Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante.
Levate le mense a notte alta, conte Ugo accomiatò gli amici, non già dal
castello, perchè erano ospiti suoi, ma dalla sala del convito. Allora si
fecero innanzi i famigli, che già stavano pronti con le torce di resina
in mano, e scortarono ognuno dei nobili cavalieri nelle stanze a lui
assegnate.
Per tal modo, non rimasero presso il conte Ugo che il pellegrino e
mastro Benedicite, strozziere, maggiordomo, ser faccenda di Roccamàla.
Ugo era sopra pensieri, poichè la conversazione e il canto del suo nuovo
ospite lo avevano fortemente turbato; ma siccome egli era gentil
cavaliere, la mestizia non poteva fargli dimenticare il debito suo verso
gli ospiti.
-- Messer pellegrino -- diss'egli -- a me duole di non potere usarvi
tutta quella cortesia che si vorrebbe per un uomo della vostra levatura.
Roccamàla è un ampio maniero, ma pieno d'amici, ed io non posso
offerirvi che un alloggiamento indegno di voi... salvo il caso che vi
acconciate a riposare nella torre del Negromante.
-- Che dite voi, messer lo conte? -- gridò mastro Benedicite. -- Farlo
alloggiar nella torre....
-- No, io non ho detto questo; sibbene ho voluto far intendere al nostro
ospite come io non possa offerirgli una stanza degna di lui.
-- Che cos'è questa torre del Negromante? -- domandò il pellegrino.
-- Ah, per darvene una giusta notizia, mi bisognerebbe raccontarvi una
storia troppo lunga, e tale da farvi addormentare sulla scranna.
Roccamàla, messer pellegrino, è un triste luogo, ed io mi penso che la
tristezza sua entri in gran parte nell'umor nero che ha regnato su sette
generazioni de' miei antenati. Si narrano di questo castello le più
paurose leggende.... Figuratevi! Il conte Ugo, primo dei Roccamàla,
nella sua vecchiaia si era dato anima e corpo allo studio delle scienze
naturali, e la buona gente dei dintorni fantasticò che egli avesse
commercio con lo spirito maligno. Quando egli venne a morte, quella
torre, dov'egli era uso dimorare, e che ha tolto da lui il nome di
Negromante, fu argomento di terrore per tutti, e pochi ardirono d'allora
in poi di passarvi la notte.
-- Ah, ah! -- disse, ridendo, il pellegrino. -- Storielle da metter
paura ai bambini!...
-- Lo dico anch'io, -- rispose il conte -- ma tant'è; la cosa è passata
in consuetudine, e non si può levar dal capo a nessuno de' miei vassalli
che in quella torre ci sia un incantesimo, un diavoleto e che so io....
Ma che cosa volete dir voi, mastro Benedicite, che mi fate quegli occhi
da spiritato?
-- Dico, messer lo conte, che voi mi sembrate pigliare a scherno la cosa
più vera del mondo; dico che il diavoleto c'è, e che la storia non
mente....
-- Sì, la storia.... tutto quello che vorrete, ma intanto il libro nero
non s'è mai potuto trovare.
-- Che prova ciò, messere?
-- Prova che le sono ubbie da bambini, o da vecchi rimbambiti; e ciò sia
detto senza far torto a voi, che siete un uomo a modo, quantunque troppo
facile a credere certe stramberie della gente volgare.
-- Ah! ci abbiamo dunque a Roccamàla una vecchia leggenda? -- soggiunse
il pellegrino. -- Io son ghiotto di simili novità. Narratemi questa
leggenda, Benedicite _mi dilectissime_! Se debbo andare a dormir nella
torre, è pur ragionevole che io sappia....
-- Ci andrete? -- dimandò lo strozziere, guardando il pellegrino con
atto di maraviglia.
-- Se ci andrò? Lo chiedo per grazia profumata dal conte di Roccamàla. E
chi sa che io, con le sante reliquie e le indulgenze che porto da Roma,
non venga a capo di togliere dalla torre del Negromante...
-- Ah! così voi diceste il vero! -- interruppe mastro Benedicite. -- Io,
per me, con buona pace del magnifico conte Ugo, credo che ne sia grande
il bisogno.
-- Ma raccontatemi dunque, ve ne prego in nome dei vostri diletti
falconi, o nobile _accipitrario_ -- disse il pellegrino, alludendo alla
professione del falconiere -- che cosa avviene egli in quella torre del
Negromante?
-- La è una storia lunga -- rispose mastro Benedicite -- siccome vi ha
detto messer lo conte pur mo', ed ha cominciato da Ugo il Negromante,
che dopo aver preso il convento ai monaci di San Bernardo, per farne una
rocca, si trasse il diavolo in casa con le sue stregonerie.
-- Cioè -- soggiunse il conte -- furono i monaci che inventarono questa
storia del diavolo, per vendicarsi della perdita del convento. Ma basti,
ve la dirò io, questa leggenda, poichè il mio falconiere ci menerebbe
troppo per le lunghe. Si narra adunque che, dopo la morte di Ugo il
Negromante, in certe notti dell'anno si vedessero apparir fiamme dalle
finestre della torre che sta sul burrone; che poi queste fiamme si
vedessero ogni notte; e v'ebbe chi giurò d'aver veduto nel bagliore il
profilo del mio antenato. Altri disse del diavolo; altri di tutt'e due,
che stessero amichevolmente a colloquio. Comunque sia, cose strane si
vedevano; e frattanto, chi dormiva nelle stanze della torre non udiva
mai nulla, non si addava di nulla; che anzi, appena postosi a letto, era
côlto da sonno così profondo che fino a giorno inoltrato non c'era più
verso di svegliarlo. Notate, messer pellegrino; non sono io che vi narro
queste cose; è la cronaca di Roccamàla. Ed essa narra eziandio che, dopo
molti anni di queste paurose apparizioni, uno dei miei maggiori, Aleramo
il _biancamano_, mandò pei monaci, e con donativi alla loro comunità
cercò di renderseli benevoli, affinchè cacciassero il demonio dalla
torre del Negromante. Ma, o fosse che i loro scongiuri non approdassero,
o che non bastassero i presenti del mio trisavolo, fatto sta che il
demonio non volle uscir fuori, e bisognò chiamare quassù il santo
vescovo Gualberto, uscito dall'ordine de' Cisterciensi medesimi, il
quale una notte si chiuse nel luogo maledetto, dopo essersi fatto dare
un foglio di pergamena, chiuso in una fascia di pelle nera, e non
ricomparve che la mattina seguente. Ma egli pare che il santo vescovo
avesse sfruttato per bene il suo tempo, imperocchè corse la voce che
egli avesse parlato con lo spirito maligno, e trovatolo duro anzichè no,
avesse pure ottenuto da lui la promessa di non rimetter più piede in
Roccamàla, sotto certe condizioni, le quali furono scritte nella
pergamena e sottoscritte dai due _in formis ed modis_. Dico bene, mastro
Benedicite?
-- Benissimo, messer lo conte, benissimo!
-- E queste condizioni, -- disse il pellegrino, che aveva mostrato di
udire con molta attenzione la leggenda del suo ospite -- quali erano
esse?
-- Affè, ch'io non saprei dirvele ora! -- rispose il conte. -- Ma egli
mi par di aver udito che tra l'altre ci fosse questa di rinunziare a'
suoi diritti di possesso su Roccamàla, fino a tanto non ci fosse tra i
suoi signori un uomo contento. --
-- Bizzarro, quel demonio! -- esclamò il pellegrino.
-- Ve l'ho detto, messere; questa favola deve essere stata messa fuori
dai nostri ottimi frati, e resa poi più credibile dal fatto che tutti i
signori di Roccamàla furono gente malinconica oltremodo. -- Che ha il
castellano che non lo si vede mai a sorridere? -- Non sapete? i signori
della rocca non possono essere lieti mai; il santo vescovo Gualberto
sapeva pure il fatto suo, quando accettò il patto del diavolo. O come
volete che faccia egli a tornare, se questi castellani, di padre in
figlio, son sempre così rannuvolati? E così, una storia siffatta ha
potuto essere creduta, e sopra tutto accresciuta dalle superstizioni del
volgo.
-- E il libro?...
-- Ah, il libro nero? Benedicite vi potrà raccontare com'è scritto, come
legato, e quante borchie, quanti fermagli ci avesse sulla negra coperta;
ma ohimè, vedete leggenda sciagurata! nè egli l'ha visto, nè altri al
mondo.
-- Messere.... -- esclamò Benedicite, con accento di rispettoso
rimprovero.
-- Sì, sì, -- ripigliò il conte sorridendo -- la nota cronaca racconta
che il libro nero fosse chiuso in un armadio di legno, rivestito di
ferro, che sta ancor di presente nella torre. Ma si è rovistato ogni
cassettone, ogni ripostiglio, e il libro non è comparso. S'è picchiato
su per le pareti, cercando se si sentisse alcun vuoto, ma le furono
novelle. Chi vi dirò io di vantaggio? Da Aleramo biancamano in poi,
nessuno mai seppe di questo negozio, chè certo ha da essere stato
inventato più tardi dal convento vicino. Infatti il mio trisavolo non ne
tramandò memoria veruna, e non ne seppero nulla, almeno per diretta via,
nè Corrado senza paura, nè Ingone il rosso, nè Roberto il taciturno, che
fu mio padre. Ora, voi sapete tutto, cioè quanto rileva, della leggenda
di mastro Benedicite, la quale vuol essere compiuta col dirvi che nella
stanza della torre, e sempre a cagione di questa favola, non ci dorme
più alcuno, sebbene ella sia una delle migliori di Roccamàla.
-- Orbene, con vostra licenza, messer lo conte, andrò io a dormire colà;
-- disse il pellegrino; -- per dove ci si va egli?
-- Benedicite vi accompagnerà, che ben vi è debitore di tanto, dopo
avervi fatto aspettare così lungamente alla entrata del castello.
-- Oh, io non gli tengo il broncio per cotesto! -- soggiunse l'ospite,
mettendo con dimestichezza una mano sulla spalla del falconiere. -- Ma
che avete voi, mastro Benedicite? Si direbbe che un povero pellegrino vi
fa paura! Non son bello, lo so, ma non avrei creduto mai che voi, _vir
sapiens_, giudicaste gli uomini dalla loro apparenza.
-- Diminguardi, messere! _Quod Deus avertat_.... -- rispose lo
strozziere, provandosi a ridere.
E intanto tremava a verghe. La torcia di resina gli ballava la danza
macabra nel pugno.
Qui, fatta riverenza al conte Ugo, il pellegrino si ritirò, accompagnato
dal povero strozziere.
Rimasto solo, il conte si diede a passeggiare per la sala, senza
ricordarsi dell'ora tarda e dei famigli che lo attendevano sul limitare,
per rischiarargli la via fino alle sue stanze. Egli, già se n'è accorto
il lettore, non era più di quel gaio umore, col quale si era seduto a
mensa; molte cose erano avvenute nel picciol mondo della sua mente,
molti e svariati pensieri vi turbinavano per entro.
Per la prima volta in sua vita, Ugo di Roccamàla incominciava a dubitare
del lieto aspetto in cui solevano apparirgli le cose; il sottile veleno
della filosofia d'Aporèma gli si era filtrato nel cuore, ed egli già
sentiva quell'interno disagio, quel turbamento, quella inquietudine, che
sono i segni precursori di tutte le infermità, siano esse del corpo o
dell'anima.
Nel canto del pellegrino, a dir vero, non era nulla che egli già non
avesse udito, o fatto argomento di controversia nella sua mente; chè
anzi, discusse tra sè, o con altri, le ragioni del dubbio e quelle della
fede, già da lunga pezza egli aveva data la palma a quest'ultima, e non
era uomo da mutarsi così facilmente per ragionamento d'altrui. Ma egli
bisogna pur dire che strane oltremodo erano le circostanze tra cui gli
era apparso il pellegrino. Quello smilzo personaggio, che non si sapeva
chi fosse, che parea contraddirsi ad ogni istante, che diceva le cose
più gravi e malinconiche con bocca da ridere e che rideva con cera da
funerale, gli aveva fortemente colpita la mente. Egli poi non se ne era
anche fatto accorto, ma le paure del suo falconiere gli giravano
confusamente per la fantasia: e tutte queste cose, mettendo l'animo suo
in uno stato particolare, davano risalto ad una tesi che gli si offriva
per la prima volta armata di beffardi sillogismi, di cupi dilemmi e di
paurose interrogazioni.
Il suo raziocinio non s'era anche ficcato in quel ginepreto; sto per
dire che gli occhi della sua mente non avevano ancora misurato il
pericolo. Sentiva, non pensava per anco, o, per dire più veramente, i
pensieri gli erravano ancora nel cervello, incerti, pallidi, senza
contorni, sformandosi ad ogni tratto e in cento guise, a mo' di quelle
fantastiche immagini che visitano i sogni dell'uomo, allorquando la
febbre scorre nel sangue ed agita i polsi.
A toglierlo da quello stato, giunse in buon punto la voce di un
famiglio. Veduto che il conte non pensava ad uscire, egli si era
affacciato sul limitare, con la sua torcia in mano, per chiedergli se
volesse ritirarsi nelle sue stanze.
-- Ah! gli è vero! -- disse Ugo, risovvenendosi dell'ora tarda e
dell'esser solo oramai nella sala.
E portatasi una mano nei capegli, come per ravvivarli sulla fronte e
cacciare nel tempo medesimo un importuno pensiero dal capo, conte Ugo
s'innoltrò tra due file di servitori fino al suo appartamento.
-- Era tardi davvero! -- esclamò egli, vedendo nella camera innanzi alla
sua il paggio Fiordaliso, che si era addormentato vestito daccanto al
suo letticciuolo.
-- Questo povero ragazzo non ha potuto aspettarmi più oltre.
Svegliatelo, e ditegli che vada a letto e dorma a suo bell'agio, ch'io
sono già nelle mie stanze e non ho bisogno di lui. --