Nel quale si legge come il romèo non fosse altrimenti un romèo.
Il conte Ugo entrò allora nella camera, e il primo suo atto fu quello di
volger gli occhi in giro, quasi cercando le tracce di quel bagliore che
avea visto da fuori. Ma nulla era mutato in quel luogo; nulla ei potè
scorgervi di nuovo. Il letto, di legno di quercia, era nascosto
nell'ombra, in fondo alla camera; un grosso stipo ferrato s'innalzava
alla parete di rincontro all'uscio; tutt'intorno si vedevano grandi
seggioloni neri, con le spalliere di legno rozzamente intagliate a
fogliami, coi sedili e i bracciuoli di velluto, fermato agli orli da
borchie di ottone. Le pareti, poi, erano coperte di cordovano; ma qua e
là le ingiurie del tempo avevano fatte larghe fenditure nel cuoio, e gli
strambelli pendevano arrovesciati, fida stazione ai ragni che tra essi e
la parete andavano filettando le lor tele ingannatrici.
Una lucerna di bronzo sorgeva, avanzo d'altri tempi, su d'un canterano
di fianco all'uscio, mandando una luce fioca a pochi passi discosto.
Tutto era quiete e silenzio nella famosa camera del Negromante.
Dopo aver considerate tutte queste cose e dopo esser giunto fino al
letto, i cui guanciali non apparivano neanche toccati, il conte Ugo si
volse al pellegrino che si era fermato presso l'uscio, e col braccio
appoggiato sul canterano, la persona appoggiata sul braccio, le gambe
incrocicchiate, lo stava attentamente guardando.
Egli v'ebbe tra i due un istante di muta contemplazione, o, a dirla più
veramente, d'interrogazione scambievole. Ma il pellegrino fu più forte
del conte, poichè seguitò a tenergli addosso le ciglia senza far motto;
laddove Ugo, non potendo sostenere più oltre quella strana guardatura,
entrò turbato a chiedergli:
-- Chi sei tu? perchè ho io veduto uno sprazzo di luce da questa
finestra?
-- Messer lo conte, io non so dirvene nulla; -- rispose sorridendo a suo
modo il pellegrino -- e penso piuttosto che quella luce di cui parlate
si sia fatta nella vostra mente, e vi sia parso di vederla apparire di
fuori. --
A questa speciosa argomentazione il conte Ugo non seppe come rispondere,
e si voltò in quella vece a muovergli un'altra dimanda:
-- E come hai tu saputo che io venissi da te, poichè hai aperto
quest'uscio?
-- Voi dimenticate i vostri piedi, messer lo conte -- rispose il
pellegrino sul medesimo metro -- e dimenticate eziandio gli echi del
vostro corridoio.
-- Sia pure; ma qual è questa ospitalità che tu hai detto di volermi
rendere? Per che modo puoi tu dire d'esser qui in casa tua?
-- Voi volete saper troppo, messer lo conte! -- disse ridendo il
pellegrino.
Il conte Ugo, che non era punto ingannato da quell'infinto candore del
suo ospite, si lasciò cadere su d'un seggiolone, e fissando in volto il
pellegrino, proseguì il discorso in tal guisa:
-- Sì, v'hanno di molte cose ch'io vorrei sapere. Molto hai detto, e
assai più m'hai lasciato nel dubbio. Tu sei dotto, romèo, e la tua
scienza, sebbene non sia gaia, mi tira ad udirti. Parla dunque; non
t'infingere con me, non ti schermire dalle mie dimande; dissipa i dubbi
che hai fatti nascere nell'anima mia!
-- La mia scienza, messere, si restringe in poche massime; -- rispose
dopo una breve sosta il romèo; -- ma non ogni stomaco è fatto per
digerire un tal cibo. Ora, sarete voi così forte, da potermi udire senza
corruccio?
-- Parla, parla, nè ti dar pensiero di ciò. Vedi, pellegrino, io non so
chi tu sia, ma credo di avere indovinato l'esser tuo....
-- Da senno?
-- Sì, e tuttavia non tremo dinanzi a te, ti guardo tranquillamente in
viso; ascolto senza turbamento tutto quello che vorrai dirmi.
-- Cotesto non prova ancor nulla, messere; voi non siete una
donnicciuola paurosa come il vostro falconiere, ed io non sono poi
quell'orrido ceffo che metta in fuga i bambini. Sono un povero
vagabondo, carico di peccata, che porto del resto senza curvarmi
soverchiamente sotto il fardello. Non ho mai recato danno a persona, più
di quanto volesse averne di per sè; più spesso ho cercato di sovvenire
agli uomini con quel po' di esperienza che m'hanno fruttato tanti anni
di vita randagia. Or dunque, di che avreste voi a temere? E non basta
ancora. Voi siete per tal modo catafratto, da potervi commettere
sicuramente in ogni più arrisicata intrapresa. Siete felice; questa è
almeno la voce che corre, ed io non so tacervi che ho mutato a bella
posta la mia strada per passare da queste parti a vedere questo miracolo
d'uomo. Vedere un uomo felice! Cotesto, a mio credere, franca la spesa
del viaggio, assai più che la vista del papa, coperto di gemme e di
porpora, in mezzo al collegio dei cardinali. Felice invero! Voi siete
giovine, possente e bello... sì bello; non v'incresca, o messere. La
bellezza non guasta mai; anzi, e' v'ha chi la pregia su tutte le altre
venture del mondo. Uno stuolo di amici divoti vi circonda; sempre feste,
gualdane, tornèi, cacce, conviti; dapertutto il primo, dapertutto il
prescelto... perfino in un castello non molto lunge di qui....
-- Dici tu il vero?
-- Sì, messere, e l'ho di buon luogo.
-- E come lo sai tu? parla; io voglio....
-- Adagio a' ma' passi, messer lo conte! Questo è un mio segreto, e il
conoscerlo non vi potrebbe giovare in alcun modo; ma siate certo che
ella vi ama.
-- Orbene, -- soggiunse Ugo, -- e perchè neghi tu la felicità sulla
terra? Tu stesso or vedi....
-- Sì, vedo; ma vedo altresì....
-- Che cosa?
-- Vedo, -- continuò il pellegrino, contando le parole ad una ad una
come il cristiano divoto le pallottoline della sua coroncina, e
guardando fiso ad ogni parola il suo interlocutore -- vedo altresì che
voi rimanete pur sempre indietro; che le vostre labbra non le hanno pure
sfiorato il sommo delle dita; che madonna è severa ed ha cura di sè, più
assai che a donna innamorata non si convenga; che infine....
-- Taci, -- interruppe Ugo, -- non proseguire in tal guisa!
-- E perchè dunque invitarmi a parlare? Io ho a mala pena incominciato,
e la verità vi riesce molesta! --
Ugo crollò sdegnosamente le spalle, a queste parole del pellegrino;
quindi prosegui:
-- Io mi penso che tu voglia prenderti spasso dei fatti miei. Tuttavia,
una cosa non hai potuto negare; ella mi ama.
-- Mai sì, messere, ella vi ama, e che prova ciò? Ella potrebbe
disamarvi poi.
-- Sì certamente, se sarò disleal cavaliero, se mi chiarirò indegno di
lei.
-- Ah, messer lo conte! La fede cieca vi condurrà forse in paradiso; ma
ella per fermo non vi farà andare diritto in mezzo agli uomini ed alle
donne. Quale affetto sopravvive alla morte? Credete a vostra posta nella
divozione di coloro che vi circondano, e mettete pure in non cale la
sentenza dei vecchi: _tempore felici multi numerantur amici_. Fidate il
cuor vostro ad una donna e sognate la eternità dell'affetto; io vi dirò
con tale che ancor non è nato: _souvent femme varie; bien fol est qui
s'y fie_.
-- Tu menti! -- gridò Ugo, balzando dalla seggiola.
-- Ah, ah! -- rispose il pellegrino con piglio beffardo. -- E voi vi
scaldate il sangue, messer lo conte; ma tutto ciò non muterà d'un punto
la verità. Godetevi in pace la vostra felicità; io vi aspetto a Filippi,
io, il quale, con vostra licenza, so _quanto valgono cose e persone, --
e niun sul prezzo gabbo mi fa_. --
Lo scherno, rivolto contro la donna amata, irritò il conte Ugo per modo
che non conobbe più ritegno. Le vampe dell'ira gli salsero al capo; gli
si offuscarono gli occhi, e sguainata la spada, si scagliò sul
pellegrino.
Ma, sebbene tutto ciò fosse avvenuto in un batter d'occhio, il colpo
andò a vuoto. Ugo non trafisse che l'aria; il pellegrino era sparito.
Com'egli rimanesse a quella vista, argomenti il lettore.
-- Codardo! -- gridò egli, nell'impeto dello sdegno. -- Tu insulti la
donna mia e ti nascondi nell'ombra! --
Aveva appena ciò detto, che un riso beffardo gli suonò dalle spalle. Si
volse improvviso, ma rimase di sasso, cogli occhi sbarrati, le braccia
tese, e la spada gli cadde dal pugno.
Colui che rideva, era un bel cavaliere, non molto aitante della persona,
ma di membra giuste e di gentil portamento. Aveva neri i capegli e
ravviati con artistica sprezzatura sulla cervice; vasta la fronte e
nitida a guisa d'avorio; aperti lineamenti, il labbro superiore, un tal
po' rialzato ad espressione di sarcasmo, era ornato da due sottili
basette che guardavano superbamente all'insù; il viso alto, e gli occhi
sfavillanti sotto l'arco delle sopracciglia raccolte, aggiungevano
efficacia al piglio sarcastico delle labbra.
Lo sconosciuto era coperto d'un rosso mantello, le cui larghe pieghe
andavano a raccogliersi sotto le braccia, che erano conserte al petto e
tenevano mezzo nascosta una berretta di velluto nero, da cui pendevano
due penne lucenti e sottili. E in quel regale atteggiamento, lo
sconosciuto rimase un tratto a guardare il conte Ugo e a sorridere della
sua maraviglia.
-- Orbene, conte Ugo, questa è l'ospitalità di casa tua? Roccamàla è
dunque una ladronaia, dove si scannano i forestieri? --
Furono queste le prime parole del cavaliere dal rosso mantello.
-- Hai ragione a dolerti! -- disse Ugo, chinando la fronte in atto di
pentimento. -- L'ira mi aveva acciecato. Straniero, io ti chieggo
perdonanza.
-- Che di' tu, ora? -- ripigliò quel'altro, stendendogli amorevolmente
le braccia e facendo il viso altrettanto soave quant'era stato severo da
prima. -- Non pensiamo più a cotesto. D'altra parte, simiglianti
puntaglie non fanno che raffermar l'amicizia, ed io t'amo davvero,
imperocchè ciò non mi avviene pel tuo oro, né per la tua possanza, né
per le delizie di cui tu circondi i tuoi ospiti.
-- Chi sei tu? -- disse Ugo.
-- Una parte dell'anima tua, che stava appiattata, e balza fuori di
presente, al lampo di una prima tempesta.
-- Uno spirito malvagio! -- soggiunse Ugo, in quella che ricadeva sul
suo seggiolone, e, appuntellato il gomito sul bracciuolo, il mento nella
palma della mano, si disponeva ad una lunga meditazione.
-- Malvagio! -- ripetè il cavaliere dal rosso mantello. -- Come ti
aggrada. Ma considera un tratto; voglio io forse acciuffarti e
trascinarti con me nel vano di quella finestra? Poveri uomini! ve
n'hanno pur date a bere, questi calunniatori di Aporèma! Vedi, Ugo di
Roccamàla; io vo' dare a te la scienza, quella che i nostri santi padri
si tennero gelosamente per sè, bandendo la croce addosso a questo povero
spirito che ti parla, e non ha altro intento fuor quello di far uomini,
uomini veri, questo branco di creature bipedi e pecorine. Sono Aporèma;
ti spaventa per avventura cotesto? Mutami il nome; sono il dubbio della
tua mente, sono lo studio, sono la scienza del bene e del male.
-- Tu sei -- disse Ugo -- colui che ha perduto Eva, la madre degli
uomini.
-- Ah ah!... storielle! -- rispose Aporèma. -- Lo scrittore della Genesi
mi ha attribuito questa parte nelle sue invenzioni; ma io non me ne
ricordo punto. Bene ho conosciuta la vostra prima madre, messeri; ma
costei non meritava che il diavolo si scomodasse per lei, o le
insegnasse la strada degli alberi fruttiferi. Era piccina, panciuta,
vellosa, stretta la fronte, e i primi ciuffi di capegli nascenti
sull'orlo delle sopracciglia; la faccia ringhiosa; le braccia lunghe e
scarne, i pugni grossi, i piedi adunchi; talfiata si lasciava ire ad
istinti non bene ancora sopiti nella sua nuova natura e andava
saltabellando su quattro piante, la qual cosa non la illeggiadriva di
certo; in quanto al pomo, di cui s'è tanto chiacchierato, essa era donna
da arrampicarsi bravamente sui rami e spiccarlo, giusta il costume di
tanti altri digitigradi. Ma lasciamola li; se s'ha da intendere quella
storiella pel suo verso, cavarne il senso vero dal mito, se infine si
vuol dire che ci ho avuto mano a dirozzare la creatura, gli è vero e me
ne glorio, imperocchè a me solo, e non altrui, l'uomo è debitore di quel
tanto che può e di quel tanto che sa. Ho detto. --
E fatte queste parole, Aporèma spiccò leggiadramente un salto e andò a
sedersi, con le gambe penzoloni in aria, sullo stipo ferrato che era di
costa alla parete.
-- Aporèma, -- disse Ugo, dopo aver meditato un tratto sulle parole
dell'interlocutore, -- puoi tu darmi la certa conoscenza delle cose?
-- Anzitutto dimmi di quali, e ti risponderò.
-- Che cosa rimane di noi, dopo la tomba?
-- Ah! quivi è il nodo, e non si va più innanzi.
-- Perchè?
-- Non saprei dirtelo. Gli è un gran mistero, un arcano di Stato, e il
vecchio di lassù lo custodisce così segretamente, che metto pegno non
l'abbia detto nemmanco a suo figlio. Se avessi a metter qui una mia
congettura.... Ma a che pro'? Tu chiedi scienza e non ti giovan le
ipotesi. Ti basti dunque sapere che il segreto è sotto chiave ed io non
ho trovato grimaldelli che girassero in quella toppa. Imperocchè tu devi
considerare che la mia possanza è ristretta in certi confini; che io non
sono eterno, quantunque sia immortale....
-- O come? -- sclamò Ugo trasognato.
-- Sottigliezze teologiche; non ci badar più che tanto -- rispose
Aporèma. -- Cotesto vuol dire che io son nato con l'uomo, non so se
prima o dopo, ma a un dipresso nella stessa olimpiade.
-- E che puoi tu dunque per me?
-- Mostrarti il presente, quello che non esce dai sensi.
-- Gran mercè! Questo io lo vedo con gli occhi miei, senza mestieri di
aiuto.
-- No, i tuoi occhi s'ingannano, i cinque sensi sono una congiura ordita
di continuo contro di te, un laccio teso alla tua carne, un trabocchello
preparato sotto i tuoi passi.
-- E potrò io spogliarmi di questa mala compagnia di traditori? potrò io
gettarli lungi da me, come fa della scoglia il serpente?
-- Perchè no?
-- Di' tu il vero? puoi tu farmi altr'uomo da quello che io sono?
-- Sì, posso, e, dove tu il voglia, posso anche farti spettatore del tuo
funerale.
-- E vedere.... e sapere....
-- Sì, ogni cosa; ma ti darà l'animo di cominciare, di separarti per tal
guisa da te medesimo? --
Ugo rimase un istante sovra pensieri. Il sì e il no gli tenzonavano in
mente.
-- Domani a notte! -- rispose egli, dopo aver meditato.
-- Perchè domani e non ora?
-- Perchè... non ardisco....
-- Uomo di poca fede! -- gridò Aporèma, con accento di amarezza
ineffabile. -- Uomo! uomo! io ti conosco da un pezzo; sempre così, da
che hai cominciato a fraintendere te stesso; sempre tentennante;
impastato di _se_ e di _ma_, non acconcio ad altro che a fare il bene a
mezzo, e il male del pari!
-- Tu sei molto severo, Aporèma!
-- No, non io severo, tu fiacco; tu che non sai distogliere lo spirito
da questo tuo sogno fanciullesco. Egli si direbbe per mia fe' che tu
bene intenda aver io ragione, e non sappia determinarti a scorgere il
pauroso vero! Ora io ben so tutto quello che hai in mente di fare. Tu
vuoi ritemprarti ancora una volta nella festosa compagnia e nelle
piaggerie degli amici; tu vuoi rivedere la donna che t'ama, ma che non è
tua, e che intende esser teco quello che sarà tra non molto una superba
o sciocca Avignonese, col più gentile e col più illustre italiano del
suo tempo. --
Ugo chinò tristamente il capo a quella ràffica di parole con cui lo
flagellava Aporèma.
-- Orbene, io parto! -- ripigliò questi dopo una breve sosta. -- Andrò a
sellare Lutero, il mio fido ronzino e lascerò questa rocca dove s'è
bastionata la cecità, la fiacchezza umana. Papa Leon X è ancora di là da
venire; ho dugent'anni e più in mia balìa per andargli a preparare il
terreno in Lamagna, dove sono assai più filosofi e buoni loici di qui, e
l'opera mia tornerà certo più utile che non a guastarmi la mano quassù,
intorno ad un uomo che ha occhi e non vuol vedere, orecchi e non vuole
udire. E tuttavia, vedi debolezza di demonio, io m'ero innamorato di te,
Ugo di Roccamàla; per te volevo fare un esperimento senza mio utile
alcuno, per te violare le leggi dominatrici della materia, per te
insomma.... Orvia, gli era scritto che tu pure fossi un uomo della fatta
di tutti gli altri. Addio, dunque, e sta sano di membra, se esserlo di
mente non vuoi.
-- No, non partire, Aporèma, non lasciarmi così! Ugo di Roccamàla non è
un codardo come tu pensi. Che debbo io fare?
-- Ber questo! -- disse Aporèma.
E trattosi dal dito un anello di metallo nero, su cui luccicava un
grosso diamante, fe' scattare, con un lieve tocco dell'unghie, la pietra
preziosa dalla sua incastonatura.
-- Che c'è egli qui dentro?
-- Due gocce di un liquore che non fa male, stillato dall'albero non
favoloso della scienza, e che a te darà la conoscenza vera del cuore
umano....
-- Porgi! -- gridò conte Ugo.
E preso l'anello dalle mani di Aporèma, fe' per accostarlo alle labbra.
Ma questi non gliene lasciò il tempo, ed afferratogli il braccio per
ripigliarsi l'anello, gli disse rabbonito:
-- Sta bene, flgliuol mio! Tu sei un prode cavaliere, ed io ben voglio
che tu beva il liquore della scienza. Ma cortesia per cortesia;
_noblesse oblige_, come dicono i cavalieri di Francia e Navarra. Tu hai
a leggere, innanzi di bere, una pergamena che si conserva in questo
stipo ferrato.