
griderà di aver tutto presagito, e che, se a lui si fosse aggiustato
fede, non si sarebbe lasciato entrare il romèo. Allora si penserà a
venire nella torre del negromante; ma un certo odore di zolfo che a
taluno parrà di sentire, li manderà tutti indietro sbigottiti, e non si
avrà coraggio di mettervi il piede, se non dietro all'orme di frate
Alberto, monaco tenuto in concetto di santità, il quale starà qui lunga
pezza in preghiera. Poscia, spruzzato non so bene quante volte d'acqua
santa, avrai esequie degne del tuo alto stato, e sarai sepolto fra le
tombe de' tuoi maggiori. _Amen!_
-- E lei.... -- chiese Ugo peritoso -- e lei che dirà?
-- Questo non vo' raccontarti fin d'ora, ma non andrà molto che tu ne
saprai quanto io, imperocchè la vedrai coi tuoi occhi medesimi.... vo'
dire con quelli che hai tolti a prestanza da me.
-- E quando la vedrò?
-- Non oggi, nè domani per fermo, imperocchè tu vai cavalcando con
grossa e nobil masnada verso il suo castello, dal quale sei ancora
cinque giornate lontano.
-- Ma dimmi, chi sono io ora, qual personaggio rappresento?
-- Non lo senti? Sei Morello, il secondogenito del marchese di
Monferrato, e ti rechi a Genova per chiedere le galere che dovranno
condurre a Costantinopoli la tua bellissima sorella, disposata
all'imperatore Andronico, al figlio di Michele Paleologo.
-- Ah, sì, comincio a ricordarmene; ho la mia gente che m'aspetta a
Falconara.... E tu, chi sei?
-- Non mi riconosci più? Sono il tuo giovine amico, il trovatore
Rambaldo di Verrùa.
-- Sì, sì, lo rammento. Iersera, alla nostra fermata presso il
castellano del Bormio, tu m'hai cantata una leggiadra servantese intorno
alle bellezze più riputate dell'oriente e dell'occidente.
-- Sulle quali porta la palma la genovese Elena Ascheria, la figlia di
Orlando Aschero, uno de' più valenti capitani della repubblica; Elena
che tu vedrai ed amerai, se pure ti piacerà di proseguire il viaggio
fino al mare.
-- No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese
-- gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e
i concetti del suo nuovo stato. -- Giungerà colà lo ambasciator di mio
padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito
dell'ambasceria.
-- A Torrespina, non è egli vero?... -- chiese ghignando Aporèma.
-- A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del
marchese di Monferrato è così orrevole personaggio, che ognuno abbia a
tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.
-- Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la
castellana. --
A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un
verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno
un'occhiata sdegnosa.
-- Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon
cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di
fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri
non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. --
Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso
lui ne' vapori del nascente mattino.