CAPITOLO VI.

Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo.

Il conte Ugo entrò allora nella camera, e il primo suo atto fu quello di

volger gli occhi in giro, quasi cercando le tracce di quel bagliore che

avea visto da fuori. Ma nulla era mutato in quel luogo; nulla ei potè

scorgervi di nuovo. Il letto, di legno di quercia, era nascosto

nell'ombra, in fondo alla camera; un grosso stipo ferrato s'innalzava

alla parete di rincontro all'uscio; tutt'intorno si vedevano grandi

seggioloni neri, con le spalliere di legno rozzamente intagliate a

fogliami, coi sedili e i bracciuoli di velluto, fermato agli orli da

borchie di ottone. Le pareti, poi, erano coperte di cordovano; ma qua e

là le ingiurie del tempo avevano fatte larghe fenditure nel cuoio, e gli

strambelli pendevano arrovesciati, fida stazione ai ragni che tra essi e

la parete andavano filettando le lor tele ingannatrici.

Una lucerna di bronzo sorgeva, avanzo d'altri tempi, su d'un canterano

di fianco all'uscio, mandando una luce fioca a pochi passi discosto.

Tutto era quiete e silenzio nella famosa camera del Negromante.

Dopo aver considerate tutte queste cose e dopo esser giunto fino al

letto, i cui guanciali non apparivano neanche toccati, il conte Ugo si

volse al pellegrino che si era fermato presso l'uscio, e col braccio

appoggiato sul canterano, la persona appoggiata sul braccio, le gambe

incrocicchiate, lo stava attentamente guardando.

Egli v'ebbe tra i due un istante di muta contemplazione, o, a dirla più

veramente, d'interrogazione scambievole. Ma il pellegrino fu più forte

del conte, poichè seguitò a tenergli addosso le ciglia senza far motto;

laddove Ugo, non potendo sostenere più oltre quella strana guardatura,

entrò turbato a chiedergli:

-- Chi sei tu? perchè ho io veduto uno sprazzo di luce da questa

finestra?

-- Messer lo conte, io non so dirvene nulla; -- rispose sorridendo a suo

modo il pellegrino -- e penso piuttosto che quella luce di cui parlate

si sia fatta nella vostra mente, e vi sia parso di vederla apparire di

fuori. --

A questa speciosa argomentazione il conte Ugo non seppe come rispondere,

e si voltò in quella vece a muovergli un'altra dimanda:

-- E come hai tu saputo che io venissi da te, poichè hai aperto

quest'uscio?

-- Voi dimenticate i vostri piedi, messer lo conte -- rispose il

pellegrino sul medesimo metro -- e dimenticate eziandio gli echi del

vostro corridoio.

-- Sia pure; ma qual è questa ospitalità che tu hai detto di volermi

rendere? Per che modo puoi tu dire d'esser qui in casa tua?

-- Voi volete saper troppo, messer lo conte! -- disse ridendo il

pellegrino.

Il conte Ugo, che non era punto ingannato da quell'infinto candore del

suo ospite, si lasciò cadere su d'un seggiolone, e fissando in volto il

pellegrino, proseguì il discorso in tal guisa:

-- Sì, v'hanno di molte cose ch'io vorrei sapere. Molto hai detto, e

assai più m'hai lasciato nel dubbio. Tu sei dotto, romèo, e la tua

scienza, sebbene non sia gaia, mi tira ad udirti. Parla dunque; non

t'infingere con me, non ti schermire dalle mie dimande; dissipa i dubbi

che hai fatti nascere nell'anima mia!

-- La mia scienza, messere, si restringe in poche massime; -- rispose

dopo una breve sosta il romèo; -- ma non ogni stomaco è fatto per

digerire un tal cibo. Ora, sarete voi così forte, da potermi udire senza

corruccio?

-- Parla, parla, nè ti dar pensiero di ciò. Vedi, pellegrino, io non so

chi tu sia, ma credo di avere indovinato l'esser tuo....

-- Da senno?

-- Sì, e tuttavia non tremo dinanzi a te, ti guardo tranquillamente in

viso; ascolto senza turbamento tutto quello che vorrai dirmi.

-- Cotesto non prova ancor nulla, messere; voi non siete una

donnicciuola paurosa come il vostro falconiere, ed io non sono poi

quell'orrido ceffo che metta in fuga i bambini. Sono un povero

vagabondo, carico di peccata, che porto del resto senza curvarmi

soverchiamente sotto il fardello. Non ho mai recato danno a persona, più

di quanto volesse averne di per sè; più spesso ho cercato di sovvenire

agli uomini con quel po' di esperienza che m'hanno fruttato tanti anni

di vita randagia. Or dunque, di che avreste voi a temere? E non basta

ancora. Voi siete per tal modo catafratto, da potervi commettere

sicuramente in ogni più arrisicata intrapresa. Siete felice; questa è

almeno la voce che corre, ed io non so tacervi che ho mutato a bella

posta la mia strada per passare da queste parti a vedere questo miracolo

d'uomo. Vedere un uomo felice! Cotesto, a mio credere, franca la spesa

del viaggio, assai più che la vista del papa, coperto di gemme e di

porpora, in mezzo al collegio dei cardinali. Felice invero! Voi siete

giovine, possente e bello... sì bello; non v'incresca, o messere. La

bellezza non guasta mai; anzi, e' v'ha chi la pregia su tutte le altre

venture del mondo. Uno stuolo di amici divoti vi circonda; sempre feste,

gualdane, tornèi, cacce, conviti; dapertutto il primo, dapertutto il

prescelto... perfino in un castello non molto lunge di qui....

-- Dici tu il vero?

-- Sì, messere, e l'ho di buon luogo.

-- E come lo sai tu? parla; io voglio....

-- Adagio a' ma' passi, messer lo conte! Questo è un mio segreto, e il

conoscerlo non vi potrebbe giovare in alcun modo; ma siate certo che

ella vi ama.

-- Orbene, -- soggiunse Ugo, -- e perchè neghi tu la felicità sulla

terra? Tu stesso or vedi....

-- Sì, vedo; ma vedo altresì....

-- Che cosa?

-- Vedo, -- continuò il pellegrino, contando le parole ad una ad una

come il cristiano divoto le pallottoline della sua coroncina, e

guardando fiso ad ogni parola il suo interlocutore -- vedo altresì che

voi rimanete pur sempre indietro; che le vostre labbra non le hanno pure

sfiorato il sommo delle dita; che madonna è severa ed ha cura di sè, più

assai che a donna innamorata non si convenga; che infine....

-- Taci, -- interruppe Ugo, -- non proseguire in tal guisa!

-- E perchè dunque invitarmi a parlare? Io ho a mala pena incominciato,

e la verità vi riesce molesta! --

Ugo crollò sdegnosamente le spalle, a queste parole del pellegrino;

quindi prosegui:

-- Io mi penso che tu voglia prenderti spasso dei fatti miei. Tuttavia,

una cosa non hai potuto negare; ella mi ama.

-- Mai sì, messere, ella vi ama, e che prova ciò? Ella potrebbe

disamarvi poi.

-- Sì certamente, se sarò disleal cavaliero, se mi chiarirò indegno di

lei.

-- Ah, messer lo conte! La fede cieca vi condurrà forse in paradiso; ma

ella per fermo non vi farà andare diritto in mezzo agli uomini ed alle

donne. Quale affetto sopravvive alla morte? Credete a vostra posta nella

divozione di coloro che vi circondano, e mettete pure in non cale la

sentenza dei vecchi: _tempore felici multi numerantur amici_. Fidate il

cuor vostro ad una donna e sognate la eternità dell'affetto; io vi dirò

con tale che ancor non è nato: _souvent femme varie; bien fol est qui

s'y fie_.

-- Tu menti! -- gridò Ugo, balzando dalla seggiola.

-- Ah, ah! -- rispose il pellegrino con piglio beffardo. -- E voi vi

scaldate il sangue, messer lo conte; ma tutto ciò non muterà d'un punto

la verità. Godetevi in pace la vostra felicità; io vi aspetto a Filippi,

io, il quale, con vostra licenza, so _quanto valgono cose e persone, --

e niun sul prezzo gabbo mi fa_. --

Lo scherno, rivolto contro la donna amata, irritò il conte Ugo per modo

che non conobbe più ritegno. Le vampe dell'ira gli salsero al capo; gli

si offuscarono gli occhi, e sguainata la spada, si scagliò sul

pellegrino.

Ma, sebbene tutto ciò fosse avvenuto in un batter d'occhio, il colpo

andò a vuoto. Ugo non trafisse che l'aria; il pellegrino era sparito.

Com'egli rimanesse a quella vista, argomenti il lettore.

-- Codardo! -- gridò egli, nell'impeto dello sdegno. -- Tu insulti la

donna mia e ti nascondi nell'ombra! --

Aveva appena ciò detto, che un riso beffardo gli suonò dalle spalle. Si

volse improvviso, ma rimase di sasso, cogli occhi sbarrati, le braccia

tese, e la spada gli cadde dal pugno.

Colui che rideva, era un bel cavaliere, non molto aitante della persona,

ma di membra giuste e di gentil portamento. Aveva neri i capegli e

ravviati con artistica sprezzatura sulla cervice; vasta la fronte e

nitida a guisa d'avorio; aperti lineamenti, il labbro superiore, un tal

po' rialzato ad espressione di sarcasmo, era ornato da due sottili

basette che guardavano superbamente all'insù; il viso alto, e gli occhi

sfavillanti sotto l'arco delle sopracciglia raccolte, aggiungevano

efficacia al piglio sarcastico delle labbra.

Lo sconosciuto era coperto d'un rosso mantello, le cui larghe pieghe

andavano a raccogliersi sotto le braccia, che erano conserte al petto e

tenevano mezzo nascosta una berretta di velluto nero, da cui pendevano

due penne lucenti e sottili. E in quel regale atteggiamento, lo

sconosciuto rimase un tratto a guardare il conte Ugo e a sorridere della

sua maraviglia.

-- Orbene, conte Ugo, questa è l'ospitalità di casa tua? Roccamàla è

dunque una ladronaia, dove si scannano i forestieri? --

Furono queste le prime parole del cavaliere dal rosso mantello.

-- Hai ragione a dolerti! -- disse Ugo, chinando la fronte in atto di

pentimento. -- L'ira mi aveva acciecato. Straniero, io ti chieggo

perdonanza.

-- Che di' tu, ora? -- ripigliò quel'altro, stendendogli amorevolmente

le braccia e facendo il viso altrettanto soave quant'era stato severo da

prima. -- Non pensiamo più a cotesto. D'altra parte, simiglianti

puntaglie non fanno che raffermar l'amicizia, ed io t'amo davvero,

imperocchè ciò non mi avviene pel tuo oro, né per la tua possanza, né

per le delizie di cui tu circondi i tuoi ospiti.

-- Chi sei tu? -- disse Ugo.

-- Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di

presente, al lampo di una prima tempesta.

-- Uno spirito malvagio! -- soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul

suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella

palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione.

-- Malvagio! -- ripetè il cavaliere dal rosso mantello. -- Come ti

aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e

trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve

n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di

Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri

si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero

spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini,

uomini veri, questo branco di creature bipedi e pecorine. Sono Aporèma;

ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della

tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male.

-- Tu sei -- disse Ugo -- colui che ha perduto Eva, la madre degli

uomini.

-- Ah ah!... storielle! -- rispose Aporèma. -- Lo scrittore della Genesi

mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne

ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma

costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le

insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta,

vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti

sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e

scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad

istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava

saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di

certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna

da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di

tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella

storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si

vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me

ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel

tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. --

E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a

sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di

costa alla parete.

-- Aporèma, -- disse Ugo, dopo aver meditato un tratto sulle parole

dell'interlocutore, -- puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose?

-- Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò.

-- Che cosa rimane di noi, dopo la tomba?

-- Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi.

-- Perchè?

-- Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il

vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non

l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia

congettura.... Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le

ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non

ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi

considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non

sono eterno, quantunque sia immortale....

-- O come? -- sclamò Ugo trasognato.

-- Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto -- rispose

Aporèma. -- Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se

prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade.

-- E che puoi tu dunque per me?

-- Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi.

-- Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di

aiuto.

-- No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita

di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello

preparato sotto i tuoi passi.

-- E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia di traditori? potrò io

gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente?

-- Perchè no?

-- Di' tu il vero? puoi tu farmi altr'uomo da quello che io sono?

-- Sì, posso, e, dove tu il voglia, posso anche farti spettatore del tuo

funerale.

-- E vedere.... e sapere....

-- Sì, ogni cosa; ma ti darà l'animo di cominciare, di separarti per tal

guisa da te medesimo? --

Ugo rimase un istante sovra pensieri. Il sì e il no gli tenzonavano in

mente.

-- Domani a notte! -- rispose egli, dopo aver meditato.

-- Perchè domani e non ora?

-- Perchè... non ardisco....

-- Uomo di poca fede! -- gridò Aporèma, con accento di amarezza

ineffabile. -- Uomo! uomo! io ti conosco da un pezzo; sempre così, da

che hai cominciato a fraintendere te stesso; sempre tentennante;

impastato di _se_ e di _ma_, non acconcio ad altro che a fare il bene a

mezzo, e il male del pari!

-- Tu sei molto severo, Aporèma!

-- No, non io severo, tu fiacco; tu che non sai distogliere lo spirito

da questo tuo sogno fanciullesco. Egli si direbbe per mia fe' che tu

bene intenda aver io ragione, e non sappia determinarti a scorgere il

pauroso vero! Ora io ben so tutto quello che hai in mente di fare. Tu

vuoi ritemprarti ancora una volta nella festosa compagnia e nelle

piaggerie degli amici; tu vuoi rivedere la donna che t'ama, ma che non è

tua, e che intende esser teco quello che sarà tra non molto una superba

o sciocca Avignonese, col più gentile e col più illustre italiano del

suo tempo. --

Ugo chinò tristamente il capo a quella ràffica di parole con cui lo

flagellava Aporèma.

-- Orbene, io parto! -- ripigliò questi dopo una breve sosta. -- Andrò a

sellare Lutero, il mio fido ronzino e lascerò questa rocca dove s'è

bastionata la cecità, la fiacchezza umana. Papa Leon X è ancora di là da

venire; ho dugent'anni e più in mia balìa per andargli a preparare il

terreno in Lamagna, dove sono assai più filosofi e buoni loici di qui, e

l'opera mia tornerà certo più utile che non a guastarmi la mano quassù,

intorno ad un uomo che ha occhi e non vuol vedere, orecchi e non vuole

udire. E tuttavia, vedi debolezza di demonio, io m'ero innamorato di te,

Ugo di Roccamàla; per te volevo fare un esperimento senza mio utile

alcuno, per te violare le leggi dominatrici della materia, per te

insomma.... Orvia, gli era scritto che tu pure fossi un uomo della fatta

di tutti gli altri. Addio, dunque, e sta sano di membra, se esserlo di

mente non vuoi.

-- No, non partire, Aporèma, non lasciarmi così! Ugo di Roccamàla non è

un codardo come tu pensi. Che debbo io fare?

-- Ber questo! -- disse Aporèma.

E trattosi dal dito un anello di metallo nero, su cui luccicava un

grosso diamante, fe' scattare, con un lieve tocco dell'unghie, la pietra

preziosa dalla sua incastonatura.

-- Che c'è egli qui dentro?

-- Due gocce di un liquore che non fa male, stillato dall'albero non

favoloso della scienza, e che a te darà la conoscenza vera del cuore

umano....

-- Porgi! -- gridò conte Ugo.

E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra.

Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per

ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito:

-- Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio

che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia;

_noblesse oblige_, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai

a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo

stipo ferrato.

Il Libro Nero · 第 14 / 42 题