quanto per fuggir l'ozio che è il padre dei vizj, giusta un proverbio
colla barba. Grazie a' miei risparmj e alle liberalità del defunto
conte, io aveva già comperato questa casetta con un pezzo di terra che
vi è unito. Ah, così avessi potuto soddisfare un altro mio desiderio,
che era quello, di sposare una giovane da me grandemente amata. Quando
costei mi vide tornato al paese con questa mia imperfezione, cominciò
a raffreddarsi nella corrispondenza, e finalmente non volle più
saperne de' fatti miei. Guardi un po' che tristanzuola! Quasichè il
zoppicare mi dovesse impedire di volerle bene e di essere un buon
marito. Ella sposò uno che non zoppicava fisicamente, ma pur troppo
nel senso dei buoni costumi. Così ebbe a passare con lui delle tristi
vicende, e dopo tre anni di matrimonio morì di afflizione. Io non ho
mai potuto dimenticarla, e anche adesso, vecchio come sono, me ne
ricordo sempre con un misto di amore e di compassione. Ma io debba
raccontare, più che la mia storia, quella del contino Federico, il
quale d'ora in poi lo chiamerò conte a motivo della sua virilità
incominciata. Io non era più con lui per vedere da vicino le sue
follíe, ma la voce pubblica s'incaricò di farmele sapere. Ora si
parlava d'una gran somma di danaro perduta alle carte, ora di un
convito come quello di Baldassare, ora di due cavalli fatti venire
dell'Inghilterra, ed ora d'una collana di diamanti regalata ad una
ballerina. Un giorno si vociferò che avesse avuto un duello per un
intrigo amoroso, e che fosse rimasto ferito in una spalla. Tutto ciò
era la pura verità. Intanto il cavaliere diventava ricco a misura che
il conte si rovinava. Quel mariuolo aveva già comperato delle
possessioni, e collocato delle somme sopra la Banca dello Stato.
Allorquando vide che l'amico si riduceva a mal partito, e che poco o
nulla poteva più rubargli, andò a viaggiare in Germania sotto pretesto
di qualche affare, e lo piantò. Un colpo di fortuna inaspettato rifece
al conte le ricchezze che aveva dilapidate. Un suo vecchio zio
materno, che abitava in Baviera, venne a morire, lasciando un solo
figlio celibe di circa trent'anni. Costui, rimasto appena senza padre,
cadde un giorno da cavallo e perdette sull'istante la vita. Non avendo
fatto testamento, i suoi molti beni furono ereditati dal conte, che
era il solo suo parente. Non sarebbe stata questa una bella occasione
di aprire gli occhi sui proprj disordini, e di mettere giudizio? Ah,
quando le male abitudini sono radicate, non si dismettono più! Egli
incominciò a divertirsi come prima, anzi più di prima per compensarsi
delle strettezze e delle privazioni in cui aveva vissuto forzatamente
per qualche tempo. Il cavaliere, avendo saputo il fatto dell'eredità,
fece ritorno dalla Germania e si rimise al suo fianco per pelarlo di
nuovo. Così in pochi anni andò al diavolo anche il milione ereditato,
e allora il cavaliere disparve per sempre. Ecco il conte ridotto quasi
al verde, abbandonato dai parassiti e dalle donne, beffeggiato da
tutti, e per giunta malandato di salute. Egli poteva ancora cogli
avanzi della sua fortuna vivere mediocremente, ritirandosi dal mondo e
contentandosi del poco. Ma questa buona idea non gli passò neppure pel
capo. Al contrario gliene venne un'altra delle più stolide che si
possano immaginare, e la pose in effetto. Vedendosi al limitare della
vecchiaia e malaticcio, si persuase che non gli restavano tutt'al più
che tre anni di vita. Quindi egli divise in tre parti le ottantamila
lire che ancora possedeva, onde mangiarsele anno per anno, sperando
che la morte verrebbe a coglierlo quando fosse rimasto senza un soldo.
I tre anni passarono, e le ottantamila lire furono esattamente
consumate, ma la morte non comparve. Anzi durante quell'epoca il conte
ricuperò la salute, e già da cinque anni vive prosperoso nella
miseria. Egli è quel personaggio che venne qui poco fa.
«Io lo aveva indovinato. E perchè in capo ai tre anni non andò egli a
gettarsi in un fiume? Quando si assegna con tanta sicurezza il termine
della propria vita, bisogna fare che la morte dipenda dalla nostra
volontà.
«Oibò, il suicidio è un peccato, e il conte non avrà voluto
commetterlo, sebbene per verità ne abbia commessi tanti altri. Non so
se ci voglia più coraggio a uccidersi, o a vivere una vita infelice
come la sua. Non c'è pitocco nel nostro villaggio che non stia meglio
di lui. Almeno il pitocco non ha le memorie del passato splendore, non
ha i rimorsi di aver dissipato un'immensa sostanza, e mangia il pane
della carità senza arrossire.
«Ma questo conte sarebbe egli ridotto a limosinare?
«Qualche cosa di somigliante. Qui nei dintorni egli aveva un palazzo,
al presente trasformato in una filanda, nel quale il compratore gli
lascia godere due camerette finchè vive, non so se per contratto o per
compassione. Il povero diavolo va a desinare ora dal parroco, ora dal
sindaco, ed ora da qualche altro benevolo possidente. Alle volte
riceve un soccorso di danaro da certi suoi amici di Rovereto e di
Trento, che si ricordano di lui.
«E come sopporta la sua miseria?
«Piuttosto coll'indifferenza dello spensierato, che colla
rassegnazione dell'uomo mortificato e pentito che conosca i proprj
torti. Mi dispiace il dirlo, ma io sono persuaso che se gli toccasse
per miracolo un altro milione, tornerebbe da capo a divorarlo.
L'inclinazione ai piaceri, e dirò anche ai vizj, è in lui
irresistibile. Non potendo far altro, guarda le donne con occhio
bramoso, giuoca all'osteria un boccale di vino col primo che gli
capita, e si reca come spettatore ai balli campestri che succedono per
nozze, o per altre occasioni di allegria. Lo crederebbe? Egli è capace
perfino d'immischiarsi nelle danze.
«Come appunto ha fatto nella festa di jeri sera. Egli non ha dunque
nessuna dignità, nessun sentimento della propria nascita e del proprio
decoro.
«La poca educazione, le male pratiche, e la scompigliata sua condotta
lo hanno degradato e avvilito per sempre.
«Quantunque vi abbia rotta una gamba, voi gli fate del bene, maestro
Giacomo. Io ho udito testè, senza volerlo, come un ricambio di parole
fra il benefattore e il beneficato.
«In quanto alla gamba rotta, io gli ho già perdonato da un pezzo, e
non me ne ricordo più. Circa il fargli del bene, io non sono in grado
di dar molto, ma pure di quando in quando gli do un pajo di fiorini, o
presso a poco. Inoltre gli aggiusto le scarpe rotte, e gliene regalo
un pajo di nuove a Pasqua e a Natale. È un tributo che io gli pago in
riguardo alla memoria del suo buon padre. Per lui medesimo è poco
degno di essere beneficato, ma forse otterrebbe egualmente il mio
piccolo beneficio. Se si dovessero soccorrere soltanto quelli che
meritano, una gran parte dei bisognosi morrebbero di fame. Il conte è
infelice, e tanto basta. La sua indifferenza potrebbe essere studiata
per non dare altrui lo spettacolo della sua tristezza, e per parere un
filosofo che sa portare in pace l'avversità. Quando si trova solo
nelle sue squallide camere, deve pensare, voglia o non voglia, alla
sua misera condizione. Egli deve confrontare il passato col presente,
e, viva il cielo, non si scappa ai tormenti di questo paragone. Sicchè
io lo compiango, e lo ajuto come posso. Quando poi lo vedo all'osteria
con quelle sucide carte in mano giuocare colla gentaglia, io dico fra
me per cacciare la stizza, che egli ha la testa matta, o che si
comporta così a fine di stordirsi sui proprj mali.
«E come avete cominciato a beneficarlo? La vostra carità è domandata o
spontanea?
«Ecco qua il fatto. Un giorno egli venne a chiedermi in prestito otto
lire, dicendo che me le avrebbe restituite alla fine del mese. Passato
questo tempo, egli ricomparve, non già per fare la restituzione, ma
per domandarmi un'altra piccola somma, aggiungendo che mi avrebbe
rimborsato il tutto entro la settimana. Allora io gli risposi che non
voleva nessuna restituzione, e che anzi, se si degnava di accettare,
io gli avrei fatto di tempo in tempo qualche dono secondo che
permettevano le mie deboli forze. Egli non ricusò, ed io da quattro
anni e mezzo non manco alle mie promesse.
«Voi siete un uomo di buon cuore, da quanto ho veduto; voi trattate
ancora con ogni riguardo questo conte, che se ne mostra così poco
degno.
«Io sono stato suo servitore, ed ho l'abitudine di praticargli queste
rispettose esteriorità. Noi piccole genti non possiamo spogliarci mai
di quella riverenza, e direi quasi venerazione, che c'inspirano i
nobili ed i ricchi, quando pure non pregevoli per sè medesimi, o sieno
decaduti dalla loro altezza di fortuna. Hanno un certo prestigio di
superiorità imponente. Io ho un bel dirmi che il conte non è punto
stimabile, e che io sono dieci volte più ricco di lui, ma non per
tanto io potrei permettermi una parola od un atto che indicasse
confidenza o dispregio. Non so capire il perchè di questa forza
prepotente che mi domina mio malgrado.
«Ve Io dirò io il perchè. Quando vedete il conte, voi vedete insieme
gli stemmi della sua nobiltà, e i ritratti de' suoi avi collocati in
ordine sulle pareti. Voi vedete i mobili sontuosi, le argenterie, le
dorature, il lusso e lo splendore del suo palazzo. Voi vedete i suoi
cavalli e le sue carrozze, il suo scrigno, le sue ville, e quanto
insomma formava la corona abbagliante della sua grandezza. Tutto ciò è
dileguato, ma non importa; voi lo vedete ancora cogli occhi
dell'immaginazione. Voi non potete separare il passato dal presente,
nè l'uomo dalla cosa. Voi credete che sia il conte che v'impone
riverenza, e invece non è altro che la sua passata fortuna, da voi
incarnata nella sua persona.
«Per bacco, sono persuaso che il fatto sta come lei dice. Queste idee
esistevano in confuso nella mia testa, ma io non avrei saputo
disbrogliarle nè esprimerle debitamente. Ecco quello che ha guadagnato
il conte trascurando la sua educazione, dandosi ai cattivi compagni, e
battendo la strada dei vizj e dei piaceri. Egli non ha mai ottenuto nè
stima nè amicizia presso i buoni, ha disonorato la nobiltà della sua
stirpe, ha mandato in malora un ricchissimo patrimonio, e dopo una
vecchiaja trista e deserta morirà probabilmente all'ospedale, ultimo
rampollo della sua illustre casa. Laddove, se avesse pensato e agito
da vero gentiluomo, si sarebbe sposato ad una degna fanciulla sua
pari, avrebbe avuto dei figli che seguitassero le sue virtù, sarebbe
stato utile e distinto nelle società, e finalmente sarebbe morto
lasciando a' suoi posteri un nome onorato, e le ricchezze avute in
retaggio da' suoi maggiori. Quando penso a quest'uomo, mi vengono
cento buone inspirazioni sulla virtù e sulle regole della vita.
«Da bravo, maestro Giacomo, fatemi udire qualcuna delle vostre buone
inspirazioni. Io sono avido d'imparare.
«Bella avidità veramente, ma qui non è ad una scuola da poterla
saziare. Io sono maestro soltanto di calzoleria.
«E di morale ancora meglio. Voi siete capace di fare un sermone come
un pajo di scarpe.
«Vostra signoria mi burla, non è vero? Ella sì che debb'essere un
sapiente, sebbene in giovane età. Se non m'inganno, ecco un
semplicista, una sorta di medico, uno che conosce la virtù delle erbe
e ne compone dei rimedii salutari.
«Nulla di tutto questo. Io raccolgo erbe come un altro raccoglierebbe
conchiglie, pel solo piacere di conservarle diseccate fra le pagine
dei libri. Io non m'impaccio della loro virtù medicinale.
«Allora, mi scusi, non si può faticare nè perdere più inutilmente il
tempo, che è tanto prezioso.
«L'ho detto io che siete un buon moralista! Suvvia, tirate qualche
conseguenza istruttiva dal vostro racconto. Quali lezioni se ne
possono ricavare?
«Ella mi stuzzica non altro che per farmi dire, giacchè sa meglio di
me ciò che insegna la storia del conte. Prima di tutto i padri debbono
imparare che un cieco e malinteso amore pei figli è sommamente dannoso
e fatale alla loro buona educazione. Guai a quei padri che così amano
i figli, poichè senza saperlo si fanno fomentatori, e direi quasi
complici delle loro sregolatezze. Quando si avvedono del male, non
sono più in tempo di ripararlo, e non giovano a nulla i pentimenti nè
i rimorsi della coscienza. Il vero e utile amore paterno è quello che
veglia continuamente, onde incoraggiare le buone e combattere le
cattive inclinazioni che si manifestano nei figli. Se opera
altrimenti, il padre è colpevole dinanzi a Dio ed agli uomini d'aver
tradito il più sacro de' suoi doveri. La gioventù impari come sia
importante la scelta degli amici. Se la mia condotta è biasimevole, un
vero amico può raddrizzarla co' suoi consigli e col suo esempio, ma un
falso amico, di traviato che io era, mi rende tristo e mi rovina del
tutto. Veda la gioventù a quali estremi conduce una vita principiata e
proseguita nell'ozio e nell'ignoranza, una vita senza freno e dedita
non altro che ai sensuali piaceri. Veda la miseria, i mali, il
disprezzo e l'abbandono che aspettano l'uomo vizioso. I nobili sopra
tutto imparino a vivere saviamente ed esemplarmente, perchè hanno
maggiori obblighi degli altri, e perchè la voce dell'onore deve farsi
sentire in essi più vivamente. Un nobile che calpesta la sua dignità e
quella de' suoi antenati, che s'ingolfa nel fango dei vizj, e si
riduce infine mendico, mi pare una mostruosità, il colmo
dell'abbiezione umana. Ecco, signore, che ho terminato di moralizzare
e insieme di aggiustare l'altra sua scarpa.
Maestro Giacomo diede a tutte due una politura colla spazzola, come si
pratica dai calzolaj per coronar l'opera di un rattoppamento
qualunque. Io le calzai, e mi parve di essere ingrandito di un
pollice, tanto le suole erano grosse e favorevoli al mio innalzamento.
La racconciatura, come ho detto, era mal fatta, ma il prezzo fu
discretissimo e degno del lavoro. Non avvenne come all'osteria, dove
si mangiò e si ebbe ricovero pessimamente, e si pagò in ragione
inversa del trattamento. Infilate le braccia nelle cinghie della
valigia, ed il bastone nel fagotto delle erbe, salutai maestro
Giacomo, e andai a raggiungere il mio compagno.
FINE.
UN AGNELLO FRA DUE LUPI
RACCONTO
DI
PAOLO BETTONI
UN AGNELLO FRA DUE LUPI
I.
La scena è in una grande città d'Italia, non importa quale. Siamo in
una sala mobigliata riccamente, ma con poco buon gusto e manco
discernimento. L'insieme dei mobili non le dà un carattere proprio e
distinto. L'antico ed il moderno vi sono confusi stranamente, e
producono un'ingrata disarmonia. Le cose di vecchia forma contrastano
con quelle di attuale invenzione. Gli specchi, i sedili, i tavolini,
le pendole, i candelabri, i vasi di porcellana e tutto il resto sono
una collezione d'oggetti i più disparati e nemici fra loro. Le
finestre hanno le cortine di seta, ma di un colore e d'un disegno non
appropriati all'uso. Il pavimento è coperto d'un tappeto di lana,
tessuto da mano maestra, e rappresentante gruppi di suonatori e di
ballerini. Altra inconvenienza di camminare sui visi e sui corpi di
gente rispettabile che sta allegra. Egli è vero che si stampano sui
fazzoletti di naso i ritratti degli uomini grandi e che questa non è
la più bella maniera di celebrarli, ma un controsenso non giustifica
l'altro. Forse la stoffa di quel soppedaneo era destinata all'ufficio
di tappezzeria. Otto o dieci opere lodevoli di pennello e di bolino,
bellamente incorniciate, pendono qua e là dalle pareti, opere tutte di
sacro soggetto, come sarebbe un Ecce Homo, il Martirio di Santo
Stefano, e la Vergine Assunta. Fra lo spazio di due finestre avvi uno
scaffale di legno prezioso e squisitamente lavorato, nel quale sono
collocati libri di pietà, di filosofia cristiana, di storia
ecclesiastica, di Vite di Santi, ec., ec. in numero di trecento volumi
all'incirca. Nulla di profano si contiene in quello scaffale; un
prelato dei più ascetici non potrebbe avere una biblioteca meglio
edificante.
Un uomo non ancora di cinquant'anni passeggia la sala pensieroso, e
colle braccia incrociate sul petto, come faceva una volta Napoleone I,
e come fanno adesso gli staffieri che siedono sulla serpe accanto ai
cocchieri. Dopo alcune giravolte, si lascia cadere in una poltrona di
velluto bleu, e il suo volto si fa torbido e sereno a vicenda. Il
timore e la speranza, lo sconforto e la gioja vi si dipingono
alternamente, come sul volto di un negoziante che abbia in mare una
nave carica di ricche merci, e che ora la veda sommergersi, ed ora
entrare in porto. Quest'uomo è vestito signorilmente, ma d'una moda un
poco stantía, senza studio di eleganze, alla maniera delle persone
attempate e sode. Egli si chiama il signor Fabio, gode la bella
riputazione di galantuomo, e la rendita non meno bella di sessantamila
lire annuali e sicure. Adesso egli sta operando un colpo che deve
triplicare la detta sua rendita, e collocarlo fra i più ricchi del
paese. Il signor Fabio è di un carattere austero, di princìpi
illiberali e contrari al progresso, e soprattutto scrupoloso
sull'articolo della morale civile e religiosa. Egli legge soltanto
certi giornali di un certo colore, che hanno pochissimi associati, e
tuttavia fanno vivere lautamente i loro redattori. Nelle alte regioni
della società conta molti amici e conoscenti, che lo stimano, che
apprezzano i suoi consigli, e che dividono le sue opinioni.
Il signor Fabio levò di collegio e prese in casa un suo nipote orfano,
del quale diventò altresì il tutore per disposizione testamentaria
della defunta cognata, madre del giovinetto. Questo felice, o
piuttosto infelice mortale, possiede una sostanza di due milioni, che
il signor Fabio va procurando di legalmente appropriarsi. Ora è
appunto immerso nel pensiero di tale affare, e, secondo che si figura
l'esito certo o dubbioso, lo vediamo passare dalla letizia alla
tristezza. A trarlo dalle sue meditazioni entra nella sala un uomo
presso a poco della sua età, vestito pulitamente di nero, avente
un'aria disinvolta e una simpatica fisonomia. Il signor Fabio si
scuote, e domanda con una certa premura:
--Orbene, Leonardo, quali divertimenti jeri sera?
--Un'orgia un poco più spinta delle altre, rispose Leonardo mettendosi
a sedere. Molto selvaggiume, molti tartuffi, e molto vino di varie
qualità. Aggiungete a tutto questo un gran vaso di punch.
--Benissimo.... e donne?
--Due figliuole di Eva, le più gaje e vezzose del mondo.
--Briccone, sempre roba nuova, eh? disse il signor Fabio ridendo e
fregandosi le mani. Vi sarete sollazzati a dovere.
--In quanto a me, sono un filosofo che guardo con disprezzo le vanità
della vita. I folli piaceri non mi seducono, perchè lasciano in fine
il pentimento.
--Satanasso, come fai bene il beffardo! E Faustino era in vena?
--Se lo era! E come no a diciott'anni, e in tale compagnia? Egli morde
terribilmente all'amo e fa delle vere prodezze. Ben presto io te lo do
migliore di Don Giovanni Tenorio.
--No, sciagurato! Io non voglio nessuna celebrità in lui. Guardati
bene dagli scandali.
--Via via, ti rassicura. Tu non hai a che fare con un gonzo, e le tue
idee mi sono entrate perfettamente. La celebrità fa del rumore, e tu
vuoi il silenzio. Per acquistare la celebrità bisogna vivere alquanto
lungamente, e tu vuoi spicciarti di lui alle corte. Caro Fabio, dammi
del denaro.
--Quanto ti occorre?
--Più me ne dai, e più mi fai piacere. Se ne spende molto, amico mio.
--Prendi, due doppie di Spagna.
--Non è una grande liberalità, ma per ora mi contento. Abbi presente
che i piaceri costano assai caro. Per esempio, nel nostro baccanale di
ieri sera abbiamo speso cinquantasette lire, senza contare i regali
alle due convitate, che troppo bene li meritarono collo sfoggio delle
loro grazie. Faustino mi eccita a spendere largamente, ripetendomi che
appena andrà al possesso del suo patrimonio pagherà i debiti che crede
avere verso di me. Egli mi fa l'onore di considerarmi così ricco da
prestargli continuamente il denaro che gli occorre per divertirsi. Non
guardarla dunque pel sottile con tuo nipote. Finalmente egli ha una
rendita di quasi novantamila lire, che mediante la tua saggia
amministrazione sarà aumentata in pochi anni....
--In pochi anni! Smemorato che sei! disse il signor Fabio con un certo
riso sardonico molto significativo.
--Ah, tu hai ragione. Questa volta io pensava e parlava da balordo.
Per Faustino non vi debb'essere avvenire; la bella prospettiva è tutta
per te.
--Ah, Leonardo! riprese il signor Fabio dopo un momento di pausa, e
assumendo il tuono dell'ipocrisia; io ho delle inquietudini.
--Tu? delle inquietudini?
--L'opera che noi facciamo è un grave delitto. La coscienza mi
rimorde.
--Ah ah! proruppe a ridere Leonardo. La coscienza ti rimorde! Via con
queste celie.
--Se potessi dare addietro.... ma il male è troppo innoltrato.
--Quando tu voglia rimediarvi, siamo ancora in tempo. A me basta
l'animo di fare un santo di tuo nipote. Oggi, se ti garba, io assumo
una faccia compunta, un contegno grave ed un discorso edificante che
produrranno miracoli. Se fin qui ho sostenuto la parte del diavolo,
m'impegno di fare quind'innanzi quella dell'angelo custode. Non più
bagordi, non più intemperanze, non più dissolutezze. Io lo conduco
alle pratiche divote ed ai sermoni di chiesa. Se non potrò
restituirgli il candore e l'innocenza, avrà il pentimento e
l'emendazione. Così vedremo rifiorire in lui la salute, che in verità
comincia a guastarsi.
--Ti pare che egli sia dimagrato?
--Un poco sicuramente, e accusa già qualche doloruccio di petto.
--Aimè, che orribile passione è quella delle ricchezze! Vedi a quale
eccesso mi ha condotto.
--Non ischerzare, perchè a forza di fingere i rimorsi, tu finirai col
sentirli davvero.
--Tu sei più malvagio di me.
--Questo può darsi, ma dovrebbe giudicarne un terzo che ci conoscesse
a fondo l'uno e l'altro. Intanto io ho il vantaggio di comparire in
faccia tua come un povero galantuomo da te sedotto al male. Dopo dieci
o dodici anni di dimenticanza, tu sei venuto a stringermi la mano, e a
trarmi dalla mia pacifica inazione. Tu mi hai tastato bel bello per
accertarti se io era ancora quella buona lana dei nostri tempi di
gioventù. Mi hai trovato il medesimo, e per giunta quasi al verde del
mio patrimonio, due ottime circostanze perchè tu avessi a propormi
questo affare, e perchè io avessi ad accettarlo, mediante la
ricompensa di cinquantamila lire. Dunque non disputiamo sulla
preminenza dei nostri meriti rispettivi. Noi siamo due mariuoli che
abbiamo l'abilità di passare per uomini onesti.
--Però la mia riputazione di onestà....
--Sì, è più grande e più estesa della mia. Sai tu il perchè? Perchè io
non sono ricco, perchè non ho sublimi relazioni sociali, perchè non fo
elemosine a suono di tamburo, e perchè il mio nome non è scritto sugli
elenchi delle pie congregazioni. Di questa mia inferiorità mi consola
per altro il pensiero, che io sono il solo uomo al mondo che ti
conosca intimamente, e dinanzi al quale tu debba per forza levarti la
maschera. Credimi, che io provo un vivo piacere ed una soddisfazione
viva non meno al vederti discendere dal piedestallo della tua virtù
per avvoltolarti secretamente nel fango del delitto. Io solo vedo
sulla tua faccia dileguarsi l'impronta della venerabile austerità, e
comparirvi l'espression dei ribaldi sentimenti che covi nel fondo
dell'anima. Per me solo la tua bocca parla il linguaggio della
furfanteria, mentre per ogni altra persona si apre il linguaggio
dell'onore e della morale. Vivaddio, la è una metamorfosi molto
interessante, alla quale io solo ho il privilegio di assistere. Quando
ti vedo passare nella tua carrozza, o in quella di qualche semidio che
tu adori ed inganni, io dico mentalmente e ridendo sotto la barba:
Ecco là come sono fondate certe riputazioni di virtù e di santità.
--A che proposito queste insolenti invettive?
--Senza rancore, mio caro Fabio. Non è che io biasimi la tua
ipocrisia, perchè finalmente io pure sono tinto della stessa pece. Ho
voluto soltanto dirti, che non istà bene il vantarmi sul viso la
superiorità del tuo creditore la fortuna de' tuoi buoni successi
nell'arte dell'impostura. Sappi però che io sono Tartuffo e volpe più
di te.
--Lo so benissimo, caro mio. Appunto mi sono fidato di te per la tua
gran furberia e perizia nel saperla dare ad intendere. Tu adempi
benissimo l'ufficio pel quale ti ho collocato al fianco di Faustino.
--Tu mi rendi giustizia col lodare la sottigliezza del mio ingegno.
Faustino mi crede lo strumento passivo e quasi ritroso delle sue
volontà. Le mie insinuazioni sono così acute, che invece di seduttore
mi danno l'apparenza di sedotto. Egli deve applaudirsi in secreto
d'avermi saputo piegare a compiacerlo. Comandare fingendo di ubbidire,
guidare col farsi credere guidato, ecco il difficile dell'arte.
--Bravo, così va bene. Ti raccomando sempre la prudenza in faccia al
mondo. Guárdati soprattutto dal compromettermi nè punto nè poco in
questa faccenda. Io potrei essermi ingannato sul tuo conto, ma la mia
buona fede deve rimanere intatta. Guai se venissi sospettato della più
piccola intelligenza con te!
--Già già, ti comprendo benissimo. Tu vuoi restar sempre l'ottimo
tutore, l'amorevole zio, la perla degli uomini onorati, l'ammirazione
di tutta la città.
--Un giorno mi convertirò davvero, e meriterò la stima che ho finora
usurpata.
--Tu pensi per eccellenza. Eh, non saresti il primo che si converte
per progetto. Io conosco alcuni che dopo una serie di fortunate
bricconerie cessarono dal commetterne per paura di essere scoperti.
Siamo intesi che prima si prepararono un letto di fiori in cui
addormentarsi placidamente alla barba dei creduli e della propria
coscienza.
--Io comprerò un titolo di nobiltà, e farò uno splendido matrimonio,
che ho in vista da qualche tempo.