CAPITOLO IV.

Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante.

Levate le mense a notte alta, conte Ugo accomiatò gli amici, non già dal

castello, perchè erano ospiti suoi, ma dalla sala del convito. Allora si

fecero innanzi i famigli, che già stavano pronti con le torce di resina

in mano, e scortarono ognuno dei nobili cavalieri nelle stanze a lui

assegnate.

Per tal modo, non rimasero presso il conte Ugo che il pellegrino e

mastro Benedicite, strozziere, maggiordomo, ser faccenda di Roccamàla.

Ugo era sopra pensieri, poichè la conversazione e il canto del suo nuovo

ospite lo avevano fortemente turbato; ma siccome egli era gentil

cavaliere, la mestizia non poteva fargli dimenticare il debito suo verso

gli ospiti.

-- Messer pellegrino -- diss'egli -- a me duole di non potere usarvi

tutta quella cortesia che si vorrebbe per un uomo della vostra levatura.

Roccamàla è un ampio maniero, ma pieno d'amici, ed io non posso

offerirvi che un alloggiamento indegno di voi... salvo il caso che vi

acconciate a riposare nella torre del Negromante.

-- Che dite voi, messer lo conte? -- gridò mastro Benedicite. -- Farlo

alloggiar nella torre....

-- No, io non ho detto questo; sibbene ho voluto far intendere al nostro

ospite come io non possa offerirgli una stanza degna di lui.

-- Che cos'è questa torre del Negromante? -- domandò il pellegrino.

-- Ah, per darvene una giusta notizia, mi bisognerebbe raccontarvi una

storia troppo lunga, e tale da farvi addormentare sulla scranna.

Roccamàla, messer pellegrino, è un triste luogo, ed io mi penso che la

tristezza sua entri in gran parte nell'umor nero che ha regnato su sette

generazioni de' miei antenati. Si narrano di questo castello le più

paurose leggende.... Figuratevi! Il conte Ugo, primo dei Roccamàla,

nella sua vecchiaia si era dato anima e corpo allo studio delle scienze

naturali, e la buona gente dei dintorni fantasticò che egli avesse

commercio con lo spirito maligno. Quando egli venne a morte, quella

torre, dov'egli era uso dimorare, e che ha tolto da lui il nome di

Negromante, fu argomento di terrore per tutti, e pochi ardirono d'allora

in poi di passarvi la notte.

-- Ah, ah! -- disse, ridendo, il pellegrino. -- Storielle da metter

paura ai bambini!...

-- Lo dico anch'io, -- rispose il conte -- ma tant'è; la cosa è passata

in consuetudine, e non si può levar dal capo a nessuno de' miei vassalli

che in quella torre ci sia un incantesimo, un diavoleto e che so io....

Ma che cosa volete dir voi, mastro Benedicite, che mi fate quegli occhi

da spiritato?

-- Dico, messer lo conte, che voi mi sembrate pigliare a scherno la cosa

più vera del mondo; dico che il diavoleto c'è, e che la storia non

mente....

-- Sì, la storia.... tutto quello che vorrete, ma intanto il libro nero

non s'è mai potuto trovare.

-- Che prova ciò, messere?

-- Prova che le sono ubbie da bambini, o da vecchi rimbambiti; e ciò sia

detto senza far torto a voi, che siete un uomo a modo, quantunque troppo

facile a credere certe stramberie della gente volgare.

-- Ah! ci abbiamo dunque a Roccamàla una vecchia leggenda? -- soggiunse

il pellegrino. -- Io son ghiotto di simili novità. Narratemi questa

leggenda, Benedicite _mi dilectissime_! Se debbo andare a dormir nella

torre, è pur ragionevole che io sappia....

-- Ci andrete? -- dimandò lo strozziere, guardando il pellegrino con

atto di maraviglia.

-- Se ci andrò? Lo chiedo per grazia profumata dal conte di Roccamàla. E

chi sa che io, con le sante reliquie e le indulgenze che porto da Roma,

non venga a capo di togliere dalla torre del Negromante...

-- Ah! così voi diceste il vero! -- interruppe mastro Benedicite. -- Io,

per me, con buona pace del magnifico conte Ugo, credo che ne sia grande

il bisogno.

-- Ma raccontatemi dunque, ve ne prego in nome dei vostri diletti

falconi, o nobile _accipitrario_ -- disse il pellegrino, alludendo alla

professione del falconiere -- che cosa avviene egli in quella torre del

Negromante?

-- La è una storia lunga -- rispose mastro Benedicite -- siccome vi ha

detto messer lo conte pur mo', ed ha cominciato da Ugo il Negromante,

che dopo aver preso il convento ai monaci di San Bernardo, per farne una

rocca, si trasse il diavolo in casa con le sue stregonerie.

-- Cioè -- soggiunse il conte -- furono i monaci che inventarono questa

storia del diavolo, per vendicarsi della perdita del convento. Ma basti,

ve la dirò io, questa leggenda, poichè il mio falconiere ci menerebbe

troppo per le lunghe. Si narra adunque che, dopo la morte di Ugo il

Negromante, in certe notti dell'anno si vedessero apparir fiamme dalle

finestre della torre che sta sul burrone; che poi queste fiamme si

vedessero ogni notte; e v'ebbe chi giurò d'aver veduto nel bagliore il

profilo del mio antenato. Altri disse del diavolo; altri di tutt'e due,

che stessero amichevolmente a colloquio. Comunque sia, cose strane si

vedevano; e frattanto, chi dormiva nelle stanze della torre non udiva

mai nulla, non si addava di nulla; che anzi, appena postosi a letto, era

côlto da sonno così profondo che fino a giorno inoltrato non c'era più

verso di svegliarlo. Notate, messer pellegrino; non sono io che vi narro

queste cose; è la cronaca di Roccamàla. Ed essa narra eziandio che, dopo

molti anni di queste paurose apparizioni, uno dei miei maggiori, Aleramo

il _biancamano_, mandò pei monaci, e con donativi alla loro comunità

cercò di renderseli benevoli, affinchè cacciassero il demonio dalla

torre del Negromante. Ma, o fosse che i loro scongiuri non approdassero,

o che non bastassero i presenti del mio trisavolo, fatto sta che il

demonio non volle uscir fuori, e bisognò chiamare quassù il santo

vescovo Gualberto, uscito dall'ordine de' Cisterciensi medesimi, il

quale una notte si chiuse nel luogo maledetto, dopo essersi fatto dare

un foglio di pergamena, chiuso in una fascia di pelle nera, e non

ricomparve che la mattina seguente. Ma egli pare che il santo vescovo

avesse sfruttato per bene il suo tempo, imperocchè corse la voce che

egli avesse parlato con lo spirito maligno, e trovatolo duro anzichè no,

avesse pure ottenuto da lui la promessa di non rimetter più piede in

Roccamàla, sotto certe condizioni, le quali furono scritte nella

pergamena e sottoscritte dai due _in formis ed modis_. Dico bene, mastro

Benedicite?

-- Benissimo, messer lo conte, benissimo!

-- E queste condizioni, -- disse il pellegrino, che aveva mostrato di

udire con molta attenzione la leggenda del suo ospite -- quali erano

esse?

-- Affè, ch'io non saprei dirvele ora! -- rispose il conte. -- Ma egli

mi par di aver udito che tra l'altre ci fosse questa di rinunziare a'

suoi diritti di possesso su Roccamàla, fino a tanto non ci fosse tra i

suoi signori un uomo contento. --

-- Bizzarro, quel demonio! -- esclamò il pellegrino.

-- Ve l'ho detto, messere; questa favola deve essere stata messa fuori

dai nostri ottimi frati, e resa poi più credibile dal fatto che tutti i

signori di Roccamàla furono gente malinconica oltremodo. -- Che ha il

castellano che non lo si vede mai a sorridere? -- Non sapete? i signori

della rocca non possono essere lieti mai; il santo vescovo Gualberto

sapeva pure il fatto suo, quando accettò il patto del diavolo. O come

volete che faccia egli a tornare, se questi castellani, di padre in

figlio, son sempre così rannuvolati? E così, una storia siffatta ha

potuto essere creduta, e sopra tutto accresciuta dalle superstizioni del

volgo.

-- E il libro?...

-- Ah, il libro nero? Benedicite vi potrà raccontare com'è scritto, come

legato, e quante borchie, quanti fermagli ci avesse sulla negra coperta;

ma ohimè, vedete leggenda sciagurata! nè egli l'ha visto, nè altri al

mondo.

-- Messere.... -- esclamò Benedicite, con accento di rispettoso

rimprovero.

-- Sì, sì, -- ripigliò il conte sorridendo -- la nota cronaca racconta

che il libro nero fosse chiuso in un armadio di legno, rivestito di

ferro, che sta ancor di presente nella torre. Ma si è rovistato ogni

cassettone, ogni ripostiglio, e il libro non è comparso. S'è picchiato

su per le pareti, cercando se si sentisse alcun vuoto, ma le furono

novelle. Chi vi dirò io di vantaggio? Da Aleramo biancamano in poi,

nessuno mai seppe di questo negozio, chè certo ha da essere stato

inventato più tardi dal convento vicino. Infatti il mio trisavolo non ne

tramandò memoria veruna, e non ne seppero nulla, almeno per diretta via,

nè Corrado senza paura, nè Ingone il rosso, nè Roberto il taciturno, che

fu mio padre. Ora, voi sapete tutto, cioè quanto rileva, della leggenda

di mastro Benedicite, la quale vuol essere compiuta col dirvi che nella

stanza della torre, e sempre a cagione di questa favola, non ci dorme

più alcuno, sebbene ella sia una delle migliori di Roccamàla.

-- Orbene, con vostra licenza, messer lo conte, andrò io a dormire colà;

-- disse il pellegrino; -- per dove ci si va egli?

-- Benedicite vi accompagnerà, che ben vi è debitore di tanto, dopo

avervi fatto aspettare così lungamente alla entrata del castello.

-- Oh, io non gli tengo il broncio per cotesto! -- soggiunse l'ospite,

mettendo con dimestichezza una mano sulla spalla del falconiere. -- Ma

che avete voi, mastro Benedicite? Si direbbe che un povero pellegrino vi

fa paura! Non son bello, lo so, ma non avrei creduto mai che voi, _vir

sapiens_, giudicaste gli uomini dalla loro apparenza.

-- Diminguardi, messere! _Quod Deus avertat_.... -- rispose lo

strozziere, provandosi a ridere.

E intanto tremava a verghe. La torcia di resina gli ballava la danza

macabra nel pugno.

Qui, fatta riverenza al conte Ugo, il pellegrino si ritirò, accompagnato

dal povero strozziere.

Rimasto solo, il conte si diede a passeggiare per la sala, senza

ricordarsi dell'ora tarda e dei famigli che lo attendevano sul limitare,

per rischiarargli la via fino alle sue stanze. Egli, già se n'è accorto

il lettore, non era più di quel gaio umore, col quale si era seduto a

mensa; molte cose erano avvenute nel picciol mondo della sua mente,

molti e svariati pensieri vi turbinavano per entro.

Per la prima volta in sua vita, Ugo di Roccamàla incominciava a dubitare

del lieto aspetto in cui solevano apparirgli le cose; il sottile veleno

della filosofia d'Aporèma gli si era filtrato nel cuore, ed egli già

sentiva quell'interno disagio, quel turbamento, quella inquietudine, che

sono i segni precursori di tutte le infermità, siano esse del corpo o

dell'anima.

Nel canto del pellegrino, a dir vero, non era nulla che egli già non

avesse udito, o fatto argomento di controversia nella sua mente; chè

anzi, discusse tra sè, o con altri, le ragioni del dubbio e quelle della

fede, già da lunga pezza egli aveva data la palma a quest'ultima, e non

era uomo da mutarsi così facilmente per ragionamento d'altrui. Ma egli

bisogna pur dire che strane oltremodo erano le circostanze tra cui gli

era apparso il pellegrino. Quello smilzo personaggio, che non si sapeva

chi fosse, che parea contraddirsi ad ogni istante, che diceva le cose

più gravi e malinconiche con bocca da ridere e che rideva con cera da

funerale, gli aveva fortemente colpita la mente. Egli poi non se ne era

anche fatto accorto, ma le paure del suo falconiere gli giravano

confusamente per la fantasia: e tutte queste cose, mettendo l'animo suo

in uno stato particolare, davano risalto ad una tesi che gli si offriva

per la prima volta armata di beffardi sillogismi, di cupi dilemmi e di

paurose interrogazioni.

Il suo raziocinio non s'era anche ficcato in quel ginepreto; sto per

dire che gli occhi della sua mente non avevano ancora misurato il

pericolo. Sentiva, non pensava per anco, o, per dire più veramente, i

pensieri gli erravano ancora nel cervello, incerti, pallidi, senza

contorni, sformandosi ad ogni tratto e in cento guise, a mo' di quelle

fantastiche immagini che visitano i sogni dell'uomo, allorquando la

febbre scorre nel sangue ed agita i polsi.

A toglierlo da quello stato, giunse in buon punto la voce di un

famiglio. Veduto che il conte non pensava ad uscire, egli si era

affacciato sul limitare, con la sua torcia in mano, per chiedergli se

volesse ritirarsi nelle sue stanze.

-- Ah! gli è vero! -- disse Ugo, risovvenendosi dell'ora tarda e

dell'esser solo oramai nella sala.

E portatasi una mano nei capegli, come per ravvivarli sulla fronte e

cacciare nel tempo medesimo un importuno pensiero dal capo, conte Ugo

s'innoltrò tra due file di servitori fino al suo appartamento.

-- Era tardi davvero! -- esclamò egli, vedendo nella camera innanzi alla

sua il paggio Fiordaliso, che si era addormentato vestito daccanto al

suo letticciuolo.

-- Questo povero ragazzo non ha potuto aspettarmi più oltre.

Svegliatelo, e ditegli che vada a letto e dorma a suo bell'agio, ch'io

sono già nelle mie stanze e non ho bisogno di lui. --

Il Libro Nero · 第 12 / 42 题