Gli domandò: «perchè m'hai tu creato?»

Giunto alla fine della seconda parte, la quale, anzi che un canto, fu

una recitazione drammatica, accompagnata da rauchi suoni di corde, il

pellegrino fece la seconda sosta.

La brigata non fiatava; ma il suo silenzio non era per fermo

testimonianza di freddezza; chè ben dimostravano il contrario gli

sguardi fisi e le labbra ansiosamente tese verso il cantore.

La imprecazione di Giobbe era stata resa con un accento da mettere i

brividi, e più paurosa l'avea fatta il liuto, con un suo accompagnamento

beffardo. Poco stante, il pellegrino, facendosi da capo alla cantilena

delle prime strofe, ripigliò in questa guisa a cantare:

Era su in alto splendida festa

Ed Aporèma fu del cortèo.

-- Orben, signore, dite, che resta

Del vostro lieto prence Idumèo?

Povero, infermo, solo, reietto,

Al suo fattore grida così:

«Perchè mi desti core e 'ntelletto?

«Perchè m'apristi le luci al dì?»

Affè, gran cosa l'esser felice

Se un sogno all'uomo la vita infiori,

E raggio d'iride l'ingannatrice

Zona vi stenda de' suoi colori!

Felice è l'uomo fin che la fede

Inviolata nel cor gli sta,

E il primo intonaco di ciò che vede

A brani a brani non se ne va. --

-- E tu, Aporèma, forse più lieto

Sei tu che 'l negro dubbio diffondi,

Tu che turbandomi l'alto secreto

Ogni parvenza scuoti e disfrondi?

Dimmi, te stesso non hai dannato

A lutto eterno fin da quel dì

Che in questo sogno viver beato

Sdegnasti e l'ira mia ti colpì?

-- Il ver parlate, buon sire Iddio;

In cor non sente gioie Aporèma.

Nel duol mi cruccio, ma il duolo mio

Non può speranza vincer, nè tema.

Quanto la vostra mano dispone

Per me segreti, sire, non ha:

So quanto valgono cose e persone,

E niun sul prezzo gabbo mi fa.

La ballata del pellegrino, e la sarcastica chiusa, fecero una grande

impressione sulla nobile comitiva. Gli amici del conte Ugo e i suoi

vassalli si guardarono in viso trasognati; indi tornarono a guardare il

pellegrino, sulle cui labbra scorgevasi ancora il sogghigno di Aporèma.

A mastro Benedicite, allora più che mai ricaduto in balìa delle sue

superstiziose paure, venne in mente che fosse proprio lui quello spirito

maligno del quale aveva cantate le imprese; epperò il degno strozziere

se ne rimase mutolo, a capo chino, fantasticando sulle conseguenze di

quella visita notturna, e non badando punto a citazioni latine; segno

che il suo turbamento era grave.

Anche il conte Ugo era muto, sebbene non partecipasse alle ubbìe del suo

fidato vassallo e non vedesse nell'ospite di Roccamàla che un uomo come

tutti gli altri suoi commensali. La filosofia dello sconosciuto lo aveva

profondamente commosso, ed egli era rimasto inerte sulla scranna, con lo

sguardo fiso ma disattento, come di chi sembra aguzzar l'occhio verso un

punto dello spazio, e non fa in quella vece che seguire il corso

vagabondo d'immagini confuse, le quali non hanno per anche presa la

forma di un pensiero.

Il primo a rompere quel silenzio, e direi quasi quell'incantesimo, fu il

biondo Fiordaliso, pieno il cuore della sua giovanile baldanza.

-- Leggiadra è la vostra ballata, messer pellegrino; ma egli mi sembra

che la storia da voi narrata non sia molto d'accordo con la Bibbia,

segnatamente nella chiusa. --

La nota del paggio era girata per la mente a tutti i commensali; epperò

eglino, udendola espressa dalle parole dell'adolescente, gli tennero

bordone con un cenno del capo.

Ma il pellegrino non era uomo da darsi vinto per simili frasche. Crollò

le spalle, fece una smorfia e rispose con aria benigna e

compassionevole:

-- Ah! perchè voi non avete letto che la Volgata, messer Fiordaliso. La

storia vera è quella che v'ho raccontata io, e si legge nel testo

caldaico della Vaticana. Nella Volgata s'è tenuto altro metro, per tema

che la lettura avesse a riuscire troppo sconsolante; della quale

sollecitudine per le coscienze timorate vuolsi saper grado alla Chiesa.

-- Per ventura le sono finzioni poetiche dei tempi andati! -- disse

Ottone di Cosseria.

-- Sì, e non possono mutare il verace aspetto delle cose; -- soggiunse

Enrico Corradengo. -- L'amicizia, a malgrado dei vostri biblici esempi,

è un alto e durevole affetto.

-- Giobbe lo sa, mio nobil sere! -- esclamò il pellegrino.

-- Ah, lasciamolo in pace! -- rispose il Corradengo. -- Io, per me,

tengo che se egli avesse vissuto ai tempi nostri, tra cavalieri, nessuno

degli amici suoi lo avrebbe abbandonato nella disgrazia, e ognuno si

sarebbe recato a ventura di spartire con lui. --

Il sogghigno di Aporèma si dipinse anco una volta sulle labbra del

pellegrino. Il Corradengo, turbato, non disse più altro.

-- E non si dirà nulla della donna del principe d'Idumea? -- entrò

Ansaldo di Leuca. -- Io mi penso che questa dama, se pure c'è stata, ed

ha operato secondo il detto della vostra canzone, messer pellegrino, non

era donna di gentil sangue. L'amore è fortissimo e nobilissimo affetto,

che vince ogni ostacolo, che sopravvive ad ogni sciagura, come

c'insegnano esempi molti e recenti. Io vi prego, messere, se avete caro

il vostro buon nome di trovatore, a non farvi udire nè da Matilde,

contessa di Sciampagna, nè dalla marchesina di Monferrato, nè da

Giovanna di Torrespina, la più savia come la più leggiadra gentildonna

di cui cavaliero portasse mai i colori. --

Al nome della castellana di Torrespina, l'ospite sconosciuto fece un

volto più umano, come chi intenda ad entrare nelle grazie di

qualcheduno, o non voglia, per cortesia, far contro a giudizii che

risguardano le persone.

-- Tolga il buon sire Iddio, -- rispose quindi ad Ansaldo, -- che io

voglia farmi udire a cantar sul liuto fuori di questa nobil brigata. Vi

ho poi detto, messeri, che io non sono trovatore. La canzone di quel

biondo alunno delle Muse mi ha messo in vena, e mi sono provato anch'io

a dirvi la mia, tanto per fargli intendere quello che una lunga

esperienza ha insegnato ad un povero vecchio; che tale io mi sono da

lunga pezza, e abbandonato da tutte quelle dolci fantasie che

illeggiadriscono la vita ai giovani cavalieri. Ma io so bene che i miei

canti non potrebbero andare a grado di tutti, come so che la verità non

è mai bella, nè lieta ad udirsi. --

Il conte Ugo uscì finalmente allora dal suo silenzio.

-- Messer pellegrino, -- diss'egli con molta gravità, -- la vostra

ballata è triste assai, ma bella del pari, e vi pone così alto nella mia

estimazione che io non saprei dirvi di più. Voi siete il mio ospite per

tutto quel tempo che a voi piacerà, e quando la mia casa vi riesca

troppo uggiosa dimora, della qual cosa io sarò dolentissimo, il miglior

ronzino, o palafreno di Roccamàla rimarrà vostro, e vostro il migliore

de' miei falconi, se il passatempo di sant'Uberto v'è grato.

-- Voi siete, messer lo conte, -- disse il pellegrino inchinandosi

profondamente, -- il più magnifico e liberal cavaliero che al mondo

sia. --

A Fiordaliso si sbiancarono le guancie; delle labbra non saprei dirvi,

perchè il biondo adolescente, vinto nella sua poetica tenzone al

cospetto e per sentenza di conte Ugo, le aveva raccolte tra i denti, e

premea forte, in atto dispettoso. Era quello il primo giorno di sua vita

che cosa alcuna gli avesse a dolere; e il cominciamento fu amaro.

Tanto per fare alcun che, e per non addimostrare il suo broncio, il

povero paggio andò a togliere il liuto dalle mani del pellegrino e lo

recò fuor della sala.

-- Va, stromento d'inferno! -- gridò egli stizzito, buttandolo su d'una

cassapanca che era nella sua camera. -- E adesso aspetta che io ti

ripigli!

Il povero liuto, che non ci avea colpa, risuonò alla percossa; le corde

mandarono un gemito, quasi un accento di rimprovero. Ma il paggio non si

pentì dell'opera sua, e chiusosi l'uscio dietro le spalle, se ne andò a

parare il vento su d'un terrazzo, molto lunge dalla sala dov'erano i

convitati del conte.

Il Libro Nero · 第 11 / 42 题