--Te ne fo le mie congratulazioni. Ah ah, tu sei ambizioso! Tu vuoi

rimaritarti! Tu hai il ticchio della nobiltà! Ben presto ti chiameremo

dunque il signor conte Fabio, o qualche cosa di somigliante. Vedete

come si fabbricano alcuni illustrissimi che menano gran rumore nel

mondo. Un Tizio od un Sempronio plebeo entra in fregola di avere un

blasone, e per ottenerlo spende una parte delle sue ricchezze

furfantate. Così egli prepara il lustro delle sue future generazioni,

le quali si vantano poi degli avi, compreso il capo stipite famoso.

---Vuoi finirla, briccone? Lingua maledetta?

II.

Chi è questo Leonardo? Come ha conosciuto il signor Fabio, e quali

rapporti vi sono stati fra loro? Leonardo porta il titolo di dottore,

ma non sappiamo in quale facoltà sia laureato. Nessuno lo ha mai

veduto scrivere una ricetta, nè difendere una causa. Eppure nelle

occasioni discorre giustamente di medicina e di giurisprudenza.

Inoltre è buon parlatore, e passa per uomo addottrinato in tutto. Egli

vive ristrettamente del poco che possiede, ma conserva la sua

indipendenza. Generalmente lo si crede un galantuomo, perchè nelle

finezze dell'ipocrisia nessuno lo pareggia, tranne il signor Fabio.

Egli però non ha bisogno di esercitare l'impostura in grande, nè di

farne giuocare tutte le molle, come pratica il suo compagno, che è

collocato in alto e aspira a salire sempre più. Leonardo nella sua

mediocrità adopera solo quel tanto d'impostura che basti a celare i

suoi vizj e le sue colpe secrete, e a mantenerlo nella buona opinione

de' suoi conoscenti. Egli non cerca nè spera nulla da chicchessia;

egli non vuol essere additato come un professore di virtù, ma si

contenta di non essere scoperto per quel furfante che è. Le sue

relazioni col signor Fabio datano fino dalla loro età giovanile.

Fecero gli studj alla medesima università, dove si conobbero meglio e

simpatizzarono per la somiglianza dei caratteri e delle inclinazioni.

La loro massima capitale e favorita era che si può commettere

tranquillamente ogni bricconeria, quando si abbia la destrezza di

farla rimanere occulta. Quindi baravano al giuoco, tendevano insidie a

chi avesse loro dispiaciuto, e si abbandonavano ad ogni genere di

dissolutezze. Tornati che furono a casa, continuarono a praticarsi e a

commettere secretamente e impunemente le loro ribalderie. Accadde che

il signor Fabio, essendosi maritato, diventò padre di un bambino.

La sua sposa, appena ebbe partorito, stette male in modo, che dopo tre

giorni di patimenti passò all'altra vita. Mentre i parenti e gli amici

stavano intorno al letto della moribonda, il signor Fabio sparì un

momento per recarsi nella stanza attigua dove giaceva in culla il

bambino depostovi poco prima dalla nutrice come addormentato. Un

sinistro presentimento lo aveva spinto a fare quella visita. Egli alza

il velo che copriva la culla, guarda il bambino, gli posa una mano

sulla fronte e la sente agghiacciata. Egli pure sente agghiacciarsi il

sangue e mancargli le forze. La neonata creatura era morta. Nessuno si

trovava alla custodia della culla, e quindi la sventura non doveva

essere ancor nota. Il signor Fabio chiama a sè Leonardo, che stava fra

gli altri al letto dell'agonizzante, e gli dice con voce affannata e

sommessa: Corri a prendere nascostamente il tuo bambino, imprestamelo

per alcune ore, altrimenti sono perduto. Io pagherò immensamente il

tuo servigio. Va, e vieni di volo. Leonardo comprese tutto, e si

prestò all'infame gherminella. Bisogna sapere che egli pure era

diventato padre, con questa differenza che il suo bambino aveva

quattro giorni di più, e che nasceva da una concubina. Intanto il

signor Fabio nascose il piccolo cadavere, e diede incumbenza altrove

alla nutrice per tenerla lontana dalla culla. Quindi con grande

ansietà e tumulto dell'anima aspettò il suo complice, passando un

momento al capezzale della sposa, e poi fuggendo di là col pianto agli

occhi, e protestando che troppo lo straziava l'assistere all'agonia

della sua diletta. Dopo un quarto d'ora comparve cautamente Leonardo.

Il bambino che teneva addormentato sotto il tabarro venne deposto

nella vuota culla, e i due birbanti passarono di nuovo a fare mesta

corona al letto della morente. Indi a poco il pianto e le querele di

tutti annunziarono che era trapassata. Il signor Fabio gemente e

disperato corse alla culla, si tolse fra le braccia il bambino, e

presentandosi alla compagnia, così esclamò con viva espressione di

dolore e di tenerezza: Aimè, io l'ho perduta per sempre! Mi rimane

almeno questo pegno del nostro amore per mitigare in parte la mia

afflizione. Il bambino, maneggiato sgarbatamente, si destò e proruppe

in vagiti, attestando così, come voleva il signor Fabio, la sua

sopravvivenza alla madre. Quando ebbe gridato per due minuti, si

tranquillò e riprese il sonno. Allora il signor Fabio, facendo le

viste di andare a deporlo dove l'aveva tolto, lo rimise invece a

Leonardo che gli teneva dietro, e il morto fu ricollocato in cuna. Il

colpo era fatto, e quando un'ora dopo si scoprì che il figlio aveva

seguito la madre, vi furono esclamazioni di dolorosa sorpresa, e

raddoppiamento di pietà e di querele. Con questa commedia scellerata

il signor Fabio si esentò dal restituire ai parenti della defunta una

dote di quattrocentomila franchi. Leonardo n'ebbe ventimila in premio

della sua complicità, e non si può dire che il servigio fosse pagato

male. Quando il signor Fabio non ebbe più bisogno di lui, trascurò la

sua relazione, non avendo nulla a temere circa il secreto di quanto

avevano operato insieme. Dopo molti anni di allontanamento si

ravvicinarono ancora per commettere un nuovo e più enorme delitto.

III.

Un bellissimo fanciullo di quattordici anni piangeva un giorno al

letto di sua madre mortalmente inferma, la quale tenevagli il capo fra

le mani, e con voce affievolita gli diceva:«Mio diletto figliuolo, io

ti ho chiamato dal collegio per darti la mia benedizione, e farti

udire le mie ultime parole. Fra poco tu perderai la madre, come già

perdesti il padre, e resterai orfano sulla terra. Bisogna rassegnarsi

alla volontà di Dio. Fatti cuore, e preparati alla nostra separazione

in questa vita per unirci un giorno eternamente nell'altra. Abbi cara

la mia memoria, e dammi prova del tuo amore seguitando innanzi nella

via della bontà, dello studio, e della pratica de' tuoi doveri, come

hai fatto finora. Così mi compiacerò dal cielo, vedendoti incamminato

ad essere un uomo distinto, riputato e utile alla tua patria. E voi,

cognato mio, continuò volgendosi ad un uomo che stava lì presso in

atteggiamento da contristato, voi che siete il fratello di suo padre,

abbiate cura di lui, vegliate sulla sua educazione e sul suo avvenire.

Io vi trasmetto i diritti e l'autorità che la natura e le leggi

consentono ai genitori. Assumete la sua tutela, tenete presso di lui

le mie veci, e adempite le speranze che ho poste nella vostra bontà e

nella vostra onoratezza.» L'uomo contristato rispose che sarebbero

compiuti i di lei voti, e che egli avrebbe avuto pel nipote l'amore e

le sollecitudini d'un padre. Intanto singhiozzava e asciugavasi gli

occhi col fazzoletto. Il giorno dopo la povera madre morì, e il

fanciullo col cuore ingruppato ritornò in collegio a compiervi i suoi

studj. Non si dà al mondo creatura più interessante e più cara di un

giovinetto orfano, che abbia un'anima sensitiva ed un volto grazioso

sul quale viene a dipingersi la mestizia del suo sentimento di

solitudine e d'abbandono. Anche in mezzo alle distrazioni e ai

trastulli co' suoi compagni si vede in lui dominare una certa calma

malinconica, la quale ammorza l'impeto e la naturale baldanza della

sua età. S'indovina in lui lo sventurato, cui sono mancate le carezze

e l'amore dei genitori, e siamo mossi a vivamente compiangerlo. Tale

era appunto Faustino, il quale sentì in sommo grado la perdita fatta,

e per lungo tempo non seppe darsene pace. Dotato di molto ingegno e

d'indole soave, volonteroso dello studio, sussidiato da buoni maestri,

e memore delle raccomandazioni materne, andò crescendo nella

gentilezza, nell'istruzione e in tutti i pregi che rendono amabile e

degno di stima un giovinetto. I superiori, i condiscepoli e quanti lo

conoscevano, gli portavano affetto, e si promettevano di lui le sorti

più liete. Egli splendeva d'una rara bellezza, diremmo quasi

femminile, se il suono della voce, alcuni tratti caratteristici del

volto, e la nascente lanuggine del mento non avessero attestato il

contrario. I suoi occhi ammirabili nuotavano in un fluido etereo di

dolcezza e insieme di vivacità, ma celavano ancora l'eloquenza e

l'ardore che le passioni sogliono far nascere più tardi. Questo essere

prezioso, questo tesoro di purità e d'innocenza, toccato il

diciasettesimo anno, passò dal collegio alla casa del suo tutore e zio

insieme. Costui, secondo le leggi divine ed umane, secondo i dettami

del dovere e della coscienza, secondo gl'impulsi della ragione e

dell'onestà, e finalmente secondo la voce della natura e dell'amore,

avrebbe dovuto penetrarsi del suo importante ministero, e vegliare

gelosamente sul sacro deposito a lui affidato. Avrebbe dovuto

continuare a compiere l'educazione di Faustino, sviluppare in lui

maggiormente i doni dell'intelletto e del cuore, circondarlo di savie

persone, allontanarlo dai pericoli di seduzione, e iniziarlo

prudentemente alla pratica del mondo e all'esercizio delle acquistate

virtù. Che ha egli fatto invece? No, non potrebbe nessuna mente umana

concepire un bastevole orrore di ciò che ha fatto il signor Fabio,

come nessuna lingua umana potrebbe a sufficenza manifestarlo. Faustino

è caduto dal cielo all'inferno, e dopo un anno di soggiorno in casa

dello zio, non è quasi più riconoscibile. Egli ha perduta l'aria

candida, lo schietto sorriso, la tinta florida e virginale del volto

che formano il più bell'ornamento della giovinezza. I suoi occhi non

brillano più di quella luce viva e pura che tanto seduceva, ma errano

come incerti e smarriti da un oggetto all'altro, e qualche volta

pajono tocchi da stupidità. Alla scioltezza ingenua del contegno e

delle maniere successero la titubanza e l'impaccio. La sua

immaginazione è contaminata come il suo corpo; egli è caduto in balía

del vizio. Appagare i sensuali appetiti, ubbidire ai lenocinj del

piacere, ecco il suo struggimento. Egli presta appena un'attenzione di

convenienza ai maestri che lo zio gli ha procurati per rispetto del

mondo, e per salvare le apparenze.

IV.

Fantino entrò nella sala, e diede il buondì ai due interlocutori.

--Caro nipote, disse il signor Fabio in tuono di chi rimprovera

dolcemente, quest'oggi ti sei trattenuto a letto un po' troppo tardi,

e perciò io debbo sgridarti. Le ore del mattino sono preziose per lo

studio, e bisogna metterle a profitto. Lascia che ti guardi più da

vicino. Sì, tu sei alquanto smorto, e sotto gli occhi hai un certo

lividore.... ti sentiresti male?

--No in verità, rispose il giovane abbassando gli sguardi come un

colpevole.

--Tuo zio ti ama tanto che s'inquieta per nulla, disse Leonardo.

--Certo che io lo amo, e che voglio vederlo felice. Non è egli mio

nipote, anzi mio figlio? Non ho io incontrato la seria obbigazione di

fargli da padre? Io non mancherò, sicuramente al mio impegno, ma tu

pure dal canto tuo devi corrispondermi coll'obbedienza, colla buona

condotta, e coll'utile impiego del tempo. Via, siamo giusti. Le mie

premure fruttano abbastanza bene, e mi chiamo di te contento. E tu

puoi lagnarti di tuo zio?

--Tutto il contrario. Voi siete buono, affettuoso, compiacente.... io

non ho nulla a desiderare in casa vostra.

--Baroncello, tu mi conosci eh? Per bacco, io non so essere rigoroso

colla gioventù. Io acconsento che tu ti diverta, ma onestamente, non a

scapito de' tuoi doveri. Come ti è piaciuta la commedia di jeri sera?

--Moltissimo.... una commedia spiritosa, interessante....

--E soprattutto castigata e morale quanto si può desiderare, aggiunse

Leonardo.

--Va bene, ciò mi consola. Ti raccomando di nuovo, Leonardo,

l'attenzione su questo particolare. Io permetto a mio nipote di

frequentare il teatro, purchè vi si rappresentino cose conformi ai

buoni costumi. Pur troppo sento dire che oggidì molte composizioni

teatrali peccano di disonestà, e sono scuola di scandalo e di

corruzione.

--Io so il mio dovere, e m'informo preventivamente della commedia che

si deve recitare. Faustino non assisterà mai ad uno spettacolo,

dinanzi al quale la virtù debba arrossire. No, sicuramente, finchè

sarà in mia compagnia.

--È una vera fortuna, caro nipote, che io conoscessi un uomo di tanta

saviezza al quale affidare la tua custodia. Non ho voluto fin qui

lasciarti praticare co' tuoi coetanei, essendo difficile di trovare

buoni compagni fra una gioventù generalmente viziata e pericolosa.

Sappi però che vo' cercando qualche giovane dabbene e degno di te per

avvicinartelo. Io so benissimo che ognuno ama di conversare e

divertirsi co' suoi eguali. Abbi pazienza, e ti sarà procurata questa

consolazione.

--Finora non ne sento il bisogno. L'amicizia e la compagnia di

Leonardo mi bastano.

--Questa dichiarazione fa il suo elogio. Non è piccolo merito quello

di un uomo attempato che sappia cattivarsi a tal grado la simpatia di

un giovane, e rendersi a lui così pienamente accetto.

Un servitore venne ad annunziare che la carrozza era pronta. Il signor

Fabio prese il cappello, salutò, e disse che andava a visitare alcuni

stabilimenti di beneficenza posti sotto la sua protezione. Faustino,

rimasto solo con Leonardo, così parlò:

--Mio zio è una pasta di zucchero, un uomo pieno di buona fede. Quanto

ti sono obbligato che lo mantieni nella sua credulità!

--Bella obbigazione! Mi sarebbe più grato un acerbo rimprovero. Io

sono un colpevole che inganno quell'eccellente amico col farmi

complice delle tue scappate. Quando penso alla mia condotta, mi

salgono al viso le fiamme della vergogna. Non avrei mai creduto che

una leggera condiscendenza ad un tuo capriccio dovesse trascinarmi

così lontano. Sempre menzogne! Sempre soppiatterie! Dover

infinocchiare che jeri sera siamo stati alla commedia!

--Non è la prima volta che spacciamo una tale fandonia. Anche domani

faremo lo stesso.

--Questo poi no! Io pretendo che stassera si vada veramente al teatro,

oppure che si rimanga in casa.

--Leonardo! amico mio!

--Che vorresti tu dire?

--Io ardo di trovarmi con Marietta la bruna crestaja. Sono otto giorni

che non la vedo.

--No, è tempo di finirla con queste tresche. Bisogna fare giudizio.

--Sì, sì, lo farò sicuramente, ma per ora non posso. Le attrattive del

piacere sono più forti della mia volontà. Io capisco che è male il

rompere così il freno agli appetiti, ma mi sento incapace di resistere

alla loro violenza, finchè la sazietà non venga a rendermi facile la

vittoria.

--Uditelo come ragiona, e come difende abilmente la propria causa.

--Mio buono, mio caro Leonardo, te ne prego. Questa sera con

Marietta....

--Con nessuna, ti dico.

--Suvvia, contentami, non farmi penare.

--Non voglio saperne, m'intendi?

--Le mie preghiere sono inutili? Or bene, io anderò da me solo dove mi

piace. Fuggirò di casa nascostamente.

--No, non commetterai questa imprudenza. Aimè, in quale trista

situazione mi ha posto la mia sciagurata debolezza. Io sono costretto

a secondarti per impedire un male maggiore. Coll'essere teco io servo

almeno a tenerti in una certa misura, e a conservare il secreto sulla

tua condotta.

--Dunque mi compiacerai?

--Sì, e Dio me lo perdoni. Forse dovrò per te dannarmi l'anima. Tu mi

fai fare di quelle cose.... hai un tale potere sopra di me.... egli

pare che tu mi abbia stregato. Il vero si è che io ti amo grandemente,

e che nulla so ricusarti, neppure ciò che è male. Ma io credo

fermamente che, passata la foga giovanile, metterai un termine a

questi disordini, e riformerai la tua vita.

--Senza dubbio, tale è il mio proponimento. Siamo dunque intesi. Tu

farai che Marietta abbia l'avviso dal solito Mercurio.

--Ad un patto però, mio caro Faustino.

--E quale? Udiamo.

--Che tu debba occuparti un po' meglio dello studio. Tu non sei

attento abbastanza alle lezioni de' tuoi maestri. Che diamine, si può

conciliare benissimo l'amore dei libri con quello dei piaceri.

--Sì, sì, tu dici ottimamente. A proposito di libri, mi hai tu portato

quei tali....

--Bisognava pure che io te li portassi per liberarmi dalle tue

importunità. Eccoli. Ma non è a questa sorta di libri che tu devi

interessarti. Sono scherzi e frivolezze che servono tutt'al più a

divertire e far ridere per una mezz'ora.

--Grazie, Leonardo. Vediamo.... Novelle Galanti di Giambattista

Casti.... Quest'altro?... Convito dì Trimalcione di Petronio Arbitro.

In verità, sono curioso di leggere.... I titoli mi promettono cose

piacevoli.... Addio Leonardo, a rivederci.

--Adopera ogni precauzioni; affinchè nè tuo zio nè anima viva ti

sorprenda con quei libri in mano. Sventura a noi se ti fossero trovati

in casa!

--Sii tranquillo, e lascia fare a me. Tu sai pure che ho un

nascondiglio sicuro dove tengo i miei contrabbandi. Io sfido il

diavolo a scoprirli.

Faustino si ritirò nel suo appartamento, e lesse avidamente due

novelle del Casti, infiammandosi la mente colle lubriche immagini e

colle pitture allettevoli che abbondano in quelle pagine corrompitrici

della gioventù. Quindi nascose il libro in una specie di guardaroba,

serrata a chiave, dove stavano poesie, romanzi e racconti in gran

numero, tutte sconcezze stomachevoli, tutte produzioni di laide

fantasie. Vi era inoltre una raccolta d'incisioni e di miniature le

une più lascive delle altre, un insieme di brutture degne dei costumi

della Reggenza francese. Queste porcherie di libri e di stampe erano

regali che Leonardo faceva di quando in quando all'ardente giovane,

dopo avergliene con destrezza lasciato intravvedere l'esistenza, e

dopo essersi fatto pregare per concederle. Faustino aprì un altro

armadio che racchiudeva manicaretti e paste calorose, frutte macerate

nell'acquavite, bottiglie di vini forastieri e di liquori spiritosi in

quantità. Egli mangiò un pezzo di pane pepato, bevette un bicchiere dì

rhum, e poscia si sdrajò sull'ottomana a fumare un sigaro.

Quell'infelice aveva contratto tutti i vizi che istupidiscono

l'intelletto e limano il corpo. Consumato che ebbe metà del sigaro,

gettò via il rimanente, e si diede a passeggiare per la camera,

pallido in volto e col capo torbido e dolorosamente esaltato. Ebbe

bisogno d'aria aperta per riaversi, e discese in giardino. Quando

un'ora dopo venne il professore di filosofia a dargli lezione, lo

trovò distratto e sbadigliante come al solito. Gli parlò delle

operazioni dell'anima in generale, e di quella del pensiero in

particolare. Il discepolo ne approfittò per volare appunto col

pensiero al convegno che avrebbe luogo la sera, e durante la

spiegazione lo tenne rivolto intensamente a Marietta la bruna

crestaja. Il professore, da quel bravo filosofo che era, se ne andò

ripetendo in cuor suo: Egli è ricco, e non ha bisogno di filosofia. A

me basta che si paghi esattamente il mio lauto stipendio mensile. Così

dicevano presso a poco e con eguale rassegnazione i maestri di

letteratura, di lingua inglese, di musica e di pittura, i cui precetti

Faustino ascoltava col medesimo interessamento. Egli sentiva, è vero,

di quando in quando alcuni rimorsi di coscienza circa le sregolatezze

della sua condotta. Ciò è naturale in tutti, ma principalmente in un

giovane d'indole buona, che s'informò di principj virtuosi, e che

attese più anni all'acquisto di una savia educazione. Egli rammentava

le pratiche del collegio, le massime dei maestri e quelle dei libri,

gli avvertimenti di sua madre e di tutte le oneste persone colle quali

aveva conversato, e paragonava questo complesso di bene coi cattivi

andamenti della sua vita attuale. Ma erano riflessioni deboli e

passeggere, fatte soltanto in certe ore di disgusto e di malessere

dopo un eccesso d'intemperanza. Il pretendere che egli si ravvedesse

di proprio impulso sarebbe stata cosa impossibile e fuor di ragione.

Forse neppure i consigli e le ammonizioni altrui avrebbero operato la

sua conversione. Come mai persuadere un giovane a frenare le proprie

passioni una volta scatenate, e a rinunciare al piacere una volta

gustato, quando a ricercarlo maggiormente lo spinge il suo

temperamento e l'opera di un demonio che gli sta al fianco?

Fra le case situate in una contrada remota e poco frequentata, avvene

una senza portinajo, e non molto purgata rispetto alla qualità e

condotta degl'inquilini. Leonardo vi aveva preso in affitto due

camere, e fattele mobigliare decentemente, servivano di ritrovo a

Faustino colle sue amanze. Un ripostiglio praticato nel muro conteneva

una ricca provvigione di commestibili e di bevande, provvigione che

veniva rinnovata di mano in mano che si consumava. Quelle camere erano

il teatro della corruzione e delle orgie di Faustino. In esse aveva

dato l'addio alla sua innocenza. Quante ignote commozioni, e quanti

arcani turbamenti vi provò la sua anima! Quai dolci tremiti, e quali

ansie dilettose! Come arrossiva il suo volto alle carezze della prima

donna da lui avvicinata! Gli inviti della voluttà contrastavano nel

giovane colle ritenutezze del pudore. Era mille volte più bello della

donna invereconda e provocatrice. Ben presto le timide esitanze del

novizio fecero luogo all'arditezza dello sperimentato. Le più belle

giovani di facile conquista si avvicendavano da un anno a' suoi

piaceri, e avevano creato in lui, ciascuna coi propri vezzi

particolari, una somma d'impressioni e di memorie, che sogliono

accendere maggiormente la concupiscenza, e fare più acute le voglie.

Ad un'ora di notte Leonardo e Faustino comparvero in queste camere, e

si diedero a preparare la tavola per una delle solite cene. Indi a

poco si presentò Marietta saltellando e canticchiando una canzone.

Levatasi il cappellino e la mantiglia, lasciò vedere una chioma

corvina di stupenda abbondanza e lucentezza, e due spalle paffutelle e

graziosamente tornite. Questa creatura, di freschissima età, era il

tipo della bellezza vivace, ardente e risentita, aveva la carnagione

bruna, egli occhi neri scintillanti d'una spagnuola dell'Andalusia.

Era gaja e folleggiante al modo delle giovani perdute, e Faustino la

preferiva a tutte le altre. Il lettore, se vuole, dipinga a sè stesso

questa scena colla propria immaginazione. Tre ore dopo, Leonardo dava

il braccio a Faustino, che mal si reggeva sulle gambe, e lo

accompagnava a casa, facendolo salire al suo appartamento per una

scala secreta, affinchè i servitori non lo vedessero in quello stato

di vergognosa ebbrezza.

V.

Tre racconti sentimentali · 第 5 / 6 段