Come il biondo Fiordaliso fu vinto in tenzone poetica, e del rammarico
ch'ei n'ebbe.
Allora, in mezzo alla aspettazione universale, lo strano ospite di
Roccamàla pose le mani sullo stromento di Fiordaliso, che più non parve
lo stesso. Le sue dita, adunche come gli artigli d'un falco, cavarono
dalle corde una tempesta di suoni, striduli e sto per dire non umani;
strano preludio che fece correre un brivido di terrore per l'ossa a
quella nobile udienza.
-- O come suonate voi, messer pellegrino? -- chiese Enrico Corradengo.
-- Come il Paganini.
-- E chi è il Paganini? -- dimandò un altro della brigata.
-- Un gran trovatore, messeri, un gran trovatore.
-- E.... -- si provò a dire Fiordaliso, che udiva toccato il liuto da
mano maestra e già si sentiva una spina nel cuore, -- e vi ha insegnato
egli?....
-- No, io a lui; -- rispose asciuttamente il pellegrino.
-- Ah! noi siamo dunque al cospetto di un maestro.... -- disse il conte
Ugo.
-- Oh, questo poi no, messer lo Conte! Pizzico un tratto, per mio
logorare, ma non la pretendo a maestro nella gaia scienza, come fa
qualcun altro. Ora, ecco, magnifici messeri, vi canterò la ballata
dell'uom felice, la ballata di Giobbe.
-- Vuol essere allegra! -- disse mastro Benedicite fra i denti; e
frattanto di sotto alla tavola fece il segno della croce, imperocchè,
dopo quel preludio indiavolato, gli era tornata la paura in corpo.
Per tutta la comitiva si fece un gran silenzio, appena il pellegrino
ebbe annunziato il titolo della sua ballata. E l'ospite di Roccamàla,
con voce ingrata, ma che costringeva ad ascoltare, così diede principio
al suo canto:
Era su in alto splendida festa,
Chè avea l'Eterno corte bandita.
Calici in mano; corone in testa;
Tocche le cetre da rosee dita.
Tutti raccolti nel ciel natio
Eran gli alati figli di Dio.
-- Il cominciamento è bello! -- gridò Ansaldo di Leuca. -- Pare una
copia della nostra brigata, salvo che noi non abbiamo corona in testa e
non siamo figli di Dio, e voi non avete le dita rosee, messer
pellegrino! --
Il cantore rispose alla celia di Ansaldo con un sorriso che mise in
mostra trentadue denti nitidi ed acuti come quei d'una sega, e,
ripigliato l'arpeggio, prosegui:
C'eran tutti, chè in lieto accordo
Venner da' chiari regni e da' bui;
E quell'astuto, cui non fu sordo
D'Eva l'orecchio, c'era pur lui,
Da Dio colpito già d'anatema,
D'alta scienza mastro Aporèma.
-- Aporèma! È un nome saracino? -- esclamò Ansaldo di Leuca.
-- No, -- soggiunse Corradengo -- un nome greco.
-- Greco, o saracino, -- borbottò mastro Benedicite, -- gli ha da essere
sinonimo di Satanasso. --
Il pellegrino rispose con un altro dei suoi tetri sorrisi, e continuò
cantando:
Spirto del dubbio, spirto che indaga,
Che viver sdegna contento al quia,
Nè di fallaci larve s'appaga,
E l'uom da' stolti sogni disvia.
Com'ei da sezzo giunto s'assise,
Lo vide il vecchio Sire e sorrise.
-- Che vuoi Satanno? -- Buon sire Iddio,
Un posto al vostro gaio banchetto!
Vostra fattura, padre, son io,
Sebben m'abbiate poi maledetto,
E qual maestro lasciato all'uomo
Dopo la biblica scena del pomo.
-- Sì veramente, spirto malnato,
E aver ciò fatto mi seppe reo!
Ma non hai tutti pure ingannato....
Ti sfugge il giusto prence Idumeo....
-- Ve' gran fatica! Voi lo volete....
Ma lo lasciate solo, e vedrete! --
-- Sì, tenta! io tolgo da lui la mano....
Ma inver sovr'esso fai mala prova,
-- Perchè? fors'egli fuor dell'umano,
Oltre la terra sue gioie trova?
Hollo a far tristo, buon sire Iddio,
O ch'io, Satanno, non son più io! --
Qui il pellegrino fece una sosta, che nessuno degli astanti volle
turbare co' suoi ragionari, tanto erano ansiosi di udire la
continuazione. E questa non si fece attender molto, poichè, dopo un
altro arpeggio più cupo del primo, e con voce più stridula, il cantore
di Aporèma venne alla seconda parte della ballata.
Il vecchio di lassù tenne la fede,
Perchè sillaba sua non si cancella,
E l'uom felice in potestà gli diede.
Ratta sui vanni allor d'atra procella,
Scende sventura all'idumee pendici,
Strugge i campi, gli armenti e le castella.
Ve' subito oscurarsi i dì felici
Del prence, e ve' dalle dolenti case
Ad uno ad uno disparir gli amici!
Nè il vinse ciò, nè l'ira al cor süase.
Guardò la donna sua, baciolla, al core
Forte la strinse, e impavido rimase.
Ma passa ancora il nembo struggitore
E a lui, che nulla sembra aver sofferto,
Della salute inaridisce il fiore.
Già bellezza e vigor l'hanno deserto,
E tabe ria da cento piaghe stilla
Onde apparisce il corpo suo coverto.
Ve' donna innamorata! Amor vacilla.
Ve' cor cui l'uomo non mutevol creda!
Torse il piede ad un tempo e la pupilla.
Solo, ognor solo, parta il giorno o rieda,
Alla brina gelata, al sol cocente,
Solitario carcame a' vermi in preda!
Pur gli rimase il raggio della mente....
Ma udite qual ne fece uso sennato;
Maledisse all'Eterno, e irriverente